Ezechiele Ramin: un martire per il Sinodo sull’Amazzonia – di Antonio Gaspari

 

         In preparazione al Sinodo sull’Amazzonia (6-27 ottobre) duecento Vescovi brasiliani hanno scritto a Papa Francesco per chiedere che venga riconosciuto come martire missionario il giovane Ezechiele Ramin, ucciso perché aveva difeso i diritti umani dei popoli indigeni nello Stato brasiliano della Rondônia. La notizia è stata pubblicata dal Servizio Informazioni Religiose (SIR). Secondo quanto riportato dal SIR, i Vescovi brasiliani hanno manifestato il loro appoggio alla causa di beatificazione del sacerdote padovano padre Ezechiele Ramin.

         Il bene che il missionario ha fatto è stato così vasto e profondo che ancora oggi le persone più povere e discriminate lo invocano come intercessore verso Dio. Padre Ezechiele, meglio conosciuto come “Lele” e “Ezequiel”, fu ucciso il 24 Luglio 1985 a Cacoal (Brasile). Aveva 32 anni. Si era recato insieme a un sindacalista ad un incontro nella Fazenda Catuva ad Aripuanã, nel vicino Mato Grosso, con l’intenzione di persuadere i piccoli agricoltori lì impiegati a non prendere le armi contro i latifondisti. Al ritorno, fu vittima di un’imboscata da parte di sette ‘jagunços’ (gente assoldata e armata dai fazendeiros) che lo colpirono a morte. La camicia e i calzoni macchiati di sangue, il volto sfigurato da un tiro di schioppo a bruciapelo, le braccia incrociate come in atteggiamento di difesa. L’orologio ancora al polso, la collanina di cocco, regalo degli indios Suruì, ancora al collo, i sandali ai piedi. Nella jeep c’erano tutte le sue cose: le chiavi di casa, un’amaca, la borsa con la macchina fotografica, i suoi documenti… Prima di morire, sussurrò le parole: «Vi perdono».

         Alcuni giorni dopo il suo omicidio, Papa Giovanni Paolo II definì padre Ezechiele Ramin un “martire della carità”. E spiegò che il missionario ucciso dedicava le sue giovanili energie per aiutare gli indigeni a “sconfiggere la povertà e l’ingiustizia, senza violenza, attraverso la via evangelica dell’amore, della pace e del rispetto per la dignità di ogni uomo”.

         Sulla vicenda di padre Ramin sono stati scritti libri – “Lele, creare primavera” di Ezio Sorio, “Lele vive” di Paulo Lima – ed è stato prodotto un film dalla RAI: “La casa bruciata”.

         Lele Ramin era allegro, gioioso, mite, buono; suonava, dipingeva, scriveva poesie, aiutava tutti, soprattutto gli indigeni… Da una collezione di alcune lettere a parenti ed amici sono state estratte delle frasi che mostrano una grande fede, un coraggio da leone e un amore infinito.

         Ha scritto Lele:

         «La vita è bella e sono contento di donarla. Qui molta gente aveva terra, è stata venduta. Aveva casa, è stata distrutta. Aveva figli, sono stati uccisi. Aveva aperto strade, sono state chiuse. A queste persone io ho già dato la mia risposta: un abbraccio».

         «Ho la passione di chi segue un sogno. Questa parola ha un tale accoramento che, se la raccolgo nel mio animo, sento che c’è una liberazione che mi sanguina dentro. Non mi vergogno di assumere questa fratellanza. Uomini buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono fedeli. Noi siamo nel linguaggio del Signore».

         «Amo molto tutti voi e amo la giustizia. Non approviamo la violenza, malgrado riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà pure la mia morte».

         «Dopo che Cristo è morto vittima di ingiustizia, ogni ingiustizia sfida il cristiano».

         «Sto camminando con una fede che crea, come l’inverno, la primavera. Attorno a me la gente muore, i latifondisti aumentano, i poveri sono umiliati, la polizia uccide i contadini, tutte le riserve degli Indios sono invase. Con l’inverno vado creando primavera. I miei occhi con fatica leggono la storia di Dio quaggiù».

         «La croce è la solidarietà di Dio che assume il cammino e il dolore umano, non per renderlo eterno, ma per sopprimerlo. La maniera con cui vuole sopprimerlo non è attraverso la forza né col dominio, ma per la via dell’amore. Cristo predicò e visse questa nuova dimensione. La paura della morte non lo fece desistere dal suo progetto di amore. L’amore è più forte della morte».

         Che dire di più? “Lele Ramin santo subito!”.

Antonio Gaspari, https://agensir.it

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