Caporali, pomodori e precariato: una selezione di articoli

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9 agosto 2018 – il manifesto
II due anelli di una lunga e feroce catena
di Tonino Perna, economista

Dopo l’ultima strage è aperta la caccia ai “caporali”. Si è scatenata una gara a chi attacca in maniera più dura i “caporali”, individuati come origine dello sfruttamento e della stessa morte dei lavoratori immigrati. Il cliché è esattamente lo stesso di quanto avviene da ormai troppo tempo rispetto alle stragi di migranti nel mar Mediterraneo: è tutta colpa dei mercanti di carne umana. Pertanto, lotta dura e senza paura contro i mercanti, per mare e per terra.

L’attuale governo ha le idee chiare in proposito: eliminiamo “trafficanti e caporali” e il fenomeno immigratorio si spegnerà da solo così come le migliaia di braccianti che raccolgono pomodori nel foggiano o arance nella piana di Rosarno troveranno finalmente un lavoro regolare e pagato a tariffa sindacale. L’immaginario collettivo costruisce lo scenario: trafficanti di carne umana rapiscono i giovani dell’Africa, li costringono a lasciare la loro terra per venire in Europa, o nel migliore dei casi li ingannano con promesse di lavoro e ricchezza. Così come i “caporali” sfruttando i braccianti africani li costringono a lavorare per quattro soldi: scompare il ruolo dei proprietari terrieri, delle multinazionali del food, della grande distribuzione.

Chi conosce le dinamiche che hanno investito in questi ultimi decenni le strutture agricole del Mezzogiorno, sa bene che finora quasi nulla si è fatto per affrontare seriamente il fenomeno dei braccianti africani, ridotti in condizioni di semischiavitù. I “caporali”, figura odiosa di un’ampia letteratura, sono solo un anello di una filiera di sfruttamento che si è intensificata in agricoltura da quando son venuti meno, per le piccole e medie aziende agricole, i contributi della Ue.

Fino agli inizi di questo secolo la Comunità europea erogava, ad esempio per agrumi e pomodori, un contributo rilevante alle aziende di trasformazione in base alle fatture che presentavano. In breve tempo si è creato un cortocircuito illegale: le aziende agricole fatturavano alle imprese di trasformazione che presentavano a Bruxelles il conto per prendersi l’incentivo, indipendentemente da ogni controllo, facilmente aggirato con relativa corruzione. Consigliamo la lettera del volume di Fabio Mostaccio “La guerra delle arance”: nella piana di Gioia Tauro-Rosarno si producevano sulla carta quantità di succo di arancia superiori a quelle prodotte da Brasile e Spagna messe assieme, mentre le arance restavano sugli alberi e poi marcivano a terra nella bella stagione.

Quando i contributi della Ue son venuti meno ed è caduto l’incentivo diretto alle aziende di trasformazione, allora i proprietari agricoli hanno dovuto ritornare sul mercato e tentare di vendere questi prodotti che subiscono una concorrenza spietata a livello internazionale, ma ancora di più subiscono i diktat della grande distribuzione che fa i prezzi ed affama chi produce. Quando un chilo di pomodoro viene pagato a meno di dieci centesimi o un chilo delle arance di Rosarno a 12 centesimi, piccole e medie imprese agricole sopravvivono solo grazie allo sfruttamento selvaggio della manodopera africana. Se non ci fossero questi immigrati che lavorano per venti euro al giorno, non avremmo più arance, pomodori e altri beni agricoli made in Italy.

C’è una sola alternativa credibile anche se non immediata: la trasformazione della filiera agro-alimentare. Decine di casi di aziende agricole hanno assunto regolarmente braccianti italiani e stranieri che pagano rispettando i contratti nazionali grazie all’inserimento in reti di economia solidale (Gruppi di acquisto solidali, botteghe del Commercio equo, le associazioni e gruppi di “fuori mercato”, ecc.), che acquistano ad un prezzo anche cinque volte maggiore e vendono ai loro acquirenti e soci a prezzi spesso inferiori a quelli dei supermercati.

Come è possibile? Semplice saltano tutte le intermediazioni parassitarie. Più volte le inchieste della rivista “Altreconomia” ne hanno dato conto, mostrando la sostenibilità e l’efficacia di queste relazioni sinergiche, tra produttori e consumatori “consapevoli”, del Nord e del Sud del nostro paese, dove prezzo “giusto” e tutela ambientale (valorizzazione del bio, recupero essenze antiche, ecc.) vanno a braccetto.


1 agosto 2018 – Il Fatto Quotidiano
Voucher, l’Italia non vuole privarsi dei super precari
La nuova liberalizzazione tocca agricoltura e turismo, settori a scarsa produttività che vivono risparmiando sul costo del lavoro
di Marta Fana

Sembra risolversi in un eufemismo il decreto Dignità con l’ipotesi, sempre più realistica, di una nuova liberalizzazione dei voucher rispetto al regime attuale, introdotto poco più di un anno fa dal governo Gentiloni. I voucher, o buoni lavoro, erano stati oggetto di un vero e proprio scontro politico tra i governi delle larghe intese, da quello Monti fino a quello Gentiloni, e l’opinione pubblica e una parte dei sindacati, confederali e non. A oggi, l’ipotesi in discussione è quella di estendere i buoni lavoro al settore agricolo e a quello turistico alberghiero, mentre sembra meno probabile la loro reintroduzione anche per gli enti locali.

Il dibattito a cui si assiste in questi giorni ignora scientemente tutti gli argomenti e le analisi portate avanti fino al 2017, rispolverando la sempiterna idea per cui a maggiore flessibilità si accompagna un aumento occupazionale, come sottolinea Coldiretti che parla di un potenziale aumento di 30.000 rapporti di lavoro solo nel mese di agosto. Stesso discorso per gli attacchi all’introduzione delle causali per i contratti a termine oltre i dodici mesi prevista del decreto. Una idea superata dai fatti e dalla ricerca scientifica, ma difficile da scalfire nell’egemonia neoliberista che governa i processi politici degli ultimi decenni. Il tema elude non a caso ogni argomento in merito alla qualità di questi rapporti: durata, diritti, libertà, ma soprattutto sovrappone in modo errato il concetto di rapporto di lavoro con quello di nuova occupazione.

Rimanendo al tema dei voucher, ripercorrendone la storia, è utile ribadire che l’esplosione dei buoni lavoro tra il 2012 e l’ultimo trimestre del 2016 fu rallentata in modo consistente non tanto dalla loro fittizia abolizione, bensì dall’introduzione della tracciabilità per i datori di lavoro. Un riduzione intensificatasi a partire da giugno 2017 con l’abolizione degli originari voucher e l’introduzione dei contratti PrestO. L’occupazione non si è contratta da allora, ha mutato forme contrattuali: dai voucher al lavoro intermittente (o a chiamata), che torna ad aumentare a tassi elevati. Sarebbe interessante chiedersi e indagare se e quanto i nuovi strumenti telematici non abbiano raggiunto una diffusione proporzionalmente coerente con i livelli precedenti a causa dei limiti imposti o a causa della scarsa capacità dei datori di lavoro di adeguarsi agli strumenti telematici. Acquistare un voucher al tabacchi risultava operazione a portata di tutti contrariamente alla registrazione attraverso il portale dell’Inps che richiede quelle minime capacità digitali non ancora universali in Italia. Quanto ai dati, il tasso di crescita dell’ultimo trimestre 2016 sullo stesso periodo del 2015 è del 38%, mentre nel complesso del 2017 rispetto al 2016 il lavoro a chiamata aumenta del 120%. Non si tratta di stabilizzazioni ma di contratti brevi, a forte contenuto precario.

L’utilità dei voucher come unico strumento per regolarizzare rapporti di lavoro brevi è presto smentita dai dati sulla durata dei contratti a termine (il 78% dura meno di 365 giorni) e soprattutto quelli a termine in somministrazione (di cui il 99% ha una durata inferiore all’anno). Contratti sui quali non interviene in alcun modo la seppur lieve stretta sui rapporti a tempo determinato prevista dal decreto Dignità. Essa infatti si applica, se approvata, ai contratti oltre i dodici mesi, che sono una minoranza, non agendo in nessun modo sul vasto mondo del lavoro frammentato.

L’estensione dei voucher non farebbe che aumentare l’estrema precarietà del lavoro più vulnerabile, privandolo di quei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione ma in fondo anche dal buon senso in una società pervasa sempre più aggressivamente da elevati livelli di povertà tra i lavoratori. La povertà nel lavoro è allo stesso tempo l’anticamera del disagio economico a fine carriera quando dovranno essere contati i contributi versati dai lavoratori in vista della pensione. A conti fatti, a prescindere dai voucher, le aziende hanno a disposizione una molteplicità di strumenti per perseverare nell’uso del lavoro discontinuo e a basso costo, potendo al contempo far leva sulla rotazione e la ricattabilità dei lavoratori. Questo aspetto ormai caratterizza la nostra economia e non si vede un’inversione di rotta di cui invece ci sarebbe un gran bisogno. Il costo del lavoro, fin troppo basso per molte forme contrattuali, a partire dai livelli salariali, deve essere considerato un freno alla crescita e non viceversa, rompendo definitivamente il solco ideologico attorno al quale si sono saldate sia la politica italiana sia buona parte delle istituzioni del lavoro.

Resta poi un ulteriore problema. La terziarizzazione a scarsa produttività verso cui è virata l’economia italiana, che vede tra i settori in maggiore espansione quello turistico-alberghiero e ristorativo: dal punto di vista sistemico questa dinamica non produrrà effetti solidi nel medio e lungo periodo. C’è da chiedersi se almeno la crescita contingente non debba essere distribuita equamente tra aziende e lavoratori, e allo stesso tempo se sia possibile avallare un sistema aziendale incapace di remunerare adeguatamente il suo maggiore fattore di produzione, il lavoro appunto. Relativamente all’agricoltura invece, dove sempre più spesso caporalato e schiavitù appaiono i tratti salienti delle relazioni industriali, l’estensione dei voucher appare un compromesso al ribasso che volta le spalle alle questioni fondamentali che caratterizzano questo ramo dell’economia e in cui i vinti e gli sfruttati continueranno a riempire le file della disperazione sociale a cui il paese risponde quotidianamente con atti di violenza tra gli ultimi.

 


9 agosto 2018 – il manifesto
Responsabilità estesa alle aziende ma i pochi controlli non funzionano
La legge anticaporalato. 30mila imprese assumono in modo irregolare, 400mila i braccianti potenziali vittime
Adriana Pollice

«La legge 199 sul caporalato c’è ma non viene completamente applicata. Dobbiamo partire da quello e rafforzare le tutele già in parte previste» è la posizione del premier Giuseppe Conte, ribadita ieri a Palazzo Chigi, in linea con i 5S. Fino a un mese fa, però, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e il ministro della Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, spingevano per cambiarla perché «invece di semplificare complica».

LA NORMA è entrata in vigore a novembre 2016, il testo prevede la condanna non solo del caporale ma anche del datore di lavoro, il reato viene considerato più grave se il reclutamento è avvenuto con violenza o minaccia. È prevista la confisca dei beni utilizzati per l’illecito che vanno dal furgoncino con cui si portano i braccianti sui campi all’azienda stessa (che può finire in controllo giudiziario) o al denaro di cui non si possa giustificare una diversa provenienza. Fin qui la legge riscuote un generale consenso.
C’è invece una parte che si presta all’elusione, lasciando così il settore in mano a pratiche illegali. Ad esempio l’iscrizione facoltativa delle imprese nella Rete del lavoro agricolo di qualità, presso l’Inps. Su 200mila attive in Italia, hanno ottemperato appena 3.600. «Persino quelle in regola – spiega Marco Omizzolo, responsabile scientifico dell’associazione In Migrazione – non hanno il coraggio di rompere l’omertà. Preferiscono non iscriversi, accettando quindi di competere in un mercato irregolare, pur di non dare fastidio alla grande distribuzione e alle imprese che utilizzano capitali illeciti».

ALL’ILLEGALITÀ diffusa si affiancano le mafie: «Quelle straniere, come la rumena o la bulgara, gestiscono i flussi dall’est – prosegue Omizzolo – poi c’è quella dei lavoratori indiani. I clan nostrani gestiscono il trasporto delle merci all’estero, i mercati ortofrutticoli e la grande distribuzione».

I CONTROLLI sono un punto debole della legge 199. Il report dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil spiega che, in ognuno dei 220 distretti agricoli, ci sono in media 34 caporali, circa 15mila su tutto il territorio. Sono circa 30mila, poi, le aziende agricole che ingaggiano lavoratori in modo irregolare: il 60% impiega caporali; 9mila ricorrono a caporali violenti; quelle colluse con organizzazioni criminali sono quasi 3mila, 900 usano metodi mafiosi. Dall’altro lato dello spettro, sono 400mila i braccianti potenziali vittime di caporalato, 100mila vivono in schiavitù. Per contenere il fenomeno ci sono 2.832 unità in forza all’Ispettorato del Lavoro: 1.182 in capo all’Inps, 299 all’Inail. Nel 2017, su 7.265 ispezioni, sono stati individuati 5.522 lavoratori irregolari di cui 3.549 in nero. «I controlli non funzionano – spiega Omizzolo –, utilizza metodi superati: la filiera non si basa più sul punto di incontro dove vieni ingaggiato dal caporale. Le batterie di lavoratori adesso vengono coordinate via whatsapp o sms. E ancora: quando arrivano gli ispettori ai cancelli dell’azienda, la vedetta avverte, partono i messaggi e i lavoratori in nero spariscono. Bisogna poi incidere di più su strumenti come gli indici di congruità: l’estensione, la quantità di produzione e i lavoratori dichiarati. A Latina, ad esempio, ci sono aziende di 100 ettari che dichiarano di fare il raccolto in soli 3 giorni con 5 lavoratori».

LO STATO non sempre cerca dove dovrebbe: «Molte buste paga sono fasulle, 28 giorni di lavoro effettuati e solo 4 o 5 dichiarati, con la complicità di commercialisti e avvocati. Le illegalità non avvengono solo al Sud: nel grossetano ci sono gli stessi fenomeni di sfruttamento pure in presenza di una produzione di qualità vanto del made in Italy. Nel bresciano è morto un bracciante di fatica proprio come Paola Clemente in Puglia».

NON FUNZIONA neppure la parte dedicata al piano di interventi (che avrebbe dovuto essere adottato entro 60 giorni dall’entata in vigore della legge) per la logistica e il supporto dei braccianti, cioè trasporto e alloggi. Le istituzioni hanno attivato linee di finanziamento ma non ci sono obblighi per i datori di lavoro. Così è stata semplicemente ignorate e i ghetti sono rimasti in piedi. Con gli effetti che si sono visti nel foggiano. «La legge va applicata tutta – conclude Omizzolo – coinvolgendo forze dell’ordine e istituzioni. I controlli devono arrivare fino alla grande distribuzione. Soprattutto, va eliminata la Bossi–Fini, che ha dato legittimità informale a tutto il sistema di sfruttamento dei braccianti».

 


2 agosto 2018 – il manifesto/inserto EXTRATERRESTRE
I pelati al «doppio ribasso» di Eurospin
Un tweet bombing contro il meccanismo delle aste capestro costringe la multinazionale a rispondere: «È il mercato»
di Luca Martinelli

Venerdì 27 luglio, alle 16, l’account Twitter di Eurospin è stato investito da un tweet bombing. I messaggi erano questi: «La spesa intelligente (è il claim pubblicitario del gruppo della Grande distribuzione organizzata, ndr) non la fare sulla pelle di agricoltori e lavoratori»; «Non si può comprare al ribasso mentre i braccianti sono ancora vittime del #caporalato. Fermiamo le aste al doppio ribasso dei supermercati». O, ancora, «con le aste al ribasso @Eurospinitalia schiaccia la filiera e impoverisce l’#agricoltura. Fermiamo queste pratiche sleali!».

La campagna di pressione social l’hanno promossa l’associazione Terra! Onlus e la Federazione dei lavoratori dell’agroindustria (Flai) della Cgil, che due giorni prima avevano denunciato come la società della grande distribuzione Eurospin – forte di oltre mille punti vendita in Italia – nella primavera del 2018 avrebbe acquisito 20 milioni di bottiglie di passata di pomodoro a 31,5 centesimi l’una, usando il meccanismo dell’asta online al doppio ribasso. Un meccanismo distorsivo che funziona così: la società stabilisce una base d’asta ed indice una gara – al ribasso – raccogliendo una prima offerta da tutti i concorrenti, quindi prevede lo svolgimento di una seconda gara – ovviamente anche questa al ribasso – la cui base d’asta è l’offerta più bassa ricevuta durante la prima gara.

Questo meccanismo costringe le industrie di trasformazione del pomodoro, che ogni anno ne lavorano oltre 5 milioni di tonnellate, a una forte competizione, al punto da spingerli a vendere sottocosto un prodotto che sovente non è ancora stato acquistato dalla parte agricola. In questo modo, prima della stagione di raccolta, i supermercati decidono il prezzo del pomodoro (e di altri prodotti alimentari): tutta la contrattazione che segue tra industriali e agricoltori è destinata a muoversi entro questi parametri, spesso con possibilità di margine estremamente ridotte. Tutto ciò riguarda un mercato che vale circa 3 miliardi di euro.

«Le aste al doppio ribasso della grande distribuzione costringono i fornitori ad un gioco d’azzardo senza vincitori – spiega Ivana Galli della Segreteria generale della Flai Cgil – È una pratica sleale che deve essere vietata per legge, perché impoverisce tutta la filiera agroalimentare. Sui campi di tutta Italia denunciamo da anni lo sfruttamento del lavoro e il caporalato, ma per evitarli è necessario anche intervenire a monte della filiera, dove i potenti gruppi della distribuzione determinano la sorte di chi produce il cibo».

Anche noi, quindi, quando compriamo una confezione di passata di pomodoro al supermercato potremmo – senza volerlo, e senza saperlo – alimentare una «filiera sporca», quella che si è servita del lavoro schiavo per la raccolta dell’oro rosso. Per eliminare del tutto il fenomeno del caporalato, insegna il meccanismo delle aste online al doppio ribasso, non si può guardare solo a ciò che accade nei campi.
Lo sa anche il ministero dell’Agricoltura, che nel 2017 – grazie alla campagna #ASTEnetevi, promossa da Terra!, Flai Cgil e associazione Da Sud – ha promosso un Protocollo contro le aste al doppio ribasso e la trasparenza di filiera, sottoscritto dal ministero, da Federdistribuzione e da Conad, protocollo che impegnava la Gdo a bandire tale modalità di acquisto. Alcuni gruppi – tra cui evidentemenre Eurospin – non hanno voluto abbandonare una pratica sleale e dal forte impatto economico sull’intera catena produttiva. «Quella che abbiamo denunciato è, a quanto ci risulta, l’unica asta al doppio ribasso che si è svolta nel 2018» dice al manifesto Fabio Ciconte, direttore di Terra! Onlus.

Le campagne di pressione delle associazioni e delle organizzazioni sindacali, infatti, paiono aver toccato il mondo della grande distribuzione organizzata, strutture di vendita che nel nostro Paese occupa ormai il 72% del mercato dei generi alimentari. Alla denuncia di Terra! Onlus e Flai hanno risposto – su Twitter – molti operatori del settore, prendendo le distanze da Eurosping. Così Mario Gasbarrino, presidente e amministratore delegato di Unes e U2 supermercati: «Da quando sono in U2 mai fatto un’asta. I nostri compratori devono visitare le aziende, parlare con i fornitori e guardarli negli occhi: solo così riusciamo a fare davvero interessi dei nostri clienti». Sulla stessa linea Francesco Pugliese, ad e direttore generale di Conad: «Conad non fa asta di nessuno tipo, ma la domanda che mi e vi faccio: forse basta non partecipare per risolvere il problema?». Interviene anche Giorgio Santambrogio, amministratore delegato del Gruppo VéGé e presidente dell’Associazione distribuzione moderna: «Se la modernità della distribuzione si misura solo nella capacità di avere il prezzo più basso possibile a scapito della dignità dell’uomo, io e Gruppo VéGé vogliamo essere annoverati tra i tradizionali»; «il sottoscritto e l’intero Gruppo VéGé ritengono profondamente scorretta e rifuggono la modalità delle aste online con doppio ribasso. Ok ad una serrata negoziazione di filiera, ma deve essere sempre fair. La dignità dell’uomo viene prima di tutto». Sentito dal manifesto, Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, aggiunge: «Si pensava che quel tipo di fenomeno fosse superato con la stipula dell’accordo tra il ministero e i rappresentanti del mondo della distribuzione. Non è bello che queste pratiche sleali, che anche l’Ue sta cercando di censurare, siano ancora in essere».

Un movimento d’opinione così forte lo ha smosso la denuncia di Terra! Onlus e di Flai Cgil, ma anche la risposta di Eurospin, affidata a un comunicato pubblicato dal portale specializzato gdoweek.it. Il gruppo, che ha sede nel veronese e quest’anno festeggia i 25 anni di attività, spiega di essere consapevole dei rischi, ma non chiede scusa, anzi rilancia: «In un mercato veloce, competitivo e fluido, che pianifica poco (al massimo a tre-cinque anni, e noi lo facciamo), le aste online possono anche mettere in difficoltà alcuni operatori, produttori o agricoltori», ma «noi dobbiamo fare l’interesse del consumatore». Qual è questo interesse, secondo Eurospin? «Prezzi competitivi, insieme alla qualità». La colpa di tutto, però, sarebbe del «mercato»: «A volte è cattivo e tutti si devono adeguare e trovare strade nuove, un fatto certo non semplice». Una risposta spregiudicata, secondo Ciconte. Per questo Terra! nel tweet bombing chiama ad agire il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio: «Chiediamo al ministro @giamma71 e al Parlamento di intervenire subito per vietare le aste al doppio ribasso sui prodotti alimentari!».

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