{"id":4355,"date":"2021-06-28T13:44:55","date_gmt":"2021-06-28T11:44:55","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/?p=4355"},"modified":"2021-06-28T13:44:55","modified_gmt":"2021-06-28T11:44:55","slug":"tortura-e-disumanizzazione-di-classe-di-fabio-ciabatti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rrrquarrata.it\/www\/2021\/06\/tortura-e-disumanizzazione-di-classe-di-fabio-ciabatti\/","title":{"rendered":"Tortura e disumanizzazione di classe &#8211; di Fabio Ciabatti"},"content":{"rendered":"<p><em>Iside Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca\u2019 Foscari \u2013 Digital Publishing, 2019. Il libro \u00e8 liberamente scaricabile\u00a0<a href=\"https:\/\/edizionicafoscari.unive.it\/it\/edizioni4\/libri\/978-88-6969-391-5\/chaptersList\">QUI<\/a><\/em><\/p>\n<p>di Fabio Ciabatti, recensione a un libro di Iside Gjergji (testo ripreso da carmillaonline)<\/p>\n<p>Di fronte al persistere di un fenomeno come la tortura la prima reazione \u00e8 quella di sgomento e condanna morale. O almeno cos\u00ec dovrebbe essere. Ci\u00f2 nonostante, per comprendere questa terribile realt\u00e0 non ci si pu\u00f2 limitare a evocare la malvagit\u00e0 innata degli essere umani o i comportamenti devianti dei singoli. Occorre porsi una domanda pi\u00f9 radicale: perch\u00e9 gli Stati spingono alcune persone a torturarne delle altre? Affermare l\u2019esistenza di questa spinta significa presupporre che nella societ\u00e0 contemporanea vi siano delle dinamiche capaci di favorire l\u2019utilizzo della tortura e che questa, di conseguenza, svolga una qualche funzione nella riproduzione degli attuali assetti socio-economici.<br \/>\nE proprio da questo tipo di considerazioni parte Iside Gjergji nel suo ultimo lavoro <em>Sociologia della tortura<\/em>. <em>Immagine e pratica del supplizio postmoderno<\/em>. La prima cosa da chiarire \u00e8 che la tortura non riguarda il bisogno degli Stati di ottenere informazioni. Essa ha invece sempre come obiettivo finale la disumanizzazione delle vittime e il loro isolamento dalle rispettive comunit\u00e0 di riferimento. Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. Il suo bersaglio non \u00e8 soltanto il singolo torturato o la singola torturata, bens\u00ec il torturato-ceto o torturato-classe. Portare in primo piano la storia sociale dei corpi torturati significa sottolineare che essi non si presentano come semplici corpi biologici soggiogati da un generico potere; sono, invece, corpi che sono in grado di rivelare a quali ceti o classi sociali appartengono e che vengono soggiogati da un potere socialmente e storicamente determinato.<!--more--><\/p>\n<p>Affermare questo per l\u2019autrice non significa ignorare che la tortura esiste dalla notte dei tempi, ma riconoscere che essa ha una storia nella quale non si presenta sempre uguale a se stessa. Nel mondo premoderno la tortura \u00e8 apertamente riconosciuta come uno strumento legittimo in mano al potere, mentre in quello moderno la sua legittimit\u00e0 \u00e8 sottoposta a critiche sempre maggiori fino a che viene formalmente abolita a partire dalla Costituzione degli Stati Uniti nel 1787 e dalla Dichiarazione dei Diritti dell\u2019Uomo e del Cittadino nel 1789. Questo processo raggiunge il suo apice con la Dichiarazione universale dei diritti dell\u2019uomo del 1948, con le successive convenzioni internazionali <em>ad hoc<\/em> e con l\u2019inserimento negli ordinamenti giuridici nazionali di previsioni specifiche.<br \/>\nMa questa \u00e8 la storia che si svolge alla luce del sole. Nell\u2019ombra, sottolinea Gjergji, la pratica del supplizio non viene mai meno. Se la necessit\u00e0 di salvaguardare i diritti umani diventa ideologia comune, non a tutti, ed \u00e8 questo il punto dirimente, viene riconosciuta la qualit\u00e0 di essere umano. Un momento fondamentale di questa storia sotterranea \u00e8 l\u2019incontro che si verifica nelle colonie tra tortura e razzismo. Per rapinare le risorse delle colonie e per sfruttare al massimo la manodopera locale occorreva creare un sistema capace di ridurre i colonizzati a sotto-uomini, semplici cose. La risposta a tale bisogno strutturale fu il razzismo, inteso non come semplice ideologia o credenza ma, per dirla con Sartre, come razzismo-operazione: una prassi con una sua funzione specifica e una sua giustificazione incorporata che poggia interamente sulla violenza. Se il razzismo \u00e8 concepito in questo modo \u00e8 facile comprendere come la tortura rappresenti la sua verit\u00e0 estrema, essendo la forma pi\u00f9 estrema della violenza. Tortura e razzismo condividono lo stesso obiettivo: distruggere l\u2019uomo senza farlo morire, perch\u00e9 ci\u00f2 che davvero vogliono \u00e8 segnare un confine invalicabile tra razze, tra ci\u00f2 che \u00e8 umano e ci\u00f2 che non lo \u00e8.<br \/>\nUn altro episodio storico di grande interesse, connesso con il colonialismo, \u00e8 quello della caccia alle streghe. Non si tratta affatto di un lascito del buio Medioevo, che allunga le sue ombre sull\u2019alba dell\u2019et\u00e0 moderna, ma di una consapevole applicazione nella vecchia Europa dei metodi di dominazione sperimentati con successo da parte dei primi colonizzatori dell\u2019America. Il tutto, sostiene l\u2019autrice, per rispondere ai bisogni crescenti del nuovo sistema di produzione: svalorizzare la forza lavoro femminile, la pi\u00f9 richiesta dal \u201clibero\u201d mercato insieme a quella dei bambini, e allo stesso tempo a imporre una gerarchizzazione di genere all\u2019interno della nascente classe dei lavoratori \u201cliberi\u201d. Il legame tra tortura e stregoneria nasconde, nelle sue pieghe, il legame tra tortura e capitale, commenta l\u2019autrice.<\/p>\n<p>Facciamo un salto di alcuni secoli e con Gjergji arriviamo agli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale quando gli USA reclutano centinaia di ex nazisti con una vasta esperienza accumulata nelle torture di massa. Nel 1950 viene realizzato dalla CIA il <em>Kubark Counterintelligence Manual<\/em>, atroce compendio che ha guidato per molti anni le torture in molti Paesi, introducendo un\u2019importante novit\u00e0: il corpo non \u00e8 pi\u00f9 l\u2019unico bersaglio della violenza perch\u00e9 il supplizio diventa anche mentale. La progressiva privazione sensoriale del soggetto torturato comporta un pi\u00f9 rapido crollo psico-fisico e, in molti casi, non lascia segni visibili sul corpo. L\u2019utilizzo pi\u00f9 esteso di quelle che vengono ipocritamente definite \u201ctecniche di interrogatorio\u201d avviene probabilmente nell\u2019America Latina, dove sono funzionalmente collegate agli interessi commerciali statunitensi, colpendo soprattutto uomini e donne provenienti dalle classi lavoratrici e popolari o dalle loro organizzazioni sindacali e politiche.<br \/>\nGiungiamo infine ai nostri giorni e precisamente all\u201911 settembre 2001. Dopo l\u2019attentato alle Torri Gemelle, sottolinea l\u2019autrice, il discorso pubblico torna a fare aperta menzione della tortura quale pratica legittima. Non fa pi\u00f9 scandalo sostenere la necessit\u00e0 di utilizzare tecniche di \u201cinterrogatorio coercitivo\u201d per garantire la sicurezza nazionale. Il Patriot Act ha di fatto lasciato la porta aperta al loro utilizzo con l\u2019obiettivo dichiarato di vincere la guerra al terrore. I risultati si vedono presto: vengono pubblicate le foto dei militari americani che, sorridenti, torturano e umiliano i prigionieri iracheni ad Abu Ghraib. Immortalare le torture rientra in una precisa strategia ideata dai vertici militari perch\u00e9 la moltiplicazione delle immagini della tortura diventa essa stessa tortura, la sua forma finale, pericolosamente simile alla spettacolarizzazione premoderna delle liturgie punitive. L\u2019immagine \u00e8 infatti moltiplicatore di vergogna, minaccia alla reputazione sociale del torturato, perpetuazione dell\u2019umiliazione del torturato e del godimento dei torturatori.<\/p>\n<p>La tortura diventa anche frequente materia di rappresentazione filmica, in particolare nelle serie TV, nota l\u2019autrice. In una di grandissimo successo, <em>24<\/em>, la tortura rappresenta il pilastro fondamentale della struttura narrativa: nelle prime sei stagioni (su 8 complessive) ci sono ottantanove scene di tortura in cui Jack Bauer, il protagonista, usa quasi tutte le tecniche a disposizione: minaccia, ricatta, picchia, soffoca, accoltella, spara, folgora, droga. L\u2019orologio che compare costantemente sullo schermo in modalit\u00e0 <em>countdown<\/em> evoca il pi\u00f9 classico <em>ticking bomb scenario<\/em>, situazione tipo su cui si \u00e8 impantanato il recente dibattito sulla tortura: \u00e8 lecito utilizzare \u201cl\u2019interrogatorio coercitivo\u201d per estrarre informazioni che possono salvare vite umane minacciate da una bomba che sta per esplodere?<br \/>\nAl di l\u00e0 dell\u2019estrema improbabilit\u00e0 di questa situazione (che prevede la certezza che un ordigno sta per esplodere e la sicurezza che la persona interrogata ha le informazioni necessarie per sventare la minaccia) \u00e8 proprio la struttura di questo scenario a risultare mistificante. Il presupposto \u00e8 infatti che la tortura serve ad ottenere informazioni. Abbiamo visto, invece, che la tortura serve a disumanizzare, attraverso la violenza esercitata su alcuni individui, interi ceti e classi. E sappiamo anche che i corpi che subiscono il supplizio sono socialmente connotati, immersi negli attuali rapporti sociali di produzione. Giungiamo dunque a quella che \u00e8 la tesi pi\u00f9 forte del libro di Iside Gjergji. In ultima istanza la riduzione a nuda vita di interi gruppi sociali \u00e8 funzionale al \u201ccontrollo e alla svalorizzazione della loro forza lavoro\u201d. Per questo motivo maggiore \u00e8 il bisogno di controllo sulla forza lavoro, maggiore \u00e8 l\u2019uso della tortura da parte degli Stati, a prescindere dalla forma politica e istituzionale che questi possono assumere. La tortura di massa ha segnato i momenti di passaggio o di grave crisi dei sistemi di produzione mentre, nelle fasi di relativa stabilit\u00e0, essa \u00e8 servita a puntellarli. L\u2019elemento stabile nel suo orizzonte storico e geografico, ovvero la provenienza sociale delle sue vittime, rappresenta una chiara conferma.<a href=\"https:\/\/www.carmillaonline.com\/2020\/01\/14\/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro\/#fn1-57204\">1<\/a><\/p>\n<p>Commentando il ragionamento dell\u2019autrice, si pu\u00f2 sostenere che probabilmente non \u00e8 un caso che la storia segreta e quella palese della tortura si ricongiungono all\u2019inizio del nuovo millennio. L\u2019imperativo categorico del capitale in salsa neoliberista, infatti, \u00e8 stato quello di riconquistare il pieno controllo e aumentare lo sfruttamento di una forza lavoro che nel tornante storico degli anni sessanta e settanta, a livello internazionale, si era ribellata, a volte con successo, alla sua subordinazione. Una necessit\u00e0 che permane pi\u00f9 che mai acuta ancora oggi, anche in considerazione della situazione di crisi economica e sociale generalizzata che stiamo vivendo. Se questo \u00e8 vero non possiamo considerare la tortura come un residuo del passato destinato a scomparire.<\/p>\n<p>Le cicatrici che la tortura (post)moderna lascia sui torturati di oggi non sono altro che il prosieguo, o l\u2019anticipo delle cicatrici che il mercato, dove sono costretti a vendere la loro forza lavoro, ha gi\u00e0 lasciato e continuer\u00e0 a lasciare. Con la differenza che quelle lasciate dalla tortura si manifestano in una versione pi\u00f9 intensa, pi\u00f9 cruenta. I torturatori sono la versione horror di quegli \u2018acconciatori\u2019 della \u2018pelle\u2019 dei lavoratori, di cui parla Karl Marx quando illustra la sua biopolitica, perch\u00e9 i torturati appartengono, nella stragrande maggioranza dei casi, alle fila di coloro che sono costretti a vendere la loro \u2018pelle\u2019.<a href=\"https:\/\/www.carmillaonline.com\/2020\/01\/14\/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro\/#fn2-57204\">2<\/a><\/p>\n<p>Rimanendo a Marx, si pu\u00f2 sviluppare ulteriormente il ragionamento di Gjergji sostenendo che non solo la tortura \u00e8 funzionale allo svilimento della forza lavoro, ma che il lavoro in s\u00e9 stesso, portando alle estreme conseguenze la logica dello sfruttamento capitalistico, pu\u00f2 diventare una forma di tortura.<\/p>\n<p>Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime l\u2019azione molteplice dei muscoli e confisca ogni libera attivit\u00e0 fisica e mentale. La stessa facilitazione del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacch\u00e9 la macchina non libera dal lavoro l\u2019operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro.<a href=\"https:\/\/www.carmillaonline.com\/2020\/01\/14\/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro\/#fn3-57204\">3<\/a><\/p>\n<p>Nel segreto laboratorio della produzione, sostiene ancora Marx, \u201cil capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia sugli operai\u201d.<a href=\"https:\/\/www.carmillaonline.com\/2020\/01\/14\/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro\/#fn4-57204\">4<\/a> Qui il capitalista deve affermare la sua onnipotenza, cancellando l\u2019umanit\u00e0 del lavoratore, come il torturatore nei confronti del seviziato. La fabbrica deve rimanere un luogo separato, sottratto allo sguardo pubblico e affrancato dalle regole ordinarie, al pari della stanza dei supplizi. Certo non bisogna mai portare questi ragionamenti oltre il loro necessario limite. La tortura, in senso proprio, rimane uno strumento estremo, eccezionale, se paragonata alle \u201cnormali\u201d sofferenze che pu\u00f2 subire un lavoratore, per quanto tragiche esse possano essere. Ma occorre aggiungere che durante le situazioni di crisi, come quella che stiamo attraversando, i confini tra norma ed eccezione diventano maggiormente porosi. Basti qui ricordare, per concludere con le parole dell\u2019autrice, che per i torturatori di ogni latitudine, il razzismo \u201csperimentato nella vita quotidiana rappresent[a] una lunga ed efficace palestra di addestramento\u201d.<a href=\"https:\/\/www.carmillaonline.com\/2020\/01\/14\/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro\/#fn5-57204\">5<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol>\n<li>I. Gjergji, <em>Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno<\/em>, Edizioni Ca\u2019 Foscari \u2013 Digital Publishing, 2019, p. 71.<\/li>\n<li>Ivi, pp. 87-88.<\/li>\n<li>K. Marx, <em>Il capitale<\/em>, Libro primo, Editori Riuniti, 1980, p. 467.<\/li>\n<li>Ivi, pp. 468-469.<\/li>\n<li>I. Gjergji, <em>Sociologia della tortura<\/em>, p. 85.<\/li>\n<\/ol>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Iside Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca\u2019 Foscari \u2013 Digital Publishing, 2019. 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