L’unica democrazia mediorientale tra guerra e apartheid – di Zvi Schuldiner

19 luglio 2018 – il manifesto

Mentre la tensione cresce enormemente nel sud di Israele, dove la guerra sembra inevitabile, anche su altri fronti gli intenti molto poco chiari del governo israeliano sembrano accelerare il passo. Guerra con chi? Con la Siria o Con Hezbollah o Con l’Iran?

A Helsinki il governo israeliano ha segnato un punto: sia Donald Trump che Vladimir Putin, per ragioni diverse, sembrano aver approvato le intenzioni di Israele quanto alla situazione in Siria e alla presenza dell’Iran in quel paese. I russi sono diventati la superpotenza che domina la guerra, decidono rispetto al cessate il fuoco nel sud e appoggiano o frenano l’azione dell’esercito siriano. Il ruolo centrale della Russia è decisivo, ma al tempo stesso Assad e i russi sanno che parte delle vittorie sono state assicurate dalla presenza di combattenti libanesi di Hezbollah e di quelli iraniani.

PER L’IDEA che domina in Israele, la presenza dell’Iran è un cambiamento evidente nei rapporti di forza regionali ed è considerata una minaccia esistenziale. I continui attacchi aerei israeliani contro le truppe iraniane e contro l’invio di armi a Hezbollah da parte dell’Iran sono stati un chiaro intento di limitare entrambi gli attori. Gli attacchi sono stati sempre condotti previo coordinamento con le forze russe e in generale i russi non vi si sono chiaramente opposti.

Mosca vorrebbe che gli iraniani lasciassero il paese ma deve tener contro della sua alleanza con l’Iran; alcuni accordi che limitano le regioni nelle quali sono ammesse presenze non siriane. A Helsinki Israele ha segnato un altro punto importante quando entrambi i presidenti hanno chiesto, per il sud della Siria, il ritorno ai termini dell’accordo del 1974 che stipulò un limite alla presenza militare e il controllo internazionale, dopo la guerra del 1973.

FORSE QUESTA NOTTE è stata approvata la nuova «legge sulla nazionalità», criticata perfino da politici di destra come Beny Begin e dal presidente di Israele. Si tratterà di una grave macchia sull’assai problematica democrazia etnica israeliana. Anche se, viste le critiche, la destra radicale ha abbandonato i concetti più estremi, si tratta comunque di una legge sul «carattere ebraico» dello Stato di Israele, con una preferenza chiara per gli ebrei e un atteggiamento di discriminazione o almeno disinteresse nei confronti degli altri israeliani, il 20% della popolazione.

TUTTAVIA, mentre quasi tutti gli occhi sono rivolti alla legge in questione e alla situazione nel sud, il Parlamento approva leggi – anche nelle ultime ore – che consolidano la presenza dei coloni nei territori occupati, limitano le possibilità legali dei palestinesi e legalizzano l’inferno dell’occupazione.
Intanto migliaia di ettari intorno in prossimità della Striscia di Gaza sono bruciati. I missili e le bombe continuano a far paura e contemporaneamente alla mattanza di oltre 160 palestinesi durante le marce del ritorno, da oltre cento giorni vengono lanciati palloncini-condom pieni di elio che incendiano i campi. La situazione a Gaza non è migliore; la miseria, la mancanza di acqua ed elettricità, i rigori dell’assedio sono all’ordine del giorno.

Oggi cinici rappresentanti dell’Anp hanno protestato contro alcune delle misure israeliane di inasprimento dell’assedio in risposta agli ultimi attacchi palestinesi. Questo però non cancella la politica di Abu Mazen che per calcoli di potere interni ha deciso di peggiorare la situazione dei palestinesi di Gaza.
Tutti cercano di evitare lo scontro vero e proprio: il rappresentante dell’Onu nella regione, Nikolai Vladanov, i contatti con gli egiziani che fanno pressione su Hamas, gli europei e altri, però… Però i dissidi interni fra i palestinesi portano le diverse fazioni a una gara a chi è più radicale; il cessate il fuoco con Hamas può indurre la Jihad islamica a realizzare attacchi per dimostrare una «maggiore lealtà alla causa». Intanto l’Anp critica Israele e tutti dichiarano di non volere la guerra.

ANCHE ISRAELE lo dice, precisando che il pericolo è nel nord e che là occorre concentrare gli sforzi militari, però…Il comandante dell’esercito è stato attaccato duramente dalla destra per la sua riprovazione verso il soldato che a Hebron ha ucciso un palestinese inerme. Poi i successi nel nord e la mattanza di palestinesi, che ha fatto fallire la marcia del ritorno, hanno ridato popolarità al generale Eizenkot. Ma negli ultimi giorni, a causa della situazione nel sud e dei dissidi all’interno della destra, in rete gli si dà nuovamente del «traditore». In una riunione del gabinetto di sicurezza, il ministro dell’educazione Naftali Bennet, ultradestra, ha incitato l’esercito a sparare contro i bambini e i ragazzi che lanciano i palloncini esplosivi; il comandante gli ha risposto che questo sarebbe contrario alle regole e ai valori dell’esercito israeliano.

Chi è più di destra? Mentre oggi Netanyahu riceve Orbán. È questa la pericolosa domanda che aleggia nell’aria. E quando una bomba cade su una casa a Sderot provocando quattro feriti, arrivano tutti lì, Netanyahu, il ministro della difesa Liberman e quant’altri…

IN QUESTE ORE il pericolo di una nuova guerra si fa sempre più vicino e i giochi di potere fra le parti potrebbero far precipitare la situazione. Solo un freno a livello internazionale – la chiave passa per l’Egitto, ma non solo – può evitare stupide provocazioni che regalerebbero un’occasione d’oro agli estremisti israeliani. I dissensi all’interno della destra isaeliana che già pensa alle prossime elezioni agli inizi del 2019 potrebbero portare a una radicalizzazione dell’élite politica, e la relativa moderazione dell’esercito e degli organismi di sicurezza a quel punto non sarebbero un ostacolo sufficiente a evitare nuovi spargimenti di sangue.

Chi è più forte? Andiamo, andiamo tutti al circo del sangue, il sangue versato sarà quello degli altri; ci saranno alcuni morti anche fra gli israeliani, ma in maggioranza saranno palestinesi. E la già disastrosa situazione a Gaza peggiorerà enormemente.

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