Cambiare si può – per una presenza alternativa alle elezioni politiche 2013

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È etico pagare il debito? – di Alex Zanotelli

Contro la dittatura della finanza. È etico pagare il debito?

Ho riflettuto a lungo come cristiano e come missionario,nonchè come cittadino, sulla crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, e sono riandato alla riflessione che noi missionari avevamo fatto sul debito dei paesi impoveriti del Sud. Per noi i debiti del Sud del mondo erano ‘odiosi’ e ‘illegittimi’ perché contratti da regimi dittatoriali per l’acquisto di armi o per progetti faraonici , non certo a favore della gente. E quindi non si dovevano pagare! “E’ immorale per noi paesi impoveriti pagare il debito,” -così affermava Nyerere, il ‘padre della patria ‘ della Tanzania, in una conferenza che ho ascoltato nel 1989 a Nairobi (Kenya). “ Quel debito- spiegava Nyerere- non lo pagava il governo della Tanzania, ma il popolo tanzaniano con mancanza di scuole e ospedali.” La nota economista inglese N.Hertz, nel suo studio Pianeta in debito, affermava che buona parte del debito del Sud del mondo era illegittimo e odioso.
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Se questi morti sono soltanto nostri – di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa

Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

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E l’Economicidio sta arrivando in Germania – di Paolo Barnard

Il valore di un’analisi sta nel suo avverarsi. Se è corretta, se ha veramente capito come funziona un sistema, essa indovinerà l’inevitabile. La Mosler Economics MMT (ME-MMT) che io divulgo in Italia ha denunciato una cosa sopra ogni altra: il costrutto dell’Eurozona è insostenibile, distruggerà tutta l’Unione Monetaria, non solo Italia o la Grecia. Infatti. Ora il veleno sta lambendo proprio lei, la signora teutonica degli sprezzanti strali contro noi ‘Maiali’. Il mostro si rivolta contro chi l’ha creato, il virus sta uccidendo lo scienziato che l’ha fatto vivere. La Germania è attonita, non si capacita, ma come? Come è possibile? E’… E’… UFFICIALMENTE IN RECESSIONE.
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La “scelta religiosa” di Comunione e Liberazione

“Non è povera voce di un uomo che non c’ è, la nostra voce canta con un perché”. La voce dei diecimila presenti risuonò commossa nel Duomo di Milano il 24 febbraio 2005, a conclusione dei funerali di don Luigi Giussani (di seguito: il Gius) , fondatore di Comunione e Liberazione, celebrati dall’ allora Cardinal Joseph Ratzinger. Ora, a sette anni di distanza, mentre sta per iniziare il processo di beatificazione del prete carismatico, la voce che risuona pubblicamente è quella delle due guide spirituali attualmente più importanti per il movimento: il Cardinale Angelo Scola, neo-arcivescovo di Milano – va da sé che il Cardinale, cresciuto col Gius e per questo motivo ordinato prete lontano dalla diocesi di Milano, ritornatovi da sommo pastore, oggi rappresenta ben più di Cl – , e don Juliàn Carròn, il prete spagnolo di 62 anni successore del Gius. Entrambi, nell’ arco di un mese, sono stati intervistati dal Corriere della Sera (Scola il 23 dicembre, Carròn il 16 gennaio) e nelle due interviste, raccolte dallo stesso giornalista, Aldo Cazzullo, hanno ripetuto le medesime affermazioni. Segno di una strategia concordata? Credo di sì, la loro voce canta con un perché.
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Romney, bada alla tua crisi – di Alessandro Bonacchi

Romney, bada alla tua crisi; alla nostra ci pensiamo noi, se tu smetti di prenderci i soldi. Il dollaro, carta straccia che crea crisi mondiale. L’Italia ha meno debiti degli Usa.
Romney ha detto che l’Italia è un pessimo esempio di economia. Senza fare campanilismo e nemmeno patriottismo, Romney non dice che gli USA sono il paese più indebitato del mondo; nessuno lo dice non si sa per quale paura. Il dollaro americano è una moneta che si fonda sui petrodollari, e si sa bene come funziona questo mercato: tutti devono cambiare la loro moneta in dollari per pagare i petrolieri; ovviamente gli americani consumano il petrolio gratis a spese degli altri. La guerra contro l’euro è stata apparentemente vinta dagli americani: il ricatto è: se crolla il dollaro, affonda anche l’euro. Ma perché dovremmo noi pagare i debiti degli americani?
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Un prete contro i roghi della camorra

Il prefetto di Napoli richiama pubblicamente un prete impegnato contro la camorra perché chiama il prefetto di Caserta semplicemente “signora”. Ora il prefetto si è scusato, ma resta il messaggio e la testimonianza di quanti lottano e hanno bisogno di sentire la nostra solidarietà, allargando la cordata di un impegno contro tutte le violenze e diffondendo informazione tesa a creare coscienza civica. Che diventa anche un modo di vivere la parrocchia e la testimonianza della fede. A cinquant’anni dal Concilio, senza fughe spiritualistiche, facendo proprie “angosce e speranze” degli uomini tutti” e dei poveri in particolare”. Che – come dice il decreto conciliare sui “Presbyterorum ordinis” – sono affidati con cura particolare ai preti, e quindi a tutti perché in loro la Chiesa ritrova “l’immagine del suo Fondatore” – come è detto nella “Lumen gentium”.

La lettera di don Maurizio Patriciello al SIGNOR Prefetto di Napoli

Signor Prefetto,
sono appena ritornato a casa dopo l’incontro in prefettura di mercoledì 17 ottobre.
Come può facilmente immaginare mi sento tanto mortificato dalle sue parole gridate nei miei confronti e senza motivo davanti a un consesso così qualificato.
Che dirle?
Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora Prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave,  non penso assolutamente  che fosse concesso a lei, arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente, presente in prefettura come volontario per dare il suo contributo alla lotta contro lo scempio dei rifiuti industriali interrati e bruciati nelle nostre campagne.
Alla fine dell’incontro ho ricevuto la solidarietà di tante persone presenti all’increscioso episodio e la rassicurazione da parte della signora Prefetto di Caserta che non si era sentita per niente offesa da me nell’essere chiamata ” signora”.
Forse le sarà sfuggito che lei non era e non è un mio superiore.
Mi dispiace.
Tanto.
Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al Prefetto di Caserta, chiamandola
“signora Prefetto”. Avrei accolto immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono di voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto  inopportune,  ha quasi insinuato che il sottoscritto non avesse rispetto per lo Stato.
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Banning Poverty 2018 – Dichiariamo illegale la povertà

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PD e M5S, guerra od opportunità?

6 ottobre 2012
La campagna elettorale, già cominciata, non è solo uno scontro per governare il paese. Sembra piuttosto una guerra, senza esclusione di colpi, per la vita o la morte del sistema politico, contrassegnato negli ultimi 20 anni più da disastri che da successi.
Senza voler sottovalutare il ruolo che avranno le molte liste e i partiti in lizza, penso che i contendenti principali di questa partita saranno il PD e il Movimento 5 Stelle. La loro competizione determinerà l’esito della partecipazione al voto e al non voto. Per ora si contano intenzioni frutto di opinioni immediate e sentimentali volubili; ma il giorno delle elezioni il voto sarà il frutto di una lunga o breve, comunque non semplice, mediazione che porterà ciascuno a scegliere se andare al seggio e chi votare o se rimanere a casa. Insomma dal sentimento alla ragione.
Se volessimo dire che si contendono “la politica” e “l’antipolitica” (che ritengo contrapposizione falsa) dovremmo convenire che proprio questo conflitto tiene vivo il senso della democrazia. In realtà é evidente da un lato un tentativo di rinverdire la vecchia politica anche con figure che non siano le solite che hanno tenuto banco nell’ultimo ventennio, dall’altra quello fortemente diretto dall’alto, ma che incontra un vasto sentimento comune di dare un altro senso alla politica fin qui conosciuta.
In entrambi i campi si misurano punti di Forza e di Debolezza, Opportunità e Rischi. In ogni caso non sarà una campagna di marketing, ma un vero e proprio conflitto tra Stati maggiori, Strategie e Tattiche, Truppe specializzate diffuse sul territorio e capaci di mobilità e conquista.
Il Punto di maggior forza del PD é il suo radicamento nel paese e in molti poteri decentrati; uno stato maggiore fortemente articolato nel territorio ed a livello nazionale, quasi una galassia di stelle, in grado di esprimere continuità e novità, vedi Renzi, la Puppato e Gozi. Punto di forza é la opposizione al tempo del berlusconiano come pure la consapevolezza diffusa tra militanti e simpatizzanti che questa sarà una elezione decisiva. L’Opportunità dunque sarà di potersi misurare nel difficile governo del paese senza i vincoli di una coalizione composita e confusa anche se questo dipenderà molto dalla legge elettorale.
Quanto al M5S é forte la sua evidente lontananza dalla storia e dalle vicende della politica secondo una logica di rottura con riti e forme tipiche dei partiti “costituenti”; ad uno stato maggiore ristretto e verticale che non ha bisogno di mediazioni e compromessi si accompagna una “base” diffusa e articolata che ne fa un flusso in grado di poter essere ovunque e comunque.
Qui c’é la forza di una Stella unica. L’Opportunità di avere voce nel luogo del “potere” può rendere più visibile la battaglia di scardinamento del vecchio sistema e di mobilitare tante energie che si sono messe ai margini della politica. Riusciranno, ciascuno dal proprio orizzonte, PD e M5S a sconfiggere la delusione e l’apatia? Questo conflitto é problema e vita della democrazia italiana.

Quale politica?

11 ottobre 2012
Non c’è dubbio che è colpa dei politici se oggi ci dibattiamo nella pessima condizione civile e sociale in cui siamo. Ma bisogna stare attenti a dire “politici”, perché “politici” erano detti anche i detenuti antifascisti nelle celle del regime, “politici” erano chiamati i galeotti Gramsci e Pertini nella casa penale di Turi, “politici” erano definiti i domenicani imprigionati e torturati dai militari brasiliani nel carcere Tiradentes di San Paulo, e “partito dei politici” era detto nella Francia del 500 il movimento che contro la violenza dei cattolici e degli ugonotti propugnava la tolleranza religiosa, e da cui uscì Jean Bodin che con la sua teoria della sovranità e i “Sei libri della Repubblica” fornì, nel bene e nel male, dei fondamenti teorici allo Stato moderno.

Oggi invece nella vulgata mediatica e nelle chiacchiere da bar i politici sono quelli che rubano. E purtroppo è vero che molti lo fanno, ma è ancora più grave che negli ultimi decenni le istituzioni in Italia siano state cambiate in modo tale che la politica, perduta la caratteristica di servizio e dileggiata come professione non meritevole di rispetto e di pensione come ogni altra, sia stata trasformata, ex lege, in mezzo di arricchimento indiscriminato. Per un accumulo di decisioni di politici anche onesti ma scriteriati, le cariche elettive sono state trasformate in fabbriche della fortuna, grazie alle quali indigenti di ogni tipo, gente del ceto medio, mal laureati e imprenditori di mezza tacca precipitano in vetta alla scala sociale e cambiano la loro vita per sempre. Questi non sono i costi della politica, sono le diseguaglianze al potere, la forbice tra ricchi e poveri che si allarga per decisioni “sovrane”. Del resto c’è della coerenza: il sistema che questi politici sono chiamati a governare esalta e promuove la diseguaglianza, chiamandola meritocrazia.

Non è tuttavia per questo che i “politici”, proprio ora, hanno rovinato l’Italia. Le responsabilità risalgono a scelte anche più lontane, quando per ansia di novità e pragmatismo essi hanno liquidato come indecenti e obsolete le ideologie del Novecento, cioè le idee per cui avevano combattuto, e quando hanno voluto distruggere i partiti, disarmamdo il popolo di ogni strumento per lottare contro legislazioni sbagliate e per concorrere a determinare la politica nazionale.

Chi glielo ha detto ai leaders storici della sinistra di distruggere prima il partito comunista e poi quanto ne era rimasto, in nome di una fatua “vocazione maggioritaria”? La fine del comunismo non voleva dire la dannazione dei valori e dei bisogni per i quali, pur in modo infausto, esso si era battuto. E chi ha detto alla classe dirigente cattolica di chiudere la Democrazia Cristiana, come se con la sconfitta del comunismo essa avesse esaurito la sua ragione sociale? Abbandonare la via dell’unità politica dei cattolici come scelta obbligata per fede, non voleva dire trasferire politica e potere alla Chiesa dei vescovi e far tornare tutti gli altri cristiani alla religione come affare privato, salvo la precettazione nei referendum per la difesa dei valori non negoziabili stabiliti dalla CEI.

È evidente che se al popolo si toglie di mano lo strumento della politica e lo si riduce a fruitore di imbonimenti televisivi, l’inevitabile reazione a una politica devastante e lesiva del bene pubblico è l’antipolitica. Ma chi ha lanciato in tal modo in pista l’antipolitica, non se ne dovrebbe ora dolere. Bossi, e anche Grillo, ne sono i figli legittimi.

Se ora si volesse riassumere in una parola la crisi che ci affligge, dovremmo dire che si tratta di una crisi della rappresentanza. Senza rappresentanza, o con rappresentanze dimidiate e manipolate, non c’è democrazia. Noi abbiamo cacciato la rappresentanza dal Parlamento, e non solo per colpa di Calderoli.

Sicchè la cosa più importante sarebbe ora una buona legge elettorale. Ma tutti pensano alla legge più vantaggiosa per loro, non per il Paese. Dicono che la sera delle elezioni si deve sapere a chi i dadi abbiano consegnato la governabilità del popolo, mentre si dovrebbe sapere se si avranno rappresentanti degni attraverso cui si realizzi l’autogoverno del popolo.

Né si capisce perché Bersani non voglia la proporzionale, ritenendola un fattore di confusione e di instabilità, quando poi si infila nel baraccone delle primarie, dove non si distingue nemmeno tra elettori di destra e di sinistra e che è fonte di tale instabilità da aprire al primo giulivo arrivista la strada per dare la scalata al partito.

E nemmeno si capisce perché Bersani, che viene dalla tradizione comunista, non voglia le preferenze. Certo, c’è il rischio delle clientele, come in ogni elezione. Però le preferenze hanno selezionato la classe dirigente che ha fatto la Costituzione ed ha costruito la Repubblica; e sono state le preferenze che hanno consentito al vecchio partito comunista di trasferire nelle istituzioni i migliori esponenti della sua cultura e delle sue lotte; infatti se le burocrazie di partito avessero messo in lista uno sprovveduto, un socialdemocratico o un disonesto, le sezioni non avrebbero dato i voti per farlo eleggere.

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