La distruzione dell’empatia – di Amador Fernández-Savater

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Quello in corso non è un conflitto tra gruppi per il potere ma uno scontro tra differenti percezioni della vita sociale. È il tempo, per dirla con Rita Segato, della pedagogia della crudeltà, in cui l’altro, a cominciare dal migrante, dev’essere percepito come ostacolo e minaccia, come nemico. La “destrizzazione” sempre più diffusa non è in primo luogo una questione identitaria e politica, ma una esasperazione sociale e affettiva. Un indurimento della percezione e della sensibilità. Anche le violenze contro le donne mostrano come “la donna non è semplicemente un corpo-vittima della violenza, ciò che si aggredisce è la sua forza disubbidiente…, la capacità di creazione di vincoli, lacci, reti, complicità, empatia, comunità”, scrive Amador Fernández-Savater in questo articolo bellissimo.  Abbiamo bisogno di “risvegliare e riattivare la nostra pelle indurita dal principio di crudeltà…”.

 

La distruzione dell’empatia, di Amador Fernández-Savater

Possiamo provare a leggere la congiuntura politica non semplicemente come una disputa tra distinti gruppi per il potere, ma come uno scontro tra differenti percezioni della vita sociale, tra differenti sensibilità della vita in comune? Cerchiamo di farlo poggiandoci sul concetto suggestivo di “pedagogia della crudeltà” proposto dall’antropologa Rita Segato. Lo spiego in modo riassuntivo in seguito.

Nelle nostre società, la vita diventa sempre più precaria: la mancanza di difesa e di protezione sono tendenze generali, trasversali. Il capitalismo oggi non punta semplicemente alla sua riproduzione regolata, ma cerca incessantemente la conquista di nuovi territori, oggettivi e soggettivi: nuove terre e nuovi ceti da sfruttare. È un capitalismo di rapina. Questa conquista permanente richiede non soltanto l’abolizione delle vecchie regole e protezioni (molte volte frutto delle lotte dal basso della gente), ma di una insensibilizzazione radicale.

Nella guerra di tutti contro tutti, la competenza generale e il si salvi chi può, l’altro dev’essere percepito innanzitutto come ostacolo e minaccia: come nemico.

Il principio di crudeltà è la diminuzione dell’empatia: l’altro è disponibile per un solo uso, se ne può fare a meno, nessun filo ci unisce, i nostri destini non hanno nulla in comune. Vi è tutta una “programmazione neurobellica della bassa empatia” nelle nostre società. E la violenza è lo strumento chiave: lancia il messaggio imbarazzante per cui l’altro (donna, vecchio, migrante, povero, nero, dissidente) è un di più, si può eliminare.

Ciò che sostiene quindi le politiche della precarizzazione della vita è una certa configurazione – o deconfigurazione – della percezione e della sensibilità. Queste ultime sono questioni politiche di prim’ordine, ma le analisi di congiuntura non le riguardano, concentrate per come sono nel sottolineare le manovre di partito e gli intrighi di palazzo, le relazioni di forza tra organizzazioni e fazioni, lo stato dei sondaggi e l’“opinione pubblica”. È necessario e urgente dotarsi di una sensibilità poetica sismografica per addentrarsi e descrivere questo piano di realtà.

Sradicamento affettivo

Lo si è ripetuto spesso. Il movimento 15M [“gli indignati”] ha funzionato in Spagna come una “porta antincendio” all’ascesa del populismo di destra che si estende a livello micro e macro per tutta Europa: Front National, Brexit, Alternative für Deutscheland, Pegida, Lega Nord, Casa Pound, Alba Dorata.

Ma che tipo di porta antincendio? Da parte nostra, abbiamo insistito nel pensare e descrivere il 15M come un effetto di sensibilità. Un fenomeno di sensibilizzazione collettiva. A partire dal maggio del 2011, si è dispiegato un po’ dappertutto nella società una specie di seconda pelle dentro e attraverso la quale si avvertiva come qualcosa di proprio e vicino ciò che accadeva ad altri sconosciuti.

Ciò non vuol dire che tutti fossero presenti ad ogni sfratto nei quartieri, ad ogni accompagnamento di un migrante privo di carta sanitaria, ad ogni chiusura di una scuola minacciata di tagli, ma che c’era un clima sociale generale che abbracciava, connetteva e amplificava ogni azione, ogni iniziativa. Il 15M ha creato un comune sensibile nel quale era possibile sentire gli altri e con gli altri, come simili.

Questa pelle se è ritirata o si è addormentata, debilitata in buona misura a causa di una “verticalizzazione” dell’attenzione e del Desiderio, depositati e delegati durante la fase dell’“assalto istituzionale” nella promessa elettorale della nuova politica (Podemos, confluenze, etc). Incantati dagli stimoli provenienti dall’alto (Tv, dirigenti, partiti), tralasciando quello che nel frattempo ci accadeva intorno, la nostra pelle si è strappata.

In realtà non siamo usciti da nessuna crisi: semplicemente si è perso il contatto sensibile tra i “sommersi” e i “salvati” (o coloro che si credono salvati al momento). La ritirata degli “antincendio” 15M lascia il via libera alle forze che sono sempre lì: l’approfondimento e il consolidamento della precarietà esistenziale generale, la guerra di tutti contro tutti e il si salvi chi può. Il veleno del rancore che si annida in ogni angolo a causa delle tante umiliazioni ricevute nel quotidiano – siano esse grandi o piccole, reali o immaginarie – si converte nel pungiglione del risentimento vittimista che circola oggi a piacere per le reti sociali.

La “destrizzazione” di cui si parla ultimamente, soprattutto la radice di quello che ha “risvegliato” in tutta la Spagna il conflitto in Catalogna, non è in primo luogo una questione ideologica, identitaria e politica, ma una esasperazione sociale e affettiva. Un indurimento della percezione e della sensibilità.

Lo sfondo del contenuto delle bandiere spagnole che è ancora possibile vedere in tanti balconi (ormai valgono per il Mondiale…) è la paura, l’amarezza, la solitudine, un Desiderio reattivo di ordine, consumo e mano dura contro tutto quello che devia e destabilizza la finzione di normalità, con l’anti-catalanismo come elemento agglutinatore primario.

È indubbiamente Ciudadanos [con forti risonanze di Macron] il partito che in modo più disinovolto agita questa “passionalità oscura” (Diego Sztulwark) al fine di raccoglierla più tardi elettoralmente e di fare di essa la base del progetto politico di convertire la società in una impresa totale. Dove vi sia spazio solo per i vincenti, dove non abbiano spazio gli avversari (destituiti come interlocutori mediante la repressione, la censura e la criminalizzazione), e neanche le “anomalie” (come le comuni urbane o gli ambulanti).

Su questo sfondo oscuro ed esasperato appaiono senza dubbio voci e movimenti che convocano un’altra sensibilità, attivano un’altra percezione e danno vita ad un’altra pelle. Senza alcuna idea esaustiva o totalizzante, mi focalizzerò su tre esempi (ve ne sono di più). L’Otto marzo e le mobilitazioni intorno alle morti di Gabriel Cruz e di Mame Mbaye.

Il mandato della mascolinità

Secondo Rita Segato, la prima espressione della pedagogía della crudeltà è la violenza sessista. Il capitalismo di rapina installa un campo di battaglia nel corpo delle donne.

Nella precarietà generale, la posizione dell’uomo è resa più fragile: non può provvedere, non può avere, non può essere. Ma allo stesso tempo deve provare che è un uomo. Noi maschi siamo sottoposti a un “mandato di mascolinità” che ci obbliga, per essere, a dimostrare forza e potere: fisico, intellettuale, economico, morale, bellico, ecc. Il mandato di mascolinità si traduce così oggi in un mandato di violenza.

Lo stupro non è erotico o di piacere, ma una dimostrazione di potere. Il potere dell’impotente, ansioso di dimostrare che è, che continua ad essere un uomo. È un messaggio che un uomo manda ad altri uomini: posso, sono capace, sono padrone delle vite. Non è un fatto eccezionale, cosa di alcuni maschi mostruosi o “psicopatici”. Poggia su di una base composta da mille violenze quotidiane e trasversali: nello spazio pubblico e in quello intimo, nella strada e in casa, nel lavoro e nelle relazioni.

La donna non è semplicemente un corpo-vittima della violenza. Ciò che si aggredisce in essa è precisamente la sua forza disubbidiente al mandato della mascolinità, la capacità di creazione di vincoli, di lacci, di reti, di complicità, di empatia e di comunità.

L’8M ha reso visibili migliaia di donne in tutta la Spagna, che hanno detto basta, in una giornata inaudita di sciopero e di manifestazioni seguite in maniera massiccia. I canti e i manifesti possono essere letti come un registro dettagliato delle mille violenze quotidiane che abitano nella “normalità”. Le donne non tornano a questa normalità nello stesso modo dopo aver vissuto una giornata così eccezionale, ma semmai più relazionate e più forti. L’8M è solo la cresta della spuma di un’onda di fondo che spinge per cambiare completamente la vita quotidiana, questo “brodo di coltura” della violenza più spettacolare che vediamo nei giornali.

E può essere assunto anche come un’occasione per gli uomini che desiderano disubbidire al mandato di mascolinità e uscire da questo circolo funesto tra l’indigenza esistenziale e l’obbligo di dimostrare potere. Come un invito alla metamorfosi.

Le buone azioni

La scomparsa e la ricerca del bambino Gabriel Cruz, il pesciolino, è stato un fenomeno altamente mediatizzato.

I mezzi di comunicazione e le reti sociali sono oggi – soprattutto da qualche tempo a questa parte – i veicoli privilegiati della pedagogia della crudeltà. Le tendenze alla spettacolarizzazione (il morbo), la semplificazione della realtà (il giudizio e non il pensiero) e la polarizzazione sociale (la logica delle fazioni, buone e cattive) li attraversano trasversalmente. Ma è la stessa cosa che la realtà si strumentalizzi a favore della destra o della sinistra: in ogni caso si contribuisce alla distruzione della sensibilità, del pensiero e dell’autonomia.

Nonostante tutto, i mezzi di comunicazione e le reti hanno facilitato per diversi giorni l’attivazione di molta gente che ha aiutato nella ricerca di Gabriel e che ha voluto far sentire in qualche modo alla famiglia calore e solidarietà. L’appoggio si è capovolto in odio quando si è incontrato il corpo del piccolo e si è conosciuta l’identità dell’assassino: donna, straniera e di colore. In questo contesto, la voce di Patricia Ramírez, la madre di Gabriel, è risuonata come se provenisse dall’altro mondo, quando in realtà proveniva dall’amore più comune che esiste: l’amore di madre.

Il suo messaggio principale: non porre il fuoco nella rabbia e nel nemico, ma nella solidarietà e nelle “buone azioni”. Spostare l’attenzione sui gesti di sostegno che avevano “preso il meglio delle persone” durante quei giorni. Che quello che rimanga, nel non senso assoluto della morte di Gabriel, sia il ricordo caloroso dell’abbraccio sociale. “Perché altre persone ne avranno bisogno in futuro”.

Da dove traeva Patricia le forze per non lasciarsi avvelenare dal Desiderio di vendetta? È la domanda che le facevano i giornalisti tutte le volte, perplessi e impressionati. E lei rispondeva sempre la stessa cosa: “In onore del ‘pesciolino’, lui non era così e io neanche”. Questo non vuol dire che Patricia abbia conservato l’“assennatezza” e la “testa fredda”, come se gli affetti conducessero direttamente all’odio e alla rabbia, e solo “la ragione” potesse contenerli. Questa è la tipica visione maschile. In realtà la cosa giusta è il contrario: la voce di Patricia veniva fuori dall’amore verso suo figlio, dal ringraziamento per coloro che si erano mossi per lui e dal Desiderio che il suo ricordo non fosse associato alla rabbia della vendetta. Dagli affetti.

Parola precisa e preziosa, caricata di umanità e tenerezza, ricca di metafore estremamente fisiche (molte volte relazionate con l’acqua: il fiume aperto, la marea di solidarietà, la risacca del dolore…), la voce di Patricia è riuscita a disarmare a momenti la voracità dei mezzi di comunicazione e delle reti sociali, fondati sulle logiche della spettacolarizzazione, semplificazione e polarizzazione sociale.

E ci ha fatto cadere, indirettamente e come per un regalo, alcune delle indicazioni che ognuno può convertire in modi di resistenza alla distruzione dell’empatia e alla coltivazione di un’altra sensibilità: circondarsi da vincoli di cura, cercare l’intimità e il silenzio, ringraziare la dolcezza, trasformare gli affetti reattivi in affetti attivi, evitare la strumentalizzazione, non lasciare che altri parlino a nostro nome, non assumere eccessivo protagonismo, “puntare sempre al cuore”.

Guerra tra poveri

Mame Mbaye, di origine senegalese, vicino di casa di Madrid e lavoratore ambulante, è morto il 15 marzo nel contesto di un inseguimento di polizia nel quartiere di Lavapiés. Senz’ombra di dubbio, lo ha ucciso un sistema di maltrattamento quotidiano che inietta quotidianamente la paura, sradica la felicità e ammala, distruggendo il diritto umano alla spensieratezza, al riposo e alla serenità, come spiega Sarah Babiker.

Questo sistema di maltrattamento quotidiano – legge di cittadinanza, disuguaglianza economica, retate di polizia, ecc. – è esattamente la “pedagogía della crudeltà”. Più che perseguire obiettivi concreti, come lo sradicamento dell’ambulantato, quello che si cerca di fare è produrre insensibilità: marchiare e farci vedere l’altro come altro, distinguere tra i sommersi e i salvati, tra quelli che sono dentro e quelli che sono fuori, rompere l’empatia  ed ogni possibile solidarietà.

Aizzare una guerra tra poveri, quando in realtà il collettivo degli ambulanti è solo la punta più estrema delle tendenze generali per le quali oggi nulla è in salvo: la precarizzazione, la mancanza di protezione e di difesa della vita.

Un giorno dopo la morte di Mame Mbeye, i discorsi che si sono improvvisati nella concentrazione di Piazza Nelson Mandela di Lavapiés mescolavano la degna rabbia (per una morte intollerabile) e le parole che richiamavano ancora una volta all’uguaglianza, alla comune umanità, all’empatia. Contro il mandato della crudeltà: non sentire, non sentire insieme ad altri, non commuoversi.

Gli oratori hanno parlato in non meno di tre lingue (inglese, francese, spagnolo), mostrando così di passo la potenza che c’è nelle vite migranti: l’energia, le capacità e i saperi che abitano in questi corpi abituati alle traiettorie più difficili, all’apprendistato e alla realfabetizzazione costanti, alla creazione di reti di appoggio e di complicità.

Non sono solo poveri o vittime che meritano la nostra compassione, ma in loro abita una grande ricchezza, un grande potenziale che la nostra società non sa né vuole accogliere. Come ha ricordato Malick Gueye, portavoce del sindacato degli ambulanti, Mame non era solo “ambulante”, ma anche una persona impegnata nella lotta per i diritti sociali e un artista, a cui non si è permesso di esercitare la sua professione in Spagna.

Lacrime felici

Lo confesso. Mi sono venute le lacrime agli occhi l’8 marzo vedendo di prima mattina un “picchetto” di ragazzine con meno di sedici anni (e di ragazzini, di dietro) mentre si inseguivano con energia, di corsa e infinita lucidità nelle loro consegne.

Mi sono salite le lacrime agli occhi ascoltando Patricia Ramírez mentre chiedeva alla gente che “si togliesse la strega dalla testa” e si ricordasse meglio le “buone azioni” che ebbero luogo durante la ricerca di Gabriel.

Mi sono venute le lacrime agli occhi ascoltando gli oratori della Piazza Nelson Mandela di Lavapiés che facevano appello, solo un giorno dopo la morte (morte politica) di Mame, all’umanità condivisa, all’uguaglianza di tutte le persone.

Il filosofo e scrittore Georges Bataille diceva che vi sono “lacrime felici”. Non sono esattamente lacrime di gioia, ma di emozione per vedere accadere qualcosa di “miracoloso”: imprevedibile, inaspettato, impensabile, impossibile ma sicuro.

È “miracoloso” ascoltare chi ha sofferto il male più grande parlare di lottare per più vita e non per più morte, per più umanità e non per meno, per più empatia e non per più guerra di tutti contro tutti. Che ci si inumidiscano continuamente gli occhi con queste lacrime, per risvegliare e riattivare la nostra pelle indurita dal principio di crudeltà.

Grazie a Marga, Marta, Diego, Ema, Guille, Jabuti, Miriam, Juan e Leo per le nostre conversazioni.

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