Lettera di padre Stefano da Korogocho-Nairobi, Kenya

Sabato Santo, 30 Marzo 2013

Carissimi,
come sempre arrivo sempre all’ultimo momento a farmi vivo e farvi gli auguri per questa nuova Pasqua di Resurrezione. Lo faccio nel giorno del silenzio, il Sabato Santo, quando davvero tutta la terra rimase e rimane col fiato sospeso, in attesa di qualcosa, non lo sa nemmeno lei cosa. Nel cuore di ognuno c’e’ la speranza, la certezza, o semplicemente qualcosa di indefinito che ci dice: “Non puo’ essere finita cosi’”. E attendiamo…
Stanotte, leggendo il Vangelo, ci verra’ detto che le donne “si ricordarono delle parole di Gesu’”, e iniziarono la corsa dai discepoli per annunciare la notizia incredibile della Resurrezione. Il nostro comportamento post-pasquale dipende e dipendera’ da questo ricordare: ricordare cosa ci aveva detto Gesu’, ricordare chi siamo e come e per cosa siamo stati creati. Nella sera del Giovedi’ Santo, Giovanni ci diceva che “Gesu’, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amo’ sino alla fine… sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle sue mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzo’ da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi verso’ dell’acqua nel catino e comincio’ a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto”. Gesu’ era ben consapevole di chi fosse, si ricordava bene da dove veniva e dove stava andando, e questo ricordarsi della sua identita’ piu’ vera lo ha portato a compiere il gesto straordinario della lavanda dei piedi. Un gesto, come dice p. Fausti, che non e’ di umiliazione, ma di gloria: e’ la gloria di Dio nel suo splendore piu’ pieno, e’ l’esercizio del suo potere nell’unico modo possibile al nostro Dio.

Ricordarsi di chi siamo, singolarmente e come comunita’ cristiana, non e’ facile oggi, tante sono le voci che ci spingono ad essere o a diventare quello che non siamo; tante sono le vie per costruirci una vita, una realta’ artificiale che noi ci ostiniamo a credere reale. Fuggiamo, sperando di trovare riposo e sicurezza da qualche parte, e cosi’ facendo rinunciamo al dono piu’ grande che Dio ci ha fatto: noi stessi, fatti a sua immagine e somiglianza, fatti capaci di cose ancora piu’ grandi di quelle che fece Gesu’; fatti luce; fatti unica famiglia umana.
La memoria corta e’ sempre stata il problema piu’ grande di Israele in cammino nel deserto verso la Terra Promessa, e lo e’ senz’altro per noi, per me, in cammino dietro a questo Cristo che vince la morte perche’ Lui e’ Vita, e che si ostina a chiamarmi alla stessa Vita senza morte. Nella frenesia di questa vita, nei suoi problemi enormi e tutti veri, nelle sue difficiolta’, nella complessita’ infinita di questa realta’, io tendo a dimenticarmi di chi sono e di quanto ho ricevuto da Lui, prendo un’altra strada e inevitabilmente divento triste e frustrato. E’ quello che, con parola piu’ belle, dice il Papa Francesco ai preti e, per estensione, a tutti i cristiani: se la nostra “unzione” (cioe’ la nostra identita’ piu’ vera) diventa “funzione” (cioe’ il ruolo, il potere, la sicurezza del fare cose che sappiamo gia’, la calma del porticciolo di fronte al mare burrascoso…), allora diventiamo gestori, funzionari e diventiamo – inevitabilmente!! – tristi. Ecco cosa dice il Papa: “Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti (cristiani) tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con l’odore delle pecore… È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù.”
In poche parole: siamo gia’ quello che dobbiamo essere e dobbiamo accettare che sia la realta’ a portarci la’ dove dobbiamo essere, se vogliamo essere fedeli a Gesu’ Cristo, la nostra identita’ piu’ vera. Il mattino di Pasqua, e le parole degli angeli (che poi sono le parole di Gesu’ stesso) ci sveglino e ci aiutino a ricordare chi siamo. Sono convinto che tanti dei problemi che noi cristiani viviamo oggi derivano non tanto dall’inimicizia degli “altri”, non dalla complessita’ della realta’, non dalla crisi (e quando mai abbiamo vissuto un epoca senza crisi?), quanto semplicemente dal nostro dare le dimissioni da chi siamo. Dopotutto, e’ molto piu’ facile essere funzionari di Dio che non suoi discepoli…
Oggi in Kenya, la Corte Suprema dara’ il suo verdetto sulla petizione di Raila Odinga contro l’elezione di Uhuru Kenyatta a presidente del Paese. La tensione e’ alta, ancora di piu’ che non prima delle elezioni. I nostri cristiani sono divisi, hanno paura, ricordano piu’ facilmente i disastri del 2007 che non la loro identita’ di persone nuove; alcuni sono disposti anche a rinunciare alla grande Veglia Pasquale per paura, e per divisioni. Ricordare chi siamo significa fare un passo in la’, andare oltre, “infrangere l’onda della crisi per prendere il largo” (Papa Francesco) e finalmente essere chi vogliamo essere. Nell’ultima catechesi prima di Pasqua, abbiamo detto questo ai nostri cristiani: proprio perche’ la situazione e’ tesa; proprio perche’ ci sono divisioni e paure, fuori e dentro di noi; proprio perche’ chi gestisce il potere e controlla le menti della gente vuole mantenere le cose come stanno, vuole la divisione invece che l’unita’, vuole la paura che ti rende docile e obbediente invece della novita’ di vita non controllabile… proprio per questo, dobbiamo fare la Grande Veglia. E’ il nostro modo di dire ai Kenyani che la strada e’ un’altra, e noi cristiani di St. John l’abbiamo imboccata. E’ il modo per essere davvero quelli che gia’ siamo.
All’ultima Baraza (il consiglio dei leaders delle piccole comunita’ cristiane) c’e’ stata una lunga discussione su come raccogliere i soldi per aiutare, almeno a Pasqua, i piu’ bisognosi della comunita’. La logica direbbe: visto che c’e’ la crisi (si sente, la crisi, eccome!); visto che siamo tutti in difficolta’, allora per quest’anno rinunciamo, facciamo quello che possiamo, pazienza… E cosi’ facendo non ci accorgiamo di rinunciare, ancora una volta, alla nostra identita’. Gesu’, il Maestro, nel momento di massima difficolta’, proprio perche’ sapeva chi era, si alzo’ e inizio’ a lavare i piedi ai discepoli, perche’ potessimo seguirne l’esempio. L’attenzione ai piu’ bisognosi della comunita’ e’ sempre stata un chiaro segno dell’identita’ piu’ vera di St. John.
Allora, care amiche e cari amici, che sia una Pasqua di ricordo. Ricordiamoci “come (Gesu’) ci parlo’ quando era in Galilea” (Lc 24:6). Iniziamo la corsa verso i suoi discepoli (attenzione! non verso i pagani. La prima corsa e’ verso coloro che credevano in Gesu’ ma avevano perso la speranza, intristiti perche’ avevano dimenticato…), annunciamo di nuovo alla nostra Chiesa chi e’; ricordiamoci noi stessi chi siamo.
E allora sara’ Pasqua!

Aggiungo al volo alcune notizie flash sul nostro cammino:

  1. Il secondo piano della biblioteca, frutto della vostra generosita’ e delle vostre preghiere (grazie soprattutto agli amici di Interragire!), e’ finito, pronto per essere usato alla riapertura del secondo trimestre, in Maggio. Cosi’ come le sei nuove classi per la scuola elementare, frutto delle generosita’ dell’amico Giancarlo, saranno pronte per la ripresa in Maggio. Segni nuovi che sarannno compiuti solo se la comunita’ sapra’ farne buon uso, non in termini di costruzione e mantenimento, ma in termini di utilizzo per quello che sono destinati ad essere: accesso all’educazione per tutti, assistenza ai piu’ deboli affinche’ non siano lasciati indietro.
  2. Al Centro di Napenda Kuishi a Kisumu Ndogo (Korogocho) e’ arrivata suor Mercy, una Piccola Sorella di Gesu’, che e’ psicologa. Ci aiuta soprattutto nel seguire le famiglie dei bambini o degli alcolisti, per aiutarle “a ricordare chi sono” (il significato piu’ vero della riabilitazione). E’ una presenza molto bella e molto importante, che ci aiuta a fare un salto di qualita’ nel servizio alle famiglie.
  3. Tutti i progetti vanno avanti nonostante le gravi difficolta’ economiche. E’ molto difficile trovare sponsors che accettino di sostenere un progetto che e’ prettamente caritativo, nel senso che, almeno nelle sue prime fasi, non ha la possibilita’ di avere entrate o di autosostenersi. Ma noi continuaiamo a credere alla bonta’ della nostra proposta e all’efficacia del nostro servizio. In questo momento a Kibiko ci sono 20 ragazzi e otto ex-alcolisti; al Boma Rescue sono arrivati circa 40 nuovi bambini e bambine; al centro di Kisumu Ndogo siamo arrivati ad una quindicina di ragazzi, piu’ i giovani di strada che si incontrano due volte alla settimana. Questi primi mesi dell’anno sono principalmente mesi di lavoro di strada, cioe’ gli operatori sociali vanno per le strade ad incontrare i ragazzi, invitandoli al centro per iniziare il cammino di riabilitazione.
  4. Anche la scuola continua la sua missione, anche se i numero degli alunni e’ un po’ diminuito, anche per il fattore elezioni: la gente ha avuto paura e ha trasferito i figli al villaggio, iscrivendoli a scuole fuori Nairobi.
  5. A Kibiko abbiamo iniziato la realizzazione del progetto per l’irrigazione a goccia, anticipando parte dei soldi di un progetto approvato l’anno scorso. Speriamo di poter incrementare la produzione di ortaggi cosi’ da sostenere il centro e magari riuscire a vendere qualcosa. Quando arriveranno i soldi, faremo pure l’installazione del biogas per avere gas naturale per la cucina (e quindi limitare l’uso della legna, salvando le foreste kenyane).
  6. Lascio per ultimo la notizia piu’ bella: Pauline Waithera, una ex-alcolista che era a Kibiko nel 2010 e adesso e’ un’operatrice sociale part-time nel progetto del Napenda Kuishi per il recupero degli alcolisti, sara’ battezzata questa notte di Pasqua, dopo un cammino di catecumenato di due anni. E’ il compimento di un cammino di vita molto bello, che e’ andato molto al di la’ della semplice riabilitazione: lasciare l’alcol e’ relativamente facile, riempire la propria vita con qualcosa di bello e nuovo e’ tutta un’altra storia. Pauline ha saputo ricordare e accetare chi era veramente, e ha fatto i passi necessari. Grazie!

A tutti voi un grosso grazie per il vostro aiuto e la vostra preghiera: che siano sempre segno della nostra identita’ piu’ profonda, che ci rende davvero, al di la’ di chilometri e differenze, un’unica famiglia umana.
Un abbraccio e tanti auguri.
Stefano

La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è di essere potenti oltre misura. E’ la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa. Ci domandiamo: Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? A dire il vero, chi sono io per non esserlo? Tu sei un figlio di Dio. Il tuo giocare in piccolo non serve il mondo. Non c’è niente di illuminato nello sminuirsi cosi’ che gli altri non si sentano insicuri intorno a te. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. Non è solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso. E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

Marie Williamson

Lascia un commento

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.