{"id":2880,"date":"2018-10-21T12:40:06","date_gmt":"2018-10-21T10:40:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/?p=2880"},"modified":"2018-10-21T12:40:06","modified_gmt":"2018-10-21T10:40:06","slug":"un-cambiamento-irreversibile-di-guido-viale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/2018\/10\/un-cambiamento-irreversibile-di-guido-viale\/","title":{"rendered":"Un cambiamento irreversibile &#8211; di Guido Viale"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il cambiamento climatico in corso \u00e8 il grande assente dalle politiche non solo italiane, ma anche europee e mondiali.<\/strong> Con poche eccezioni lo si nomina solo per non doverne pi\u00f9 parlare. <strong>C\u2019\u00e8 un negazionismo esplicito<\/strong> che risorge periodicamente nonostante l\u2019evidenza dei fatti (vedi Trump, ma anche, dietro a lui, l\u2019esercito in marcia dei trumpiani);<strong> un negazionismo di fatto<\/strong> che consiste nel parlarne e farne parlare il meno possibile (\u201ci problemi sono altri\u201d\u2026 \u201cil problema \u00e8 la crescita\u201d\u2026); <strong>e c\u2019\u00e8 un negazionismo opportunista<\/strong> che dice tutto e il contrario di tutto (vedi Renzi che, a Parigi, vanta i progressi delle rinnovabili in Italia \u2013 che lui peraltro aveva fermato \u2013 e subito dopo si adopera per far fallire il referendum contro le trivellazioni). Ma in tutti e tre i casi i negazionisti <strong>hanno un denominatore comune, come spiega Naomi Klein<\/strong> in <em>Una rivoluzione ci salver\u00e0<\/em>: <strong>tutti sanno che una catastrofe \u00e8 alle porte, ma hanno anche capito che per fermarla bisognerebbe cambiare alle radici l\u2019organizzazione sociale, e non sono disposti a farlo<\/strong>. Non possono farlo, ma non possono nemmeno pensarlo, cio\u00e8 concepirne e accettarne le implicazioni. Ma attenzione, una pigrizia mentale come questa colpisce spesso anche noi\u2026<!--more--><\/p>\n<p><strong>Bisogna invece prender atto che il cambiamento climatico sta assumendo un andamento irreversibile<\/strong>. Ce lo dicono innanzitutto i glaciologi: i ghiacciai continuano ad arretrare e non torneranno pi\u00f9 come prima; e cos\u00ec le calotte polari. In tutto l\u2019emisfero boreale si sta sciogliendo il permafrost, liberando quantit\u00e0 sterminate di metano (un gas serra 20 volte pi\u00f9 potente della Co2). E altro metano viene sprigionato dal riscaldamento dei fondali artici. Non si alzer\u00e0 solo il livello del mare; cambieranno le correnti marine, a partire da quella del Golfo; e quelle aeree, come El Nino e i monsoni, alterando completamente l\u2019assetto climatico del pianeta e moltiplicando, come gi\u00e0 accade, gli <strong>eventi estremi<\/strong> destinati a trasformarsi in catastrofi. Mentre nelle aree tropicali e temperate avanza ovunque il <strong>deserto<\/strong>. \u00c8 altamente improbabile che questo processo si arresti o addirittura si inverta per tempo: gli obiettivi fissati al vertice di Parigi sul clima sono insufficienti, ma nemmeno quelli vengono rispettati. Il tempo passa e tutti i cambiamenti in corso stanno subendo un\u2019accelerazione imprevista.\u00a0 Il mondo in cui vivranno i nostri nipoti, ma forse gi\u00e0 i nostri figli, se non anche alcuni di noi, non sar\u00e0 pi\u00f9 quello che conosciamo; sar\u00e0 molto pi\u00f9 ostico e render\u00e0 a tutti la vita molto pi\u00f9 difficile, e a molti impossibile. E s<strong>ar\u00e0 pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue<\/strong>. Le rinunce necessarie a rallentare il disastro (che per molti potrebbero anche rivelarsi vantaggi), quelle che i governi non osano prospettare ai loro elettori, verranno imposte, moltiplicate per dieci, da una natura ormai stravolta.<\/p>\n<p><strong>Gli antidoti ai guasti dell\u2019ambiente rientrano in due categorie generali: mitigazione e adattamento<\/strong>. Per i cambiamenti climatici, finora, si \u00e8 parlato quasi solo di mitigazione, cio\u00e8 di riduzione delle emissioni, e solo in campo energetico. Di agricoltura, allevamento e qualit\u00e0 dei suoli, fonti non meno rilevanti del problema, non si parla quasi mai. E si parla ben poco anche di adattamento.<\/p>\n<p>Se ne parla poco, ma si fa molto. Lo aveva illustrato, gi\u00e0 quattordici anni fa, un documento del Pentagono: i paesi dell\u2019Occidente (la Cina non veniva ancora presa in considerazione) devono attrezzarsi per far fronte \u2013 con la guerra \u2013 all\u2019ondata di <strong>profughi<\/strong> che i cambiamenti climatici spingeranno all\u2019assalto delle cittadelle benestanti del pianeta. Allora poteva sembrare solo un delirio militarista; ma oggi, di fronte alla costruzione della \u201cFortezza Europa\u201d, dobbiamo prendere atto del fatto che questo \u00e8 il modo in cui \u2013 consapevole o meno \u2013 il negazionismo imperante sia a destra che al centro e a sinistra conta di far fronte alle conseguenze di ci\u00f2 che non viene fatto in termini di mitigazione. \u00c8 chiaro che per noi l\u2019adattamento non pu\u00f2 essere la guerra; e ci\u00f2 chiama in causa innanzitutto la questione delle migrazioni: che per i paesi che ne sono la meta sono la manifestazione pi\u00f9 vistosa, per ora, delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Senza un\u2019alternativa vera e di ampio respiro alla guerra ai migranti, sferrata tanto da Trump \u2013 e prima di lui, e in silenzio, da Obama \u2013 che dall\u2019Unione Europea, non c\u2019\u00e8 nessuna possibilit\u00e0 di sottrarsi alla deriva di una politica criminale di portata planetaria. Ma, anche, nessuna possibilit\u00e0 di affrontare sul serio la \u201csfida\u201d che i cambiamenti climatici in corso imporranno a tutti: una sfida che ha bisogno di un coinvolgimento anche dei migranti, mentre far loro la guerra non fa che accelerare il disastro.<\/p>\n<p><strong>Occorre prospettare un\u2019alternativa che permetta a tutti, migranti e nativi, di non precipitare insieme in un abisso senza ritorno<\/strong>. Alle lotte, alle rivendicazioni e alle buone pratiche per rallentare il deterioramento climatico sia del territorio in cui si vive che dell\u2019intero pianeta, fin da ora vanno affiancate misure, ancora pi\u00f9 complesse, per promuovere forme di adattamento diverse dalla guerra ai migranti; misure che in larga misura coincidono con quelle di un approccio pi\u00f9 radicale alla mitigazione: <strong>non basta chiedere, o \u201cesigere\u201d, meno fossili e pi\u00f9 rinnovabili, meno sprechi, meno consumi superflui e meno Grandi opere, affidando al mercato, magari incentivato, il compito di perseguire obiettivi \u201cpi\u00f9 avanzati\u201d di quelli gi\u00e0 fissati a Parigi e non rispettati. Occorre lavorare, insieme ai migranti, per creare le condizioni di una sopravvivenza comune e di una convivenza solidale in ambienti \u2013 climatici, ma non solo \u2013 molto pi\u00f9 ostili di quelli che abbiamo conosciuto finora<\/strong>. In entrambi i casi \u2013 quello di una mitigazione pi\u00f9 radicale e quello di un adattamento non competitivo, e non fondato sulla guerra ai migranti \u2013 il principale fattore che li accomuna \u00e8 la resilienza: la capacit\u00e0 di costituire un ambiente che conti sempre meno su risorse attingibili solo su un mercato globale, e solo con il saccheggio del pianeta, e sempre pi\u00f9 su risorse fisiche, economiche e sociali locali: cio\u00e8 su una territorializzazione, ovviamente sempre parziale e <em>in progress<\/em>, delle attivit\u00e0 su cui si regge la vita di una comunit\u00e0.<strong> Tutto ci\u00f2 non partir\u00e0 mai dall\u2019alto, dai governi; dovr\u00e0 essere promosso e sviluppato, se mai lo sar\u00e0, dal basso<\/strong>: da movimenti di respiro e portata per lo meno europea, premendo e coinvolgendo innanzitutto le istituzioni a pi\u00f9 diretto contatto con le comunit\u00e0. Dunque, processi in gran parte locali. Ma con tre precisazioni: primo, non si tratta di un ripiegamento su se stessi, di una visione chiusa e regressiva della societ\u00e0: la circolazione dell\u2019informazione offerta dal web a livello planetario e quella libera delle persone \u2013 oggi permessa solo a ricchi uomini di affari e ai turisti, ma vietata ai poveri e ai fuggiaschi \u2013 possono garantire un\u2019apertura della vita sociale ben maggiore di quella promossa dalla globalizzazione odierna, peraltro gi\u00e0 ora compartimentata. D\u2019altronde ci sono beni, produzioni e mercati che non potranno essere territorializzati facilmente n\u00e9 in tempi brevi\u2026<\/p>\n<p>Secondo, la territorializzazione dovr\u00e0 essere un modello replicabile ovunque. Le migrazioni di oggi, e quelle del futuro, grazie al web e ai mezzi di trasporto, non sono necessariamente per sempre: la partecipazione dei migranti come lavoratori regolari a <strong>processi di conversione economica fondati sulla resilienza nei territori<\/strong> del continente europeo pu\u00f2 fornire know-how e stimoli per un loro impegno anche nella rigenerazione dei territori e delle loro comunit\u00e0 di origine, che loro conoscono bene. Quel che resta di quelle comunit\u00e0 \u00e8 tenuto insieme in gran parte dalle donne che hanno lasciato l\u00e0; il ritorno anche solo di una parte degli attuali migranti, armati di nuove esperienze e nuove competenze, potrebbe contribuire sia a rigenerare i suoli che a rinnovare le regole della convivenza anche nei loro paesi di origine. A condizione che ritorni la pace e che cessi la guerra per non farli entrare in Europa. Rinunciare a una prospettiva del genere significa optare per lo sterminio di miliardi di esseri umani.<\/p>\n<p>Terzo, locale vuol dire <strong>\u201clocale\u201d e non \u201cnazionale\u201d<\/strong>. Le dimensioni di un territorio su cui costruire processi di resilienza sono date dalla qualit\u00e0 delle risorse fisiche e umane su cui si pu\u00f2 contare; sono dimensioni diverse, che si sovrappongono in misura differente a seconda della risorsa impegnata; non sono date una volta per sempre e non sono ovviamente uguali ovunque; ma in nessun caso, o solo eccezionalmente, possono coincidere con quelle di uno Stato nazione. Perch\u00e9 sono dimensioni definite da processi partecipativi: sia quelli diretti, relativi alla gestione di un bene, di un servizio o di un\u2019attivit\u00e0 produttiva, sia quelli negoziali, fondati su accordi di lungo periodo che consentano di sottrarre una produzione o una fornitura alle turbolenze dei mercati globali; entrambi richiedono il coinvolgimento di un\u2019istituzione o di un governo locale, come pu\u00f2 esserlo un grande Comune o un\u2019unione di Comuni, base di ogni autentico federalismo.<\/p>\n<p>Questo vale soprattutto per i principali settori coinvolti dalla conversione ecologica: <strong>energia, agricoltura, alimentazione, edilizia, salvaguardia del territorio, mobilit\u00e0 e turismo: sono tutti settori in cui il grande, il concentrato, il centralizzato, sottratti a ogni controllo dal basso \u2013 l\u2019economia globale di oggi \u2013 si contrappongono al piccolo, al decentrato, al distribuito e al partecipato (il processo che fa di una risorsa un bene comune), caratteri irrinunciabili di un approccio che abbia di mira la resilienza<\/strong>. Senza partecipazione, cio\u00e8 senza il coinvolgimento, anche pratico e non solo a livello decisionale, di una popolazione, o di una sua parte consistente, non si d\u00e0 <strong>conversione ecologica<\/strong>; e questo spiega perch\u00e9 essa \u00e8 incompatibile con gli attuali assetti globali. La territorializzazione dovr\u00e0 valere a maggior ragione per la circolazione monetaria: con la convivenza, per un lungo periodo, sia delle valute controllate dalla finanza mondiale, come l\u2019euro, sia di diverse monete locali parallele, di ambito pi\u00f9 o meno vasto e pi\u00f9 o meno specializzato a seconda delle loro finalit\u00e0; monete che possono affermarsi soltanto se sorrette da una convinta partecipazione di chi le istituisce e le usa. Non si tratta certo di tornare alle vecchie valute nazionali su cui la popolazione non ha mai avuto alcun controllo n\u00e9 avrebbe potuto o potrebbe pi\u00f9 averlo (lo aveva lo Stato nazionale, fino a che esso era il principale strumento di governo in mano al capitale). Solo con una progressiva territorializzazione anche delle funzioni della moneta una comunit\u00e0 pu\u00f2 cercare di resistere \u2013 certo non senza pesanti costi \u2013 alla morsa del debito e a quel controllo da parte della finanza internazionale che ha gi\u00e0 strangolato la Grecia, l\u2019Argentina e cento altri paesi. E solo cos\u00ec si pu\u00f2 riconquistare una vera \u201csovranit\u00e0 monetaria\u201d che le permetta di affrontare i compiti della resilienza in campo ambientale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cambiamento climatico in corso \u00e8 il grande assente dalle politiche non solo italiane, ma anche europee e mondiali. 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