Lettera di luglio-agosto 2020 – Rete di Quarrata

Carissima, carissimo,
non possiamo dimenticare le inquietanti colonne notturne di camion militari che portavano via le bare delle vittime di Coronavirus, immagini che hanno scavato la nostra anima. Voglio ricordarne altre due, potenti, perchè da esse può scaturire una riscossa etica e civile dell’intero Paese.
L’immagine di papa Francesco, che il 27 marzo percorre a piedi la gradinata del sagrato della basilica di San Pietro per implorare Dio di non abbandonarci in balia della tempesta; e quella del presidente Mattarella che il 25 aprile sale solitario i gradini dell’Altare della Patria per l’omaggio al “Milite ignoto” e per celebrare il 75° anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista e dal feroce regime fascista.
In quelle due piazze vuote si avverte la presenza densissima di donne e uomini che, senza lasciarsi abbattere dall’angoscia e dal dolore, si sono contagiati reciprocamente da sentimenti di fiducia e di speranza.
Niente sarà come prima. Quante volte abbiamo ascoltato questa massima in queste settimane, obbligati dal virus a comportamenti inediti. Ma davvero sarà come prima? La pandemia ci renderà migliori? O ci scopriremo sciaguratamente più cattivi? Non vogliamo dividerci in fazioni contrapposte tra apocalittici e integrati…
Quello che possiamo dire, e vale davvero per tutti, è che sarà molto difficile cancellare dai nostri occhi quelle immagini che ci hanno attraversato, anch’esse contagiandoci e, lo vogliamo sperare, rendendo più comunità, più collettività.

Un Giubileo dell’umanità potrebbe essere il modo adeguato di imparare da quello che stiamo patendo. Rinnovare quei vincoli tra persone con la Creazione, senza i quali saremo inevitabilmente perduti.
La pandemia che stiamo affrontando ci ha colti in maniera imprevista e dirompente. Non eravamo preparati, non solo dal punto di vista della gestione pubblica ma anche a livello psicologico. Il Coronavirus ci ha ricordato quanto l’uomo, nonostante tutti i progressi, rimanga un essere vivente fragile come gli altri.
Ora più che mai, infatti, è importante trovare il giusto equilibrio tra creare e mantenere gli spazi di libertà personale, e cooperare per il raggiungimento di obiettivi comuni. E’ fuori dubbio che si tratta di una situazione di crisi: ma non per questo non si può coglierne un lato positivo, farne un’esperienza costruttiva, per ritornare nel mondo con una maggiore consapevolezza di noi stessi e con una comprensione più chiara del valore della tolleranza, del rispetto, della solidarietà gli uni nei confronti degli altri.
Ricominciare! Sembra una parola d’ordine. Ma da dove ricominciamo? E come?
La quarantena è alle nostre spalle, o quasi, ma nulla sembra superato… o almeno non con quella tranquillizzante sensazione di soluzione trovata in tutti gli ambiti che forse qualcuno tra noi sperava. Però ricominciare si deve. Lo dobbiamo a noi stessi, al nostro futuro, ma anche al mondo che ci ruota intorno.
Ricominciare si può, perché la resilienza è una forza innata di cui tutta la natura è capace da sempre, dalla prima comparsa sulla Terra. Siamo capaci di mutare, anche radicalmente, adattandoci alle nuove condizioni di esistenza. Certamente pur riportando ferite profonde, ce la faremo anche questa volta.
La svolta però sta nel come ricominceremo. Se sceglieremo cioè di trattare questo momento storico come uno dei tanti passaggi della nostra vita, fatto di traslochi, spostamenti, chiusure in un posto ed aperture in un altro, lasciando tutto esattamente uguale in noi, attorno a noi, nelle nostre aspettative, nello stile della nostra esistenza. Oppure se sceglieremo di ripartire con un’altra marcia, un altro passo, un altro stile, altre priorità.
Nostro malgrado abbiamo dovuto concedere al Covid-19 tanti nostri fratelli e sorelle in umanità. Ora con un deciso atto di responsabilità interumana perché non gli concediamo di tirare fuori da noi anche un diverso, un meglio, un di più?
Nessuno ne è escluso. Basta che qualcuno abbia il coraggio di crederci e di sperare. Oggi di fronte ad una intera umanità chiamata a ricostruirsi, a ripartire, di fronte ad una società civile chiamata a scoprire una nuova relazionalità dopo mesi di distanze fisiche e a volte psicologiche, la storia di Waldemar Boff, nostro referente del progetto sociale Agua Doce nella Baixada Fluminense nella periferia malfamata di Rio de Janeiro-Brasile e dei suoi collaboratori, mi è sembrato uno scrigno che doveva essere aperto per tutti. Loro non sono supereroi, nessuno dedicherà loro un film. Sono persone come noi nate in un’altra parte del globo. Waldemar, un uomo che per tutta la vita ha dato priorità alle urgenze… a un certo punto ha deciso di dedicare tempo alle cose importanti. Quelle cose che fanno la differenza, che formano le comunità, che ridonano la speranza agli anziani (attraverso il progetto Nonna Angelina), il gusto della fraternità alle persone sole, che insegnano la condivisione e la determinazione ai bambini (attraverso il progetto dell’asilo M. Carrara), che fanno sentire gli adulti costruttori di futuro (attraverso il progetto di alfabetizzazione ambientale).
Il merito di Waldemar e dei suoi “fratelli” sta nella caparbietà di aver fatto sognare attorno a sé un’intera comunità nel tempo del Coronavirus. Questo è l’unico vero segreto che fa si che i sogni divengano realtà. La vita vince sempre sulla morte, nonostante la povertà e la sofferenza. Possa ognuno di noi dirlo a voce alta, scoprendo i nuovi germogli che dal ricominciare a vivere autenticamente nasceranno attorno a noi.
Antonio

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