Sette mosse per salvare l’euro – Joseph Stiglitz

da Internazionale 1168 | 26 agosto 2016  

Dire che l’eurozona non ha ottenuto buoni risultati dopo la crisi del 2008 è poco. Gli stati che ne fanno parte se la sono cavata peggio degli altri paesi dell’Unione europea e molto peggio degli Stati Uniti, che sono stati l’epicentro della crisi. Alcuni paesi dell’eurozona sono in recessione. Altri sembrano in condizioni migliori, ma solo in confronto ai primi, e il loro modello economico è basato su politiche che funzionano a spese dei loro partner. Questa situazione viene spiegata in vari modi. La Germania preferisce dare la colpa alle vittime, sottolineando il deficit e il debito pubblico della Grecia e di altri paesi, ma confonde causa ed effetto: fino al 2008 Spagna e Irlanda avevano un surplus di bilancio e un buon rapporto tra debito e pil. È stata la crisi a far crescere deficit e debito, non il contrario. Altri danno la colpa allo stato assistenziale e alle leggi sul lavoro. Ma paesi virtuosi come la Svezia e la Norvegia hanno uno stato sociale generoso e forti tutele per i lavoratori.
Prima dell’introduzione dell’euro alcuni paesi oggi in difficoltà avevano risultati migliori della media europea. Il loro declino non dipende da un cambiamento delle leggi sul lavoro o da un’epidemia di pigrizia. A cambiare è stata la situazione monetaria. La seconda spiegazione è che l’Europa avrebbe avuto bisogno di leader migliori e più ferrati in economia. È vero che le scelte sbagliate – non solo l’austerità, ma anche le riforme strutturali che hanno ampliato la disuguaglianza e indebolito la domanda e la crescita – hanno peggiorato la situazione. Ma l’eurozona è stata frutto di un accordo politico, ed era inevitabile che la Germania contasse più degli altri. Considerando gli strumenti a disposizione, neanche il più brillante degli economisti avrebbe potuto far prosperare l’eurozona. Il terzo tipo di spiegazioni è rappresentato dalle critiche della destra alla burocrazia e alle regole troppo rigide che hanno ostacolato l’innovazione. Ma neanche queste argomentazioni centrano la questione.
Gli eurocrati, lo stato assistenziale e le leggi sul lavoro non sono cambiati con l’introduzione dei tassi di cambio fissi nel 1999 o con la crisi del 2008. Resta la quarta spiegazione: la responsabilità è più dell’euro che non delle politiche e dei problemi strutturali dei singoli paesi. L’euro è nato male, e neanche i migliori politici del mondo avrebbero potuto farlo funzionare. La struttura dell’eurozona ha imposto una rigidità che ricorda quella del sistema aureo. La moneta unica ha cancellato il principale meccanismo di aggiustamento a disposizione degli stati, il tasso di cambio, e l’eurozona ha limitato la loro autonomia nella politica monetaria e fiscale. Per compensare le asimmetrie e le divergenze nella produttività erano necessari aggiustamenti nel tasso di cambio reale adeguato all’inflazione. Ciò significa che i prezzi nella periferia dell’eurozona dovevano calare rispetto alla Germania e all’Europa settentrionale. Ma Berlino è stata irremovibile sull’inflazione, e l’aggiustamento è stato possibile solo attraverso una devastante deflazione altrove. Questo ha comportato l’aumento della disoccupazione e l’indebolimento dei sindacati. I paesi più poveri e i loro lavoratori hanno sostenuto il peso dell’aggiustamento. Di conseguenza i tentativi di stimolare la convergenza tra i paesi dell’eurozona sono falliti.
Questo sistema non può funzionare a lungo: sarà la democrazia a decretarne il fallimento. Solo cambiando le regole e le istituzioni l’euro potrà sopravvivere. Per farlo servono sette interventi: abbandonare il limite del tre per cento al rapporto tra deficit e pil; sostituire l’austerità con una strategia per la crescita sostenuta da un fondo di solidarietà; smantellare un sistema in base al quale i paesi devono prendere a prestito in una moneta che non possono controllare e sostituirlo con gli eurobond o un meccanismo simile; ridistribuire il peso dell’aggiustamento, facendo in modo che i paesi con i bilanci in attivo debbano aumentare gli stipendi e la spesa fiscale, così che i loro prezzi aumentino più rapidamente degli altri; ampliare il mandato della Banca centrale europea, che si concentra solo sull’inflazione, a differenza della Federal reserve statunitense, che tiene conto dell’occupazione, della crescita e della stabilità; introdurre un’assicurazione comune sui risparmi, che eviti le fughe di capitali dai paesi in crisi; incoraggiare, anziché vietare, politiche industriali che permettano ai paesi arretrati di ridurre il distacco dagli altri.
Dal punto di vista economico sono piccoli interventi, ma forse i leader dell’eurozona non hanno la volontà politica di applicarli. Questo non cambia il nocciolo della questione: l’attuale via di mezzo è insostenibile. Un sistema che dovrebbe promuovere lo sviluppo e l’integrazione sta producendo risultati diametralmente opposti. Un divorzio amichevole sarebbe meglio dello stallo attuale. Come abbiamo visto a giugno nel Regno Unito, se i leader europei non sanno o non vogliono prendere decisioni difficili gli elettori sono pronti a prenderle al posto loro.

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