Comunione e Liberazione: un modello cattolico di egemonia? – Giorgio Morlin

A fronte di alcune vicende milanesi in cui sono coinvolti esponenti nazionali di primo piano di Comunione e Liberazione, vorrei esporre alcune mie personali osservazioni non tanto sul versante giudiziario e politico di tali vicende ma piuttosto su quello ecclesiale. Infatti, CL è nata primariamente come associazione ecclesiale agli inizi degli anni ’70 in una stagione storica alimentata da forti contrapposizioni sociali. La città di Milano, da questo punto di vista, è stata un grande laboratorio politico: Movimento Studentesco e Lotta Continua, Potere Operaio e Comunione e Liberazione con svariati gruppuscoli di destra ed estrema destra. Tutti mescolati in un unico calderone sociale-culturale che ha scatenato passioni e tensioni collettive talmente esasperate per alcune frange giovanili  da arrivare alla violenza armata da parte del terrorismo rosso e nero.

Comunione e Liberazione, per proteggersi dai molteplici attacchi provenienti da questo vasto arcipelago movimentista, è sorta dandosi una radicata connotazione identitaria e offrendo agli aderenti forti ragioni culturali e religiose per difendersi e magari anche per attaccare gli avversari.  A livello ecclesiale e partendo da quella lontana stagione, nel cattolicesimo italiano emersero progressivamente due diverse concezioni, rappresentabili sinteticamente nelle categorie della “mediazione” e della “presenza”. La cultura della “mediazione”, identificata con la cosiddetta “scelta religiosa dell’Azione Cattolica, tendeva a fare della proposta cristiana non un modello di superiorità ma d’incarnazione, non d’imposizione ma di dialogo. Sul versante opposto affiorava, invece, la cultura della “presenza”, la quale, rimproverando un certo ottimismo conciliare di una parte di Chiesa italiana, riaffermava con forza la necessità, appunto, di presenza, di occupazione delle istituzioni e di massima visibilità cristiana nella società. Il movimento CL è stato negli anni il principale fautore di questa visibilità e di questa presenza per “conquistare” spazi civili da cristianizzare in un’ottica di opposizione frontale -si diceva allora- “contro il mondo secolarizzato e nichilista”. Su questa base ideologica di partenza una parte di cattolicesimo italiano ha espresso forme di viscerale integrismo religioso cavalcando una strategia spregiudicata per la conquista del potere a tutti i livelli. E la cosiddetta Compagnia delle Opere, braccio economico dell’associazione fondata da don Giussani,è diventata uno dei massimi protagonisti nel sistema degli appalti pubblici in Italia, tanto è vero che “Comunione e Liberazione” viene ironicamente definita da qualcuno come “Comunione e fatturazione”!…

Allora, da questo punto di vista si potrebbe dire che CL ha rappresentato un modello di cattolicesimo nel segno dell’egemonia. È proprio questo, infatti, che più o meno sembra essere avvenuto nell’Italia degli ultimi trent’anni. Un’egemonia CL all’interno della politica locale e nazionale (Formigoni governatore della Lombardia per quasi 20 anni!) e dell’economia (30.000 imprese targate CL!), della scuola e della sanità pubblica, ecc. A partire da questi dati, ad esempio, si è sviluppata una disinvolta frequentazione di esponenti CL con imprenditori, faccendieri, finanzieri, banchieri e quant’altro.

Però, la cronaca nazionale di queste ultime settimane ha investito anche l’ambito strettamente giudiziario: incriminazione di alcuni alti esponenti CL per tangenti su appalti miliardari truccati,  per corruzione, ecc. Sono emersi stili opulenti di vita con fiumi di denaro, yacht di lusso e vacanze esotiche a cinque stelle, certamente incompatibili con gli “impegni di povertà, castità e obbedienza” previsti per coloro che aderiscono all’associazione laicale ciellina Memores Domini!

Il responsabile di CL, don Julian Carron (la Repubblica, 2 maggio 2012), ha giustamente riconosciuto la fallibilità dei singoli esponenti, chiedendo perdono all’opinione pubblica italiana per queste gravi carenze di testimonianza evangelica. È sufficiente, però, fare appello alle coscienze dei singoli personaggi e non scorgere nello stesso DNA identitario di CL quell’integrismo del “duri e puri” che, puntando all’egemonismo e alla separatezza nella società, toglie all’esperienza cristiana il significato fecondo del lievito, come ci dice la parabola evangelica? Il lievito non si contrappone ma s’immerge nella pasta operando nel segno della mitezza, della mediazione e del dialogo paziente.

Io ritengo che la Chiesa e il cattolicesimo italiano in genere, se intendono proporsi come testimoni oggi evangelicamente credibili, debbano necessariamente passare dal modello dell’egemonia (dal greco hegemòn=capo) al modello della compagnia (dal latino cum panis). Compagnia, quindi, come capacità della Chiesa e dell’associazionismo cattolico, di condividere lo “stesso pane” attorno alla stessa mensa dell’uomo e della polis del nostro tempo, nel fondamentale atteggiamento del servizio e non della conquista.

Rispondi