{"id":3161,"date":"2019-05-25T05:02:03","date_gmt":"2019-05-25T03:02:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/?p=3161"},"modified":"2019-05-25T05:02:08","modified_gmt":"2019-05-25T03:02:08","slug":"la-mia-africa-e-di-uomini-liberi-di-massimo-fini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/2019\/05\/la-mia-africa-e-di-uomini-liberi-di-massimo-fini\/","title":{"rendered":"La mia Africa \u00e8 di uomini liberi &#8211; di Massimo Fini"},"content":{"rendered":"<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/wp-content\/uploads\/2019\/05\/img_0413-1.jpg\" class=\"size-full wp-image-3163\" width=\"1521\" height=\"1442\"><\/p>\n<p>Domenica ho partecipato a Erbusco (Brescia) a un convegno organizzato da una piccola associazione culturale, Sirio B, intitolato \u201cAlle radici dell\u2019ospitalit\u00e0\u201d, spalmato su quattro giornate. Il tema che mi era stato affidato riguardava l\u2019identit\u00e0, \u201cil diritto dei popoli a filarsi da s\u00e9 la propria storia\u201d come io declino il principio all\u2019autodeterminazione sancito a Helsinki nel 1975 da quasi tutti gli Stati del mondo e regolarmente violato negli ultimi decenni.<\/p>\n<p>Ho riassunto nel modo pi\u00f9 sintetico possibile la mia posizione, perch\u00e9 la cosa pi\u00f9 interessante era la presenza di sette esponenti dell\u2019etnia Dogon, che vive attualmente nel Mali del Nord. Uno sforzo notevole per questa piccola organizzazione farli venire qui, sia per ovvi motivi economici, sia per farli uscire dal Mali dove da cinque anni \u00e8 in atto una guerra.<\/p>\n<p>I Dogon, sia pur con molti sforzi, sono riusciti a conservare intatte le loro tradizioni che risalgono, si pu\u00f2 dire, alla notte dei tempi. In un certo senso \u00e8 stato come ripercorrere la straordinaria esperienza vissuta negli anni Trenta da Karen Blixen (La mia Africa) e dei suoi rapporti con popoli allora altrettanto tradizionali, i Kikuyu, i Somali, i Masai e della difficolt\u00e0 per un occidentale di comprendere il senso che danno alla vita queste popolazioni. I Dogon hanno una cosmogonia complicata e raffinatissima che sarebbe impossibile sintetizzare qui se non dicendo l\u2019importanza magica che vi assume il \u2018feticcio\u2019 che \u00e8 il loro modo e mezzo per rapportarsi con il dio creatore, Amma. Ma ancora pi\u00f9 interessante \u00e8 il modo con cui i Dogon sono riusciti a convivere con altre etnie del posto che c\u2019erano prima di loro o che sono arrivate dopo.<!--more--> Nelle loro migrazioni hanno dovuto spostarsi verso le falesie dove viveva un\u2019altra etnia, i Tellem. Per non entrarvi in conflitto si sono spostati ai piedi di queste falesie e fare i conti con una foresta fittissima che hanno dovuto disboscare, con un certo rammarico come ci ha detto il loro portavoce Ihogodolo, guaritore, indovino della Volpe e cacciatore, perch\u00e9 istintivamente, e non per motivi ideologici, hanno un grande rispetto della natura e riluttano a modificarla. Mentre i Dogon tendenzialmente agricoltori si sistemavano ai piedi di queste falesie, un\u2019altra trib\u00f9, quella dei Bozo, tendenzialmente pescatori, si attestava sul Niger. In zona c\u2019erano anche i Tuareg, nomadi, e successivamente sono arrivate popolazioni di religione islamica. Insomma un bel pot-pourri. Eppure fra queste genti in parte molto diverse c\u2019era sempre stata, prima della guerra, una convivenza pacifica. Ci si limitava, come ha raccontato Ihogodolo, a qualche ironico sfott\u00f2. E\u2019 una conferma di ci\u00f2 che gi\u00e0 si sapeva e di quanto scrive, con l\u2019autorit\u00e0 dell\u2019antropologo, John Reader (Africa) e cio\u00e8 che in Africa Nera i conflitti, pur con qualche inevitabile eccezione in una storia bimillenaria, sono stati rari, sostituiti con le integrazioni fra le mille etnie. Scrive Reader parlando proprio della regione del Niger: \u201cIl rischio di conflitti era altissimo: in termini antropologici classici il delta del Niger avrebbe dovuto essere un \u2018focolaio di ostilit\u00e0 interetnica\u2019. Eppure ci\u00f2 che distingue la regione durante i 1600 anni di storia documentata non \u00e8 la frequenza dei conflitti, quanto la stabilit\u00e0 di pacifiche relazioni reciproche. Con ci\u00f2 non si vuol dire che non vi siano mai stati contrasti fra i gruppi, ma solo che, quando scontro vi fu, non si concluse con la sottomissione dei vinti\u2026il messaggio che ne discende \u00e8 di tipo adattivo: prevalenti modelli di accordo interetnico. Nei racconti la vittoria non era il valore supremo e i vincitori assumevano talvolta l&#8217;identit\u00e0 dei vinti\u201d. Questa concezione \u00e8 stata rappresentata nel piccolo teatro di Erbusco da una danza Dogon in cui le armi, bastoni e spade, non erano utilizzate per l\u2019offesa, ma solo a simularla.<\/p>\n<p>Questa pacifica convivenza \u00e8 stata spezzata nel 2014 quando i francesi, gi\u00e0 padroni del Mali del Sud la cui capitale Bamako \u00e8 guidata da un loro fantoccio, hanno attaccato il Nord del paese per impadronirsi delle sue risorse. Ci\u00f2 ha scatenato la reazione degli elementi pi\u00f9 combattivi della regione, gli islamici collegati all\u2019Isis (che i Dogon chiamano \u2018rebelles\u2019) e i Tuareg. Irebelles, foraggiati dall\u2019Arabia Saudita ma in possesso anche e soprattutto delle armi dell\u2019arsenale di Gheddafi che si sono sparse in tutta la regione, combattono prevalentemente i francesi ma non si fanno certo scrupolo di attaccare anche i Dogon che con i loro vecchi fucili da caccia hanno poche possibilit\u00e0 di difendersi, se non con qualche stratagemma come il blocco dei ponti e altre vie di passaggio. Ho chiesto a Ihogodolo come pensano di uscire da questa situazione che rischia di travolgere le loro tradizioni e perch\u00e9 non si sono uniti ai&nbsp;rebelles. \u201cNoi vogliamo solo conservare il nostro territorio\u201d. \u201cE allora?\u201d ho chiesto ancora. \u201cContiamo sulla difesa da parte del governo di Bamako\u201d. Una risposta molto ingenua perch\u00e9 Bamako \u00e8 in mano ai francesi che sono proprio quelli che hanno messo sottosopra il Mali del Nord rompendo l\u2019equilibrio che fino ad allora c\u2019era stato fra le diverse etnie e anche con gli islamici fino a quel momento non ancora radicalizzati e legati all\u2019Isis.<\/p>\n<p>Un\u2019annotazione in finale. Non credo che in Italia si abbiano molte occasioni di avere un contatto diretto con una trib\u00f9 africana, in pi\u00f9 non si fa altro che parlare da parte delle nostre Istituzioni e dei nostri giornali del pericolo delle migrazioni che provengono dall\u2019Africa subsahariana e che, per quanto riguarda il Mali, sono state causate dall\u2019attacco francese al pacifico Nord di quel paese. Cos\u00ec come l\u2019attacco franco-americano ha dissestato, con le conseguenze che ben conosciamo, la Libia del colonnello Gheddafi che in quanto presidente dell\u2019Unione Africana proteggeva, come ci ha confermato lo stesso Ihogodolo, anche i Dogon. Eppure in sala c\u2019era pochissima gente e nessun rappresentante delle Istituzioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Domenica ho partecipato a Erbusco (Brescia) a un convegno organizzato da una piccola associazione culturale, Sirio B, intitolato \u201cAlle radici dell\u2019ospitalit\u00e0\u201d, spalmato su quattro giornate. 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