Lo scandalo in Vaticano

Lo scandalo in Vaticano: bisogna affrontare le cause di fondo della crisi che sono il troppo potere a Roma e le grandi risorse gestite da sempre in modo oscuro

Le vicende che, da settimane, stanno coinvolgendo il Vaticano – e che hanno avuto grande eco sui media di tutto il mondo – hanno inevitabilmente creato sofferenza, incredulità e sconcerto nell’universo cattolico, a prescindere dalle diverse sensibilità e modi di intendere la pratica dell’Evangelo di Gesù.

Le reazioni dei più importanti vertici ecclesiastici, dopo un grande imbarazzo, sono state quelle di ricordare che, comunque, la Chiesa è fondata sulla roccia e che la sua storia ha visto ben di peggio; in conclusione, le autorità ecclesiastiche hanno invitato alla preghiera. Affermazioni che ci sentiamo di condividere. Ma sarebbe stato opportuno anche un qualche atto, seppur parziale, di riconoscimento di colpe o di errori e di conseguente pentimento.

Non siamo d’accordo, invece, con quanti dicono che tutto è conseguenza di un attacco “laicista”, che è stata data “una falsa immagine della Santa Sede” e che la vera “porcheria” è quella di chi ha sottratto documenti riservati e, poi, di quelli che li hanno pubblicati. A noi pare, invece, che l’opinione pubblica cattolica e non, più che su questioni di metodo, si fermi sul merito dei fatti che sono venuti e che stanno venendo alla luce.

E questi, da qualsiasi punto di vista li si esamini, destano vero scandalo per gli interessi torbidi che lasciano intravvedere, e per i contrasti profondi nella Curia romana che appaiono fondati non su diverse, più che comprensibili, opzioni pastorali, ma su rivalità personali e su questioni di potere.

Dalla situazione emerge, ci sembra, che l’attuale vescovo di Roma non ha le doti che, anche a causa dell’attuale troppo pesante struttura gerarchica della nostra Chiesa, sono indispensabili per guidare il popolo di Dio, gestendo persone e situazioni in modo accettabile e comprensibile; e la colpevole assenza di vere strutture di dialogo e di corresponsabilità al centro della Chiesa lo lasciano troppo solo.

Ciò premesso, ci permettiamo alcune riflessioni che riteniamo coerenti con la nostra prospettiva, quella della riforma della Chiesa cattolica romana a partire dal messaggio del Concilio Vaticano II. Tre ci sembrano le cause di fondo, tra loro intrecciate, che sono alla base di quanto stiamo vedendo e che bisognerebbe affrontare senza esitazioni:

1) l’eccessivo concentramento di potere nella Santa Sede, sempre più accresciutosi negli ultimi anni, malgrado che il Concilio avesse prospettato l’attuazione di una reale collegialità episcopale. I possibili vantaggi di una gestione rigidamente monarchica (unità, sostanziale e non formale, della Chiesa, punto di riferimento morale in un mondo travagliato da problemi sempre maggiori) sono ormai superati dai suoi difetti che, tra l’altro, non vengono neanche riconosciuti (dispotismo curiale sulle Chiese locali e sugli ordini religiosi; assoluta uniformità della teologia e della vita sacramentale; esaltazione, poco evangelica, della figura e del ruolo del Papa…);

2) il fattore corruttivo che, quasi naturalmente, deriva dalla gestione accentrata di grandi risorse economiche (lo IOR e altro) e da altre strutture che fanno capo allo Stato della Città del Vaticano. In questo contesto qualsiasi discorso sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa non ha più senso;

3) la completa segretezza nell’amministrazione di questi ingenti beni, fuori da una vera legalità, e da un controllo, italiano o internazionale, esterno alle strutture ecclesiastiche, crea le premesse per ogni possibile stortura. Nel migliore dei casi ipotizzabili ,sembra che si ragioni con la logica che il fine giustifica qualsiasi mezzo. I fatti hanno dimostrato, soprattutto da trent’anni a questa parte, che, in questo quadro di mancanza di trasparenza diffusa, ogni tentativo di riforma è fallito, anche quando, forse, la volontà all’inizio c’era.

A nostro parere occorre affrontare alla radice le cause della crisi e riteniamo che sia indispensabile che questa consapevolezza cresca nel Popolo di Dio. Ogni rappezzo, ogni destituzione di persone e ogni avvicendamento, o il rilancio dell’immagine, facendo solo appello al ruolo indefettibile della Chiesa, servono a ben poco; non riescono e non riusciranno a rompere il circolo vizioso costituito dall’intreccio tra potere ecclesiastico autoritario e assolutista, potere mondano e assenza di democrazia che sono presenti nella nostra Chiesa. Per tante persone credenti, non credenti o in ricerca, una situazione sconcertante come quella che sta emergendo a Roma è una contro-testimonianza che oscura e tradisce l’Evangelo di Gesù.

Noi Siamo Chiesa

Roma, 5 giugno 2012

NOI SIAMO CHIESA
www.noisiamochiesa.org

Waldemar Boff – L’albero della vita

Waldemar Boff – Albero della vita

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Prefazione

Che bello leggere Waldemar! Che bello accogliere il mondo contemporaneo nelle sue parole vere come quelle che soltanto i profeti sanno dire. I suoi racconti, la sua esperienza sono una scossa continua che fa tremare la terra, che ci richiama a responsabilità. Ci arriva come un’onda invisibile e potente che parte da lontano, dal peso dell’angoscia delle persone. E sto usando “volutamente” la parola persone e non popolo, perché è in questi termini che penso a chi è coinvolto nel dramma che Waldemar descrive. Perché popolo è un’espressione generica e un po lontana. E invece, leggendo, le sentiamo vicinissime queste persone. Persone. Che immaginiamo una per una, dando loro i volti che i suoi racconti ci hanno descritto. Vasti, una bella donna nera di mezza età, che accoglie trenta bambini nel cortile della sua casa nella Baixada Fluminense; la signora Maria, sempre aggressiva, non saluta mai e non sorride mai. Parlando con sua zia, Waldemar ha scoperto che a dodici anni era stata venduta a un ragazzo che saliva nel quartiere con un carretto, comprando ferro vecchio. Ai salti di gioia di Edicleusa, quando Odette, l’assistente sociale della comunità, le ha comunicato che era riuscita dopo tante peripezie a ricostruire la sua storia e le ha consegnato il certificato di nascita. Finalmente! Ufficialmente riconosciuta come una persona, una cittadina. Persone di cui percepiscono il dolore, la precarietà, la paura. E li condividono. Soffrendo per loro, avendo paura con loro. Persone verso le quali provano una compassione profonde. E questo sentimento ci rende umani come non mai. Ci rende uomini tra gli uomini, dando valore alle nostre vite, dignità al nostro continuare di ogni giorno.
Tutti abbiamo bisogno di modelli e riferimenti che ci aiutino a vivere, a vivere veramente la spiritualità. Tutti abbiamo bisogno di pensieri semplici e profondi che possiamo accogliere nella nostra interiorità e che ci aiutino a dare una risposta semplice agli eventi della vita e della quotidianità. Capisci che l’amore opera meraviglie insospettate, è audace l’amore, non ha confini o gabbie in cui costringerlo, si fa gioco dei nostri schemi e calcoli. Riesce a riempire il vuoto. Misteriosamente, delicatamente, lasciando respirare il dolore, dandogli aria e fiducia. Capisci che l’amore oltre alle parole ha bisogno di gesti. Piccole attenzioni quotidiane che trasformano la vita di tanti “grandi” considerati “piccoli” perché poveri. Capisci che per secoli abbiamo interpretato come obbligo l’essere solidali e caritatevoli. Mentre il suo invito è l’incontro con l’altro, l’investire la vita per imparare ad amare l’altro, gli altri, la natura, tutti i viventi, perché la nostra vita, lo vogliamo riconoscere o no, si nutre attraverso la tenerezza, la dolcezza, l’amicizia. Se tutti noi volessimo, anche soltanto per un istante, “restare umani”, potremmo trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità.
Antonio Vermigli

Riflessioni provvisorie di un educatore popolare

Perché non scrivi qualcosa? -mi chiese all’improvviso Antonio Vermigli di Quarrata, il vulcanico e instancabile tessitore di relazioni tra l’Italia e il Brasile e direttore del Notiziario della Rete Radié Resch. Sì, penso che tu abbia ragione, lo farò- gli risposi, mentre attraversavo con la macchina la bella strada imperiale, immersa nella foresta atlantica. Dentro di me, pensai che era tempo di sedermi e di riorganizzare i pensieri e le esperienze, come faccio di solito dopo un lungo periodo di lavoro. Nei giorni successivi, buttai giù alcune idee su un pezzo di carta, che ora ho provato a sistemare dando un certo ordine.

Sostenere le iniziative dei poveri
I poveri conoscono già la soluzione dei loro problemi. Per noi, classe media istruita e professionale, è difficile sedere in mezzo a loro, ascoltarli, scambiare idee e dare credito alle loro soluzioni. Si pensa normalmente che quello che è buono per noi lo deve essere anche per loro. Ci comportiamo come se ci fosse un modello standard per valutare il benessere umano. Inconsciamente li riteniamo gente che appartiene ad una specie di terza classe intellettuale, con molto poco da dire sulla vita. In questo modo però il dialogo procede su basi squilibrate.
Quando lavoravo all’assessorato sociale del municipio di Petrópolis, una bella donna nera di mezza età, Vasti, venne da me, in un pomeriggio nebbioso. Aveva difficoltà a seguire i trenta bambini che accoglieva nel cortile della sua casa nella Baixada di Rio, all’ombra rinfrescante di un mango centenario. Venne a chiedermi aiuto. Le dissi solo: Vasti, devi solo andare per la tua strada. Io ti darò il supporto necessario, educativo e materiale. E così cominciò il nostro rapporto. Dopo sette anni, Vasti è co-responsabile di una giardino d’infanzia di oltre 70 bambini, guida una casa famiglia per bambini di strada, è senza dubbio un autorevole riferimento per la comunità, nonché uno degli esponenti di maggior importanza della Commissione per la fame di Rio. Questo non significa che lei sia l’esempio di un cittadino pienamente consapevole. Vasti è piuttosto la rappresentante di un paese che storicamente è stato brutalizzato dalla schiavitù e che ha imparato, con la sopportazione e la dissimulazione, a sopravvivere mantenendo la propria cultura originaria.

Tener conto seriamente della cultura popolare
Molte volte non ci rendiamo conto della difficile situazione in cui viene alimentata e sostenuta la cultura dei poveri. Loro hanno un modo particolare di affrontare le situazioni conflittuali, dalle questioni familiari alle narcomafie, dai politici e alle personalità religiose. Mi ricordo che una volta suggerii ad un leader comunitario di chiamare la polizia per un problema di droga. Lui mi disse: Molto bene, amico mio, però tu da qui tornerai nel tranquillo quartiere di casa tua, mentre noi dobbiamo restare qui ad affrontare sia i delinquenti che la polizia! Mi vergognai del suggerimento dato.
Presi dall’ardore etico e dallo zelo civico, non accettiamo il fatto che il povero scambi il voto per ottenere benefici personali, come la cesta basica, qualche sacco di cemento, un’iscrizione a scuola o la visita dal medico. Il fatto è che noi non dobbiamo ascoltare il pianto del bambino causato dalla fame, non dobbiamo spostare i mobili della casa quando piove, né dobbiamo scrutare il cielo nuvoloso per vedere se le piogge torrenziali dell’estate travolgeranno di nuovo le nostre precarie abitazioni.
La religione è una questione molto seria per i poveri. Dio è sempre sulle loro labbra e molto spesso anche nel loro cuore. Guardando alla loro condizione di vita, arriviamo alla conclusione che essi vivono nella grazia di Dio. Le loro esistenze sono un continuo miracolo della vita. Ma esistono anche espressioni religiose intolleranti. Per esempio, gli evangelici hanno diverse restrizioni nei confronti delle tradizioni afro-brasiliane e molti cattolici di classe medio-alta sono diffidenti verso le pratiche e le idee comunitarie di base. Noi come educatori teniamo conto della religione ma non delle confessioni, provando a portarla al livello dei diritti umani e civili e coinvolgendo i credenti nelle varie iniziative pratiche.
Qualche anno fa, nelle comunità di Vila Esperança, Getulio Cabral e Vila Angélica, nella Baixada di Rio, ci furono diversi omicidi in poche settimane. Si trattava di una guerra di droga tra i diversi gruppi e la polizia. Molti adolescenti furono uccisi ed i loro corpi furono custoditi nei nostri giardini d’infanzia, prima della sepoltura. In quel periodo, nel Centro per l’infanzia e l’adolescenza Casa das Rosas, tenemmo il nostro incontro mensile con tutti gli educatori e gli agenti popolari. C’erano circa 100 persone. Qualche giorno prima, chiedemmo a tutti i partecipanti di venire vestiti di bianco perché avremmo tenuto una meditazione comunitaria aperta per contrastare il clima di violenza. La gente venne in silenzio e per più di un’ora restammo in meditazione, ascoltando e cantando solamente questo piccolo mantra: Mira solo la luz y verás solo luz! – guarda solo la luce e vedrai solo la luce. Siamo certi che abbiamo offerto un piccolo contributo per ispirare la pacificazione delle comunità in lotta.

Risvegliare le capacità latenti dello spirito umano
Molte volte discuto con i miei colleghi su come trattare con la gente, specialmente nei casi di insuccesso oppure a proposito della loro capacita di ottenere ciò di cui di hanno bisogno. Alcuni educatori sono più realistici e tendono ad affrontare le questioni con cautela e prudenza, basandosi sulle esperienze precedenti. Io credo fortemente nella forza dello spirito che può rinnovare tutte le cose e determinare nuovi ed inaspettati atteggiamenti. A dispetto delle condizioni storiche, dei tanti detriti che sotterrano la cultura dei poveri, di tutti i pregiudizi ed usi popolari, dell’innegabile peso dei fatti, la gente e le situazioni domani possono essere differenti da come sono oggi. Per risvegliare queste potenzialità interne noi cerchiamo di provocare, di informare, di sensibilizzare le persone ad andare oltre la propria condizione, ad aspirare ad un più alto modello di comportamento, a guardare sempre verso la luce a dispetto del buio presente, verso il bene a dispetto del male, verso la verità a dispetto della menzogna, verso la realtà a dispetto della seduzione delle apparenze. In fondo, cos’altro è l’educazione se non questo? Chi siamo noi per mettere limiti all’azione vitale? Non crediamo forse che lo Spirito Divino permea tutta la realtà spingendola a manifestarsi e a fiorire? Per noi è un atteggiamento miope quello di considerare i miserabili come inutili rifiuti sociali da trattare come malati terminali, meritevoli soltanto della nostra compassione. Bloccare l’espressione delle potenzialità umane, che sfidano continuamente le condizioni materiali di vita, è per noi un crimine contro l’umanità. Che perdita terribile quella di bloccare l’emersione di un così grande quantitativo di talenti e di creatività: significa non permettere l’arricchimento culturale dell’umanità e bloccare la spinta verso la spiritualizzazione della realtà.
Quando camminiamo per le nostre comunità, quello che spesso troviamo è la speranza. La speranza contraddice la dura realtà e punta ad una realtà che ancora non esiste. Domani andrà meglio! Con la grazia di Dio, le cose cambieranno! Spero di farcela! La realtà per i poveri è immutabile solo in superficie. Il loro spirito li invita ad andare oltre le apparenze, verso un altro mondo possibile. E se questa civiltà dovesse scomparire, la vita ricomincerà di nuovo, tessendosi pazientemente per generare nuove e più complesse forme di vita, come è già accaduto tante volte nella lunga storia del mondo.
Nel 2001 abbiamo lanciato il progetto Suruí 2050. è lo sforzo di implementare i principi dell’Agenda 21 nel bacino di uno dei 35 fiumi che sfociano nella grande baia di Rio. Quando raccontiamo la nostra visione, gli occhi di qualcuno brillano mentre altri rimangono scettici. Noi crediamo che la realtà possieda internamente lo slancio necessario per andare in avanti e verso l’alto; al tempo stesso, l’emergere di questo slancio dipende dalla nostra capacità di propiziarlo.
Nei progetti di ampio respiro, sia ambientali che sociali, abbiamo imparato a ricercare l’efficacia piuttosto che l’efficienza. Questa vuole ottenere risultati a breve termine; l’efficacia invece guarda alle trasformazioni di lungo termine, le quali richiedono lentezza e comprendono anche l’arretramento, l’arresto e talvolta la morte.

Ridimensionare le proprie aspettative
Non è sempre facile stare dentro i movimenti popolari. Non è solo un fatto di spostamenti fisici. È anche una prova continua per le nostre convinzioni. Sei continuamente chiamato ad imparare e a rivedere le tue idee di partenza. Come i piedi calpestano nuovi campi, la mente comincia ad avere nuovi pensieri e a riformare quelli vecchi. Queste dinamiche inarrestabili mettono a dura prova sia il corpo che la mente e il movimento tende al riposo. Forse questo spiega perché così tanti movimenti popolari si trasformano in organizzazioni tiepide e burocratiche. È così comodo avere una tabella da seguire, un budget definito, un programma di lavoro ed obiettivi chiari da raggiungere. Mentre è così impegnativo per un educatore decidere di mettersi interamente a disposizione della realtà quotidiana: rispondere ad ogni questione riguardante la vita del popolo conduce in una direzione che non è sempre chiara.
Tante volte guardiamo ai risultati immediati e tangibili, sia quantitativi che qualitativi. Questo è quello che richiedono le agenzie di sviluppo in cambio delle loro sovvenzioni di due o tre anni. Ed in parte hanno ragione. Ma quando sei coinvolto in cambiamenti profondi e difficili, molti risultati sono invisibili e si manifesteranno solo più tardi, tante volte addirittura nella generazione successiva. Mi ricordo quando cominciammo il lavoro in Vila Leopoldina, un’area suburbana di Petrópolis, quindici anni fa. Fu solamente dopo cinque anni che le madri si convinsero che mandare i loro bimbi a scuola avrebbe favorito un miglioramento della loro vita. Oggi praticamente tutti i bambini vanno alla vicina scuola municipale. La gente che portiamo da fuori a visitare la comunità non vede i risultati più importanti. Continuano ad esserci le capanne dei miserabili, i bambini nudi che corrono dietro alla nostra macchina quando arriviamo, gli anziani che chiedono medicine e i giovani che chiedono lavoro. Ma pochi visitatori sanno che la comunità ha eletto la propria commissione per discutere il bilancio partecipativo del municipio, che la prostituzione infantile è stata abolita, che la violenza quotidiana ed il consumo di droga sono stati ridotti drasticamente e, soprattutto, che la gente adesso è più umana ed amichevole di un tempo.
Sempre più sentiamo parlare della “autonomia” dei poveri, del cosiddetto “empowerment”, della “partecipazione”. Ma a noi sembra che si dimentichi che questi obiettivi ideali devono sottostare a lunghissime mediazioni prima di essere raggiunti. I poveri con cui trattiamo soffrono di una specie di orfanità collettiva, storica e sociale. Sradicati dalle loro terre tanto tempo fa, furono privati della memoria dei loro padri fondatori, i quali furono condannati alla morte culturale. Talvolta constatiamo che, dal punto di vista pedagogico, sarebbe opportuno guidarli in una nuova esperienza placentare collettiva. Sembrano infatti aver bisogno di un padre e di una madre collettivi in cui confidare. Se per i nostri ragazzi occorrono 20 e più anni per raggiungere l’indipendenza personale, quanto occorre per una intera comunità per avere la sua autonomia? Forse siamo troppo ansiosi di vedere risultati immediati e visibili; forse abbiamo bisogno di quel silenzio paziente, adatto ai processi di crescita organica. In fondo l’educazione popolare ed il lavoro sociale sono del tutto simili alla semina. Nell’oscurità della notte spargiamo semi di gioia e di fiducia, sicuri che altri dopo di noi verranno in futuro a raccoglierne i frutti maturi, alla luce del giorno e per il beneficio di tutti.

Essere gentili e riconoscenti
Uno dei modi più sicuri di camminare in mezzo ai poveri è quello di essere sempre dei servitori gentili, disarmati, riconoscenti e pacifici. È questo amorevole spirito di servizio che ci preserva dalla violenza e dal pregiudizio. Mi ricordo che una volta chiamai un operaio specializzato per asfaltare le strade fangose della comunità di Vila Ipanema, a Petrópolis. Alcuni vennero da me dicendomi: Non parlare con lui. È un bandito feroce. Ha già ammazzato più di 20 persone… Quando parlammo per definire gli ultimi dettagli del lavoro, lui stava davanti alla mia scrivania e non riuscii a vedere niente di quella ferocia di cui mi avevano parlato. Fu molto corretto nel suo lavoro, che completò con interesse e competenza. Successivamente, seppi che era stato coinvolto in un conflitto comunitario; lo chiamai e con molta franchezza gli dissi che la situazione non doveva essere risolta con le pistole e la violenza. Lui mi ascoltò umilmente e seguì le nostre indicazioni. Le persone tendono ad essere gentili, se tu sei gentile con loro; e tendono ad essere leali, se tu sei leale con loro.
Gentilezza e gratitudine non sono sufficienti, comunque. Abbiamo bisogno di autentica giustizia non solo nelle relazioni umane ma anche nei rapporti internazionali. Apparentemente, alcuni gruppi privati e qualche agenzia di sviluppo internazionale elargiscono i propri fondi con un certo spirito di carità, benevolenza e qualche volta di superiorità. Noi lodiamo e siamo sempre grati verso chiunque desideri alleviare le sofferenze umane, indipendentemente dalle intenzioni dei donatori. Tuttavia molto spesso ci torna alla mente una vecchia poesia brasiliana:

Quem trabalha e mata a fome          Chi lavora e lenisce la fame
Não come o pão de ninguém            Non mangia il pane di nessuno
Mas quem ganha mais do que come  Ma chi guadagna più di quel che mangia
Sempre come o pão de alguém        Sempre mangia il pane di qualcuno

Se queste parole sono vere, dovremmo chiederci: quanto può essere giusta la ricchezza accumulata dai cosiddetti paesi sviluppati che storicamente hanno sfruttato i paesi poveri? Quanto può essere degno di rispetto il benessere materiale di cui godono? Ed ancora: in un visione storica più ampia, anche alla luce di un concetto di unica famiglia umana, le donazioni non dovrebbero essere considerate come “restituzioni”? E la carità individuale non dovrebbe essere chiamata giustizia sociale? Ecco, forse l’equità e la giustizia dovrebbero camminare, mano nella mano, insieme alla benevolenza ed alla gratitudine.

Tieni sempre gli abiti puliti
Quali sono i vestiti appropriati di un educatore popolare? Pensandoci su, dopo almeno 20 anni di lavoro sociale, provo a fare una lista provvisoria:

Semplicità volontaria – È molto importante provare a vivere al livello dei bisogni, perché molte persone con cui trattiamo, trovandosi al di sotto della soglia della povertà, combattono per sopravvivere.

Compagnia allegra – Quando andiamo in giro, è meglio non andare da soli. Dobbiamo avere una compagnia, non solo per motivi di sicurezza, ma anche per dialogare e condividere il pane.

Purezza fedele – Sono tanti gli interessi legati al lavoro sociale. Essere sinceri e altruisti è una sfida quotidiana, con tutte le tentazioni che ci sono, come l’autogratificazione ed il pubblico di riconoscimento.

Nuda debolezza – Quando camminiamo in mezzo ai poveri, dobbiamo condividere la loro debolezza materiale, politica e spirituale. I miserabili sono degli “zero economici”, sono invisibili nei bilanci pubblici, sono oggetto di derisione nel mondo dello spettacolo e, in molte agende missionarie, la loro liberazione integrale non è la massima priorità.

Coerenza obbediente – L’educatore popolare deve essere zelante nell’ascolto delle voci esterne e principalmente di quelle interne. Ma alla fine, egli deve rispondere alla propria coscienza. Sapendo che questo può condurlo molto spesso alla segregazione, al sospetto ed alla solitudine.

Auto-svuotamento – Siamo solo servi utili. Facciamo appena quello che ci è richiesto di fare. Niente del bene che abbiamo fatto o detto ci appartiene; è solo lo Spirito che ci ha ispirato e ci ha rafforzato nel nostro dire e nel nostra fare.

Contropotere silenzioso – Come affrontare l’onnipotenza dell’impero? Come contrastare la schiacciante potenza dei media? Da dove trarre la forza per la nostra fede e la nostra azione? Davvero sarebbe di grande aiuto se riuscissimo a conservare nella nostra mente e nel nostro cuore la convinzione che c’è un solo atteggiamento fondamentale: la tenerezza per ogni essere vivente, specialmente per i più deboli; c’è un una sola forza: la forza della verità; c’è una sola certezza: lavare i piedi dei poveri; c’è un solo potere politico: la volontà di rinunciare ad ogni potere per realizzare la comunione; c’è una sola strada: quella dell’amore universale.

Indice

Prefazione
Riflessioni provvisorie di un educatore popolare
Il canto alla delicatezza
La marcia del bene comune
La diplomazia popolare
La spiritualità nella politica
Confessioni di un politico
Agonia di una politica
La politica delle cose: una strategia di riscatto per “gli ultimi tra gli ultimi”
Annotazioni sparse per un poema pedagogico
Verranno a bere le nostre acque, essi e i loro greggi
Non posso stare zitto
Sostenibilità
Ci sarà sostenibilità solo  se tutti cambieremo insieme
Perché Agua Doce
Il villaggio di Sururuy
Cambiamenti climatici: l’ora della resa dei conti?
Nostalgia del “Sertão do Carangola”
Il bisogno di un Vangelo Nudo
Il frutto dorato della Pace
Quali di questi ti sembra essere l’ultimo?
Lettera di Natale
Agua Doce – Serviços populares
Scheda adesione progetto

Stop al geocidio

di Alex Zanotelli

Appello / Verso Rio+20

Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra:”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012.
Nel 1992 infatti l’’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti venti anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’’orlo dell’’abisso.
Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta. Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra.
Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani -scrive il teologo americano Thomas Berry- non è basata né su nazionalità né sulla razza né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore.
E questo grande teologo aggiunge amaramente: Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio e il geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio.”
E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato, come appare nel libro inchiesta “ Private Empire” del noto giornalista Steve Coll, che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche, i dati scientifici sui cambiamenti climatici.
La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà , per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo.
Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni -ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years- . L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta.”
Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi, prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali, che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosiddetta green economy ’(l’economia verde). Ne sono espressione il mercato del carbonio, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria, che introduce il principio del diritto di inquinare. E’’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.
La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione, afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). E’ questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanere cittadinanza attiva e deve includere tutti coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia. Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a :
-informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica;
-rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico;
-impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili;
-rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori
-sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’’80% di emissioni di gas serra entro il 2050;
-chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%.
E’ un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.
Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali -così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale”

Napoli, 3 giugno 2012

Alex Zanotelli

Strategia della tensione in Vaticano

Caos in Vaticano.

E’ necessaria una reazione spirituale di tutti i cristiani a questa deriva.

Mai lo smarrimento era arrivato a questi livelli nella Chiesa cattolica. Certo nel Novecento non erano mancate lotte di potere condotte senza esclusione di colpi. Dal veto dell’imperatore d’Austria nel 1903 contro l’elezione al papato del cardinal Rampolla a quel novembre 1962 nel quale il Sant’Ufficio passò a Indro Montanelli accuse di modernismo per macchiare la giovinezza di Giovanni XXIII, dalla cacciata di Montini da Roma orchestrata dalla corte pacelliana nel 1954 alla lotta del torrido conclave del 1978 che convinse tutti a votare il Papa straniero, su su fino alla vicenda dell’Ambrosiano e di Marcinkus, nella quale toccò a un cattolico pulito come Nino Andreatta salvare la Chiesa dalle sue sozzure.
Ma stavolta c’è qualcosa di più. Ed è il senso di un disordine sistemico: la sensazione che ci sia ancora altro che debba deflagrare in tutta la sua catastroficità. Quelle che ci sono state negli ultimi anni, negli ultimi mesi e negli ultimi giorni non sono state solo fughe di notizie e non si possono rubricare come tradimenti. Sono pezzi di una strategia della tensione. Un’orgia di vendette e di vendette preventive che è ormai sfuggita di mano a chi s’illudeva di orchestrarla o di giovarsene. L’origine di tutto ciò non è misteriosa ed è — il Papa lo sa — tutta italiana. Per anni s’è pensato che alla Chiesa non servisse il confronto libero e duro delle idee (si vedano i duelli Kasper-Ratzinger, per dire): ma che invece le giovasse un meccanismo denigratorio fatto di blog, di corsivi, di aggettivi allusivi coi quali colpire nella fedeltà alla Chiesa e al Papa altri cattolici — se mai recuperando qualche documentino, gratis o a pagamento.
Questa tela di illazioni, pettegolezzi e calunnie ha prodotto liste di proscrizione recepite da autorità sempre più anemiche, ha legittimato ai massimi livelli un para-magistero fatto di risentimenti oltraggiosi (come quelli sparati dal sito dell’Espresso sull’invulnerabile priore di Bose, Enzo Bianchi) e ha alimentato la bacata morale dell’anonimato (come quella in cui finì il mandato di Boffo al Toniolo). Da qui ai dossier completi, come quello stampato in «Vaticano spa», il passo è stato breve: e poi è venuto tutto il resto, con una sequenza di colpi e contraccolpi sempre più desolanti.
È evidente che la Chiesa cattolica (e non solo lei) ha patito del calo del livello intellettuale delle classi dirigenti che chiamiamo crisi: ma forse la Chiesa ne porta perfino qualche responsabilità. Lungo gli anni tremendi fra il 1914 e il 1945 (all’Est fino al 1989), la congiuntura politica o l’ingenua attesa di una cristianità restaurata hanno spinto la Chiesa a confidare in un lavoro di formazione intensa delle coscienze. Un capitale umano senza pari, fabbricato nelle canoniche e sulle riviste, è stato immesso senza troppe distinzioni dentro culture intransigenti, clericali, democratiche, confessionali, progressiste. Una riserva talora minoritaria (si pensi alle correnti Dc), ma sufficiente a tenere in equilibrio le cose o addirittura a sanarle con la propria limpidità interiore.
Negli ultimi trent’anni, invece, s’è vissuto consumando quel capitale: lo si è speso per coprire politiche «contestuali» o per illudersi che giocare a scacchi col potere rendesse potenti. E quando tutto era ormai consumato è arrivato Benedetto XVI: la cui distanza ontologica da questi modi d’essere ha finito paradossalmente per agevolarli. E il mood conservatore del suo pontificato ha finito per eccitare quei suoi sostenitori reazionari delusi dal suo stile. La durezza dei passaggi di questi due giorni — Gotti Tedeschi ha avuto un trattamento peggiore di Marcinkus, il maggiordomo del Papa è stato preso come Agca — potrebbe dunque essere il segnale che l’investigazione tanto attesa s’è avviata o sviata, che voleranno stracci di diversi colori, che la «gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso» dovrà cambiar lavoro.
Ma è certo che se non ci sarà una reazione spirituale il disastro sarà completo: anziché giocare all’amletico gioco dell’anno (crescita o rigore?) i vescovi su questo dovrebbero concentrarsi. Ne ha bisogno la Chiesa, se ne gioverebbero l’Italia e l’Europa.

Alberto Melloni
Pubblicato il 29 maggio 2012: Dai Documenti di “Noi Siamo Chiesa”.

Lettera a Napolitano: “2 giugno, ripudiamo la guerra”

Il Movimento Nonviolento invita tutti a scrivere una lettera al Presidente Napolitano per chiedere di restituire al 2 Giugno la forza dirompente e smilitarizzata della nostra Repubblica, fondata sul lavoro e sul ripudio della guerra. Inoltre propone di organizzare dove possibile delle sfilate nelle quali i cittadini disarmati innalzino i cartelli con il testo dell’articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Al Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale – Roma2 giugno, ripudiamo la guerraLa pace è l’unico valore veramente rivoluzionario perché costringe a ripensare tutte le categorie del vecchio mondo che è stato costruito sulle macerie delle guerre.
Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra e alle spese militari che la guerra rendono possibile.
Noi vogliamo essere cittadini obbedienti alla Costituzione italiana, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale, e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. Lo dice l’articolo 11. E’ la stessa Costituzione che ci indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro. Lo dice l’articolo 1. In mezzo, tra l’articolo 1 e l’articolo 11, ci sono 10 articoli fondamentali della nostra carta costituzionale, su altrettanti valori fondanti: la giustizia, la libertà, la salute, l’educazione, ecc. Questo significa che i lavoratori devono costruire le condizioni per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra (e la sua preparazione) è l’unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto sociale e civile.
Per tutto questo noi non comprendiamo perché la Festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno, venga celebrata con le parate militari, la sfilata della armi, la mostra degli ordigni bellici. E’ una contraddizione divenuta ormai insopportabile. Questo è il ripudio della Costituzione,non della guerra. E’ il rovesciamento della verità.
Il 2 giugno ad avere il diritto di sfilare sono le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le forze vive della Repubblica; i militari hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l’inutile strage” della prima guerra mondiale, come disse il papa Benedetto XV.
A lei, Presidente della Repubblica, chiediamo di abolire la parata militare del 2 giugno, anche per rispettare la necessità di risparmio economico (l’anno scorso costò quasi 10 milioni di euro): inviti i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza. E’ un vero e proprio scandalo che mentre si impongono pesanti sacrifici a tutti, il Parlamento ed il Governo abbiano confermato l’enorme spesa di oltre 10 miliardi di euro per l’acquisto dei cacciabombardieri F35.
Ci impegniamo ad interpellare le autorità civili delle nostre città, sindaci, prefetti, consiglieri comunali, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta, scrivendo anche lettere ai giornali e diffondendole nei luoghi di lavoro. Il 2 giugno con le nostre associazioni vogliamo celebrare l’Italia che “ripudia la guerra”: dove possibile organizzeremo delle sfilate dove i cittadini disarmati innalzeranno i cartelli con l’articolo 11 della Costituzione.

Movimento Nonviolento
www.nonviolenti.org

Puoi riscrivere personalmente questa lettera, con la tua famiglia o il tuo gruppo, e spedirla al Presidente della Repubblica e alle autorità civili della tua città, sindaco, prefetto, consiglieri, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta nelle sedi istituzionali. Diffondi la tua/vostra lettera ai media locali e per raccoglierle e pubblicarle tutte, inviala ad azionenonviolenta@sis.it

19a Marcia per la Giustizia Agliana-Quarrata

19a Marcia per la Giustizia Agliana-Quarrata

19a Marcia per la Giustizia

Agliana-Quarrata sabato 8 settembre 2012

il tema sarà:

“Dichiariamo illegale la povertà”

Nell’occasione sarà lanciata la campagna mondiale per dichiarare illegale la povertà.

con

don Luigi CIOTTI, fondatore Gruppo Abele, presidente di Libera
Riccardo PETRELLA, Contratto Mondiale dell’acqua
Antonietta POTENTE, suora domenicana
Bruno AMOROSO, professore universitario

Ritrovo ad Agliana, piazza Gramsci ore 18,00
Arrivo a Quarrata, piazza Risorgimento ore 20,45

Saranno presenti al termine della Marcia i pullman per ritornare ad Agliana.
Aderiscono varie associazioni del territorio.
Per informazioni: marcia_giustizia@rrrquarrata.it

Popoli senza terra, 26-27 maggio

volantino popoli senza terra nuovo

Prescrizione per Mons. Lanfranconi

Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato stampa di “Noi siamo Chiesa” www.noisiamochiesa.org

Il vescovo di Cremona è uscito per prescrizione dal processo per non essere intervenuto nei confronti di un prete pedofilo. Dagli atti emerge la sua linea di protezione dell’istituzione a scapito della tutela delle vittime, simile a quella di tanti altri vescovi in situazioni analoghe

Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“L’Ordinanza dell’otto maggio del GIP di Savona dott. Fiorenza Giorgi  ha archiviato, per intervenuta prescrizione, la procedura avviata dal PM nei confronti  di Mons. Dante Lanfranconi, (vescovo di Savona dal 1992 al 2001 e ora vescovo di Cremona) per avere “coperto” il prete savonese don Nello Giraudo, pedofilo fin  della sua ordinazione nel 1980.
Che Mons. Lanfranconi fosse più che al corrente della situazione e nulla abbia fatto per lunghi anni emerge non tanto dalle parole del suo accusatore Francesco Zanardi quanto e soprattutto da quelle dei suoi collaboratori, in particolare da quelle del suo vicario generale Mons. Andrea Giusto. Tutto ciò è contenuto negli atti processuali. Vale la pena leggere integralmente la parte finale dell’Ordinanza:

“la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotta criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lanfranconi, risulta- è triste dirlo- come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente)per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

Davanti a un’archiviazione di questo tipo, pesante quanto una dura condanna, la reazione di Lanfranconi è stata sconcertante. Invece di rinunciare alla prescrizione e di chiedere il dibattimento per dimostrare la sua innocenza oppure  di riconoscere le sue colpe con un atto penitenziale e di chiedere scusa alle vittime (e magari di dimettersi da vescovo), egli ha diffuso un testo vittimistico (leggibile sul sito della diocesi di Cremona), lamentandosi di non aver potuto svolgere alcuna attività a propria difesa.
Lanfranconi è il primo vescovo ad essere perseguito direttamente nel nostro paese per un  comportamento omissivo  simile a quello  che è stato praticato dalla gran parte dei vescovi in situazioni analoghe, come emerge nei non rari processi a carico dei preti pedofili. L’assoluta gravità di questa vicenda, come delle tante altre che hanno “cancellato” le vittime per proteggere l’istituzione, non sembra essere capita dai vertici della Conferenza Episcopale, che hanno costantemente sottovalutato la questione fino al punto di invitare le vittime a rivolgersi con fiducia al proprio vescovo! . “Noi Siamo Chiesa” in questi giorni ha diffuso una Lettera aperta ai vescovi invitandoli, nello loro prossima assemblea, a una svolta radicale nella linea dell’episcopato su queste questioni, anche facendo riferimento a istituti e prassi già adottate in tempi recenti dalle Conferenze episcopali di altri paesi.”

Roma, 15 maggio 2012

Associarsi per un movimento di “economia democratica”

I Comitati Dossetti per la Costituzione, l’Associazione per la Democrazia Costituzionale, Altrapagina, l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, il Cenacolo Bonhoeffer di Modica, il Centro per la Pace di Bolzano, Missione Oggi, il Centro Balducci di Zugliano del Friuli, l’Associazione San Salvi Pellicanò di Firenze, Pace e Diritti, Koinonia, il Cipax, la Casa dei Diritti Sociali, Vasti

invitano i cittadini ad associarsi per un movimento di“ECONOMIA DEMOCRATICA”

Dopo un confuso periodo di turbolenza dominato dalla figura di Berlusconi, si è reso manifesto in Italia il vero problema che mette a repentaglio il futuro del Paese e la sicurezza dei cittadini: il sopravvento dell’economia sulla politica che rende tutti indifesi e prosciuga gli spazi della democrazia.
Questo processo che in forza della globalizzazione investe tutto il mondo, in Italia è già molto avanzato. Lo si vede dalla condizione cui è stato ridotto il lavoro, espropriato alle persone, negato ai giovani e non più messo a fondamento della Repubblica; lo si vede dal trasferimento della sovranità dal popolo ai Mercati; nella sottrazione allo Stato di ogni facoltà e strumento di intervento nella vita economica; nello svuotamento del principio di rappresentanza e delle vie per la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale; nell’abbandono della concertazione con le parti sociali e nella rinunzia a promuovere la coesione sociale; nella crisi dello Stato di diritto per il venir meno di uno spazio pubblico capace di dettare le regole al sistema delle imprese e all’economia privata; nella pretesa oggettività e neutralità delle decisioni tecnocratiche; nello smarrimento e anzi nel rovesciamento degli ideali di solidarietà e giustizia che diedero luogo alla costruzione dell’Europa.
La causa di tutto ciò sta nella rottura del rapporto vitale tra economia e democrazia, sul quale si è costruita gran parte della storia moderna dell’Occidente. Questa storia è risultata infatti dall’incontro di due movimenti: un impetuoso sviluppo dell’economia, nelle sue diverse forme di economia capitalistica, socialista o keynesiana, e un impetuoso sviluppo della democrazia, sia nella sua dimensione procedurale che nei suoi contenuti sostanziali. Il momento di massima convergenza e unità tra lo sviluppo dell’economia e quello della democrazia si è avuto, dopo la vittoria sul nazifascismo e la tragedia della guerra, nel costituzionalismo interno e internazionale e, in Italia, nella Costituzione del 1948, che prescriveva di fare della comunità politica il regno dell’eguaglianza, della persona il tempio della libertà e dignità umana, e della Repubblica il potere legittimo avente il compito di rendere effettivi i diritti e di rimuovere gli ostacoli anche di ordine economico e sociale che ne impediscono di fatto l’esercizio.
Oggi questa integrazione tra economia e democrazia si è rotta, e nello stesso tempo e non per caso si è arrestato lo sviluppo sia dell’una sia dell’altra. L’economia non solo si è isolata e affrancata dalla regola democratica ma, a cominciare dall’ordinamento europeo, si è sovraimposta. alla società e alla politica.
È giunto in tal modo a un punto culminante un processo per cui a un capitalismo che pretendeva di farsi legge a se stesso e all’intera società, il legislatore, e perciò la politica, ha risposto attribuendogli ogni potere e permettendogli di stare “nell’ordinamento giuridico solo per servirsene, ma non per assoggettarvisi” come già denunciava nel 1951 Giuseppe Dossetti in un ben noto dibattito col prof. Carnelutti. È sulla scia di questo indirizzo che negli anni 70-80 del Novecento irruppero sulla scena le politiche reaganiane e tatcheriane, che presero poi piede anche all’Est dopo la rimozione del muro di Berlino e contagiarono le stesse sinistre dell’Ovest, dal Labour Party di Tony Blair ai partiti ex comunisti europei. Ne è derivata la rinunzia ad ogni controllo sui movimenti dei capitali, l’immunità fiscale per le grandi ricchezze, la riduzione dei diritti del lavoro e del lavoro stesso visti solo come costi e limiti alla competitività e ai profitti d’impresa, il primato attribuito ai mercati sopra e contro i compiti che la Costituzione attribuisce alla “Repubblica”.
Questa supremazia di un’economia fine a se stessa e ignara della democrazia rischia di essere la nuova condizione del mondo e anzi viene presentata come l’unica civiltà possibile, l’unico ordine conforme a natura a cui non sarebbe lecito resistere e la cui ideologia anzi bisognerebbe essere educati ad abbracciare e a professare come l’unica vera.
Per avere un luogo da cui fare la propria parte per rispondere a questa sfida, i Comitati Dossetti per la Costituzione, l’Associazione per la Democrazia Costituzionale, Altrapagina, l’Associazione Pace e Diritti e altri gruppi e associazioni che si stanno consultando, promuovono un’aggregazione di cittadini intesa a rivendicare il criterio della democrazia costituzionale come vaglio della legittimità delle diverse espressioni della vita economica e ad animare un movimento organizzato di “Economia democratica”.
Economia Democratica intende operare per far prevalere un’altra concezione e pratica dell’economia, in un indissolubile nesso con la democrazia; e ciò senza ignorare il conflitto, alieno tuttavia dalla violenza e ordinato alla giustizia e alla pace; senza nascondere, nella indistinzione di un generico economicismo, lo scarto tra ricchi e poveri, forti e deboli, liberi e oppressi; senza liquidare, come “novecentesca”, la lotta operaia, sapendo vedere le angosce e i volti degli esuberi e degli esclusi e restituendo alla politica il compito di difendere la parte debole nei rapporti economici assegnatole dall’art.3 cpv. della nostra Costituzione.
In questa direzione il movimento di “Economia democratica” cercherà di agire sia promuovendo una comunicazione di saperi, sia attraverso attività di ricerca, di formazione, di studio e di proposta anche legislativa, sia attraverso confronti e dialoghi con i partiti e le formazioni sociali, sia attraverso pubblicazioni, assemblee, web e lotte politiche e sociali, tanto nel raggio nazionale che in quello europeo. Si tratta di riprendere e sviluppare il processo costituzionale italiano, dando nuovo impulso a una produzione di ricchezza che una Costituzione stabile nei suoi fondamenti e dinamica nei suoi svolgimenti può regolare in forme sempre più avanzate, sulla base del primato dei diritti fondamentali dei cittadini rispetto ai poteri economici e finanziari dei mercati; occorre portare il complesso delle istituzioni, dei trattati e della legislazione europea alla coerenza con i principi e i diritti  sanciti dalle Costituzioni nazionali dei Paesi membri e dalle Carte, dalle Convenzioni e dai grandi Patti internazionali sui diritti che si tratta oggi non soltanto di attuare ma anche di arricchire e di sviluppare.
La lotta per un’economia democratica non riguarda solo gli economisti né è ristretta alla sfera economica, ma coinvolge tutte le competenze e riguarda la figura stessa della società: allo stesso modo in cui, nella fase creativa della vita della Repubblica, la chiusura dei manicomi voluta da “Psichiatria democratica”, l’integrazione dei bambini disabili nelle scuole ottenuta da “Genitori democratici” e “Insegnanti democratici”, l’attuazione dei principi costituzionali nella giurisdizione perseguita da “Magistratura democratica” e simili, non riguardavano specialisti e interessi di settore, ma perseguivano beni e valori comuni e hanno cambiato la società tutta intera.
Le novità intervenute in Francia dimostrano che la politica può riprendere il suo altissimo ruolo, e che non sono un destino la povertà, la disoccupazione, la precarietà, la diseguaglianza, la perdita dei diritti e dei valori della vita pubblica.
Si può aderire a “Economia democratica” iscrivendosi alla “Associazione per un Movimento per un’economia democratica e costituzionale”, con sede in Roma, c/o Centro per la Riforma dello Stato, via Palermo 12, 00184; il recapito telefonico (c/o Focus-Diritti sociali) è 064464742, in funzione dalle 9 alle 19 dal lunedì al venerdì. Ci si può iscrivere versando una quota annua associativa di euro 50 o una quota di sostegno. Gli studenti, i disoccupati e i diversamente indigenti potranno versare una quota minore, o inviare una promessa di pagamento, non esigibile dall’Associazione. L’iscrizione al Movimento è compatibile con qualsiasi attività e l’appartenenza ad associazioni o partiti.
Quando il Movimento avrà raggiunto una prima soglia di 500 iscritti, sarà convocata la prima Assemblea di Economia Democratica, nella quale saranno discusse analisi e prospettive del movimento, sarà discusso e approvato lo Statuto, saranno eletti i destinati alle cariche sociali. Saranno anche costituiti un Comitato di studiosi comprendente economisti, giuristi e altri esperti, e un Comitato di collegamento per i rapporti e le iniziative comuni da promuovere con gruppi, associazioni, sindacati, partiti e simili. Potrà così partire, speriamo in breve tempo, la vera e propria attività culturale e politica del movimento.
Per iscriversi basta fornire nome e recapiti o alla sede del Movimento, o agli indirizzi e mail Comitatidossetti@tiscali.it; economiademocratica@tiscali.it; i versamenti possono essere fatti usando il c.c. BNL n 10470 intestato all’Associazione Pace e Diritti, IBAN IT36V0100503373000000010470, oppure recapitati alla sede del Movimento, e ne sarà responsabile, fino alla costituzione formale dell’Associazione, il Comitato promotore dell’iniziativa, rappresentato dai primi iscritti. Il sito web del Movimento è: www.economiademocratica.it

Roma, 11 maggio 2012

Elenco iscritti: Raniero La Valle, prof. Luigi Ferrajoli, prof. Umberto Romagnoli, prof. Gaetano Azzariti, Rossana Rossanda, prof. Gianni Ferrara, Franco Russo, Domenico Gallo, Sandro Baldini, Riccardo Terzi, Mario Pianta, Alberto Schiattarella, don Achille Rossi, Piero Di Siena, don Carmelo Lorefice, Agata Cancelliere, Concetta Pellicanò, Luisa Marchini, Rodrigo Rivas, Walter Tocci, Francesco Comina, Afra Mannocchi, prof. Raul Mordenti, Enrico Peyretti, prof. Francesco Capizzi, Maria Teresa Cacciari, padre Alberto Simoni, don Luigi Di Piazza, Paolo Lucchesi, Giulio Russo.

Altri iscritti al 12 maggio: Francesco Di Matteo, Ettore Masina, prof. Giuseppe Campione, prof. Nicola Colaianni, Pax Christi, Sergio Paronetto, Giorgio Lombardo, Father Mauro, Sergio Caserta, Siriana Farri, Silvestro Profico, Anna Sforza, Giulio Cesare Carloni, Silvia Lolli, Daniela Martelli, Daniele Montorsi, Rina Zardetto, Paola Cotti, Anastasia Calzecchi, Elly Schlein, Bianca De Mattheis, Giacoma Cannizzo, Sonila Lamaj, Umberto Andalini, Enrico Moruzzi, Angela Solimando, Paola Patuelli, Luca Bizzarri, prof. Francesco Fiordaliso, Alberto Albertini, Patrizia Farronato, prof. Gaetano Bucci, Alma comune Castelbolognese, Grazia Tuzi, Franca Maria Bagnoli, Claudio Dainese, Giuseppe Salmè, Aldo Santori, Romano C. Forleo, Carlo Maria Ferraris.

Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri

Convocazione di un’assemblea nazionale a Roma a cinquant’anni dall’inizio del Concilio

La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, “nel modo che Dio conosce” al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio.
Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al “popolo di Dio”, firmatari di questo appello, convocano un’assemblea nazionale per

sabato 15 settembre 2012 (10-18)
a Roma (EUR) nell’Auditorium dell’Istituto “Massimo”

Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Fu così ad esempio che, dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse a Pietro: “quello che io faccio ora non lo capisci, lo capirai dopo”, e fu da questa nuova comprensione che scaturì il primato della carità nella vita della Chiesa.
Così noi pensiamo che in questo modo, non meramente celebrativo, debba essere fatta memoria del Concilio nell’anno cinquantesimo dal suo inizio, e che al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento, quella oggi più ricca di verità e di frutti sia un’ermeneutica della memoria rigeneratrice. Essa è volta a cogliere l’”aggiornamento” che il Concilio ha portato ed ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato.
L’assemblea di settembre vorrebbe essere una tappa di questa ricerca. Se si terrà a settembre, invece che in ottobre, è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come “la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Da questo deriva infatti il tema del convegno.
Dopo un pensiero sulla “Mater Ecclesia” che gioì in quel giorno inaugurale dell’11 ottobre 1962 (intervento di Rosanna Virgili) l’incontro si articolerà in tre momenti:
– il primo dedicato a ricordare ciò che erano la Chiesa e il mondo fino al Concilio (intervento di Giovanni Turbanti),
– il secondo per discernere tra le diverse ermeneutiche del Vaticano II (intervento di Carlo Molari),
– il terzo sulle prospettive future, nella previsione e nella speranza di un “aggiornamento” che continui, sia nelle forme dell’annuncio, sia nelle forme della preghiera, sia nella riforma delle strutture ecclesiali (intervento di Cettina Militello), con parole conclusive di Raniero La Valle (“Il Concilio nelle vostre mani&rdquoWinking.
Sono previsti diversi interventi e contributi di testimoni del Concilio così come di comunità, di gruppi e di persone presenti al convegno, che potranno testimoniare la loro volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa.
L’ipotesi è che mentre lo Spirito “spinge la Chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo” (Presbyterorum Ordinis n. 22), l’eredità del Concilio, nella continuità della Chiesa e nell’unità di pastori e fedeli, ancora susciti ricchezze che è troppo presto per chiudere nelle forme di nuove “leggi fondamentali” (come fu tentato a suo tempo) o di nuovi catechismi, che non godono degli stessi carismi dei testi conciliari; mentre restano aperti gli orizzonti dell’ecumenismo e del dialogo con le altre religioni e tutte le culture per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.
In questo spirito i promotori invitano alla preparazione e alla celebrazione del convegno romano di settembre, che parteciperà in tal modo a un programma di iniziative analoghe che si stanno già realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.

Vittorio Bellavite, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti, Franco Ferrari, Raniero La Valle, Alessandro Maggi, Enrico Peyretti, Fabrizio Truini.

Roma, 10 maggio 2012

L’invito è fatto da :

Agire politicamente
Associazione “Cercasi un fine” – Bari
Associazione Cresia – Cagliari
Associazione Esodo – Venezia
Associazione Mounier – Cremona (Rete dei Viandanti)
Associazione nazionale Maurizio Polverari – Roma
Assemblea permanente S. Francesco Saverio – Palermo
Associazione Sulla Strada – Attigliano
Associazione Viandanti – Parma
Beati i costruttori di pace – Padova
Casa della Solidarietà – Quarrata/PT (Rete dei Viandanti)
Centro internazionale Helder Camara – Milano
Chicco di Senape – Torino (Rete dei Viandanti)
Chiesa-Città- Palermo
Chiesa Oggi – Parma (Rete dei Viandanti)
CIPAX- Roma
Città di Dio – Invorio/NO (Rete dei Viandanti)
Comunità cristiana di base di S.Paolo – Roma
Comunità Cristiane di Base italiane
Comunità del Villaggio artigiano – Modena
Comunità di base delle Piagge – Firenze
Comunità di Mambre – Busca/CN
Comunità di S.Benedetto – Genova
Comunità di S. Rocco – Cagliari
Comunità ecclesiale di S. Angelo – Milano
Comunità La Collina – Cagliari
CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
Fine Settimana – Verbania/VB (Rete dei Viandanti)
Fraternità degli Anavim – Roma
Galilei – Padova (Rete dei Viandanti)
Gruppo ecumenico donne – Verbania (Rete dei Viandanti)
Gruppo Promozione Donna – Milano
Il Concilio Vaticano II davanti a noi – Parma (Rete dei Viandanti)
Il Dialogo – Monteforte Irpino/AV
Il filo – Napoli (Rete dei Viandanti)
Il Guado – Gruppo di riflessione su fede e omosessualità – Milano
Koinonia – Pistoia (Rete dei Viandanti)
La Rosa Bianca
Le radici e frutti – Cagliari
Lettera alla chiesa fiorentina – Firenze (Rete dei Viandanti)
MIR- Movimento Internazionale per la Riconciliazione
Noi Siamo Chiesa
Nuove Generazioni – Rimini
Oggi la parola – Camaldoli/AR (Rete dei Viandanti)
Ore Undici – Roma
Parrocchia S. Maria Immacolata e San Torpete – Genova
Piccola Comunità Nuovi Orizzonti – Messina
Preti del Friuli-Venezia Giulia della lettera di Natale
Preti operai della Lombardia
Progetto Continenti – Roma
Progetto Gionata su Fede e omosessualità – Firenze
Scuola popolare Oscar Romero – Cagliari
Vasti – scuola di ricerca e critica delle antropologie.- Roma
Vocatio – Movimento dei preti sposati

Riviste e agenzie:

ADISTA (Roma)
CEM mondialità (Brescia)
Combonifem (Verona)
Confronti (Roma)
Dialoghi (Locarno/Svizzera)
Esodo (Venezia)
Il Foglio (Torino)
Il Gallo (Genova – Milano)
Il Tetto (Napoli)
In Dialogo (Quarrata/Pistoia) (Rete Radié Resch)
L’Altrapagina (Città di Castello/PG) (Rete dei Viandanti)
Missioni consolata(Torino)
Missione oggi (Brescia)
Mosaico di pace (Bisceglie/BT)
Nigrizia (Verona)
Orientamenti sociali sardi (Cagliari)
Popoli (Milano)
Preti operai (Mantova)
QOL (Novellara/Reggio Emilia)
Segno(Palermo)
Sulla Strada (Varese)
Tempi di fraternità (Torino),
Viottoli (Pinerolo/TO)

Il programma dettagliato e le informazioni logistiche seguiranno a breve insieme alle indicazioni per aderire online.