Volontari per dovere. In memoria di Roberto e Saveria Antiochia – Rocco Artifoni

Faceva caldo sulla spiaggia di Ostia domenica 28 luglio del 1985. Roberto Antiochia, 23 anni, agente di polizia, era lì a godersi le meritate ferie. Era contento, perché aveva ottenuto da pochi mesi il trasferimento a Roma, così poteva stare vicino alla mamma Saveria, rimasta vedova. Ma aveva nostalgia di Palermo, dove aveva prestato servizio, fino a pochi mesi prima, nella squadra “catturandi”, a dar la caccia ai latitanti, collaborando con il Commissario Beppe Montana e con il Vice capo della Squadra Mobile Ninni Cassarà.

Roberto era alto, dinoccolato, rosso di capelli: non poteva passare inosservato, con quel suo modo di portare la pistola, avvolta in una calzamaglia e infilata nella cintura dei jeans. Durante gli anni trascorsi nella trincea palermitana aveva imparato il mestiere: “Un mestiere infame, senza mezzi e pieno di sacrifici, in una città che neanche partecipa ai funerali dei poliziotti”, aveva detto un giorno Roberto. Ma nonostante le difficoltà Roberto lavorava con passione e con metodo, imparando a conoscere i segreti della mafia. Poco tempo gli rimaneva per stare insieme alla sua ragazza, Cristina, 22 anni. Non era solo abnegazione, fedeltà, dovere. Ma anche e soprattutto stima, amicizia, affetto: “Darei la vita per difendere Montana e Cassarà”, Le aveva detto Roberto.

Faceva caldo a Palermo il 28 luglio del 1985, quando a Palermo la mafia uccise il Commissario Beppe Montana. Era ancora luglio quando -esattamente due anni prima- a Palermo i mafiosi uccisero il giudice istruttore Rocco Chinnici, il padre del pool antimafia. Allora Montana aveva detto: “A Palermo siamo poco più d’una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà”. Appena Roberto Antiochia seppe dell’omicidio del suo amico e maestro Beppe Montana, partì per la Sicilia: prima ai funerali a Catania, poi a Palermo. Interruppe le ferie, chiese di rientrare alla squadra mobile, anche se ormai era in forze alla Criminalpol di Roma, di poter collaborare al lavoro investigativo, scegliendo volontariamente uno dei posti più pericolosi: fare la scorta a Ninni Cassarà.  Pur di stargli vicino, Roberto si era arrangiato alla meglio in quei giorni di soggiorno palermitano. “Dove andrai a dormire stanotte?”, gli chiedeva Ninni Cassarà ogni sera, quando Roberto lo accompagnava a casa. E lui: “Non si preoccupi: un letto lo troverò anche stavolta”.

Faceva ancora caldo a Palermo nel pomeriggio di martedì 6 agosto 1985. Erano trascorsi soltanto 9 giorni dalla morte di Beppe Montana. Ninni Cassarà quel giorno aveva deciso di tornare a casa a mangiare. La moglie Laura e la figlia di Ninni vedono dal balcone l’auto della polizia arrivare sotto casa. Ninni e Roberto scendono dalla vettura e si avviano verso le scale: le raffiche micidiali del Kalashnikov dei killer mafiosi li hanno falciati inesorabilmente sulla soglia, insieme.

Faceva ancora caldo a Roma giovedì 22 agosto del 1985 quando sulla prima pagina del quotidiano La Repubblica, Saveria Antiochia, mamma di Roberto, scrisse una lettera aperta al Ministro degli interni dal titolo “Li avete abbandonati”. Saveria scrisse: “Ho vissuto vicino a mio figlio in questi anni, ho soggiornato spesso a Palermo, ho conosciuto funzionari e colleghi. Ho visto che non avevano le macchine chieste da più di un anno, ho visto le alfette da inseguimento della Squadra mobile rattoppate, malridotte e riconoscibili anche dai bambini. Ho visto gli agenti usare le macchine personali o farsele prestare dagli amici. Ho visto disputarsi l’ intera Squadra l’ unico binocolo a disposizione. Ho visto i funzionari pagare gli informatori di tasca loro. Sono solo esempi, piccoli esempi di una grande sordità. Se lei fosse stato meno preoccupato per la sua incolumità, il 7 agosto, al Duomo di Palermo, avrebbe sentito in mezzo alle proteste degli agenti le nostre voci disperate. Quella di Assia, la fidanzata di Montana, la mia, quella di Cristina, la fidanzata di mio figlio, ma soprattutto quella di Roberto dalla sua bara.”

Da allora Saveria Antiochia ha passato ogni giorno della sua vita a parlare di legalità e di giustizia nelle scuole di tutta Italia, rivendicando il diritto dei cittadini a vivere in un paese libero dalla corruzione e dalle mafie. Ai giovani diceva: “ora siete tutti miei figli”. Nel 1995 insieme a don Luigi Ciotti ha fondato Libera. Negli ultimi tempi, quando era ammalata e stava per morire, diceva: “Roberto è sempre con me. Ci parliamo, facciamo le cose insieme. È per questo che sono riuscita a fare tutto quello che ho fatto”.

Quest’anno Roberto Antiochia avrebbe compiuto 51 anni. Gli ultimi 28 non li ha potuti vivere, perché consapevolmente ha perso la vita, non per lo Stato, ma scegliendo di stare a fianco di chi cercava verità e giustizia. Come scriveva già nel 1765 Antonio Genovesi: “Lo stato migliore non è quello dove sono le leggi migliori, ma quello dove sono gli uomini (e le donne) migliori”. Roberto e Saveria sono tra questi. Non dimentichiamoli.

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