Marcelo Barros – Un’Alleanza per la Vita

Marcelo Barros – Un’Alleanza per la Vita 

“Un’Alleanza per la Vita”, il nuovo libro di Marcelo Barros

Carissima, carissimo, come puoi verificare nel seguito, è uscito il nuovo libro di Marcelo Barros, brasiliano, priore benedettino del Monastero dell’Annunciazione in Goias – Brasile. E’ un commento sui Salmi. Molto attualizzato, macroecumenico, con la prefazione di Carlos Mesters, noto biblista brasiliano. Siamo di nuovo a chiederti di potere acquistare il libro attraverso di noi. Abbiamo fatto con la editrice EMI un accordo che ci permette di avere il libro al 50% di sconto. Sconto che naturalmente andrà al monastero per sostenere la Casa editrice del monastero stesso che ha già editato, con i proventi del libro “Il Sapore della Libertà” (anche questo libro lo puoi chiedere direttamente a noi), un libro in Brasile. Questi nuovi proventi speriamo diano loro la possibilità di pubblicarne un secondo, già pronto.

Marcelo Barros Monaco benedettino brasiliano, è priore del Monastero dell’Annunciazione del Signore, nella città di Goiás (Brasile). È biblista e consigliere teologico della Commissione Pastorale della Terra e delle Comunità di Base. È membro dell’Associazione Ecumenica dei Teologi del Terzo Mondo (ASETT). Autore di molti libri.
Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli… (Sal 8, 4-6a)
I Salmi della Bibbia continuano ad affascinarci per la loro bellezza e ad accompagnarci verso l’unione con i segreti più profondi della vita. La preghiera dei Salmi è qui presentata nel suo rapporto con la vita. Secondo la visione dei poveri – dagli Ebrei del Primo Testamento alle comunità di base dell’America Latina – la preghiera affronta il problema dell’ingiustizia, ma si apre anche a contemplare l’immensità della natura. Attraverso la sua lettura dei Salmi, Marcelo Barros manifesta la passione per l’universalità con un’umile e coraggiosa apertura alle persone di altre fedi e convinzioni. Egli canta i Salmi con tutti, impegnandosi a rispettare la sensibilità di ciascuno.
della collana “Le caravelle” editrice EMI, Bologna formato 14×21 – pp. 128 – euro 9

Marcelo Barros, Francesco Comina – Il sapore della libertà

Marcelo Barros, Francesco Comina – Il sapore della libertà 

Un dialogo sulla libertà e l’utopia fra un giornalista italiano e un biblista brasiliano.

Francesco Comina, Marcelo Barros Il sapore della libertà Pagine 208 Editore La Meridiana Prezzo Euro 14,00
“Il libro Il sapore della Libertà si propone come una testimonianza di vita in forma di dialogo che coinvolge te che lo stai leggendo e ti invita a continuare in questa ricerca. Questo libro non ha capitoli. È organizzato in cinque dialoghi, come circoli di conversazione indipendenti, ma allo stesso tempo complementari. Seguono il metodo consacrato in America Latina del ‘vedere, valutare e agire’”. […] Gli autori ci offrono elementi per la riflessione e ci invitano a proseguire il dialogo con noi stessi, con gli altri e con la bontà divina presente nell’universo e dentro di noi. In ogni modo, questo libro propone diverse conclusioni. Una di queste è che l’essere solidali è il modo normale della persona per essere libera in questo mondo. Come diceva il monaco Thomas Merton: “Nessun uomo è un’isola”. La solidarietà è l’unica via percorribile per costruire società basate sulla difesa intransigente e permanente dei diritti umani. Siamo felici di vivere in un mondo nel quale queste strade sono aperte. Sia che tu sia religioso/a o non credente, potrai trarre altre conclusioni valide e sentire il “sapore della libertà” che qui si dipinge. Chi crede in Dio sa che avventurarsi in questa strada verso la libertà è lasciarsi condurre dallo Spirito che “soffia dove vuole, si ascolta la sua voce, ma non si sa da dove venga e dove vada”. (Gv 3, 8) (dalla Prefazione di Leonardo Boff)

Un libro che nasce dalla vita e nella vita continua
Carissima, carissimo, il monastero dell’Annunciazione del Signore è una fondazione dei monaci francesi dell’Abbazia di Tournay (nei pressi di Lourdes), della Congregazione benedettina di Subiaco. Dopo un primo periodo a Curitiba, nel sud del Brasile, la comunità si è stabilita in Goias a partire dal 1977, dove, prima di costruire il monastero, ha abitato per sette anni in una piccola casa di un quartiere popolare, per meglio conoscere e far proprie le abitudini della gente. La struttura dell’attuale monastero risale al 1985. I monaci, le monache e i laici che ne fanno parte vivono del loro lavoro. Esso intende coniugare la tradizione spirituale del monachesimo benedettino con la cultura e la realtà di vita dei poveri brasiliani. Vive una profonda comunione con numerose situazioni di sofferenza e di resistenza. Il monastero accompagna inoltre alcune comunità di contadini sem-terra che, in questi anni, hanno occupato alcune terre dei latifondi presenti nella zona, per rivendicare il diritto alla vita e al lavoro. Organizza i piccoli proprietari in cooperativa. Ritiene sua vocazione specifica la preghiera e l’attività a favore dell’unità dei cristiani, del dialogo con le religioni e con le culture popolari, dell’educazione alla pace. Si impegna, conseguentemente, e invita a impegnarsi contro ogni forma di emarginazione e di esclusione nella Chiesa e nelle Chiese. E’ su questo cammino che noi della Casa della Solidarietà e della Rete Radiè resch di Quarrata (Pistoia) abbiamo un profondo legame con i fratelli e le sorelle del monastero. La comunione creata è continuamente alimentata da scambi, riflessioni, condivisioni e scelte che fanno sempre più gustare il sapore di una profonda e benefica relazione. Relazione che parte dagli uomini e dalle donne della nostra quotidianità, per giungere ad incontrare i volti degli impoveriti, degli esclusi del Brasile e dei tanti altri Brasile del mondo. Se tu che hai letto questo libro, vuoi approfondire il cammino con il monastero, vuoi conoscere la loro esperienza, sappi che puoi rivolgerti a noi scrivendoci.

Nord e Sud, cambiare insieme

Nord e Sud, cambiare insieme 

Lettere nella Rete Radié Resch

a cura di Ercole Ongaro

Arturo Paoli – Quel che nasce, quel che muore

Arturo Paoli – Quel che nasce, quel che muore 

con prefazioni di Filippo Gentiloni e Luigi Ciotti

“Andate a vivere per un anno nelle favelas, portando nulla con voi, meglio se siete come me, incapaci di avvitare una lampadina. E accettate quella contestazione invisibile, tanto più acuta quanto più vi accorgete della fiducia che ripongono in voi, senza fuggire. Se siete credenti accettate anche di sentirvi spogliati della vostra fede. Allora comincerete a capire cos’è la gratuità”.

Arturo Paoli

Un’altra strada, a cura di Leda Tasselli

Un’altra strada, a cura di Leda Tasselli

E’ uscito il libro “Un’altra strada”, a cura di Leda Tasselli
Una nuova pubblicazione della Rete Radié Resch di Quarrata

Un’altra strada – a cura di Leda Tasselli, fotografa
Prefazione di padre Julio Lancellotti
Pagine 156 – formato cm 28,8×28 – contributo richiesto euro 15  – per posta euro 18
L’intero incasso del libro servirà a finanziare due progetti a favore del popolo della strada di San Paolo

“Un’altra strada” parla di quelli che, a San Paolo del Brasile come nella maggior parte delle metropoli del nord e del sud del mondo, non godono del diritto/privilegio ad avere una casa dove vivere. Il numero delle persone costrette ad abitare le strade è in lento ma costante aumento, e questo non può non farci riflettere sul sistema economico che abiamo scelto, basato per sua natura sullo sfruttamento delle risorse dei paesi meno sviluppati e sull’esclusione sistematica dei soggetti più deboli, per strada non ci vivono solo i “matti”, gli “ubriachi” e i “tossici”, anche se pensare così ci aiuta a mettere una opportuna distanza di sicurezza quando li vediamo caminare trascinandosi i cartoni, nella nostra passeggiata igenica dopo il cinema del sabato sera. E abbiamo bisogno di scaldarci al pensiero falso che noi non potremmo mai finire in quello stato. Per strada vive gente che in buona parte avrebbe, o avrebbe avuto, tutti i requisiti, oltrechè il diritto insindacabile, per avere una casa, un’occupazione, una vita dignitosa. Tanti e tanto diversi sono i motivi che portano una persona a scegliere la strada, o a subirla come unica condizione possibile. L’intenzione di questo libro, fatto di immagini e parole, è quello di dar voce in qualche modo agli abitanti delle strade di San Paolo: il libro contiene alcune testimonianze raccolte tra le persone in situazione di strada, e un lavoro fotografico che ha per tema la città, ed è stato interamente realizzato da quattro cittadini della strada, vi si trovano poi alcune analisi elaborate nel corso di anni di esperienza degli operatori che collaborano in diverse forme con queste persone, difendendone con coraggio il diritto alla dignità e alla cittadinanza. C’è infine una parte fotografica, che raccoglie una cinquantina di immagini in bianco e nero sul tema della strada.Tra queste immagini, molte ritraggono un gruppo di famiglie “normali” di San Paolo, che nel mese di agosto del 2005 si sono ritrovate da un giorno all’altro ad abitare su un marciapiede, in conseguenza dello sgombero forzato del palazzo in cui vivevano da anni. Non è così difficile ritrovarsi sulla strada, certe volte basta una cosa banale come uno sfratto, dovremmo ricordarcene quando usciamo dal cinema il sabato sera, e sgattaiolamo a casa infreddoliti, a farci una bella doccia calda.
Si possono ordinare una o più copie, telefonando allo 0573/750539 – 339/5910178.
I gruppi e i singoli che sono disponibili a organizzare una presentazione del libro, possono contattarci ai recapiti sopra riportati.
Ringraziamo la Provincia di Pistoia che ha finanziato la pubblicazione.

Marcelo Barros: La magia del cammino

Marcelo Barros: La magia del cammino 

Abbiamo dato alle stampe un nuovo libro, un romanzo, di Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano, biblista della liberazione, teologo della terra. Pubblicato nel 1996 in Brasile, per la prima volta è adesso disponibile in Italia.

“La magia del cammino” di Marcelo Barros

Il libro è disponibile dal 16 dicembre 2007.
Edito dal Notiziario della Rete, è un romanzo di 240 pagine, per un costo di 15 euro.
Naturalmente tutto il guadagno ottenuto dalla vendita del libro andrà a beneficio delle attività in cui Marcelo Barros è impegnato.
Aspettiamo i vostri ordini.

Chi è interessato ad organizzare una presentazione del libro ce lo comunichi, dato che stiamo definendo una venuta di Marcelo Barros per i primi mesi del prossimo anno.


Segue una recensione de “La magia del cammino”, di Antonella Annovazzi.

Il cammino e la magia della vita
La Magia del Cammino è il primo romanzo di Marcelo Barros, pubblicato in Brasile nel 1996. Quando il mistero è troppo grande per essere spiegato, la soluzione è narrarlo in forma poetica e romanzata: nella ricerca per decifrare il mistero contenuto nella narrazione si impara a leggere la magia dei cammini della propria vita. Per questo il romanzo è il genere di lettura più apprezzato e, fra i best seller più venduti in America e in Europa, vi sono romanzi su persone che vivono in Pakistan, Afghanistan, India e Africa. Le narrazioni attraversano le frontiere e le storie locali diventano universali. Così Marcelo Barros accompagna il cammino di Joca, giovane nordestino di cultura negra, a São Paulo, megalopoli di 20 milioni di abitanti provenienti da tutto il Brasile in cerca di vita e di libertà. São Paulo è anche il riassunto del mondo, rappresentato dai migranti e dai loro discendenti che arrivati dai vari continenti parlano la loro lingua, preparano i loro cibi e frequentano i cammini religiosi che, nelle loro differenze, arricchiscono il mondo. Joca diventa il simbolo di come ogni emigrante si sente nel confrontarsi con una cultura dominante, nella quale non riesce a entrare ma con la quale ha bisogno di convivere. Appena sbarcato alla stazione è derubato delle poche cose che ha e, perso nella grande città, incontra un avvocato socialmente impegnato in difesa degli occupanti di terra, in crisi con sua moglie e con la sua chiesa. Il cammino di Joca e di Samuel è molto diverso, ma entrambi si sentono uniti nella solitudine, così diventano amici. Vicessitudini di lavoro e affettive si susseguono finché Joca scompare. Samuel muove cielo e terra alla ricerca dell’amico, come cercasse l’anello perso di una catena che dà senso alla ricerca di se stesso. La presenza di un’amica, psicologa e spiritualista, lo mette a confronto con la necessità di una relazione con una donna che non soddisfi solo le sue carenze, ma che lo conduca a una definizione affettiva più piena. Durante la ricerca di Joca in una comunità di religione afro brasiliana, entra in contatto con la religione degli Orixàs, che non l’allontana dalle sue radici cristiane, ma, al contrario, le amplia e le universalizza. In questo romanzo il lettore trova non solo uno sguardo sul Brasile (vivacissimo nei personaggi, nelle situazioni e nel linguaggio) attento al sociale, alle ingiustizie e alle lotte, ma anche il travaglio di un cammino interiore alla ricerca della consapevolezza dei propri sentimenti amorosi e di una nuova spiritualità ecumenica. La vita dei personaggi, nelle loro realtà e sentimenti, veicola un percorso di conoscenza all’interno di varie fedi religiose e un quadro sociale che raggiungono e coinvolgono il lettore con una maggiore vivacità che non un saggio. Leonardo Boff ha scritto del libro: In questo libro Marcelo si espone perché ci rivela che la segreta magia del cammino è il suo modo di capire la vita, sempre vista attraverso il cuore e pensata con tenerezza. E’ questa magia affettuosa che ci conduce alla festa pasquale di coloro che, nell’oscurità della notte, celebrano la Resurrezione di Gesù e dell’universo e cercano la “Comunità della Pace” dove le persone delle più diverse tradizioni religiose e culturali si uniscono per vivere insieme, pregare e lavorare per la pace e la giustizia”.
Antonella Annovazzi

Vittorio Vezzetti – Nel nome dei figli

Vittorio Vezzetti – Nel nome dei figli

….Prima di entrare in Tribunale Carlo, assorto nel ripasso, pestò involontariamente un escremento di cane: volle credere che gli avrebbe portato fortuna. Entrato e superato il metal detector, la sua attenzione fu colpita da un signore, piccolo e tozzo, fermo in un angolo. Dritto in piedi, con lo sguardo fisso e vestito in modo singolare (interamente di rosso) lo salutava con la mano. Carlo non fece in tempo a soffermarvi la sua attenzione che trovò il proprio legale: l’avvocato Aquilani…

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Nel nome dei figli
Si tratta di un’opera importante caratterizzata da tre diversi piani di lettura.

– Un primo piano, elementare, basato sul racconto ricco di colpi di scena derivati dall’immaginario patto di sangue tra un anziano legale e un giovane cliente.
– Un secondo piano, più complesso, rivolto ai genitori separati e ai professionisti del settore che potranno apprendervi molti dettagli innovativi. Gli avvocati e gli psicologi impareranno sicuramente molte cose. Si tratta infatti di un libro che spazia dal rapporto della Chiesa coi separati alla alienazione genitoriale, dalla separazione con figli disabili alle problematiche scolastiche delle famiglie separate, dal coinvolgimento degli animali domestici alle nuove povertà e così via
– Un terzo piano legato alla riflessione su temi eterni quali il contrasto giustizia assoluta-giustizia degli uomini, quello fra libero arbitrio e destino predeterminato, il rapporto uomo-donna nella famiglia e nella società.

Nonostante la stampa con bookspring e modalità distributive alternative ai canali tradizionali,  il romanzo “Nel nome dei figli”, opera del medico e pediatra, specialista in problemi delle separazioni, Vittorio Vezzetti, responsabile scientifico di Adiantum sta avendo un successo editoriale e di vendita
“Nel nome dei figli” è un ricco, ironico, denso e avvolgente, racconto che affronta il problema del coinvolgimento dei bambini nella separazione dei loro genitori, e di cosa sia il “sistema giustizia” allorché entra nella “famiglia”, aiutandola -ed è un eufemismo, perché proprio il libro di Vezzetti dimostra il contrario- a separarsi. Con risultati tragici.

Il volume è scritto con evidente competenza specialistica e una grande abilità narrativa.

La competenza – lo si sa e lo si intuiva – ha indispettito primari e colleghi “politically correct” del “sistema separazioni”, e tenuto lontani dirigenti della editoria di cartello. Quell’editoria, per intenderci, che punta sulla storia edulcorata, “corretta”, stereotipata e banale.Ricca di “soap” appiattite su valori e gusti da omogeneizzato.

L’abilità narrativa con cui il “racconto” procede, ci parla a sua volta di una grande competenza “scientifica” – nel senso più ampio del termine – e, insieme, di storie vissute e conosciute, e filtrate attraverso l’occhio che è narrativo perché “clinico” e dunque anche terapeutico. D’altra parte, da sempre si sa che i medici sono ottimi scrittori. E Vezzetti lo è, proprio perché -grande specialista del settore e “medico” nel senso più ampio del termine, non si limita ad esporre sintomi e diagnosi, e terapia, ma ci partecipa di una “malattia”, con tutta la sua tragedia.

In questo caso, un vero e proprio cancro sociale, com’è la “conflittualità nella separazione”: un cancro che metastatizza soprattutto nei bambini, con degenerazioni orribili.

“Nel nome dei figli” affronta il drammatico diluvio – e non a caso inizia in una giornata di diluvio inusuale in città, con un fiume che rischia di tracimare per portar via “pure la macchina” – che allaga la vita di chi viene investito dalla “separazione coniugale”, e dalla conflittualità che ne emerge.

In realtà, vite intere portate via da un fiume su cui si riversano, “avidamente” è il termine esatto, non pochi affluenti: in una tragedia che Vezzetti descrive fin troppo bene: con il sussulto del clinico, appunto, che narrando descrive e indaga una drammatica patologia che non è (solamente!) individuale, ma soprattutto di un sistema intero, di cui fanno parte tutti gli addetti ai lavori e agli …orrori: “Ho scritto questo libro in soli 60 giorni – spiega Vezzetti- ma ho iniziato a vivere vicende e ascoltato storie simili alle mie dal 2003, da quando suonai un giorno al cancello e mi fu vietato di vedere mio figlio”.

Ci sembra ci sia abbastanza per farcelo comprare.

Il libro, già presentato in diverse città, ha un suo sito internet, www.nelnomedeifigli.it  dove e’ possibile informarsi dove e’ possibile acquistarlo.

A Pistoia:  Librolandia di Mazzoni Roberta – Viale Adua, 405 – Pistoia 0573-400466

Gruppo Abele – Costa d’Avorio

Progetto Communauté Abel Grand Bassam – Costa d’Avorio
Associazione Gruppo Abele

anno 2007
Il coinvolgimento in percorsi di promozione dei diritti, così come l’affermazione dell’intrinseca dignità della persona umana e del valore delle diverse culture, costituisce una delle esperienze qualificanti del Gruppo Abele. Sentendo di aver consolidato le proprie competenze sul territorio di origine, a partire dagli anni ’70 l’associazione ha deciso di raccogliere le sfide poste da realtà lontane…

1. INTRODUZIONE
Il coinvolgimento in percorsi di promozione dei diritti, così come l’affermazione dell’intrinseca dignità della persona umana e del valore delle diverse culture, costituisce una delle esperienze qualificanti del Gruppo Abele. Sentendo di aver consolidato le proprie competenze sul territorio di origine, a partire dagli anni ’70 l’associazione ha deciso di raccogliere le sfide poste da realtà lontane, eppure afflitte, spesso in forma assai più grave, dagli stessi problemi che negli anni si erano affrontati in Italia. Ci si è dunque attivati per sostenere anche altrove un discorso in favore dell’educazione, dei diritti, della dignità personale e sociale, dello sviluppo di capacità e saperi. Nel tempo l’attenzione si è incentrata su aree diverse del mondo. Oggi lavoriamo soprattutto nel continente africano, un mondo poco conosciuto nelle sue potenzialità, i cui tesori sono spesso resi inaccessibili da conflitti interni, corruzione delle classi al potere e, soprattutto, da potenti interessi particolaristici.

1.1 Quale cooperazione La filosofia che guida le nostre azioni di cooperazione è la stessa che contraddistingue l’operato dell’Associazione nel contesto italiano; essa prevede l’attenzione verso le situazioni di maggior disagio, la disponibilità all’accoglienza, la promozione dei diritti fondamentali, il rifiuto di una logica di dipendenza fra chi beneficia dell’aiuto e chi lo offre. Miriamo soprattutto a promuovere il protagonismo delle popolazioni locali, impegnate ad intraprendere processi di sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibili. Sostenibilità è una parola chiave nel quadro della Cooperazione Internazionale. Il settore Cooperazione del Gruppo Abele, insieme ai suoi partner, lavora alla costruzione di un futuro che sia sostenibile davvero, cioè sostenibile per tutti: un futuro frutto di incontro, da progettare insieme a coloro che oggi, con fatica, cercano opportunità di riscatto dalla povertà e dall’emarginazione, un futuro che possa essere riconosciuto da noi e da loro come obiettivo comune. La nostra priorità è dunque quella di coinvolgere i paesi in via di sviluppo in rapporti di vera collaborazione, intorno a progetti culturali, formativi e di accoglienza che risultino sinceramente condivisi. Puntiamo a mettere a disposizione dei nostri progetti competenza, volontà ed esperienza, e cerchiamo di tenere sempre presente il confine fra il concetto di cooperazione e quello di aiuto per appoggiare le comunità africane con le quali lavoriamo nel cammino verso una reale autonomia. Riteniamo infine che la valorizzazione delle differenze, oltre ad essere la premessa necessaria di qualunque percorso di cooperazione, possa aiutarci a ripensare un modello di convivenza più adeguato per tutti.

2. IL PAESE DI INTERVENTO La Costa d’Avorio, pur avendo goduto a lungo di una prosperità economica ignota agli altri paesi dell’area, a partire dai primi anni ’90 ha conosciuto una pesante recessione, aggravata sia dal crollo dei prezzi delle sue principali materie prime da esportazione (cacao e caffè), sia dalle politiche di aggiustamento strutturale imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Al declino economico si è affiancato un progressivo sfaldamento del tessuto sociale, e contemporaneamente sono emerse tensioni a livello politico. Nel 1999 il primo colpo di stato della storia ivoriana ha rovesciato il presidente in carica, dando origine ad una fase di grave turbolenza. Nel 2002, con un secondo colpo di stato, forze armate antigovernative – le Forze Nuove – hanno preso il controllo della zona centro- settentrionale, dividendo di fatto la Costa D’Avorio in due aree governate separatamente. Tutto ciò ha minato la stabilità sociale, facendo precipitare il Paese in una preoccupante emergenza umanitaria. Oggi la Costa d’Avorio sembra uscita dalla fase più critica, anche grazie all’accordo firmato il 4 marzo 2007 dal Presidente Gbagbo e dal segretario generale delle Forze Nuove con lo scopo di rilanciare un processo di pace faticosamente intrapreso e più volte interrotto. La popolazione, tuttavia, continua a vivere un quotidiano fatto di privazioni e difficoltà. La repubblica ivoriana si trova dunque a dover affrontare molti problemi, tutti fra loro strettamente connessi e ugualmente cruciali: gli effetti della guerra civile, l’indigenza di vastissimi strati della popolazione, l’allarme HIV/AIDS e il generale aumento delle malattie a carattere epidemico, le varie forme di sfruttamento e riduzione in schiavitù delle fasce più deboli. Nell’ultima graduatoria stilata annualmente dall’UNDP sulla base dell’Indice di Sviluppo Umano – un dato che valuta la qualità della vita a partire da fattori come la speranza di vita alla nascita, il livello di istruzione e la distribuzione pro-capite del reddito – la Costa d’Avorio si colloca agli ultimi posti: 164a su 177 paesi analizzati, con una tendenza al peggioramento. L’apparato statale ivoriano non è al momento in grado di assicurare ordine e osservanza delle leggi, né di garantire i servizi di base alla popolazione; si sono registrate gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, mentre centinaia di migliaia di persone sono sfollate a causa dei combattimenti. L’economia del Paese affronta intanto una fase di ulteriore stagnazione.
2.1 Minori e donne Desta particolare preoccupazione la condizione dei minori, soprattutto tenendo conto dell’altissimo numero di orfani. Molti sono i bambini che si ritrovano privati troppo presto delle figure adulte di riferimento, uccise in breve tempo dall’AIDS che qui ha un tasso altissimo di diffusione. Tanti altri ragazzi, sfollati dalle regioni di origine, hanno perso i genitori a causa della guerra. Questi bimbi finiscono quasi inevitabilmente sulla strada, nell’abbandono e nel bisogno, spesso forzati alla scelta della criminalità. La Costa d’Avorio è inoltre pesantemente coinvolta nel traffico di minori, soprattutto in quanto Paese di destinazione dei giovanissimi destinati a lavorare, con turni estenuanti, nelle piantagioni di cacao e caffè. Numerose sono poi le bambine che arrivano dai paesi limitrofi per essere sfruttate come domestiche o come prostitute nei locali, così come i ragazzini che finiscono nei circuiti dei pedofili occidentali. Non sorprendentemente, date le premesse, è in aumento il numero dei bambini non scolarizzati. Fra coloro che maggiormente subiscono la difficile situazione del Paese ci sono anche le donne. Spesso già a partire dalla prima infanzia, esse vivono una condizione di subalternità: le bambine hanno meno accesso alle cure sanitarie, all’educazione e persino all’alimentazione rispetto ai loro coetanei maschi. Di conseguenza, le ragazze scolarizzate sono una minoranza, mentre sta raggiungendo livelli davvero allarmanti la diffusione dell’HIV/AIDS fra le giovanissime, ignare dei metodi di prevenzione del contagio. Non alfabetizzate e prive di competenze professionali di base, le donne hanno anche scarse possibilità di impiego, in una regione dal tasso di disoccupazione già di per sé elevatissimo. Eppure spesso è la donna il vero – se non unico – motore dell’economia familiare. La maggior parte delle donne ivoriane provvede a sostentare la famiglia grazie a piccole attività produttive e/o commerciali autonome. Anche queste sono però oggi in declino: per una giovane madre è sempre più difficile accedere alle pur modeste risorse necessarie ad avviare un’attività in proprio, poiché in pochi sono disposti ad investire su di lei. Per completare il quadro occorre tenere presente i recenti fenomeni di disgregazione del nucleo familiare tradizionale, che hanno un forte impatto sulla condizione femminile e infantile, e in particolare alimentano il fenomeno delle donne sole e quello dell’abbandono dei bambini.

3. IL PROGETTO COMMUNAUTÉ ABEL Fra i nostri progetti di cooperazione attivi, quello in Costa d’Avorio ha la storia più lunga: è nato nel 1983, in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia ivoriano, per offrire una possibilità di reinserimento sociale a numerosi minori carcerati. Col tempo, in risposta alla crescente crisi politica, economica e sociale del Paese, si è deciso di ampliare e diversificare gli interventi e di prendersi cura anche di altre fasce deboli della società: orfani, bambini di strada, sfollati di guerra, vittime del traffico di esseri umani, vittime di sfruttamento lavorativo, donne in difficoltà. Il progetto oggi vede sul campo un’equipe di 28 persone, tre italiani e 25 ivoriani, che condividono l’ideale di lavorare per l’affermazione della dignità delle persone e della giustizia sociale, stimolando a tal fine tutte le risorse della comunità locale. La Communauté è strutturata in tre principali unità operative e logistiche: il Carrefour Jeunesse, situato nel centro di Grand Bassam e dedicato ad attività di aggregazione e di animazione sociale, il Centre Abel, pensato per l’accoglienza residenziale e la formazione professionale di ragazzi in difficoltà, e il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione. Coerentemente con la filosofia del Gruppo Abele, anche in Africa non smettiamo di interrogarci, di chiederci che cosa fare di nuovo, di più: nell’ultimo periodo, grazie al lavoro di osservazione del contesto di intervento svolto dal nostro personale espatriato, abbiamo colto l’emergere di ulteriori bisogni in seno alla comunità. Ci siamo dunque impegnati a proporre nuove progettualità, con l’obiettivo di fornire risposte sempre più adeguate a fronte delle tante urgenze. Per questo stiamo realizzando tre nuove iniziative: la “Casa delle Donne”, il potenziamento della fattoria al Centre Abel e alcuni impianti sportivi. Sempre per questo abbiamo recentemente inaugurato, presso il Carrefour Jeunesse, un ambulatorio socio- sanitario. Nella messa in opera dei progetti sul territorio ci appoggiamo anche ad associazioni locali impegnate nel lavoro sociale, delle quali abbiamo verificato la condivisione dei valori e delle strategie che ci guidano. Ci capita inoltre di operare in sinergia con altre ONG internazionali, come “Save the Children” e “Terre des Hommes”, specializzate nella promozione dei diritti dell’infanzia, poiché condividiamo con loro l’idea che uno sforzo congiunto possa conferire maggiore incisività alle rispettive azioni.
3.1 La centralità della dimensione educativa Le nuove generazioni di ivoriani faticano a trovare l’importante sostegno affettivo e relazionale, e anche l’aiuto materiale, un tempo assicurati all’interno della famiglia allargata tradizionale. Quest’ultima, nel confronto con le drammatiche trasformazioni del Paese, sta infatti andando incontro a fenomeni di profonda disgregazione. Pur nell’impossibilità di fornire risposte efficaci e definitive a tutti i problemi della popolazione, soprattutto quella giovanile, abbiamo scelto di porre l’accento sulla dimensione socio- educativa. Questo orientamento deriva dalla filosofia del Gruppo Abele, che vede nella formazione lo sbocco naturale di ogni sua iniziativa, lo strumento per accompagnare l’altro verso la consapevolezza dei propri diritti e delle proprie potenzialità e per renderlo protagonista della propria esistenza, nonché partecipe dello sviluppo collettivo. Ci rivolgiamo preferibilmente ai giovani, poiché pensiamo che investire sulla crescita dei ragazzi sia una premessa fondamentale per chiunque persegua la maturazione e il progresso delle comunità, nei paesi in via di sviluppo così come nel nostro contesto occidentale. L’asse portante di tutto il progetto Communauté Abel è dunque costituito dalle attività educative ad ampio raggio, che spaziano dal sostegno pscico-affettivo offerto ai minori, all’accoglienza residenziale, ai corsi professionali, ai progetti di microimprenditorialità, ai corsi di alfabetizzazione e di francese, cultura generale ed educazione civica. Obiettivo finale delle azioni messe in atto è il reinserimento dei ragazzi coinvolti nel tessuto familiare e sociale; per raggiungerlo, gli educatori della Communauté Abel elaborano insieme a ciascuno di loro un progetto personalizzato che tiene conto delle abilità e dei limiti del singolo, e anche delle sue aspirazioni e propensioni.
3.2 Il personale e il metodo educativo adottato Come già accennato, il personale impiegato presso la Communauté è composto in gran parte da operatori locali. Alcuni di loro sono stati assunti direttamente dall’associazione, mentre altri sono distaccati dal Ministero ivoriano degli Affari Sociali, partner del progetto fin dalla sua origine. È questo ad esempio il caso dei direttori del Carrefour Jeunesse e del Centre Abel. Le professionalità degli operatori sono varie: educatori, formatori nelle diverse discipline, persone addette all’amministrazione e ai servizi. Sono invece italiani il supervisore del progetto educativo, il referente della formazione professionale e la coordinatrice generale del progetto. Lavorando ogni giorno in stretta collaborazione, le persone impegnate nelle attività educative praticano con continuità un serio confronto sui metodi adottati, e anche sui rispettivi modi di intendere il progetto nella sua dimensione di impegno sociale. Questo allo scopo di ribadire la condivisione di mezzi e finalità, creare una maggiore sinergia fra gli operatori coinvolti, valorizzare le diverse competenze e in definitiva poter offrire ai ragazzi, con accresciuta consapevolezza, percorsi formativi sempre più validi e coerenti. Da questo costante lavoro di verifica e ripensamento è nata la proposta di un Metodo Educativo, oggetto di successivi incontri di formazione che hanno coinvolto l’intera equipe. Tale Metodo si fonda sullo studio della Carta Internazionale dei Diritti dei Bambini e della Carta Africana dei Diritti dei Bambini, scelte come presupposto ideale di un’attività al servizio dei giovani. Letti contestualmente, questi due documenti riescono inoltre ad associare la prospettiva occidentale e quella africana sul ruolo e i diritti dell’infanzia, il che rappresenta una delle esigenze più sentite dal personale locale.

4. LE STRUTTURE OPERATIVE Il progetto Communauté Abel prevede interventi diversificati che coniugano spazi di accoglienza diretta a persone in difficoltà, in particolare minori e donne, con iniziative di prevenzione, formazione, informazione e costituzione di reti di attori sociali sensibili. Oltre al lavoro sociale portato sul terreno nei diversi quartieri della città e nei villaggi limitrofi, il progetto si avvale di proprie sedi operative.
4.1 Il Carrefour Jeunesse Il Carrefour Jeunesse è un centro di aggregazione e di animazione sociale situato nel cuore della città di Grand Bassam, all’incrocio dei quartieri disagiati tra il mercato e la stazione degli autobus. Grazie alle numerose iniziative educative, culturali e sportive promosse, esso è diventato col tempo un importante punto di riferimento per tutta la cittadinanza, uno strumento fondamentale di prevenzione del disagio giovanile sul territorio e di contrasto a pratiche degradanti come la tratta e lo sfruttamento di esseri umani. Il centro è costituito da un complesso di edifici adibiti a varie attività, e prevede anche un grande spazio aperto destinato soprattutto al gioco e alla pratica sportiva. È proprio qui che vengono inizialmente accolti i ragazzi, che vi accedono direttamente dalla strada. Gli operatori della Communauté monitorano costantemente gli ambienti del Carrefour, si intrattengono con i bambini e li guidano nella gestione dei giochi, stabiliscono un primo contatto con i nuovi arrivati invitandoli a giocare e discorrere insieme. Dopo un primo periodo di frequentazione “libera” del centro i giovani vengono avviati alle diverse attività organizzate: corsi di alfabetizzazione, laboratori professionalizzanti, sport. A poco a poco la relazione si struttura, per chi lo desidera, in un percorso personalizzato di accompagnamento volto ad affrontare i problemi. La formazione offerta ai ragazzi può assumere diverse forme. I bambini più piccoli beneficiano del servizio di inserimento scolastico: l’equipe del Carrefour prepara coloro che si sono allontanati dal circuito scolastico, o che non vi sono mai entrati, ad accedere alle classi della scuola pubblica, e li sostiene nel percorso di inserimento. I ragazzini più grandi, ormai fuori-età per la scuola primaria, usufruiscono dei corsi di alfabetizzazione che si tengono nei locali del centro, ai quali partecipano anche numerosi adulti. Altri corsi di alfabetizzazione vengono proposti, sotto la supervisione del Carrefour, in alcuni quartieri cittadini e nei villaggi vicini. Questi corsi non sostituiscono certo un’educazione di tipo scolastico, ma consentono a coloro che li seguono di acquisire almeno le abilità minime di lettura e scrittura necessarie alla vita quotidiana. Per quanto riguarda la formazione professionale, essa avviene principalmente in due modi: molte ragazze scelgono di avviarsi all’arte del cucito frequentando i corsi triennali organizzati presso un laboratorio interno al Carrefour. Altri giovani sono affidati a laboratori artigianali esterni ma convenzionati con la struttura, dove svolgono un periodo di apprendistato propedeutico all’esercizio di un mestiere. Anche la loro esperienza è seguita da vicino dagli operatori della Communauté, che concordano ogni percorso formativo con gli artigiani coinvolti. Un’altra opportunità per avvicinarsi al Carrefour Jeunesse è offerta dal ”Servizio di Ascolto e di Orientamento”, presso il quale anche gli adulti possono portare la propria esperienza di vita, raccontare difficoltà e fatiche. Un operatore di riferimento ascolta le storie personali, individua le criticità e i bisogni di ciascuno e propone un percorso personalizzato di uscita dal disagio, da realizzarsi anche grazie al supporto di altri attori locali. Grande attenzione è rivolta in generale al lavoro di rete: il coinvolgimento diretto delle associazioni, delle istituzioni e dei vari operatori sociali attivi in città è considerato cruciale in vista del reinserimento socio- economico dei soggetti svantaggiati accolti e presi in carico dalla Communauté. Presso i locali del centro ha sede anche il “Ristorante Comunitario”, cioè una mensa interna che ogni giorno fornisce un pasto gratuito a circa 100 bambini e ragazzi seguiti dalla struttura. Sempre al Carrefour si trova l’Atelier di Musica, che propone corsi e ospita le prove di gruppi musicali locali, oltre a fornire supporto tecnico alle iniziative pubbliche del centro e ad organizzare cineforum su temi strettamente connessi con le attività della Communauté – ad esempio sul diffondersi dell’HIV, sulla guerra ecc. Struttura articolata e in continua evoluzione, oggi il Carrefour è soprattutto: • un centro di animazione sociale; • uno spazio di ascolto e di sostegno psico-affettivo; • uno spazio di incontro dei giovani tra di loro e con adulti di riferimento; • un osservatorio privilegiato della realtà giovanile; • un luogo di aggregazione e di promozione culturale; • un centro di formazione e di orientamento professionale; • un luogo che offre sostegno materiale: la mensa comunitaria; • un interlocutore autorevole delle istituzioni nell’ambito delle politiche giovanili e delle politiche sociali in senso lato
4.2 Il Centre Abel Il Centre Abel è un centro di accoglienza residenziale per ragazzi, situato a 7 km dal centro di Grand Bassam e collocato su di un’area di 20 ettari al bordo della laguna. Gli ospiti, inviati dal Ministero della Giustizia e degli Affari Sociali e dalle associazioni locali e internazionali, hanno un’età compresa fra i 12 e i 25 anni e provengono da situazioni di grave indigenza e di disagio personale. La permanenza al Centre, della durata media di 3 anni, permette loro di seguire un percorso educativo-professionale nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della falegnameria e della saldatura. La formazione professionale è completata da corsi di alfabetizzazione, di francese, di igiene, di educazione civica e morale, da corsi sul mondo contemporaneo e sulle culture e tradizioni africane. A questo si affiancano diverse proposte ricreativo-educative, quali il teatro, i giochi di gruppo, le uscite collettive. I percorsi formativi sono personalizzati e finalizzati al reinserimento dei giovani nel tessuto familiare (nel senso più ampio del termine) e sociale, e prevedono il sostegno all’avvio di piccole attività in proprio al termine della permanenza. Nell’ottica di coniugare gli aspetti teorico-pratici della formazione con i modelli di vita della popolazione, gli ambiti formativi sono stati individuati a partire dal mercato e dalle esigenze della comunità locale, così da offrire ai ragazzi reali possibilità di inserimento finale. Negli ultimi anni, il Centre Abel ha visto crescere e differenziarsi la tipologia dei ragazzi accolti. Tra essi vi sono orfani, molti dei quali a causa dell’AIDS, tossicodipendenti, sfollati di guerra, vittime del traffico di esseri umani, vittime dello sfruttamento lavorativo; si tratta di bambini e giovani che, a causa dei traumi subiti e dell’assenza di figure adulte di riferimento, necessitano di accoglienza per un periodo significativo, così come di un forte sostegno psico-affettivo ed economico. Laddove rintracciabili, ci si sforza di coinvolgere le loro famiglie d’origine in un comune percorso di crescita, per facilitare il ricongiungimento una volta terminata l’esperienza al Centre e fare sì che i ragazzini possano sentirsi un domani veramente ri-accolti in seno alla propria comunità.
4.3 Il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione Il Gruppo Abele ha sempre attribuito vitale importanza alla conoscenza delle problematiche che affronta, allo studio, al confronto; per questo anche nel contesto dell’intervento a Grand Bassam promuoviamo attività di documentazione e di ricerca. Il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione, che ha sede presso il Carrefour Jeunesse, svolge un ruolo importante per la Comunità Abel e in generale per tutta la comunità di Grand Bassam. Esso è innanzitutto un centro di documentazione sul sociale e più specificamente sulla condizione dei giovani, delle donne e dei bambini ivoriani; fra i suoi scopi c’è quello di approfondire e rielaborare le esperienze maturate su questi temi dalla Communauté. In questa veste, esso costituisce un osservatorio permanente delle dinamiche sociali, dei diversi stili di vita, dei fenomeni che sono alla base del malessere giovanile – delinquenza, violenza, prostituzione, droga ecc. – e delle strategie per mezzo delle quali il contesto – umano, istituzionale – contribuisce a determinarli o si propone di affrontarli. La biblioteca del centro, molto frequentata, mette a disposizione del pubblico un ricco patrimonio di volumi e documenti relativi alle problematiche proprie del territorio. L’equipe conduce interessanti ricerche sui problemi emergenti del Paese, quali l’Aids, i conflitti interetnici, il fenomeno dell’abbandono e del traffico di minori, la prostituzione minorile ecc. Il centro propone inoltre iniziative che possano coinvolgere la comunità in un processo di crescita collettiva: organizza incontri di sensibilizzazione rivolti ad associazioni locali e alla popolazione, coordina eventi di mobilitazione sociale volti a promuovere l’affermazione dei diritti delle fasce deboli della società, la pace e il rispetto dell’ambiente. Infine, il C.D.R.F. ha un ruolo di programmazione, di monitoraggio e di valutazione del complesso delle attività della Comunità Abel.
4.4 Le attività di sostegno alla micro-imprenditorialità L’attività di reinserimento economico coinvolge trasversalmente le varie strutture operative del progetto. Si tratta di un servizio che prevede l’accompagnamento di giovani e associazioni, soprattutto femminili, all’elaborazione di micro-progetti imprenditoriali, e la loro formazione alla gestione contabile semplificata. Per molte persone in città è difficile ottenere quei piccoli finanziamenti che permetterebbero loro di avviare modeste attività creatrici di reddito, seppure minimo. A queste persone l’Associazione concede micro-crediti o finanziamenti a fondo perduto da investire in semplici attività produttive o piccoli commerci. In alcuni casi il patto con il fruitore si basa sull’impegno da parte sua a restituire col tempo quanto più possibile, così da permettere al gruppo di aiutare altre persone in difficoltà. Questa attività è particolarmente significativa in quanto l’intervento a favore di singoli individui svantaggiati contribuisce anche a ricostruire il fragile tessuto economico della comunità, minato da anni di guerra civile, stagnazione e instabilità.

5. LE NUOVE PROGETTUALITÀ
5.1 L’ambulatorio socio-sanitario del Carrefour Jeunesse L’ambulatorio socio-sanitario da poco inaugurato presso il Carrefour Jeunesse si propone di rispondere ad un bisogno primario sia delle persone seguite dalla Communauté che più in generale della comunità di Grand Bassam. Questo progetto si innesta su una precedente esperienza sviluppata sempre all’interno della Communauté, quella del dispensario. Già a partire dai primi anni della nostra presenza in città, si era pensato di offrire una basilare forma di supporto sanitario alla popolazione di riferimento. Era stato quindi allestito un piccolo dispensario di farmaci, molto frequentato, presso il quale era possibile ritirare medicine adatte a trattare le malattie più comuni. I dati raccolti nel tempo dall’osservatorio del nostro Centro Studi hanno però evidenziato come le richieste della popolazione andassero oltre la semplice distribuzione dei farmaci, e quanto fosse auspicabile potenziare l’intervento in ambito sanitario. Le esigenze via via emerse non implicavano prioritariamente interventi e operatori di alto livello e neppure un’azione in ambito esclusivamente medico: il problema della salute si declina nel contesto di riferimento in termini prima di tutto sociali, economici e culturali ed è tenendo conto di queste variabili che abbiamo voluto intervenire. Il sistema sanitario ivoriano rispecchia le difficoltà e le inefficienze del Paese: le strutture pubbliche non sono in grado di soddisfare la richiesta di diagnosi e terapie, e soprattutto le fasce più deboli della popolazione, impossibilitate a pagare il servizio, restano escluse dalle cure. Per loro, oltre che per i nostri abituali utenti, è oggi in funzione presso i locali del Carrefour Jeunesse un ambulatorio sanitario di base completamente gratuito. Sulla scorta della precedente esperienza del dispensario e dello studio di simili interventi in altri paesi dell’area, si è deciso di impostare l’operatività dell’ambulatorio su due direttrici principali: attività sanitaria di base e attività di promozione di cultura sanitaria. Nel programmare la nostra azione abbiamo infatti scelto di mediare tra una logica di risposta a richieste individuali e una logica di salute pubblica. Il personale dell’ambulatorio, aperto per ora quattro ore al girono, è costituito da due infermieri e da un medico, tutti ivoriani, coadiuvati in alcuni periodi dell’anno da un medico italiano inviato dal Gruppo Abele. Ad accedere al servizio sono principalmente i bambini e i ragazzi che frequentano il Carrefour Jeunesse e che sono ospitati al Centre Abel, gli operatori della Communauté e, sempre più, anche persone e famiglie fra le più indigenti, individuate in collaborazione con i servizi sociali. L’ambulatorio non tratta qualunque tipo di problema sanitario, ma soltanto le patologie più diffuse – Malaria, Febbre Tifoide, Infezioni Respiratorie, Infezioni e Parassitosi Intestinali – non gravi e senza complicanze, che, una volta diagnosticate, vengono curate grazie alla somministrazione controllata e gratuita dei farmaci. Molti studi condotti nei paesi in via di sviluppo mostrano che il lavoro svolto dagli infermieri nella medicina di base è sicuro ed efficace se adeguatamente supportato. Per questo, vista anche la scarsità di risorse disponibili, abbiamo deciso di affrontare in tal modo la gestione delle patologie più comuni e meno gravi. Occorre a questo proposito tenere presente che in Costa D’Avorio la figura professionale dell’infermiere beneficia di facoltà piuttosto estese, potendo ad esempio prescrivere medicine. Nel loro lavoro quotidiano gli infermieri in servizio presso il nostro ambulatorio seguono semplici protocolli diagnostici e terapeutici, secondo le linee guida messe a punto dalle Organizzazioni Internazionali per gli interventi sanitari in queste aree del mondo. La standardizzazione delle procedure che ne consegue le rende al contempo più sicure e meglio verificabili. Ciò che è ancora più importante, accanto all’attività clinica, l’ambulatorio promuove campagne di prevenzione e di educazione sanitaria di ampio respiro, ad esempio sulla prevenzione dell’HIV/AIDS. L’esperienza pregressa, la nostra vocazione sociale e l’esigenza di amplificare il più possibile gli effetti positivi dell’intervento, insieme all’analisi di dati della letteratura scientifica, hanno suggerito di utilizzare un approccio di “educazione fra pari”. A tal fine la Communauté Abel sta mettendo a frutto i suoi contatti con varie associazioni di volontariato locali, alcune delle quali, pur senza competenze specifiche, già si occupano di promuovere l’informazione sanitaria e l’accesso alle cure con una metodologia molto vicina alla Peer Education, appunto “educazione fra pari”. Naturalmente si cercherà di estendere questo tipo di collaborazione ad un numero sempre maggiore di realtà associative.
5.2 La fattoria del Centre Abel Il progetto fattoria nasce dall’idea di potenziare le attività di allevamento e agricoltura già da tempo praticate all’interno del Centre Abel. Pur mantenendo quale scopo primario la formazione professionale dei minori accolti, attraverso questo progetto ci si propone di sfruttare le potenzialità del luogo e del lavoro collettivo per fornire mezzi di sussistenza alla Comunità, producendo risorse economiche utili ad affrontare i tanti bisogni quotidiani. I terreni di pertinenza del Centre Abel si estendono su una superficie di 22,7 ettari, solo pochi dei quali sono attualmente utilizzati a causa della mancanza di mezzi. L’obiettivo è quello di estendere l’area destinata alla coltivazione e all’allevamento. In ragione della natura diversificata dei terreni, il progetto, elaborato sotto la supervisione di un esperto agronomo che ha trascorso 2 mesi nella struttura, prevede di avviarne lo sfruttamento in maniera progressiva. Questa iniziativa, una volta portata a termine, avrà un valore duplice: da un lato consentirà al Centre di accrescere il per ora modesto ritorno economico generato dalle attività produttive, utile a coprire almeno in parte le molte spese interne e anche per essere re-investito nella fattoria stessa. In secondo luogo renderà più completi ed efficaci i percorsi di formazione in ambito agricolo proposti ai giovani ospiti, che beneficeranno della diversificazione delle attività e del miglioramento degli strumenti disponibili. Poiché in Costa d’Avorio non mancano le aziende agricole meccanizzate, una volta acquisite solide competenze nel settore i nostri ragazzi dovrebbero avere uno sbocco privilegiato nel mondo del lavoro, potendo aspirare ad essere assunti presso una di queste importanti realtà economiche. Obiettivo sul lungo termine è poi quello di raggiungere l’autosufficienza alimentare, cioè di produrre al proprio interno tutto quanto serve a nutrire gli operatori e gli ospiti del Centre. L’attuazione del progetto è alla sua prima fase, che prevede la messa in produttività della parte di terreno con meno vegetazione, che non necessita di essere disboscata. Il grande pozzo del centro possiede il potenziale idrico sufficiente per mettere a coltura l’intero appezzamento. L’idea è quella di dedicarsi alla coltivazione di ortaggi, preziosi per la mensa interna, cui affiancare come unica coltura estensiva il mais, scelto perché facile da gestire e utilizzabile anche come mangime per gli animali. Le verdure, così come il mais, sono inoltre prodotti facilmente collocabili sul mercato locale, cui pensiamo di destinare l’eventuale surplus. Per quanto riguarda l’allevamento il progetto prevede di mantenere e potenziare le attività già presenti: allevamento di conigli, anatre e maiali; si vorrebbe inoltre introdurre l’allevamento di polli, galline da uova, aguti (un roditore di medie dimensioni la cui carne è molto apprezzata dal mercato locale). Essendo il Centre Abel già dotato di strutture adeguate per tale piano di sviluppo, sarà sufficiente effettuare un contenuto intervento di ristrutturazione.
5.3 La Casa delle Donne Tra quelle che ci si presentano quotidianamente, la situazione delle donne è fra le più difficili. Sempre più numerose sono quelle che si ritrovano sole, magari con diversi figli a carico, per essere fuggite dalla guerra, da situazioni familiari altamente conflittuali oppure in seguito all’abbandono da parte del marito o alla morte dello stesso. Queste donne ricercano per sé e per i propri bambini forme autonome di riscatto dalla povertà e dalla marginalità sociale. Non sempre però hanno fortuna. La lunga esperienza nel Paese ci ha fatto spesso incontrare ragazze che, disorientate e prive di mezzi, erano diventate facili vittime di sfruttamento e di violenza, oggetto della tratta di esseri umani che in Costa d’Avorio cattura migliaia di vite: da qui è nata l’esigenza di creare un intervento a loro dedicato. Il progetto potrà prevedere anche la costruzione di una struttura di accoglienza rivolta a donne vittime di violenza e sole, o eventualmente con figli, che stanno vivendo una situazione di grave precarietà economica, di emarginazione e disagio. Scopo delle “Casa delle Donne”, che dovrebbe sorgere nelle vicinanze del Centre Abel e disporre di una decina di posti letto, sarebbe quello di offrire alle ospiti un luogo protetto dove trovare accoglienza per un periodo di tempo di circa 6 mesi. Durante la permanenza le donne e ragazze otterrebbero un adeguato sostegno psicologico e avrebbero l’opportunità di seguire corsi di alfabetizzazione e formazione professionale. L’esperienza di vita comunitaria rappresenterebbe, crediamo, anche un importante momento di confronto, poiché offrirebbe alle ragazze la possibilità di condividere i propri problemi con altre giovani donne, stimolandole ad affrontarli insieme. Grazie al lavoro di rete che la Communauté Abel ha intensificato negli ultimi anni, sarebbe possibile appoggiarsi anche ad altre associazioni locali nel momento della ricerca di opportunità professionali da proporre alle donne ospiti della casa. Queste ultime, dopo alcuni mesi di permanenza, verrebbero accompagnate in un percorso di reinserimento sociale e lavorativo che possa renderle finalmente protagoniste di un nuovo progetto di vita, nonché di un rinnovamento della comunità.
5.4 Gli impianti sportivi Lo sport rappresenta per i giovani un potente strumento di auto-espressione, e un momento di condivisione e di crescita psico-fisica; nel contesto dei percorsi educativi che portiamo avanti in Costa D’Avorio, la pratica sportiva costituisce inoltre una grande opportunità di contatto con i ragazzi e di prevenzione del disagio e dell’emarginazione. Avendo in passato dotato il Cerrefour Jeunesse di campi sportivi molto apprezzati dai suoi frequentatori, oggi vorremmo sostenere il comune di Grand Bassam, la cui popolazione ha un’età media molto giovane, nell’allestimento di analoghe strutture adibite alla pratica degli sport più seguiti e diffusi tra i ragazzi e le ragazze. I nuovi impianti sportivi saranno situati nei quartieri più disagiati e difficili, lontani da strade trafficate, e verranno utilizzati per il Basket, la Pallavolo, la Pallamano, la ginnastica e la danza. Per questo progetto, già delineato nelle modalità di attuazione, stiamo cercando di trovare sostenitori.

Scuola di Korogocho

Progetto Scuola di Korogocho

1. Introduzione generale
La scuola è iniziata ventitré anni fa, come Scuola Materna St. John. Tuttavia si è trasformata gradatamente in Centro alcuni anni più tardi, per rispondere alla sfida posta dal crescente numero di bambini di strada che non potevano avere accesso all’istruzione, dal momento in cui il governo ha imposto tasse scolastiche. Molti bambini poveri i cui genitori non potevano permettersi il pagamento delle tasse scolastiche e l’uniforme della scuola, sono così rimasti fuori. La Scuola Materna, diventata Centro, è stata quindi trasformata in una scuola primaria informale. La scuola offre opportunità a molti bambini di famiglie povere. Non sono richieste uniformi e non vengono esclusi bambini più grandi. Alcune ragazze con figli, hanno potuto tornare a scuola. La scuola offre il programma statale, ma lo integra con elementi di formazione professionale, in particolare per i ragazzi più grandi. Nel corso degli anni, la scuola si è evoluta con successo e oggi più del 50% dei suoi candidati al Kenia Certificate di Istruzione Primaria hanno i requisiti necessari per accedere alle scuole provinciali e del distretto. Oltre a concentrarsi sul programma statale, la scuola esercita buone pratiche di benessere dei bambini e dei diritti umani.

2. Visione.
La nostra visione è quella di avere una Korogocho, dove tutti i bambini possano accedere a tutto quanto, a prezzi accessibili e istruzione di qualità a prescindere dalla loro situazione economica e sociale. Caratteristiche messe in evidenza dall’equilibrato registro di iscrizione.

3. Missione.
La nostra missione è quella di fornire un accesso olistico, economico e con una educazione di qualità ai fanciulli delle baraccopoli di Korogocho, in particolare orfani, recupero dei bambini di strada ed i più poveri, con lo scopo di formare bambini affidabili, onesti, ben informati e responsabili per se stessi e la loro società.

4. Obiettivo principale e attività.
Fornire un’istruzione di piena qualità allo slum e altri bambini vulnerabili di Korogocho, baraccopoli e dintorni. Concentriamo la nostra attenzione su sport, teatro, visite di istruzione, educazione alla pace e alla formazione di abilità pratiche per preparare i bambini a diventare adulti responsabili e olistici; la formazione trimestrale degli alunni è per lo più su temi emergenti, quali l’HIV e l’AIDS la consapevolezza, l’abuso sui minori, il lavoro minorile e l’orientamento generale delle questioni che li riguardano, sia domestiche che accademiche.
La Scuola impegna inoltre gli insegnanti, gli alunni, i genitori e tutte le parti in causa nella scuola, attraverso la formazione dei temi trimestrali organizzati. I genitori e gli insegnanti partecipano a laboratori organizzati nel trimestre e affrontano i temi che direttamente o indirettamente, influenzano il rendimento scolastico degli alunni, con l’obiettivo di migliorare i genitori e il profitto degli studenti.

5. Personale scolastico. Struttura.
Il personale della scuola è composto da insegnanti, operatori sociali, amministratore, personale di sicurezza e molti altri. La scuola presta attenzione a occupare e assumere personale proveniente dall’interno di Korogocho con l’intento di creare senso di appartenenza e in seguito avviare la cultura di autosufficienza. Ciò è dimostrato dal fatto una parte del personale, sia insegnanti che bibliotecari, hanno avuto parte della loro formazione nella scuola.

6. Valori chiave.
Ci impegniamo a vivere perseguendo i più alti ideali di gestione e di direzione partecipativa e cercare di essere trasparenti, responsabili, affidabili, rispettosi, onesti e socialmente competenti, di fornire ai nostri ragazzi un ambiente che favorisca l’apprendimento e l’assunzione di modelli di ruolo su cui basare la loro formazione umana e spirituale.
Perciò: Promuovere e perseguire l’eccellenza, Garantire l’equilibrio tra i sessi, Promuovere pari opportunità di apprendimento per tutti i bambini, indipendentemente dalla loro formazione religiosa. Incoraggiamo i bambini della comunità islamica di accedere alla nostra scuola, Incoraggiare la partecipazione della comunità nella gestione della scuola. Sostenere i bambini che non possono permettersi di pagare 160 scellini al mese (circa € 1,60) di tasse scolastiche e farli partecipare gratuitamente. Coloro che hanno buoni risultati scolastici, ricevono un parziale sostegno economico per le scuole secondarie o corsi di formazione professionale. Concentriamo la nostra attenzione su sport, teatro, visite di istruzione, educazione alla pace e alla formazione di abilità pratiche per preparare i bambini a diventare adulti responsabili e olistici.

7. Gestione della struttura.
Consiglio della scuola St. John – Nomi e Composizione.
Composto da sette persone: il sacerdote responsabile di St. John, il coordinatore della chiesa cattolica St. John, il Preside, il funzionario della scuola di finanza e amministrazione, che è anche il segretario del consiglio di amministrazione, l’assistente sociale della Scuola St. John di Korogocho, il coordinatore dell’asilo St. John, o il suo rappresentante e il presidente del comitato dei genitori.
Il Comitato Genitori – Nomi e Composizione.
Il comitato è denominato Comitato dei Genitori della Scuola St. John e comprende il direttore della Scuola , St. John di Korogocho e quindici genitori, ognuno dei quali rappresenta una sezione.
Rappresentanti e Sessioni dell’ufficio.
La scuola dispone di 15 sezioni e ciascuna elegge un rappresentante che rimane in carica due sessioni di un anno ciascuna. I quindici inoltre eleggono il presidente, il segretario e i delegati che saranno i rappresentanti del comitato dei genitori. La durata del loro mandato è simile a quella dei rappresentanti di classe. Il presidente rappresenta il comitato dei genitori al consiglio della scuola St. John.

8. Finanze
La nostra scuola non riceve fondi pubblici dal governo del Kenya. Le principali risorse con cui la Scuola St. John si sostiene provengono da benefattori dall’estero e una piccola parte nel supportare la scuola è svolta da ONG locali che finanziano alcuni settori, come le spese di cartoleria e le attività extra-curriculari. Il bilancio per l’anno 2010 è di 3.000.000 scellini (30.000 €).

Padre Paolo Latorre (comboni AT korogocho.org – www.korogocho.org)
Sacerdote responsabile
Chiesa Cattolica St. John e Scuola di Korogocho
Data: 15 gennaio 2010

La salute partecipata – Antonietta Potente

Antonietta Potente, La salute partecipata, Cochabamba – Bolivia

Premessa – Intuizioni intorno ai progetti
Ci sono sogni e desideri, azioni e sforzi, che sottendono la vita, anche in situazioni limiti di assoluta precarietà. Spinte interiori, verso la sopravvivenza e la dignità che tessono gesti storici e disegnano pensieri, che normalmente chiamiamo progetti. Creatività e movimento, ma allo stesso tempo attesa e riflessione, non per bloccarci staticamente e tornare a generare assurdi dinamismi di dipendenza e di morte, ma per ascoltare e non perdere nessun dettaglio o nessuna sfumatura dei parti storici che individui e comunità umane, insieme ai loro ecosistemi, portano avanti. Affetti e sapienze che si intrecciano, si sollecitano vicendevolmente per poter continuare a vivere. In questi itinerari di ricerca di vita degna, nessuno è protagonista solitario, così come nessun gesto o impegno, è più prezioso di un altro. E la prima forma di cooperazione, forse, è proprio questa: raccogliere i frammenti di questi sforzi esistenziali delle persone e dell’ ambiente. Riconoscere questi parti umani ed ecologici della storia. I progetti non si inventano, ma si raccolgono dalle infinite esigenze di dignità che solo la storia umana e l’ecosistema sprigionano. Ciò che ispira i progetti, è l’eloquenza dei contesti; le metamorfosi e le evoluzioni della natura insieme alle rivoluzioni e rivelazioni dei popoli. Sono le esigenze quotidiane di donne e uomini e le precarietà delle risorse naturali che esigono processi di cooperazione, che passano per il riscatto consapevole degli sforzi esistenziali della storia umana e cosmica. La prima cooperazione nasce precisamente a questi livelli interiori, tra sintonie e complicità. Probabilmente, ciò che si descrive dei così detti “progetti”, sono solo lineamenti e plastiche forme evidenti dei sogni e dei desideri umano-cosmici più interiori. E ciò che li sottende e li sostiene lungo il tempo, è molto più complesso di qualsiasi presupposto o bilancio. Eppure in questo tessuto alchemico della vita, ogni particella, anche infinitesimale, è utile e necessaria e sostiene qualcosa o qualcuno. Ogni sapienza e intuizione, ogni esperienza e capacità è linfa vitale, nel lento processo della dignità e della libertà della vita. Così che i contorni evidenti che i progetti descrivono non offuscano né silenziano l’inesprimibile passione che li sostiene dal di dentro. Inquietudini esistenziali, domande e audaci tentativi etici per poter tracciare nuovi cammini storici. Si tratta di un vero e proprio tessuto; un intreccio di idee, persone, condizioni di vita, cosmovisioni differenti. Si tratta di conciliare ritmi e attese, sensibilità e dignità. Così che la descrizione tecnica e materiale di un progetto, è semplicemente la fisionomica di tutte queste attese, questi tentativi e approcci alla vita in un altro modo. Non crediamo in progetti unidirezionali, né in sogni puramente proiettati all’ escatologia, creati intorno a miti o ideologie future. Crediamo invece alla ricerca quotidiana, alla cura dei dettagli della vita di individui e popoli, alla difficoltà quotidiana di mantenere in piedi equilibri eco-esistenziali in mezzo a intermittenti forze contrarie. Prima di essere progetti sono itinerari, tra audaci tentativi e timidi incontri. I progetti non crescono solo nell’intelligenza o nelle abilità umane ed economiche di alcuni, ma nei dettagli che formano la vita quotidiana di tutti. I progetti fanno parte degli itinerari etici di individui e istituzioni che maturano nel tempo e con esso si plasmano una e più volte, fino alla realizzazione. Ma l’etica non è l’aggiunta di qualcosa di esterno che ha la funzione di controllare e regolare, ma piuttosto l’anima. Soffio che ci sospinge a ricercare le nostre identità, riscoprendo le caratteristiche proprie di ciascuno, di ogni elemento vitale, pur piccolo o apparentemente insignificante. Nelle nostre economie e logiche ufficiali le relazioni tra i popoli si muovono sempre tra leggi socio-economiche, dottrine o religioni. All’ingiustizia dei mercati, cerca di supplire la religione con le proprie leggi compassionevoli a immagine e somiglianza della bontà e della misericordia degli dei.
Gli ambiti geografici, per alcuni sono semplicemente mercati multinazionali, per altri territori di sfruttamento e colonizzazione e per altri ancora luoghi di missione, santuari propizi per l’evangelizzazione.

In tutti questi casi, l’ etica sembra essere fonte di potere e gestione della vita e non creatività e responsabilità, crescita della libertà dei soggetti umani con le loro ricchezze e povertà, con le loro sapienze e confusioni.
Nella descrizione dei nostri progetti, l’ etica ispira, e fa parte di un atteggiamento di ricerca. Non ci muove semplicemente a restituire o condividere, ma piuttosto a scoprire ciò che ancora non sappiamo, ciò che non conoscevamo e che è presente.

Cerchiamo principi attivi che ci aiutino a vivere, ma cerchiamo anche persone che ci raccontino la loro relazione con la vita, ciò che sanno, ciò che vorrebbero sapere, ciò che sognano. Pensiamo che le cose debbano circolare tra le mani di tutte e tutti, ma anche, crediamo che ciascuno debba dare alle cose, all’economia, al profitto, il suo colore, il suo tocco speciale.
E questa è la sfumatura sociale del nostro impegno, non solo perché ci rivolgiamo a un ambito comunitario parte di una società e di un ambiente, ma perché ciascuno è un soggetto e non solo un destinatario delle idee o delle energie di altri.

Sarà imperativo etico scambiarci la sete e la passione per la vita, così come scambiarci i mezzi per poter vivere meglio. Scambiarci la sapienza per non cadere nella superficialità, la tecnologia per coinvolgere le cose nella passione per la vita e rompere i circoli degli interessi e degli sfruttamenti.
Sarà imperativo etico rispettare i tempi della natura, ma anche quelli delle persone, i modi di vedere e sentire, perché l’interesse comune è la vita nella sua più luminosa dignità.
Così che nessun progetto ha il diritto di soppiantare questi desideri e questi sogni, di placarli, silenziarli o uniformarli, ma anzi: ogni progetto ha la voglia di risvegliarli e alimentarli, lungo il cammino. Nessun progetto ha il diritto di provocare parti storici precoci o raggiungere false conclusioni, ma piuttosto di solidarizzare con i ritmi di crescita della vita e delle idee di tutti e di ciascuno. Probabilmente, ciò che si descrive dei così detti “progetti”, sono solo lineamenti e plastiche forme storiche di questi stessi sogni e desideri di vita. Ma ciò che li sottende e li sostiene lungo il tempo, è molto più ed è molto più complesso e prezioso di qualsiasi presupposto o bilancio. Eppure in questo tessuto alchemico della vita, ogni particella, anche infinitesimale, è utile e necessaria e sostiene qualcosa o qualcuno. Ogni sapienza e intuizione, ogni esperienza e capacità è linfa vitale, nel lento processo della dignità e della libertà della vita. Così che i contorni evidenti che i progetti descrivono non offuscano né silenziano l’inesprimibile passione che li sostiene dal di dentro. Inquietudini esistenziali, domande e audaci tentativi etici per poter tracciare nuovi cammini storici.

Il progetto – Le motivazioni per lo stipendio di Daria
Il progetto si inserisce da più di due anni, in zona periferica di Cochabamba. Nasce dall’intuizione di Darìa Tacachiri , boliviana, Aymara, che dopo la laurea in infermeria, incomincia a riunire alcune donne della zona, avendo visto la situazione di precarietà della donna in quel contesto. In questo ambito, infatti, il concetto di precarietà si estende e non si riferisce solo alla situazione economica della donna, ma anche a quella fisica e sociale. Tutti fattori relazionati, visto che la precarietà economica sembra generare una catena di altre precarietà. Il lavoro di Darìa incomincia dopo uno studio sulla salute delle donne, che come risultato indicava il cancro all’utero una delle cause più alte di mortalità della donna boliviana. E’ per questo che il progetto incomincia ad agire nell’ambito della informazione, formazione e prevenzione. Le donne incominciano a partecipare e ad entrare in un piano di controllo del cancro all’utero incentivato in collaborazione con il centro di salute Pucarita, più vicino a questa zona. Le donne arrivano alla visita con un certo grado di conoscenza, oltre a vincere tutte quelle paure o pregiudizi di tipo culturale e sociale, intorno a certe malattie. La prima fase del progetto riguarda la prevenzione e soprattutto la formazione, mentre il gruppo di donne che partecipa aumenta, e da 30 donne oggi si porta avanti il progetto con quasi 500 donne, divise per comunità o quartieri. Darìa, per mancanza di fondi, non può coinvolgere molte persone, almeno che non si offrano volontarie. Comunque con alcune delle prime donne che hanno partecipato fin dal primo momento, forma un equipe e porta avanti il lavoro. Da parecchi mesi, precisamente per la mancanza di fondi, non riceve stipendio, ma comunque continua a dedicarsi al progetto che oltre tutto, attualmente comprende corsi di formazione sull’igiene della persona, della casa e soprattutto corsi di formazione per vedere se si può creare piccole cooperative di donne e creare fonti di ingresso economiche per non dipendere solo da aiuti esteriori. I corsi comprendono i seguenti temi: alfabetizzazione, diritti delle donne e dei bambini, educazione all’igiene e applicazione dei concetti teorici nella vita quotidiana: migliorare le proprie condizioni igieniche nelle proprie case, creare possibilità di sussistenza economica attraverso il lavoro. Per incentivare le donne alla partecipazione o permettere che i mariti le lascino frequentare questi corsi, quando è possibile economicamente si danno alcuni alimenti di prima necessità (farina, latte…) una volta al mese. Ma sempre per questioni economiche, questo aspetto non è assicurato. In questi ultimi mesi Darùia ha preferito non prendere il suo stipendio e assicurare questo tipo di incentivo. In questo ultimo mese si è iniziata anche una campagna per rimbiancare le case, perchè in questa zona è presente un insetto Vinchuca che si annida nelle pareti e provoca una malattia che in alcuni casi diventa mortale. Imbiancare le case è una prevenzione importantissima. Se tutto ciò pensiamo che sia bene continuarlo, ci sembra importante dedicare più tempo a questo sogno. Darìa è la principale responsabile perchè tutti i giorni sta presente nelle diverse comunità organizzando con le donne, dando corsi e pianificando strategie che possano migliorare le condizioni fisiche e sociali delle donne e quindi dei loro figli e delle loro famiglie. Per lei è un vero e proprio lavoro che richiede, come tutto lavoro di uno stipendio. Una infermiera laureata, in Bolivia guadagna attualmente 300 € al mese. Ciò che cerchiamo, è che per lo meno per un anno Darìa abbia lo stipendio assicurato. Di per sé questo stipendio non è solo il sostegno di una persona, ma il sostegno di un sogno condiviso con molte altre persone.


Antonietta Potente

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