Chi si accontenta gode

26 settembre 2012
Poco ci manca penso che il filosofo francese e amico Serge Latouche venga considerato un profeta di sventura. C’é un’attesa frenetica, spasmodica che torni la crescita sia della produzione sia dei consumi. Il governo tecnico é atteso a questo appuntamento della crescita, che aveva promesso insieme al rigore e all’equità. La crescita garantirebbe una ripresa dei mercati, un abbattimento dello spread che da mesi si aggira come l’orco del nostro tempo; ci sarebbe più lavoro e sparirebbe lo spauracchio della disoccupazione.
In questa generale tensione aspirazione alla crescita si leva la voce di Serge Latouche che addita come ancora di salvezza la decrescita che osa definire “felice”. Eppure va ascoltato, perchè enlla sua analisi e nelle sue considerazioni ci sono aspetti di verità sacrosante.
Già parecchi anni fa dimostrava che iul predominio dell’economia trasforma tutto in merce, non solo il lavoro ma anche il sangue, gli organi e perfino i bambini, E ovviamente condannava questa mercificazione. Nella sua “lectio magistralis” prima al Festival della filosofia di Modena e il 20 settembre al convegno sulla “decrescita” di Venezia, ha definito l’attuale una “società della crescita”. La crescita economica infatti é diventata l’obiettivo principale, se non unico, della vita.
Società del consumo che non conosce limiti alla produzione e preleva risorse sia rinnovabili che non rinnovabili, crea bisogni di prodotti anche superflui e inquina l’aria, la terra, e l’acqua. Per far questo si avvale della pubblicità che crea ad arte bisogni e desideri. Siamo, dice Latouche, “tossicodipendenti della crescita” con bulimia dell’acquisto e la dipendenza dal lavoro.
Questo meccanismo crea infelicità perchè suscita sempre nuovi desideri insaziabili. Per questo ci serve un nuovo modello produttivo e sociale che lui ravvisa nella “abbondanza frugale in una società solidale”. Può sembrare un ossimoro, ammette anche lui, ma osserva che anche lo sviluppo sostenibile é un ossimoro, perché lo sviluppo all’infinito non é certamente sostenibile. Più in generale dice che bisogna temperare l’egoismo che scaturisce dall’individualismo di massa per diventare invece solidali con gli altri.
I termini sono volutamente provocatori, però é innegabile sia la sollecitazione a consumare sempre di più, sia lo spreco in compresenza di persone, famiglie e popoli che non ce la fanno ad arrivare a fine mese e addirittura patiscono e muoiono di fame. L’abbondanza consumista pretende di generare felicità ma di fatto si verifica una distribuzione di cose ineguale e in prospettiva la dilapidazione del patrimonio naturale renderebbe impossibile la fruizione per tutti. Meglio allora progettare la felicità attraverso l’autolimitazione che Serge chiama “abbondanza frugale”. La frenesia e l’insaziabilità di successo ha invaso anche il mondo dello sport. E se si teme di non riuscire, ci si droga. Non si contano più ormai i casi di sportivi colti in fallo e privati anche dei trofei già consegnati. E se si incrocia questa frenesia con la felicità diventa un classico la vicenda di Alex Schwazer, il maratoneta altoatesino che ha riempito le cronache dell’estate olimpica. Da campione olimpionico é diventato l’immagine anche visiva dell’infelicità.
L’insaziabile tensione ad avere sempre di più rasenta anche l’assurdo e il ridicolo. Un altro sostenitore della decrescita, Wolfgang Sachs, parla di “efficienza nella sufficienza”. E per dimostrare l’assurdo fa un esempio che é sotto gli occhi di tutti: costruiamo e usiamo automobili, dice, che sono in grado di raggiungere i 300 km di velocità all’ora. Da nessuna parte però, tranne che nei circuiti dell’agonismo automobilistico, é lecito e possibile arrivare a quella velocità. Eppure quelle automobili le compriamo. Conclude sarcasticamente dicendo: “E’ come voler tagliare il burro con la motosega”. Abbondanza frugale e decrescita felice echeggiano il vecchio saggio: “chi si accontenta gode”.
Vorrei continuare facendo un parallelo con la nostra situazione politica, rinuncio. Al pari di Sachs, oso richiamarmi al classico: in questo momento sarebbe come “sparare sulla Croce Rossa”.

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