Editoriale del n. 120 di In Dialogo

Attualmente in Brasile si sta manifestando in modo netto e inequivocabile l’intolleranza a senso unico da parte del binomio giustizia-media contro l’ex presidente Lula. Un progetto che sta portando il Paese alla rovina. Si sta perdendo la speranza di diventare una società più giusta che possa includere nel suo processo sociale la stragrande totalità dei suoi figli.
L’operazione Lava Jato è diventata uno strumento di azione politica per penalizzare alcuni a danno di altri. Ora è chiaro che il processo e la reclusione dell’ex presidente Lula sono diventati il primo obiettivo di questa operazione, che mira a far si che Lula non possa candidarsi alle prossime elezioni di ottobre, candidato che tutti gli attuali sondaggi danno per favorito.
Il processo che lo ha condannato è considerato da molti giuristi nazionali e internazionali (vedi a pag. 7 l’intervento di Luigi Ferrajoli) una farsa e rappresenta una grave violazione della legge. Anche la stampa più accorta e indipendente, BBC e New York Times in testa, lo hanno evidenziato.
Oggi la magistratura giudica, arresta e scarcera in modo arbitrario, pubblicando spudoratamente i giudizi prima delle sentenze sui media, ignorando la Costituzione. A Lula viene imputato di essere proprietario “occulto” di un attico sulla spiaggia di Guaruja, ma nessuna carta lo certifica, anzi al Catasto è assegnato all’ impresa costruttrice OAS di Luiz Pinheiro. Le prove, per dichiarazione del pubblico ministero Dallanhol, non ci sono “ma l’assoluta convinzione della sua consapevolezza, si”. Come dichiarò il PM nel corso di una conferenza stampa con tanto di power point -e non in tribunale- Lula sarebbe “il comandante supremo” di una associazione a delinquere, ancora una volta in base a mera “convinzione”.
Più efficace di lui si è rivelato nei fatti il magistrato Sergio Moro, allo stesso tempo giudice istruttore e giudicante, autorità monocratica che la magistratura ha voluto arbitro. Moro ha condannato Lula in primo grado, ancora una volta senza nessuna prova.
L’esclusione di Lula dalle elezioni del prossimo ottobre attraverso un procedimento giudiziario è segnato da clamorose anomalie, che in qualsiasi altro ordinamento avrebbero imposto la ricusazione dei giudici.
I tragici avvenimenti avvenuti nelle ultime settimane che hanno funestato la vita e la coesistenza civile del Brasile, come l’assassinio brutale e programmato della consigliera comunale di Rio de Janeiro, Marielle Franco e del suo autista Anderson, mentre rientravano dopo un incontro politico, colpita da munizioni in dotazione della Polizia Federale, devono destare preoccupazione e allarme in tutti noi che siamo da sempre vicini al popolo brasiliano e a quello Latinoamericano.
E’ forte l’impressione che l’attacco alla democrazia rischia di fare arretrare il Brasile verso un nuovo regime fondato sulla discriminazione e la violenza.
Prova generale, dopo ciò che è successo nel 2009 in Honduras, Golpe contro Zelaya, nel 2012 in Paraguay, Golpe contro Lugo e nel 2015 con l’insediamento di Macri in Argentina, per cancellare in tutta l’America latina la speranza di uno sviluppo pacifico e sostenibile di un reale progresso nei ceti poveri della società

Tra i giudici del Supremo Tribunale Federale, in merito alla presunzione di innocenza sino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna, ha prevalso di misura -6 contro 5- la singolare opinione che attendere la sentenza definitiva costituirebbe una garanzia di impunità.
E’ impossibile non constatare che, alla vigilia di tale decisione, il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Eduardo Villas Boa e vari altri esponenti militari, sono intervenuti a sostenere pubblicamente il carcere preventivo per Lula.
La pesante irruzione dei militari nella vita politica brasiliana, per la prima volta dopo la restaurazione della democrazia, evoca i sinistri ricordi della dittatura che oppresse il Brasile dal 1964 al 1984, regime che proprio il governo Lula aveva definitivamente archiviato.
E’ stato proprio in quegli anni che la Rete Radiè Resch è nata e ha tenacemente lavorato a sostegno dei prigionieri politici brasiliani, sostenuto le loro famiglie e i tanti movimenti che si erano creati.
Ripenso alla storia dei frati domenicani, incarcerati e barbaramente torturati, Frei Tito liberato in cambio del rilascio dell’ambasciatore svizzero, Frei Betto nostro continuo riferimento, Frei Fernando (ho sempre dentro di me la sua testimonianza sulla tortura raccontataci durante la sua partecipazione al nostro convegno nazionale di Rimini) e Frei Ivo.
Frei Betto scriveva nel 1969 dal carcere, dove ha passato 4 anni, al processo è stato condannato a due anni…:
“Non credo nel Dio dei magistrati
né in quello dei generali o delle allocuzioni patriottiche.
Non credo ne Dio della fortuna dei ricchi
ne in quello della paura degli opulenti
o del divertimento di chi ruba al popolo.
Non credo nel Dio della Pace bugiarda,
nel Dio della giustizia impopolare
o delle venerande tradizioni nazionali.
Non credo nel Dio costruito, a immagine e somiglianza dei potenti,
del Dio inventato come sedativo, alla miseria e ai dolori dei poveri.
Non credo nel Dio che dorme tra i muri, o si nasconde negli scrigni delle chiese.
Non credo nel Dio dell’ordine stabilito sul disordine costituito.
Il Dio della mia fede nacque in una grotta
fu perseguitato da un re straniero
e camminò errante per la Palestina
Si faceva accompagnare dalla gente del popolo,
dava pane a chi aveva fame,
luce, a chi viveva nelle tenebre;
libertà, a chi giaceva in catene;
pace, a chi invocava da lui giustizia.
Il Dio della mia fede poneva
l’uomo al di sopra della legge
e l’amore al posto delle vecchie tradizioni.
Tutti i giorni egli muore crocifisso dal nostro egoismo.
Tutti i giorni egli risorge per la forza del nostro saper amare.

Lula è rimasto l’uomo umile e semplice di sempre, con le stesse abitudini popolari, che sprizza di felicità in mezzo al suo popolo di poveri e diseredati, pronipoti degli schiavi, ancora timorosi della frusta del padrone.
A tal proposito ricordo la sua prima vigilia di Natale da presidente con alcune migliaia di bambini, uomini e donne di strada, il suo popolo, nel quartiere del Glicerio a San Paolo, ospite di Casa Cor da Rua, nella quale 15 giovani delle favelas della periferia andavano a formarsi per apprendere un lavoro e uno stile di vita. Tutto ciò si è ripetuto per tutti i suoi due mandati. I suoi occhi erano illuminati, abbracciava tutti e tutte, si sentiva parte di loro.
Oggi abbiamo bisogno di parole autentiche, credibili, vere, nude. Perché le parole non sono mai neutrali. Sono di parte, le parole. Per taluni sono solo l’indumento servile delle idee ma al contrario, le parole sono la luce dei pensieri. Sono relazione. Sono ponti, le parole. Troppo spesso la parola è umiliata a rango di merce e venduta come schiava nel mercato della discussione. Usata e usurata dall’effetto e dal calcolo. Pallone per un dribbling contro l’imbarazzo o il torto marcio. Parole umiliate e sottomesse che servono a umiliare e sottomettere. Per questo attendo il giorno in cui le parole decideranno di ribellarsi e di trasformarsi in racconto e vita. Di riprendersi la propria dignità per accettare sì l’impegno del servizio, ma solo della verità. Il giorno in cui saranno le parole a guidare i pensieri oltre ogni diplomazia e dialettica, spoglie da camuffamenti, libere dalla finzione, si trasformeranno in mattoni da costruzione e non accetteranno più d’essere pietre scagliate dalla fionda della malevolenza. Né d’essere melliflue ed esili per nascondere come carta velina l’astio e l’ostilità, l’invidia o l’inimicizia. Parole nude, parole di parte, gravide di vita.

il Direttore

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