Editoriale del Numero 117 di In Dialogo

Dentro di noi c’è una voce che mai si riesce a far tacere. È la voce della coscienza. Essa sta al di sopra dell’ordine costituito e delle leggi vigenti. Ci sono azioni criminali tipo violentare innocenti, strappare dalla bocca dell’ affamato il pane che lo salverebbe dalla morte, rubare il denaro destinato alla Sanità o all’Educazione, praticare la corruzione come un vero saccheggio di milioni e milioni destinati alle infrastrutture, e altri crimini odiosi. Il corrotto può abituarsi a tali pratiche fino a pensare: “Chi s’arricchisce in questa posizione è un tipo sveglio, chi non lo fa è un cretino”. La corruzione, poggia su questo tipo di ragionamento capzioso.

Nessuno però può liberarsi di questa voce interiore, che accusa e chiede punizione senza appello. Può fuggire, come Caino, ma la voce continua a vibrare dentro di lui come un tamburo. Il corrotto fugge anche quando la giustizia non lo perseguita. “Chi è mai costui che vede dentro il cuore, per il quale non esistono né segreti né rifugi segreti?” Ancora la coscienza: lei giudica, ammonisce, corrode dal di dentro, applaude e condanna.

Gli esempi storici sono numerosi. Ne riporterò due soltanto, uno antico e uno moderno.

Anno 310. L’imperatore romano Massimiliano ordinò la decimazione di un gruppo di soldati cristiani, che rifiutavano di uccidere degli innocenti. Prima della decapitazione scrissero all’imperatore: “Siamo soldati tuoi, o imperatore, ma prima ancora, siamo servi di Dio. A te abbiamo fatto il giuramento imperiale, ma a Dio abbiamo promesso di non fare nessun male. Preferiamo morire a uccidere. Scegliamo di essere come innocenti, piuttosto che vivere con la coscienza che ci accuserebbe continuamente”.

Mille e cinquecento anni dopo, 3 febbraio 1944. Un soldato tedesco e cristiano, scriveva in una ultima lettera ai genitori: “Sono stato condannato a morte, perché mi sono rifiutato di uccidere alcuni prigionieri russi indifesi. Preferisco morire piuttosto che trascinarmi dietro per tutta la vita la coscienza macchiata di sangue innocente. Siete stata voi, cara mamma, a insegnarmi a seguire sempre la coscienza, e solo dopo gli ordini degli uomini. È arrivata l’ora di vivere questa verità”. Finì fucilato.

Quanta forza emana da questi due piccoli racconti e che riempì di coraggio, affinché agissero in questo modo, i soldati romani e quello tedesco. Che voce è questa che consigliò loro di morire piuttosto, che uccidere? Che potere possiede questa voce interiore, fino al punto di vincere la naturale paura di morire? È la voce imperiosa della coscienza, non l’abbiamo creata noi: possiamo disubbidirle ma, non possiamo negarla; possiamo inzepparla di rimorsi, ma farla tacere, questo non lo possiamo.

La coscienza è intoccabile e suprema.

Albert Camus riferendosi alla morale dell’obbedienza cieca, scriveva: “La buona volontà può causare tanto male quanto, quella cattiva, nel caso che non sia stata sufficientemente ben informata”, cioè quando, non ascolta la voce della coscienza che l’invita a fare una buona azione.

Scrivo tutto questo pensando alla vergognosa corruzione che ha contaminato la nostra società, praticamente in tutti i settori, specialmente i grandi dirigenti d’impresa e politici dei più alti livelli fino a contagiare anche tanti piccoli funzionari locali. Tutti completamente sordi davanti alla loro coscienza che li accusa.

Oggi il futuro sfida ciascuno di noi, perchè la storia non è già stata scritta: la storia del futuro sarà il risultato di quello che facciamo oggi, nel presente.

Questo vale per le nostre vite personali e per le nostre vite sociali. Quello che sarà il futuro è il risultato del seme che stiamo piantando oggi, e dobbiamo chiederci che seme sia, quale raccolto ci aspetti, che tipo di umanità e di mondo si pensi di costruire.

Vorremmo che fosse la globalizzazione della solidarietà, anziche l’attuale globalizzazione liberista, aperta alle merce e chiusa alle persone, Dobbiamo lottare per questo obiettivo, ma non sarà un compito facile.

Avverrà il momento in cui sapremo reagire a questo sopruso inaccettabile, dal grande al piccolo?

Di fronte a tutto ciò, come cristiano mi viene da pensare che la nostra teologia dopo Paolo VI non prende sul serio la cosa più importante, l’incarnazione di Dio in Gesù, il richiamo a seguirlo attraverso il suo progetto. Il controllo del Vaticano sulla teologia è stato asfissiante, il risultato è stato vergognoso: nella Chiesa, nei seminari, nei centri studi teologici, c’è paura, molta paura. E ben sappiamo che la paura blocca il pensiero e paralizza la creatività. Urge un cambiamento interno alla struttura, persistono troppi prelati in posti chiave di comando che non sono disposti a lasciare il potere che esercitano. Papa Francesco vuole una Chiesa in uscita, aperta, tollerante e creativa. Ce la farà, ce la faremo a portare avanti questo progetto?

Il nostro Ettore Masina, martedì 27 giugno, ci ha lasciati. L’ho conosciuto la prima volta in RAI alla fine del 1979. Sono andato a trovarlo con alcuni amici di Quarrata, dopo un paio di mesi è venuto insieme a Clotilde a Quarrata, è così nato il nostro gruppo. Ci ha fatto subito comprendere che chi vuole muovere il mondo prima deve iniziare a muovere se stesso. Leggeva, si documentava, scriveva; le considerava le armi del cambiamento, era curioso, è stato un poeta che ha conservato i suoi occhi di bambino.

Spesso ridevamo, divertendoci a dire che chi non ride mai, non è serio. Era perennemente in cammino, la sua felicità, è stata una ricompensa a chi non l’ha cercata. Sapeva che il lusso rovina il ricco e aumenta la miseria dei poveri, in una società in cui il pensiero arretra e avanzano gli oggetti, dove le merci possono viaggiare liberamente e le donne e gli uomini, no!

Ettore è riuscito a slegare la parte “folle” che è in ognuno di noi, questa sana pazzia lo ha portato a comprendere quanto più la verità è scomoda, tanto più la verità è utile da urlare. Lo saluto con una riflessione di un amico cileno della Rete, esule a Roma, Josè Antonio Viera Gallo, il quale affermò che: “il socialismo può solo arrivare in bicicletta”.

il Direttore

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