Soldi + Clima + Salute + Cibi? La crisi cresce

articoli di Alberto Castagnola, Raffaele De Luca, Alessandro Messina, Francesco Sparano, Vincenzo Comito, Fabio Balocco, Marco Bersani (ripresi da comune-info, indipendente.online, altreconomia.it, sbilanciamoci.info)

La crisi climatica si complica – Alberto Castagnola

Prosegue l’analisi del Rapporto AR6 degli scienziati che lavorano per l’IPCC. Il testo dedica uno spazio importante agli effetti che i mutamenti climatici hanno sugli eventi meteorologici, che colpiscono direttamente le popolazioni, ma tendono ad essere considerati degli eventi che talvolta sono un po’ più gravi del solito, ma che nella percezione di molto esseri umani continuano a essere uguali a quelli del passato.

Invece siamo ormai da parecchi anni immersi in una realtà in rapido mutamento e che mostra effetti di gravità crescente. Il rapporto infatti sottolinea che i cambiamenti climatici stanno già modificando profondamente e rendendo estreme molte manifestazioni climatiche e meteo: ondate di calore, piogge più intense, siccità estese e cicloni tropicali più veloci e diffusi.

Ma soprattutto oggi sono ben diversi da come venivano descritti nel precedente rapporto AR5 solo poco più di due anni fa e sono causati sempre di più dalle attività umane. Vediamoli con qualche dettaglio.

Gli estremi di caldo, comprese le ondate e le “cupole ” di calore, sono diventati più frequenti e più intensi nella maggior parte delle terre emerse a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso (mentre gli estremi di freddo sono diventati meno frequenti e meno gravi, ma ne parleremo con maggior precisione più avanti). In particolare, le ondate di calore marine sono raddoppiate in frequenza dagli anni ’80, mentre in alcune regioni è aumentata la siccità agricola ed ecologica, a causa della evapo-traspirazione dei terreni.

Un altro fenomeno: la diminuzione delle precipitazioni monsoniche terrestri globali, tra gli anni ’50 e gli anni ’80, è in parte attribuita alle emissioni di aerosol nell’emisfero settentrionale causate dagli uomini,  ma gli aumenti del periodo successivo sono dovuti all’aumento della concentrazione  di gas serra e alla variabilità interna su scala decennale o pluri- decennale.

Il testo degli scienziati IPCC prosegue prendendo in considerazione altri fenomeni climatici fortemente influenzati dalle attività svolte dagli esseri umani. In primo luogo afferma che è probabile che la percentuale di forti cicloni tropicali (quelli facenti parte delle categorie 3-5, cioè i più potenti e dannosi) sia aumentata negli ultimi quattro decenni, e che la latitudine in cui i cicloni tropicali del Pacifico raggiungono il picco di intensità si sia spostata verso nord.

Una conferma molto recente di questa ipotesi è rappresentata dal ciclone Ida, iniziato nei Caraibi, che ha investito gli Stati nordamericani a 240 chilometri all’ora, causando morti e danni in Louisiana e in particolare ha raggiunto New York ancora a 170 chilometri all’ora causando almento tredici vittime.

Il Rapporto fornisce poi alcuni  elementi di conoscenza sui miglioramenti apportati alle analisi scientifiche rispetto al rapporto precedente AR5: ed è utile segnalarli anche se sono effettivamente comprensibili solo per gli scienziati addetti ai lavori.

E’ aumentata la probabilità che si verifichino eventi estremi composti, cioè che comprendano più fattori trainanti,  ad esempio ondate di calore e siccità concomitanti, oppure un’ ondata di maltempo che si accompagna a piogge o flussi fluviali estremi, e ancora incendi in condizioni di caldo, siccità e venti. Ovviamente, combinazioni più frequenti di questo tipo influiscono fortemente sulla durata, la diffusione e la dannosità di ogni fenomeno: quanto è avvenuto in California nei mesi scorsi è un esempio impressionante di questa nuova situazione climatica.

L’altro fenomeno richiamato è il riscaldamento determinato dall’uomo, il “forzante radiativo”, principalmente attraverso le emissioni di gas serra e, in passato, di aerosol.

Questo fattore è arrivato nel 2019 a 2,72 watt per metro quadro, calcolato in riferimento all’anno 1750. Negli anni più recenti, il tasso medio annuo osservato di questo riscaldamento è passato da 0,50w nel periodo 1971-2006 a 0,79w nel periodo 2006-2018.

Il rapporto non fornisce dati sull’andamento annuale nei 270 anni cha sono passati dall’anno di riferimento ai nostri tempi, ma evidentemente prima dello sviluppo industriale il fattore radiativo era molto basso, mentre sembra in accelerazione nel periodo più recente.

Il rapporto dà invece informazioni molto interessanti sugli effetti del riscaldamento globale, che ha causato l’aumento del livello medio dei mari, a seguito dello scioglimento dei ghiacciai terrestri e all’espansione termica  degli oceani. In particolare, l’espansione termica  giustifica il 50% dell’innalzamento del livello dei mari, nel periodo 1971-2018, mentre l’arrivo dell’acqua dei ghiacciai disciolti ha contribuito al 22%,  le calotte di ghiaccio marino  per il 20%  e i cambiamenti nell’immagazzinamento delle acque terrestri per l’8%.

Veniamo ora alle previsioni, formulate dal Rapporto sempre con una gamma di almeno cinque livelli possibili, e  per  questi vengono indicati diversi gradi di probabilità di verificarsi, lasciando quindi agli Stati di pronunciarsi sugli obiettivi concreti da perseguire.

Vediamo pertanto che in presenza di scenari di emissioni di gas serra basse, è “estremamente improbabile” che il riscaldamento globale di 2 gradi centigradi venga superato nello scenario SSP 1-1,9 e “improbabile” nello scenario SSP 1- 2,6. Questi due scenari iniziano nel 2015, prevedendo emissioni di gas serra molto basse, e anzi  che l’anidride carbonica sia ridotta allo zero netto entro il 2050 e che negli anni successivi continuino a registrare emissioni negative di CO2.

Invece il superamento dei 2 gradi centigradi  nel medio termine (2041-2060) è considerato molto probabile nello scenario di emissioni di gas serra  molto elevate, SSP 5-8,5, e probabile negli scenari di emissioni intermedie ed elevate.

Per quanto riguarda il riscaldamento globale non superiore a 1,5 gradi centigradi ( rispetto al 1850-1900), l’obiettivo auspicato dall’IPCC, ma non ancora approvato dagli Stati membri, verrebbe superato nel corso del ventunesimo secolo negli scenari intermedio, alto e molto alto (SSP 2-4,5;  SSP 3- 7,0  e SSP 5-8,5 rispettivamente).

Nel breve termine (2021-2040) è molto probabile che l’aumento di 1,5 gradi centigradi venga superato nello scenario di emissioni molto alte, è probabile che venga superato negli scenari intermedio e alto.

E’ invece probabile che non venga superato nello scenario di emissioni molto basse; inoltre in tale scenario c’è una probabilità superiore al 50% che la temperatura superficiale globale scenda nuovamente al di sotto dei 1,5 gradi centigradi verso la fine del secolo attuale, con un superamento per brevi periodi di non più di un decimo di grado al di sopra del di 1,5 C.

Questa evidentemente è l’ipotesi “preferita” dagli scienziati, anche se non appare molto chiaro il comportamento previsto dai fattori reali del riscaldamento globale.

Il rapporto infatti a questo punto sottolinea che la temperatura superficiale globale in ogni singolo anno può variare al di sopra o al di sotto della tendenza di lungo termine indotta dall’uomo a causa della variabilità naturale del clima, vale a dire la parte non influenzata dalle attività umane,come ad esempio le eruzioni vulcaniche, i cambiamenti nell’attività solare e, su scale temporali più lunghe, gli effetti orbitali e la tettonica a placche, cioè le variazioni dell’asse terrestre e gli spostamenti dei vari strati del pianeta.  Vale a dire. in sostanza, una volta stabilizzata la temperatura ottimale, eventuali sforamenti di uno o due anni, non implicano che l’obiettivo prefissato non sia stato raggiunto.

Possiamo quindi  notare che in realtà gli scienziati sottolineano l’importanza di ridurre molto e subito le emissioni di gas serra – obiettivo ormai ben chiaro ma fortemente contrastato dalle imprese fossili, non a parole ma nelle loro strategie di prospezione di nuove fonti di petrolio o con la costruzione di nuovi impianti elettrici a carbone in Cina – mentre, una volta stabilizzato l’obiettivo deciso, scarti di uno o due anni non avrebbero molto importanza.

Le loro analisi e le loro previsioni, quindi, mettono bene in evidenza l’urgente necessità di abbassare radicalmente le emissioni dannose, il che significa incidere in tempi brevi su uno dei meccanismi di fondo del sistema economico dominante.

Alcune letture possono aiutare ad approfondire questi ragionamenti:

Laurent Testot, Cataclismi, storia ambientale dell’umanità, Odoya, Città di castello e Bologna, 2021

Ian Angus, Anthopocene, capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios Editore, luglio 2020

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La pandemia cambia tutto tranne il liberismo: Draghi taglia 6 miliardi alla sanità – Raffaele De Luca

Il governo Draghi è pronto ad indebolire ulteriormente la sanità con quasi 6 miliardi di tagli: è quanto emerge dalla Nadef, la Nota di Aggiornamento del Def (Documento di Economia e Finanza) che è stata recentemente approvata dal Parlamento con una risoluzione di maggioranza. In tal senso, se da un lato il documento della maggioranza prevede che il Governo si impegni a consolidare la crescita del Pil e ad utilizzare le risorse di bilancio anche per la sanità, dall’altro leggendo la Nadef si nota che in questi anni (tra il 2022 ed il 2023) si andrà a danneggiare ulteriormente il sistema sanitario con una diminuzione della spesa prevista per quest’ultimo.

Dopo aver accresciuto le spese sanitarie di 6 miliardi nel 2021, con una spesa prevista di 129 miliardi, per il 2022 la cifra indicata è di 125 miliardi, mentre nel 2023 si prevede di sborsare 123 miliardi. In pratica, la spesa diminuirà di 4 miliardi l’anno prossimo e di altri 2 miliardi fra due anni: ciò significa che nell’arco di 2 anni saranno messi a disposizione della sanità 6 miliardi in meno. A poco servirà il leggero aumento di spesa messo in conto per il 2024, anno in cui si prevede di spendere 124 miliardi.

Nello specifico nel documento si legge che «nel biennio 2022-2023 la spesa sanitaria a legislazione vigente calerà del -2,3 per cento medio annuo per via dei minori oneri connessi alla gestione dell’emergenza epidemiologica» e che «a fine periodo è prevista una crescita limitata, dello 0,7 per cento, ed il ritorno ad un livello del 6,1 per cento del PIL». Insomma, con l’emergenza pandemica che presumibilmente volgerà al termine caleranno i fondi previsti per la sanità. Il governo italiano, dunque, dimostra di aver scelto di non comprendere la lezione fornita dalla pandemia, che il sistema sanitario nazionale, proprio a causa dei tagli effettuati negli ultimi 10 anni, non è stato in grado di fronteggiare senza trascurare altre patologie.

In tal senso, come sottolineato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), bisogna tornare a «investire ed a promuovere la lotta contro il cancro» poiché in Italia la situazione risulta molto difficile per gli oltre 3 milioni di persone che hanno un tumore: si stima che nel 2020, rispetto al 2019, le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell’11%, i nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% e gli interventi chirurgici del 18%. Per quanto riguarda gli screening, poi, il Presidente Eletto Aiom Saverio Cinieri ha dichiarato che «lo scorso anno abbiamo avuto oltre due milioni e mezzo di esami di screening in meno rispetto al 2019». Inoltre il Presidente Nazionale Aiom, Giordano Beretta, ha dal canto suo affermato che il numero di decessi che si registrano annualmente per le patologie oncologiche (180mila) «potrebbe aumentare anche per colpa del Covid-19 e delle sue conseguenze nefaste sull’intero sistema sanitario nazionale». Anche per questo, dunque, Beretta ha chiesto «un intervento delle istituzioni per continuare a poter erogare i livelli d’assistenza precedenti all’avvento del Covid-19».

Ancor più netto Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Annao Assomed (sindacato dei medici ospedalieri), recentemente ha parlato delle pessime condizioni in cui versa la sanità italiana concentrandosi in particolare sui dipendenti pubblici, i quali «sono schiacciati da una macchina che esige troppo e non li ascolta» e che, con l’inizio della pandemia, ha prodotto sofferenze ancora maggiori per i medici. Sono infatti «aumentati carichi di lavoro, complessità assistenziale, stress fisico e psichico», motivo per cui «i medici fuggono dagli ospedali». Proprio per questo, dunque, Palermo crede sia ora di cambiare e di «assumere personale, riconoscere ai medici e ai dirigenti sanitari un ruolo decisionale nella governance delle aziende e valorizzare economicamente le professioni».

Il governo Draghi, però, si muove in direzione opposta, la medesima dei tagli alla sanità pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni. Per ora nessuna presa di posizione dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che non più di tre mesi fa ancora parlava del Recovery Fund come della grande occasione per «rilanciare il Servizio sanitario nazionale» e per «chiudere per sempre la stagione dei tagli alla sanità».

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Fondi pensione poco orientati in investimenti sostenibili – Alessandro Messina

Aumentano i risparmi dei lavoratori nei fondi pensione ma questi investono ancora quasi solo in titoli di debito pubblico e molto poco nel sistema delle imprese italiane e ancor meno sono orientati verso logiche di impatto positivo su ambiente e società secondo i criteri Esg.

Circa 18 mesi fa, pochi giorni prima di essere travolti dalla pandemia, avevamo presentato un’analisi sulla previdenza complementare e sul suo potenziale ruolo nell’affermazione di una finanza sostenibile, con impatto positivo su ambiente e società.

L’occasione era data dall’ingresso, anche in Italia, della cosiddetta Direttiva IORP II (recepita con decreto legislativo 147 del 13 dicembre 2018), che ha l’obiettivo di spingere  i fondi pensione ad integrare gli aspetti di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ormai diffusamente sintetizzati con la formula “ESG”) nelle politiche di investimento, con adeguate misure di disclosure. Il tutto mentre il mercato finanziario cominciava a conoscere i lavori della Commissione europea per una Tassonomia sulla finanza sostenibile, nell’ambito dell’omonimo Action Plan.

Il tema era stato affrontato anche in uno degli ultimi eventi “in presenza” prima del lockdown, organizzato da Banca Etica e Cgil.

Lo studio presentato in quella occasione evidenziava uno stato di significativa arretratezza delle politiche ESG dei fondi pensione italiani, in base al quale “meno di 1 euro ogni 10 investiti dai fondi pensione è utilizzato per orientare o favorire un processo di riconversione (sociale, ambientale, organizzativa) del mondo produttivo o per sostenerne le eccellenze”.

Dopo la pandemia, con il PNRR in arrivo, possiamo ora dare un aggiornamento a quelle evidenze.

In base alla ultima relazione della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip), rileviamo che le risorse destinate alle prestazioni da parte delle forme di previdenza complementare erano a fine 2020 pari a 198 miliardi di euro, in crescita del 6,7% rispetto al 2019 e del 18,5% rispetto al 2018 (anno di riferimento dell’articolo precedente).

Il sistema di previdenza complementare conta oggi 372 forme pensionistiche (8 in meno del 2019 e 26 in meno del 2018), continuando il suo percorso di concentrazione. Così le 12 più grandi forme pensionistiche, pari al 4,8% del totale, aventi ciascuna masse superiori a 2,5 miliardi di euro, raccolgono oltre la metà delle risorse complessive.

Come rileva il rapporto Covip, però, tale processo di concentrazione non sta producendo le auspicate economie di scala, almeno non a vantaggio degli iscritti: “nel settore dei fondi aperti e nei PIP, dove operano gli stessi gruppi bancari e assicurativi, l’aumento della scala operativa conseguente alla concentrazione delle iniziative previdenziali già in essere non si è quindi tradotto in una flessione dei costi posti a carico degli iscritti”.

Gli iscritti a fine 2020 sono 8,4 milioni, in crescita del 2,2% sul 2019 e del 6,3% sul 2018. Rappresentano il 33% della forza lavoro, quota in salita negli ultimi due anni (era il 30,2% a fine 2018, con una forza lavoro pur superiore di 700 mila unità).

Aumenta la propensione dei lavoratori a scegliere la previdenza complementare per la destinazione del Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Sui 27,2 miliardi di TFR generati dal sistema produttivo nel 2020, 6,5 sono stati destinati alle forme di previdenza complementare. Si tratta del 24%, mentre dall’avvio della normativa, su 348,4 miliardi di TFR, la parte destinata alla previdenza complementare è stata di 75,2 miliardi di euro, il 22% del totale.

Ammontano a 162 miliardi gli investimenti della previdenza complementare nel 2020, e sono così distribuiti:

  • gli investimenti in titoli di debito pubblico ammontano al 37,2% del totale, in discesa dal 40,2% del 2019 e dal 41,7% del 2018;
  • la quota di debito pubblico italiano è pari al 17,5%, anch’esso in discesa dal 20,6% del 2019 e dal 21,4% del 2018;
  • in titoli di debito privato è investito il 18,9% (era il 17,1% a fine 2018);
  • in azioni e altri titoli di capitale va il 19,6% (era il 16,4% due anni prima);
  • in OICVM o quote di OICR il 15,5% (valore al 13,8% nel 2018)…

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Dieci anni di definanziamento della sanità pubblica. Dato per dato – Francesco Sparano

Tra 2010 e 2019 sono stati chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale. Il personale sanitario è diminuito di 42mila unità. L’incidenza del settore privato è cresciuta. La fotografia della situazione

(Tratto da Altreconomia 240 — Settembre 2021)

L’impreparazione della sanità italiana nella gestione della pandemia causata dal nuovo Coronavirus è emersa fin dalle prime settimane dallo scoppio dell’emergenza sanitaria, a inizio 2020. Per capire quali erano le condizioni del nostro sistema sanitario alla vigilia della crisi più dura dalla nascita del Servizio sanitario nazionale (Ssn) può essere utile guardare i dati dell’annuario statistico del Ssn relativi al 2019, pubblicati a metà giugno 2021 dal ministero della Salute.

Nel confronto con il 2010, questi dati mostrano i risultati di anni di definanziamento della sanità -37 miliardi di euro dal 2010 al 2019 secondo la Fondazione Gimbe– imposto dai vari governi che si sono succeduti. In dieci anni sono stati chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale. Inoltre ci sono 276 strutture di assistenza territoriale pubbliche in meno (ma 2.459 private in più) e il personale dipendente del Ssn è diminuito di 42.380 unità. Di questi, 5.132 sono medici e odontoiatri e 7.374 infermieri.

Anche i posti letto nelle strutture di ricovero sono diminuiti. Secondo l’annuario in Italia, nel 2019, c’erano 3,5 posti letto ogni mille abitanti, in calo rispetto ai 4,1 del 2010. Per l’Eurostat, l’Italia è tra gli ultimi sette Paesi dell’Unione europea per numero di posti letto. La diminuzione degli ultimi anni è legata a una riprogrammazione degli standard dell’assistenza ospedaliera progettata dal governo del presidente del Consiglio Mario Monti nel 2012 -e resa operativa nel 2015- con il decreto sulla cosiddetta spending review, la revisione della spesa nel settore pubblico che ha stabilito il taglio del numero di posti letto ogni mille abitanti a 3,7.

A oggi questo standard non è garantito equamente su tutto il territorio italiano. Mentre quasi tutte le Regioni del Nord lo garantiscono -e superano-, tutte quelle del Sud a eccezione del Molise non lo raggiungono. “È un fenomeno che si è verificato in tutta Europa, giustificato dalla necessità di riorganizzare la sanità pubblica e diminuire gli sprechi. Ma il problema principale è che in Italia sono stati tagliati proporzionalmente più posti nel pubblico che nel privato”, spiega ad Altreconomia Marco Geddes da Filicaia, medico ed ex vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità. Nel 1997, sul totale di posti letto, quelli delle strutture private erano il 16,5%, nel 2019 sono saliti al 20,5%.

Nel 2010 il 46,4% delle strutture del Ssn erano pubbliche, nel 2019 sono calate al 41,4%. L’aumento del peso delle strutture private è avvenuto in maniera generalizzata, a prescindere dal tipo di assistenza offerta: in dieci anni gli ospedali pubblici sono passati dal 54,4% al 51,9%, le strutture pubbliche di assistenza territoriale residenziale sono diminuite dal 24,6% al 16,8%, quelle di assistenza territoriale semiresidenziale dal 37,2% al 28,9%. “Di conseguenza -continua Geddes da Filicaia- se aumenta il peso del privato, diminuisce l’offerta di attività assistenziali tipicamente garantite dal pubblico perché il privato ha un’attività di ricovero più programmata. Ad esempio non ha posti letto in settori come il centro ustioni o l’oncoematologia pediatrica e ha molti meno posti in terapia intensiva. Per questo di fronte all’emergenza Covid-19, molte Regioni come la Lombardia si sono trovate sotto-dotate in termini di posti letto in terapia intensiva”. E proprio la saturazione degli ospedali, con terapie intensive piene e interi reparti riconvertiti in reparti Covid-19 e sottratti ai pazienti con altre patologie, è stata una delle conseguenze più drammatiche della pandemia…

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Verso la possibile fine dell’agricoltura e dell’allevamento – Vincenzo Comito

Nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi, il che significa che sarà necessario produrre all’incirca il 50% in più di alimenti rispetto ad oggi, con quel che significa in deforestazione, consumo di acqua etc. E ancora nessun paese ha adottato strategie per limitare il consumo di carne.

Un settore molto inquinante

Le crescenti preoccupazioni ambientalistiche sembrano privilegiare in particolare alcuni fronti, quale in particolare quello dell’energia, mentre esse hanno sino ad oggi toccato relativamente poco il settore agricolo e dell’allevamento, che è invece all’origine di una quota molto significativa dei problemi dell’inquinamento nel mondo.

Nel 2050 la popolazione mondiale potrebbe raggiungere i 10 miliardi di abitanti, o essersi almeno avvicinata a tale cifra, il che significa che a quell’orizzonte temporale sarà necessario produrre all’incirca il 50% in più di alimenti rispetto ad oggi. Il problema sarà allora non soltanto quello della necessità di un forte aumento quantitativo della produzione, ma di come raggiungerla senza che cresca in maniera insostenibile il suo impatto sull’inquinamento dell’ambiente, sul consumo di acqua, sulla deforestazione, sulla grande riduzione della biodiversità; tale impatto appare peraltro molto grave già oggi.

Già ai giorni nostri, in effetti, l’agricoltura contribuisce in maniera sostanziale al cambiamento climatico in relazione alle emissioni inquinanti provocate dalla deforestazione, dai prodotti chimici utilizzati nel settore, dagli incendi dei residui agricoli, dalla gestione degli allevamenti e così via. Paradossalmente, poi, i sussidi pubblici al settore indirizzano a livello mondiale la produzione verso quei comparti che sono anche i più importanti emettitori di carbonio. Un rapporto delle Nazioni Unite indica che circa il 90% dei 540 miliardi di dollari dati ogni anno al settore agricolo dai governi e dalle istituzioni internazionali va ad attività dannose per il clima, la nostra salute e l’ecosistema.

L’agroalimentare nel suo complesso pesa per almeno il 30% dei gas ad effetto serra, mentre già oggi il settore assorbe il 70% del consumo di acqua dolce nel mondo. Intanto una crisi globale del suolo minaccia le basi stesse dell’esistenza: molti tratti di terra arabile perdono la loro fertilità attraverso l’erosione, la cementificazione, la contaminazione (Monbiot, 2021).

In tale quadro, particolarmente grave appare il ruolo delle grandi imprese agroalimentari. Esse dominano tutti i segmenti del sistema alimentare, dalle sementi ai pesticidi ai macelli ai supermercati; hanno così da una parte imposto dei modelli di consumo per larga parte nocivi alle persone, ricchi di grassi, di zucchero, di sale, di additivi chimici più o meno accettabili, comportando come conseguenza malnutrizione ed obesità, dall’altra essi sono parallelamente anche responsabili di una parte dei danni ambientali, della perdita di biodiversità e del caos climatico.

Cruciale, nel contesto dei danni all’ambiente, appare il ruolo del settore dell’allevamento, che è responsabile da solo di circa il 14,5% delle emissioni inquinanti del pianeta e dell’80% della sua deforestazione, mentre i pascoli e le colture dedicate all’alimentazione animale mobilitano circa i tre quarti degli spazi agricoli mondiali. Parallelamente più di un terzo dei raccolti del mondo va a finire nello stomaco degli animali sempre da allevamento.

Comunque bisogna fare una distinzione tra i vari comparti. Quello bovino richiede, a parità di calorie fornite, 28 volte più terra, 11 volte più acqua e 6 volte più fertilizzanti, mentre libera cinque volte più la quantità di gas serra, rispetto alle altre carni (pollo, maiale, ovini) (Focus, 2021).

Il mancato intervento pubblico

Mentre la produzione animale accelera e la rottura climatica causa danni devastanti alla natura e alla salute delle persone, i governi appaiono molto riluttanti ad affrontare la questione. Anzi, come già accennato, la produzione di carne e latte ricevono grandi importi finanziari in sussidi.

Ad oggi nessun paese al mondo ha adottato una qualche strategia per ridurre il consumo di carne o per spostare lo stesso consumo verso le carni che pesano meno sull’ambiente.

Qualcuno per la verità ha provato di recente in qualche modo a farlo. L’attuale ministro spagnolo per le questioni del consumo, Alberto Garzon, ha lanciato nel 2021 una campagna invitando la popolazione a ridurre il consumo di carne per il bene della loro salute e del pianeta. Tra l’altro, Garzon ha sottolineato come abbia ormai poco senso consumare 15.000 litri di acqua per ottenere un chilo di carne e questo in un paese minacciato per una buona parte del suo territorio dalla siccità.

Ma le sue considerazioni sono state subito criticate da un altro ministro, mentre sei organizzazioni imprenditoriali del settore hanno scritto una lettera aperta al ministro accusandolo di diffamare un settore che fornisce lavoro a 2,5 milioni di persone e porta 9 miliardi di euro di esportazioni ogni anno. Anche il primo ministro si è dissociato dall’iniziativa di Garzon.

Dal canto suo, la Corte dei Conti europea ha constatato in un suo rapporto recente che i 100 miliardi stanziati a suo tempo dalla UE per mitigare i cambiamenti climatici nell’ambito della politica agraria comune per il periodo 2014-2020 non abbiano sortito alcun effetto. Le emissioni di gas nocivi legate all’agricoltura non sono affatto diminuite. Il fatto è che i vari governi hanno spesso utilizzato le risorse come è sembrato loro più opportuno, trascurando l’ambiente. Ora nel nuovo piano 2021-2027 le cose potrebbero non andare in maniera molto diversa; tra gli altri, gli ambientalisti hanno chiesto al Parlamento europeo di bocciare il documento.

Cosa fare

Sono molte le cose che si potrebbero fare per ridurre in maniera considerevole i danni arrecati all’ambiente dal settore della carne e latticini e più in generale dalle colture agricole. Ricordiamo quelle principali.

Intanto si dovrebbe ridurre in generale il consumo di carne nel mondo; contemporaneamente, si potrebbe cercare di ridurre quello di carne bovina a favore di quello di maiale, ovini, pollame. Si potrebbe concentrare poi molto di più l’attenzione sul consumo dei legumi, anch’essi ricchi di proteine al pari della carne. Si potrebbe inoltre ridurre l’impatto ambientale di tutte le produzioni animali, come mostrano alcuni esempi, attraverso una serie di accorgimenti organizzativi, tecnologici, umani, più attenti alla cifra ambientale.

Nel frattempo avanza comunque la carne vegetale, prodotta cioè con proteine vegetali, soia, riso, piselli, che imita il gusto, la tessitura, l’apparenza e le qualità nutritive della carne. La carne vegetale si trova ormai anche nei nostri supermercati, mentre negli Stati Uniti nel 2020 il mercato ha raggiunto i 7 miliardi di dollari e mentre si stima che entro 15 anni si raggiungeranno i 100 miliardi.

Avanza anche la carne prodotta in laboratorio, a partire dalle cellule animali, anche se ancora devono essere risolti dei problemi tecnici e di costo. Si contavano ormai nel mondo a metà 2021 almeno un centinaio di start-up che ci stavano lavorando. Così nel 2020 sono stati investiti nel settore circa 3,1 miliardi di dollari; i prodotti sono oggi offerti in un ristorante di Tel Aviv, mentre è stata ottenuta una licenza per la loro commercializzazione a Singapore. C’è anche chi sta mettendo a punto una produzione di carne in laboratorio anche senza l’utilizzo di cellule animali.

Infine si sta portando avanti il tentativo di utilizzare gli insetti e le alghe marine come alimenti, con prospettive di un certo interesse.

Grandi innovazioni sono anche in atto nel settore del latte e derivati, sulle quali non ci soffermiamo per brevità.

Ma i grandi mutamenti non toccano soltanto il settore dell’allevamento; essi tendono a manifestarsi anche verso le altre produzioni del comparto agricolo. Così stanno andando avanti le sperimentazioni relative alla produzione all’interno di grandi capannoni, in verticale, di frutta e ortaggi, in Giappone ed ora anche in Europa. Al momento l’attenzione appare concentrata soprattutto sulla lattuga.

Nei giorni scorsi è poi arrivato l’annuncio che in un laboratorio cinese è stato per la prima volta sintetizzato l’amido, costituente di base dei cereali. Anche in questo caso si aprono prospettive impensate per le produzioni lontano dai campi.

E i paesi poveri?

L’entusiasmo per i prodotti alternativi è peraltro vivo nei paesi ricchi, mentre per quelli emergenti il discorso è per molti aspetti differente.

Il cibo proveniente dagli animali è spesso una fonte di alimentazione e di lavoro per almeno mezzo miliardo di famiglie nel mondo (per qualcuno la cifra è maggiore e si colloca intorno ai seicento milioni). Il bestiame fornisce un importante contributo all’economia rurale. Per molti rinunciare alla carne comporta un aggravamento delle diseguaglianze, porta alla riduzione ulteriore di alimenti con sufficienti elementi nutritivi; i dati mostrano che la povertà è fortemente concentrata nelle comunità rurali di Africa, Asia, America Latina, dove la gente sopravvive con dei piccoli appezzamenti di terra (Mugerwa, Iannotti, 2021) e la carenza di elementi di origine animale appare all’origine della malnutrizione che persiste.

Così, mentre si cerca di risolvere un problema, se ne crea un altro. Bisogna anche sottolineare che i piccoli agricoltori e le comunità indigene producono circa il 70% del cibo a livello mondiale (Lakhani, 2021).

Conclusioni

La situazione attuale nel settore agricolo ed in particolare in quello della carne e derivati appare grave. La Fao e l’Onu hanno sottolineato più volte come l’umanità stia esaurendo la terra e come il sistema alimentare sia al collasso. I governi non sembrano peraltro molto preoccupati di intervenire.

Si stanno sviluppando comunque una serie di nuove tecnologie che potrebbero portare in un orizzonte di lungo termine persino alla pratica scomparsa dell’agricoltura come oggi essa viene praticata. La carne e i latticini potrebbero essere prodotti in laboratorio, frutta e verdura in grandi capannoni, mentre anche i cereali potrebbero uscire dai laboratori. Per altro verso, nel testo abbiamo elencato una lista abbastanza lunga di azioni che si potrebbero compiere per intervenire in particolare per ridurre i danni ambientali nel settore della carne. Rimane sempre il problema dei paesi sottosviluppati nonché quello della ricollocazione degli addetti al settore.

Testi citati nell’articolo 

– Focus, Consumo di carne: davvero è diminuito? N. 328, febbraio 2020

  • Lakhani N., Corporate colonization: small producers boycott UN food summit, www.theguardian.com, 23 settembre 2021
  • Mugerwa E. N., Iannotti L., Criticism of animal farming in the West risks health of world’s poorest, www.theguardian.com, 10 settembre 2021
  • Monbiot G., Lab-grown food will soon destroy farming and save the planet, www.theguardian.com, 8 gennaio 2020

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C’è un’urgenza: modificare i nostri stili di vita – Fabio Balocco

Ho letto con interesse l’amara riflessione di Livio Pepino sui tre anni di attività di Volere la Luna (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/), e vorrei portare un piccolo contributo alla discussione, discussione che mi auguro esso stimoli.

A mio modesto avviso, occorrerebbe rafforzare gli intenti di quel “volere la luna” che dà il titolo al sito. E cosa volere di più se non un cambiamento dei nostri stili di vita? Perché va bene preoccuparsi per le disuguaglianze, va bene preoccuparsi per le derive autoritarie, va bene preoccuparsi per i migranti ma, a monte di tutto, ci sta il nostro adagiarci su uno stile di vita incompatibile con l’orbe terracqueo. Detto in parole povere, a monte di tutti i problemi c’è lo stile di vita che depreda, che inquina, che costringe a migrare, stile di vita di cui noi siamo totalmente partecipi: vittime e carnefici.

E soprattutto adesso bisognerebbe toccare questo tasto dolente, adesso che il capitalismo raschia il fondo del barile con la rivoluzione verde, che è incompatibile con Madre Terra né più né meno che l’era dei fossili. Adesso che si vuole ostinatamente continuare sulla strada del consumismo, della globalizzazione, semplicemente cambiando la produzione, la distribuzione, il trasporto di quella energia che muove il mondo. Come recita il detto popolare, si vuole, si pretende «la botte piena e la moglie ubriaca». Senza voler ammettere che non può esistere un’ulteriore crescita ma neppure uno status quo “verde”. E le prime conseguenze di questa follia si iniziano a vedere: dal consumo di suolo dei pannelli solari alle pale eoliche sulle rotte migratorie e che sfregiano i crinali (pale tanto care agli ambientalisti di regime di Legambiente che ci hanno addirittura fatto una guida: https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/parchi-del-vento-la-prima-guida-turistica-dedicata-ai-parchi-eolici-italiani/) alle richieste di nuove miniere sul nostro territorio per approvvigionare quelle materie prime come il cobalto, le terre rare, il litio che non ci accontentiamo più di estrarre nei paesi terzi con le nostre nuove colonizzazioni. Occorre chiederci quanto noi – sì, noi, io che scrivo, voi che leggete – siamo responsabili di questa catastrofe, con le nostre automobili (a benzina o elettriche poco importa), con i nostri condizionatori d’aria, ma soprattutto con la nostra alimentazione e con i nostri acquisti. “Volere la luna” significa anche rendersi conto che noi non siamo buoni e gli altri cattivi, ma siamo cattivi anche noi, siamo tutti cattivi. E significa digerire il boccone amaro che fa ben più danni un Toninelli ministro che avalla le inutili (lo diceva la commissione Ponti) linee ad alta velocità ferroviaria per pagare la solita, sempiterna marchetta all’ANCE, che non un Durigon che vuole cambiare nome a una piazza per celebrare il qualche modo quel fascismo che non tornerà più (non lo incarna certo la Meloni!). Mentre è reale, e palpabile in ogni dove – dalle scelte economiche alle trasmissioni della televisione di Stato – quel regime che causa decine di migliaia di morti all’anno (https://www.meteo.it/notizie/pianura-padana-inquinamento-uccide-f258a953), che è responsabile dei dissesti idrogeologici, che insozza la nostra terra e impoverisce il nostro mare.

E forse – a ben pensarci – non è un caso che abbiamo un generale dell’esercito che rappresenta il Governo e gira per la penisola a dettar legge. Significa prendere amaramente atto che chi governa a qualsiasi livello non è nient’altro che espressione nostra, e se non nostra nostra, del nostro vicino di casa, o di quello lì che è in coda davanti a noi al supermercato, insomma, della gente. Gente che apprezza moltissimo cementificatori seriali come Sala e Zaia. A conferma di quello di cui sopra: deve cambiare nel profondo la gente. Ma la gente, ricordiamocelo, siamo anche noi. «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

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La giustizia climatica va in banca – Marco Bersani

Qualcuno si sarà sicuramente stupito vedendo le attiviste e gli attivisti per la giustizia climatica e sociale occupare per due giorni Piazza Affari, sede della Borsa di Milano, durante i giorni della preCop26.

Siamo infatti abituati a vedere mobilitazioni contro una centrale a carbone, o un gasdotto, o una fabbrica inquinante. E, per contro, la narrazione dominante, quando parla di riscaldamento globale, racconta una versione colpevolizzante, secondo la quale sarebbero i nostri comportamenti individuali, fra loro sommati, a produrre i danni che vediamo, costringendo a considerarci tutti sulla stessa barca.

Per arrivare infine al ministro Cingolani, secondo cui la transizione ecologica è solo l’occasione per una riverniciatura verde e digitale del modello capitalistico.

Perché dunque Piazza Affari? Perché come diceva, su un altro versante, il giudice Giovanni Falcone “follow the money”, ovvero segui il denaro, per capire chi realmente comanda e prende le decisioni.

D’altronde, come mai un’affermazione così semplice e saggia come quella che dice: “Uscire dal fossile subito per salvare il pianeta” fatica a divenire scelta politica concreta e pratica condivisa da qualsiasi parte si guardi il mondo?

Perché alcuni soggetti – banche, assicurazioni, fondi di investimento finanziari, multinazionali e i governi al loro servizio- pensano che le persone debbano essere divise in vite degne e vite da scarto, che viventi e natura esistano solo come oggetti da cui estrarre valore finanziario, che l’accumulazione di profitti sia l’unico faro di un’organizzazione della società basata sul dominio.

E continuano a finanziare l’industria fossile e ad alimentare i mercati finanziari del carbonio.

Solo per dare un dato, dal 2015 (anno degli accordi di Parigi sul clima) ad oggi, le principali 35 banche del mondo hanno investito nel fossile 2.700 miliardi di dollari, e hanno moltiplicato i finanziamenti nella ricerca di petrolio e gas nell’Artico e nell’estrazione offshore.

In questo non invidiabile campo, i campioni italiani sono Intesa Sanpaolo, primo gruppo bancario italiano e fra i primi trenta a livello mondiale; Unicredit,seconda banca italiana e tra le più importanti a livello europeo; Assicurazioni Generali, principale compagnia assicurativa nazionale.

Per restare ai dati del solo 2019, la finanza italiana ha causato 90 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, 75 milioni delle quali sono da attribuire a Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Qualcuno potrebbe pensare che siamo di fronte a una dittatura dei privati, dentro la quale i poveri governi non possono far altro che abbozzare. Non è così, perché il vero triangolo dell’industria fossile è il seguente: l’industria fossile costruisce, la finanza privata sovvenziona e la finanza pubblica garantisce.

E’ esattamente questo il ruolo ricoperto da Sace, agenzia pubblica di credito all’esportazione, del gruppo Cassa Depositi e Prestiti, recentemente passata sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che, nel solo periodo 2016-2020, ha supportato i settori del petrolio e del gas con 8,6 miliardi di euro.

C’è dunque una verità paradossale dentro la narrazione che attribuisce alla collettività la responsabilità del riscaldamento climatico: è con i soldi di tutte e tutti noi che il sistema si garantisce la leva finanziaria.

Riappropriarsi di quella ricchezza sociale per destinarla ad una giusta transizione ecologica non è più il desiderio di qualche utopista, ma una stringente e concreta necessità.

Le attiviste e gli attivisti di Milano lo hanno capito. A tutte e tutti noi decidere da quale parte stare.

*articolo pubblicato per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica su il manifesto

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Siamo in piena crisi idrica – Alberto Castagnola

La terza parte dell’AR6, il rapporto presentato alla COP 26, nella sua forma di sintesi per i decisori politici, offre un’ampia gamma di previsioni concernenti i principali fenomeni climatici, influenzati dal riscaldamento globale, nei loro andamenti recenti e previsti.

Il testo sottolinea infatti che sono numerosi i cambiamenti indotti dal caldo crescente, in particolare l‘aumento della frequenza e dell’intensità degli “eventi estremi”, delle ondate di calore marine, delle forti precipitazioni nella siccità agricola ed ecologica in alcune regioni, nelle caratteristiche dei cicloni tropicali più intensi, nella crescente riduzione del ghiaccio marino artico, della copertura  nevosa di montagne e pianure, e del continuo scioglimento del permafrost.

Le indicazioni che seguono sono molto importanti e dovrebbero essere verificate continuamente nei prossimi mesi e anni,  poichè definiscono un quadro scientifico indiscutibile e che non permette illusioni.

E’ certo che la superficie terrestre continuerà a riscaldarsi più di quella oceanica, almeno di 1,4-1,7 volte di più, e che l’Artico continuerà a riscaldarsi a una velocità due volte superiore a quella della temperatura superficiale globale. Ad ogni ulteriore incremento del riscaldamento globale, i cambiamenti negli eventi estremi continueranno ad aumentare.

Ad esempio, ogni 0,5 grado centigrado in più di riscaldamento globale provoca diversi effetti: aumenti chiaramente percepibili dell’intensità e della frequenza degli eventi estremi dovuti al caldo, ivi comprese le ondate di calore e le forti precipitazioni, nonché la siccità dei terreni agricoli e le condizioni ecologiche generali, specie in alcune regioni ormai chiaramente individuate.

Inoltre alcuni eventi estremi avranno aumenti senza precedenti causati da da un ulteriore riscaldamento globale anche dopo aver raggiunto la temperatura di 1,5 C rispetto al periodo preindustriale.

Quest’ultima notazione è molto rilevante perchè elimina molte delle illusioni in circolazione concernenti i limiti invalicabili degli obiettivi climatici medi globali in discussione in molte sedi e introduce un elemento di realismo assolutamente non trascurabile a livello politico.

A livello territoriale il rapporto prevede che alcune regioni alle latitudini intermedie e semi aride e la vasta regione sudamericana dei monsoni vedranno il più alto aumento della temperatura media dei giorni più caldi, quelli che hanno un tasso di riscaldamento che è 1,5-2 volte più alto della media globale.

L’Artico invece sperimenterà il più alto aumento della temperatura media dei giorni più freddi, pari a circa tre volte il tasso di riscaldamento globale.

Inoltre, è molto probabile che in presenza di un ulteriore aumento del riscaldamento globale, si intensifichino gli aventi di forte precipitazione acquea e soprattutto diventino più frequenti nella maggior parte delle regioni. Su scala globale, si prevede che gli eventi estremi di precipitazione di pioggia giornaliera si intensificheranno di circe il 7% per ogni grado centigrado di riscaldamento globale. La proporzione  di cicloni tropicali intensi (categorie 4 e 5 ) e la velocità del vento di picco dei cicloni più intensi aumenteranno su scala globale.

Il recente ciclone Ida che ha colpito dai Caraibi fino a New York con venti iniziali a 240 chilometri orari è l’ennesima conferma di questa previsione.

Infine si prevede che un ulteriore riscaldamento globale amplifichi ancora di più lo scioglimento del permafrost, la perdita della copertura nevosa stagionale, del ghiaccio terrestre e del ghiaccio marino artico. E’ anche probabile che l’Artico sarà praticamente privo di ghiaccio marino a settembre almeno una volta prima del 2050, con occorrenze più frequenti per livelli di riscaldamento più elevati. In realtà, i risultati di studi apparsi negli ultimi mesi, cioè quando il rapporto era già stato diffuso, forniscono numerosi dati di supporto a queste previsioni, accompagnati da ipotesi di ulteriori accelerazioni di questi effetti.

Analoghe considerazioni vengono svolte nel Rapporto riguardo all’acqua, poichè si prevede che il continuo riscaldamento globale intensifichi ulteriormente il ciclo dell’acqua a livello planetario, ivi comprese la sua variabilità nel tempo, le precipitazioni monsoniche e la gravità degli eventi di precipitazione delle piogge  e di aumento del grado di siccità.

In particolare, il ciclo globale dell’acqua continueràa intensificarsi con l’aumento della temperatura globale, le precipitazioni e i flussi di acqua superficiali dovrebbero diventare più variabili nella maggior parte delle regioni terrestri, sia a scala stagionale che di anno in anno. Si prevede che le temperature terrestri medie aumenteranno dello 0-5% nello scenario di emissioni di gas serra molto basse (SSP 1-1,9) e dell’!-13% nello scenario di emissioni molto alte (SSP 5-8,5) entro il 2081-2100 rispetto al 1995-2014.  A tale proposito si potrebbe notare  che il periodo scelto per il confronto nel passato è in realtà piuttosto vicino, mentre le precipitazioni in aumento sono proiettate verso l’ultimo ventennio del secolo. Sembra quasi che il fenomeno sia stato “appiattito” nelle sue dinamiche, mentre le esperienze della scorsa estate – in particolare quanto avvenuto in Germania, inatteso e molto rapido – farebbero piuttosto pensare a fenomeni in via di accelerazione.

Si prevede che le precipitazioni aumenteranno alle alte latitudini, nel Pacifico equatoriale  e in alcune regioni monsoniche, ma diminuiranno in alcune regioni subtropicali e in aree limitate dei tropici.

In realtà nei mesi scorsi tempeste improvvise e molto violente hanno investito molte più regioni, anche distanti tra loro, e ciò farebbe pensare a dei nuovi fenomeni tra loro collegati anche su grandi distanze (ad esempio che hanno origine nell’indebolimento della Corrente del Golfo ma si verificano in Europa o nel nord degli Stati Uniti)

Inoltre un clima più caldo intensificherà gli eventi meteorologici e climatici molto umidi o molto secchi, con implicazioni per inondazioni o siccità, ma la localizzazione e la frequenza di questi eventi dipendono dai cambiamenti nella circolazione atmosferica regionale.

Infine si prevede che le precipitazioni monsoniche aumentino nel medio-lungo termine su scala globale, in particolare nell’Asia meridionale e sudorientale, nell’Asia orientale, e nell’Africa occidentale, tranne che nell’estremo ovest del Sahel.

Per quanto riguarda gli scenari per il futuro in cui aumentano le emissioni di anidride carbonica, si prevede che i serbatoi di carbonio oceanici e terrestri saranno meno efficaci nel rallentare l’accumulo della CO2 in atmosfera. Più in dettaglio, sulla base delle proiezioni contenuti nei modelli, nello scenario intermedio che stabilizza le concentrazioni atmosferiche dell’anidride carbonica in questo secolo (SSP 2-4,5) i tassi di CO2 assorbiti dalla terra e dagli oceani dovrebbero diminuire nella seconda metà del 21° secolo .

Negli scenari di emissioni di gas serra bassi e molto bassi ((SSP 1-2,6 e SSP 1-1,9), la terra e gli oceani iniziano ad assorbire meno carbonio in risposta al calo delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica,  nello scenario più basso, diventano una debole fonte netta di emissioni entro la fine del secolo.

Sembra importante dedurre, pur nel rispetto delle metodologie adottate dagli scienziati dell’IPCC,  che sia  in relazione alla scadenza trentennale della metà del secolo, sia nella successiva metà, l’inizio delle riduzioni delle emissioni dannose e l’avvio della diminuzione della concentrazione di sostanze dannose nell’atmosfera sono sempre spostati molto avanti nel tempo.

E’ evidente che gli scienziati sono piuttosto realistici per quanto riguarda i momenti di eventuali scelte radicali delle imprese produttrici di carburanti fossili. Inoltre tengono anche presente i tempi di salita dei gas serra nell’atmosfera (stimati intorno ai dieci anni). In altre parole, è noto che passa un lungo periodo di tempo prima che eventuali drastiche decisioni sui fossili, facciano veramente  effetto sul riscaldamento climatico. Resta da vedere se questo realismo a livello scientifico in realtà non contribuisca a ritardare le nessarie decisioni dei governi (e infatti finora solo un paio di governi di piccoli Stati hanno cominciato ad assumere decisioni che vadano nella direzione ormai inderogabile.

E in effetti – e in aggiunta – il testo ricorda che l’ampiezza delle correlazioni (dei feedback) tra i cambiamenti climatici e il ciclo del carbonio diventa più grande ma anche più incerta negli scenari ad alte emissioni di anidride carbonica. Ulteriori risposte degli ecosistemi al riscaldamento non ancora completamente riflesse nei modelli climatici finora utilizzati ( ad esempio i flussi di anidride carbonica e di metano provenienti dalle zone paludose, la velocità di disgelo del permafrost e gli incendi in fase di moltiplicazione), potrebbero  aumentare ulteriormente la concentrazione di questi gas in atmosfera.

Qualche lettura selezionata può contribuire ad una comprensione più profonda di tutti questi fenomeni:

Luca Mercalli, Che tempo che farà, breve storia del clima con uno sguardo al futuro.  Rizzoli, Milano, 2009

Jeremy Leggett, Fine corsa, sopravviverà la specie umana alla fine del petrolio? Einaudi, Torino, 2005

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