Amazzonia, così il popolo dei Tembé ha «isolato» Bolsonaro e il Covid – di Lucia Capuzzi

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Da “Avvenire”

Hanno danzato. Danzato. E danzato ancora. Per «entrare in comunione» con quanti li hanno preceduti nella resistenza. E chiedere loro forza per continuare a combattere. La battaglia non è ancora finita. Ma, incredibilmente, i Tembé – circa tremila persone appartenenti al ramo indigeno dei Tenetehara – stanno vincendo. E, per questo, nell’ultima settimana, hanno deciso di celebrare con una grande festa, in vista di martedì, Giornata dell’Amazzonia per i popoli indigeni. Per l’occasione, le comunità di Tekohaw, Cajueiro e Canindé – situate nell’Alto Rio Guamá, far west dello Stato brasiliano del Pará – hanno accolto qualche visitatore dopo sei mesi di isolamento totale.

«Abbiamo chiuso per il bene nostro e di tutti», spiega Regis Tufo Moreira, una delle “guardie volontarie” incaricate di sbarrare il passo agli estranei. La quarantena auto-organizzata era l’unico modo per affrontare un nemico che, a differenza dei cacciatori di legname e schiavi responsabili della quasi estinzione dei Tembé nel passato recente, attacca e uccide senza far rumore: il Covid. Il virus è arrivato, per la prima volta, in una comunità indigena amazzonica lo scorso primo aprile: da allora, ogni giorno, 339 nativi sono stati contagiati e dieci sono morti, quattro di questi in Brasile, secondo gli ultimi dati della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam). L’intera regione – che abbraccia nove Paesi latinoamericani – è uno degli epicentri della pandemia con quasi 1,2 milioni di casi e 30mila vittime. Se fosse uno Stato, l’Amazzonia sarebbe il quarto più colpito al mondo. Nei 3mila chilometri di terra dei Tembe, però, nessuno si è ammalato. Eppure, l’Alto Rio Guamá dista meno di 170 chilometri da Paragominas, dove già 3mila persone hanno preso l’infezione e 94 sono morti. A salvare la comunità, finora, è stato il lockdown totale. Una scelta autonoma.

A sei mesi dall’esplosione dell’epidemia, il governo di Brasilia non ha ancora elaborato un piano efficace per mettere in sicurezza le zone indigene – particolarmente vulnerabili per mancanza di strutture sanitarie –, riducendo i contatti con il resto della popolazione. Nemmeno l’ordine della Corte Suprema, l’ha smosso. Nell’inerzia istituzionale, i Tembé hanno preso in mano la situazione. «Abbiamo deciso di restare nei nostri villaggi. I viaggi in città o in altre comunità sono stati consentiti solo per causa di forza maggiore. Soprattutto abbiamo chiuso le porte all’esterno», afferma Sergio Muty, leader di Tekohaw. I Tembé sono riusciti a predisporre un efficace controllo degli accessi grazie alla lunga esperienza di sorveglianza contro i taglialegna di frodo. Un sistema modellato su quello dei “guardiani” del popolo cugino del Pará: i Guajajara. Proprio i cacciatori di risorse – legali e illegali – sono il principale agente di contagio in Amazzonia. Sono stati questi ultimi a portare il coronavirus a Ipatse, una delle 109 comunità native dello Xingú, a sud del Pará, all’inizio di luglio. Finora, su quattrocento indigeni Kuikuru, 77 si sono ammalati. Inclusa una novantenne. Nessuno, però, è morto. Anche stavolta a evitare la tragedia, per il momento, è stata la creatività dei nativi. I Kuikuru hanno creato una propria App per monitorare, via cellulare, i casi sospetti. Al contrario dello stereotipo – ribadito di frequente dal presidente Jair Bolsonaro – di «primitivi», gli indios sanno combinare la tecnologia più moderna, senza rinunciare al sapere ancestrale. Con l’aiuto del ricercatore Bruno Moraes, la comunità ha impiegato l’applicazione per censire i residenti e registrare i loro spostamenti, consentiti solo per forza maggiore.

«La gente viaggia soprattutto per rifornirsi di cibo e combustibile. Per ridurli abbiamo ideato un sistema di ripartizione. I venti che erano costretti a spostarsi ogni settimana si sono ridotti a tre», racconta Moraes. A Ipatse, inoltre, gli abitanti hanno costruito una oca, una casa comune per la quarantena. E con una colletta, hanno allestito un dispensario, con mini-bombole d’ossigeno d’emergenza. Impensabile in un Paese dove gli indigeni devono percorrere 300 chilometri nella foresta per raggiungere una terapia intensiva.

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