Editoriale del numero 118 di InDialogo

Don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro-Pistoia attivo e militante nell’accoglienza di migranti e profughi, è stato certamente il protagonista dell’informazione social e digitale delle ultime settimane. Di lui, in Rete e anche sulla carta stampata, abbiamo potuto leggere tanto, dal suo post sui “migranti portati in piscina” fino alla messa della domenica nella sua parrocchia, con l’annunciata presenza di militanti di Forza Nuova, giunti, immaginate: “per verificare la cattolicità di don Massimo”, e il vicario generale, inviato dal vescovo, scelta, in un momento così importante e delicato, che a molti, ha ricordato “don Abbondio!”

Bisogna chiedersi se la storia avrebbe avuto la stessa evoluzione o addirittura sarebbe esistita se non ci fossero stati i social network. Parte tutto da Facebook, infatti, dove sul profilo Facebook di don Biancalani ben prima del post del 17 agosto sui “migranti in piscina” e definiti da don Massimo “la mia patria”, montano attacchi e insulti al sacerdote per le sue attività a favore dei migranti, complice certamente il commento del segretario della Lega Matteo Salvini fatto il 20 agosto e subito promossa a vicenda nazionale.

Subito dopo, la scelta di alcuni rappresentanti di Forza Nuova di presentarsi alla Messa celebrata dal sacerdote. Don Massimo non si è fatto intimidire, ha accolto i militanti di estrema destra stringendo loro la mano e dicendo loro di evitare manifestazioni di segno politico in chiesa, lanciando molti chiari messaggi dalla sua omelia: “Nessuno ci ha chiesto un certificato di battesimo per entrare, le porte sono aperte”. E poi: “Se c’è un principio che attraversa la sacra scrittura è quello dell’accoglienza allo straniero”. “Spesso i problemi si risolvono quando ci si conosce meglio. Due anni fa quando decidemmo di iniziare l’accoglienza dei migranti, vennero alcune signore a dirmi: o noi o loro. Io naturalmente scelsi loro. Adesso quelle signore che minacciavano di andarsene dalla parrocchia, sono rimaste e sono le mamme di questi ragazzi”. Ancora: “Saremo giudicati per quanto avremo dato da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, ospitato il forestiero ecc…” Ora, come è stato scritto, possiamo immaginare che, senza i social network, né il suo operare né le reazioni violente che ha suscitato sarebbero andati oltre a qualche danno che sarebbe finito in un trafiletto di cronaca locale. L’aspetto brutto di questa amplificazione mediatica determinata dai social è che senz’altro difficilmente don Massimo avrebbe sperimentato una sofferenza così aspra, per quanto digitale e per posta, con l’invio di minacce di morte e croci celtiche. L’aspetto bello, di contro, è che altrettanto difficilmente sarebbe stato oggetto di una attenzione e di una solidarietà così diffusa.

La cosa che fa pensare, preoccupa e interroga, è che tutto ciò sia nato da un fatto dove si manifestava la gioia dell’accoglienza e dell’interazione verso giovani profughi scampati al deserto e al Mediterraneo: essersi guadagnati dopo aver fatto volontariato per varie serate ad una festa, il pagamento da parte di una persona del biglietto per accedere alla piscina comunale.

Il cammino di questa esperienza continua, nella sua parrocchia vengono accolti anche italiani in difficoltà, sono nate varie esperienze formative e lavorative, in ultimo, da ottobre, ha aperto la Pizzeria “dal rifugiato” dove tutti possono recarvisi ogni sabato sera, e sperimentare i frutti del corso di pizzaiolo svolto da alcuni rifugiati. Non ci sono prezzi, si può mangiare pizza, bere e dolci, e si è liberi di pagare o no. Un’inclusione per tutti.

A tutt’oggi, gran parte della Chiesa pistoiese non accompagna questa sua scelta, ma don Massimo e i suoi ospiti non si sentono soli, continuamente sono visitati e aiutati da tanti di quelli che tanti “cristiani per bene” considerano “lontani”. Una grazia di Dio!


Di fronte a ciò che sta accadendo, come non ricordare la notte drammatica e densa di dolore, del 3 ottobre 2013, quando vennero inghiottite dal mare “368 vite”, con loro naufragò un sogno, quella di un’Europa giusta e solidale.

L’immagine di decine di corpi, di madri abbracciate ai propri bambini che giacevano in fondo al mare, le lacrime dei sommozzatori che si mescolavano all’acqua amara di Lampedusa, ha rappresentato la sconfitta di una civiltà che si immaginava capace di proteggere i propri figli e che invece si è girata dall’altra parte davanti alla disperazione di tanta umanità in fuga. Eppure nelle settimane immediatamente successive a quel drammatico autunno, abbiamo continuato a sperare, grazie all’orgoglio e alla lucidità della politica ad inaugurare la straordinaria stagione dei salvataggi. Centinaia di migliaia di persone hanno così potuto mettersi in salvo e provare ad iniziare una nuova vita. Pochi mesi dopo il varo dell’operazione Mare Nostrum, però, iniziarono ad apparire nuovamente le ombre dello scetticismo e della paura che hanno velocemente trasformato l’immagine del nostro Paese da campione dei diritti umani, ad un’Italia irresponsabile che stava consentendo l’ingresso a miglia di profughi.

L’illusione, dunque, è durata poco e si è definitivamente infranta davanti ai muri che via via venivano issati all’apertura della rotta balcanica. Fili spinati, blindati alle frontiere, controlli rafforzati sono state l’immagine di una Europa impaurita, che ha smarrito la sua identità plurale e la sua capacità di affrontare insieme la sfida della modernità.

Non è un caso che nelle parole di papa Francesco a Strasburgo ritroviamo il richiamo ad “una Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perchè rispetta la vita e offre speranze di vita”.

Purtroppo l’aumento di atteggiamenti e atti xenofobi, uniti alla crescente popolarità dei movimenti di destra, mortificano sempre più queste speranze. La percezione di una diffusa insicurezza economica e sociale legata ai migranti, l’incapacità dei governi attuali di garantire sicurezza ai propri cittadini, sono elementi chiave sui quali questi movimenti stanno capitalizzando la paura diffusa verso lo straniero. E’ una situazione che non ha solo conseguenze sul piano politico elettorale ma anche sulla tenuta dei territori e sul lavoro di tante organizzazioni umanitarie.

Le centinaia di bare che quattro anni fa abbiamo visto allineate nell’hangar del piccolo aeroporto di Lampedusa devono costituire un monito per coloro che stanno tentando di sabotare il progetto europeo, minando fondamenta con politiche irresponsabili, per niente ispirate ai nostri valori fondamentali.

La paura del diverso credo sia legittima; per certi versi sana. Quando emerge ha senz’altro il suo motivo per esserci. Constatiamo continuamente che combattendola si finisce spesso addirittura con incrementarla. Allora, essa determina chiusure, preclusioni, fanatismi e fantasmi. Se invece la si accoglie e si cerca di capirla, può portare ad una maggiore comprensione di sé e degli altri, finendo con l’aiutarci a passare dalla diffidenza all’interesse per l’altro. Nell’arco di due o tre generazioni, ci troviamo catapultati nel caos di mondi molti diversificati, a noi ancora estranei. Il mondo è diventato un villaggio dove ogni giorno facciamo l’esperienza ravvicinata della diversità delle razze, delle culture, delle fedi, degli interessi. I cambiamenti sono velocissimi. Quotidianamente incontriamo volti che ci richiamano alla Cina, il Medioriente; l’arabo, l’africano, il sudamericano, l’indigeno.

I miseri, gli emarginati, i disperati, convivono a fianco dei ricchi, delle persone riuscite e di successo. Il disorientamento è quindi legittimo e la paura anche. Non tutti siamo cresciuti nei primi mesi del nostro sviluppo entro una certa sicurezza legata al fatto che il volto rassicurante della madre ci guardava con gioia, cura, tenerezza. Solo lentamente e gradualmente ci siamo abituati a sentire familiarità e rassicurazione nell’incontrare altri volti.

Ma c’è chi si è costruito una identità aperta, interessata a moltiplicare occasioni sempre nuove di arricchimento, e chi si è sentito costretto ad accumulare diffidenze, e a muoversi solo con il suo simile. Nei fatti, riusciamo ad andare incontro all’altro quando scopriamo che l’altro è una occasione per incontrare meglio se stessi. Ma se abbiamo paura di noi stessi, di guardarci dentro, se troppi ricordi ci fanno ombra, se manchiamo di sufficiente interiorità, ovviamente continueremo ad aver paura dell’altro, ad evitarlo e giudicarlo.

Oggi, questa nostra umanità è più bisognosa di testimoni che di maestri, si lascia convincere facilmente dalle luci della ribalta, dai titoli cubitali dei “gossip papers” e dai racconti stravaganti anche se corrispondono al nulla del vuoto. Essere “Testimomi” è la sola realtà che ci può rendere credibili, che puo’ rendere credibile la politica, la Chiesa ed ogni altra istituzione che si dice umanitaria!


Rimuovere lo scandalo della fame è una questione di giustizia, non di emergenza. Lo ha ribadito papa Francesco nel suo discorso di lunedì 16 ottobre alla Fao, in apertura della Giornata mondiale dell’alimentazione: “Cambiare il futuro dell’emigrazione. Investire nella sicurezza alimentare e nello sviluppo rurale”.

Si tratta di un meccanismo complesso che colpisce anzitutto le categorie più vulnerabile, non solo escluse dai processi produttivi, ma spesso costrette a lasciare le loro terre alla ricerca di rifugio e speranza.

Una situazione che ha le sue radici in conflitti, cambiamenti climatici, ma soprattutto in scelte politiche ed economiche dannose, responsabili di dinamiche di produzione. distribuzione e sistemi di commercio internazionale segnati da gravi squilibri. E’ necessario invece sviluppare nuovi modelli, in grado di garantire il diritto al cibo, favorendo il protagonismo dei gruppi più svantaggiati, puntando su sistemi di produzione basati sulla valorizzazione del territorio e sul legame tra produzione agricola e gestione degli ecosistemi.

Secondo il rapporto Onu 2017, a cura delle agenzie Fao, Ifad e Word Food Programme, nel 2016 la fame nel mondo è tornata a crescere dopo oltre un decennio. Oggi ne sono colpiti 815 milioni di persone, 40 milioni in più del 2015, oltre il 15% della popolazione mondiale, nell’indifferenza dei più.

A che serve, ad esempio, dire continuamente che i conflitti causano fame e malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo; la sfida dunque è rimettere al centro le relazioni tra gli uomini, fondandole sul riconoscimento della dignità umana come codice assoluto, che richiama ad una responsabilità, diretta e indiretta, degli Stati e dei singoli cittadini.

Una sfida innanzitutto educativa e culturale per riqualificare la relazione in termini di alterità, responsabilità e in politica. Non basta soccorrere un uomo ferito sulla strada di Gerico, non basta dar dar da mangiare agli affamati, bisogna aprirsi ad un concetto e una pratica di condivisione che si preoccupi, nel contempo, attraverso una nuova politica, di cambiare questa nostra società.

il Direttore

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