Nossa Senhora do Bom Parto – Casa Cor

Cor da Rua – L’arte che viene dalla strada
San Paolo – Brasile
Progetto Laboratorio – Scuola di Falegnameria, Mosaico e Plastica

Presentazione
Il presente progetto si propone il consolidamento e l’espansione dei processi di apprendimento e produzione che avvengono nel Laboratorio Scuola della Organizzazione di Aiuto Fraterno (OAF) attraverso l’arte che viene dalla strada, “Cor da Rua”.

Storia dell’istituzione
La OAF è un ente civile che lavora con la popolazione adulta della strada a partire dal 1955. E’ stata responsabile di varie attività in città, come laboratori protetti, case per ragazzi, ostelli e case per donne, occupandosi di un grande numero di persone. Alla fine degli anni ‘70, l’ente ha assunto un nuovo atteggiamento: quello di “lavorare con i poveri e non per i poveri”, ponendosi più vicino alla popolazione della strada con azioni basate sulla convivenza e a partire da lavori realizzati nella strada. Sono stati creati programmi che richiedono la partecipazione attiva della popolazione della strada: la “Comunità dei Sofferenti della Strada”, luogo di incontro e di formazione, di riflessione sulla situazione relativa alla strada, di svago e di convivenza; il “Progetto per la casa” che coordina l’utilizzazione di varie case come abitazioni comunitarie e autogestite; la “Coopamare”, cooperativa di raccoglitori di materiali riciclabili, una organizzazione che parte dal popolo della strada e garantisce la sussistenza dei soci; l’Associazione “Mia Strada, Mia Casa” che, in collaborazione con degli imprenditori, sostiene un centro di riferimento per la popolazione della strada sotto il viadotto di Glicério (centro di San Paolo) con attività socio-educative che vanno dall’igiene personale e dal pranzo comunitario alla ricerca di alternative per la creazione di reddito; il  “Laboratorio Scuola di Falegnameria, Mosaico e Plastica (Pet), L’Arte che viene dalla Strada”, che riutilizza risorse interne, formando e promuovendo l’emancipazione attraverso la convivenza in un ambiente di lavoro responsabile.
La realizzazione e la partecipazione della OAF a seminari, forum e discussioni, come la collaborazione con imprenditori, la Chiesa e il potere pubblico stanno garantendo una maggior visibilità a questa popolazione e aiutando a realizzare politiche pubbliche per affrontare la situazione della strada.

Obiettivo del progetto
L’obiettivo del progetto è offrire al gruppo di giovani coinvolti una metodologia di apprendimento tecnico della falegnameria e del mosaico centrata sullo sviluppo personale, utilizzando le relazioni con il mondo del lavoro a partire dalla convivenza umanizzatrice presente nell’officina di falegnameria e mosaico. Pertanto saranno offerti 15 (quindici) posti per giovani indicati dalla Pastorale del Minore dell’Arcidiocesi di San Paolo, che parteciperanno a un programma a tempo determinato, diviso in moduli con obiettivi e valutazioni specifiche. Saranno assunti un coordinatore tecnico e un falegname per lo sviluppo del programma specifico come anche per l’intensificazione dei processi che già si stanno vivendo nell’officina.

Durata del programma
La valutazione del processo determinerà la durata esatta del programma che dovrà essere di un (1) anno, permettendo che un altro gruppo di giovani inizi di seguito il programma.

Sviluppo del progetto
L’attività della scuola di formazione “Casa Cor da rua – L’arte che viene dalla strada” di San Paolo (Brasile) si svolge attraverso un percorso al quale partecipano 40 giovani. Il processo è così strutturato.
I raccoglitori di strada portano a questo centro tutto ciò che trovano: ferro, legno, mobili, vetro. plastica ecc. All’interno del centro esiste un capannone per l’immagazzinamento e la cernita dei vari materiali. Da sempre esiste una falegnameria attraverso la quale si realizzano o si restaurano mobili vari e piccoli prodotti artigianali artistici di vario genere. Tutto ciò rigorosamente con legno riciclato. Oltre alla normale formazione teorica e pratica, a cui pensa un maestro falegname, i giovani sono seguiti da alcuni educatori, in quanto i ragazzi provengono da situazioni familiari disagiate. L’importanza del lavorare insieme, comprenderne le regole, la certezza di apprendere una professione, il guadagno di una borsa-salario, creano nei ragazzi maturità e acquisizione di un’autostima che può cambiare radicalmente loro la vita. Le loro produzioni passano poi ai giovani della scuola di mosaico, i quali disegnano e realizzano sulle componenti di legno preparate in falegnameria, e sui mobili restaurati, mosaici colorati raffiguranti i più diversificati disegni e oggettistica. Da un anno si è aggiunto il lavoro con la plastica delle bottiglie, con la quale si creano pezzi vari: spille, collane, orecchini, anelli, ecc. A questo corso di mosaico e del recupero del pet (plastica in bottiglie) partecipano 15 giovani. L’emarginazione nella grande città di San Paolo è causata dalla mancanza di lavoro. I giovani, impossibilitati a frequentare le scuole -medie e superiori- a causa della inconsistenza economica della famiglia, e non avendo acquisito nessuna professionalità lavorativa, vagabondano tutto il giorno per la città. Di conseguenza apprendere un lavoro è la condizione primarie per cessare una vita di indigenza.
Le spese sostenute sono relative  a:
salario del coordinatore tecnico: Euro 7.000,00
salario del falegname: Euro 5.400,00
contributi sociali relativi ai due salari: Euro 5.200,00
borsa lavoro (*) per 15 allievi: Euro 2.000.00 per ciascuno
pari a Euro 30.000,00 complessive

totale Euro 47.600,00

(*) La borsa lavoro comprende il salario dell’apprendista, il costo del trasporto e l’alimentazione quotidiana (colazione, pranzo e merenda).

Nossa Senhora do Bom Parto

Nossa Senhora do Bom Parto, San Paolo – Brasile
I progetti dello Spazio di Convivenza, della Libertà Assistita Comunitaria e Humarte

PROPOSTA DEL PROGETTO SPAZIO DI CONVIVENZA Lo Spazio di Convivenza nasce con l’idea di aiutare un buon numero di preadolescenti e adolescenti residenti in una favela del quartiere di Belem, a pochi chilometri dal centro di San Paolo e dalle conosciutissime Casas Vida, con un incentivo (che possiamo anche chiamare adozione a distanza, per usare un termine ben conosciuto) che comprende un sostegno scolastico, un pasto al giorno e spazi e momenti di animazione, per un totale di 30 euro al mese per ogni ragazzo. Il progetto e’ gia’ attivo da tempo e si sviluppa in una casa, situata a poche centinaia di metri dalla favela di Belem, dove i ragazzi pranzano e svolgono varie attivita’ di recupero scolastico e di socializzazione. Ad esempio sono attivi i gruppi di canto e di danze tradizionali brasiliane, nonche’ un gruppo di musica e ballo hip-hop, una delle forme di musica urbana piu’ diffuse in Brasile, particolarmente presso la popolazione afro-brasiliana. Tutte queste attivita’ nonche’ il sostegno scolastico sono svolte sotto la guida di educatori e maestri professionisti.
Costo del progetto Intendiamo contribuire ad estendere l’intervento gia’ iniziato, coinvolgendo un numero maggiore di giovani e per questo finanziando mensilmente a ciascuno di loro un aiuto, del valore di 30 euro al mese.

PROGETTO LIBERTA’ ASSISTITA COMUNITARIA
Il Centro Sociale “Nostra Signora del Buon Parto” Questa istituzione fondata nel 1946 opera nei quartieri periferici di São Paulo e si occupa degli esclusi, in modo particolare difendendo i diritti di bambini e adolescenti e contribuendo allo sviluppo integrale della persona umana attraverso pratiche educative e assistenziali diversificate, che coinvolgono le famiglie e la comunità. Il Centro sociale “Nostra Signora del Buon Parto” ha proposto nel corso degli anni azioni socio-pedagogiche per affrontare situazioni limite in cui vivono molti bambini e adolescenti a São Paulo, cercando di affrontare problemi come: morte precoce,  sfruttamento dei bambini/adolescenti da parte dei narcotrafficanti,  esecuzioni sommarie,  abbandono e assenza di  politiche pubbliche. Ci occupiamo soprattutto della zona Est della città dove ci sono molte famiglie impoverite, che non hanno casa, possibilità di accedere all’educazione, all’assistenza sanitaria, al lavoro.  La grande sfida è quella di costruire un processo socio-pedagogico con la partecipazione di bambini, adolescenti, famiglie e comunità.
Il Progetto Libertà Assistita Comunitaria – LAC Il  progetto esiste  dal 1978, in collaborazione con la Febem/SP;  si sviluppa a livello familiare e comunitario, rivolgendosi ad adolescenti in conflitto con la legge, facendo riferimento a quanto è previsto nello “Statuto del bambino e dell’adolescente” agli articoli 118 e 119. Si propone di reinserire  nella società ragazzi usciti dal carcere attraverso una metodologia che punta  sul coinvolgimento attivo delle famiglie e della comunità, sul riscatto dell’autostima e del diritto alla cittadinanza, sulla formazione professionale e l’accesso al  lavoro.
Beneficiari diretti:  100 adolescenti in conflitto con la legge e le loro famiglie (che comprendono da 5 a 10 persone ognuna). Nel complesso circa 750 persone.
Beneficiari indiretti: la comunità in cui le famiglie sono inserite.
Tempo di realizzazione: per l’intero anno in corso.
Obiettivo generale: Assistere 100 adolescenti di ambo i sessi, in conflitto con la legge, che escono dalla Febem della zona Est di São Paulo, coinvolgendo le loro famiglie e puntando al loro sviluppo globale di cittadini.
Obiettivo Specifico: dare attuazione alla misura socio-educativa di Libertà assistita, per 100 adolescenti di ambo i sessi,  collaborando con le famiglie, con persone significative e comunità di adolescenti, puntando al miglioramento della qualità della vita degli adolescenti e delle loro famiglie attraverso l’esercizio della cittadinanza e l’inclusione nei servizi pubblici e nella rete di protezione.

Mete:
Meta 1 – Fornire di documenti i giovani e i familiari inseriti nel progetto
Meta 2 – Inserirli nella rete di protezione, nei servizi pubblici e nell’assistenza psicologica e medica
Meta 3 – Fornire assistenza giuridica ai giovani in Libertà Assistita e alle loro famiglie
Meta 4 –Avviare i giovani alla professionalizzazione, al Primo lavoro e allo svolgimento di stages remunerati

Metodologia e strategia di azione La metodologia si basa sulla pedagogia dei diritti, a partire dalla persona i cui diritti fondamentali sono stati lesi. Consiste nel convivere, stare vicini alle persone nel momento in cui i diritti sono minacciati o violati e costruire con ogni adolescente una proposta di vita, tenendo in considerazione la sua storia, gli aspetti culturali della sua famiglia e della comunità di appartenenza.  Per realizzare questo dobbiamo stabilire legami con l’adolescente e la sua famiglia, sottolineando gli aspetti significativi della vita che portino a riscattare l’auto-stima e il diritto alla cittadinanza. L’ “incontro” è favorito da visite domiciliari, che sono un grande strumento di lettura dell’adolescente e del suo contesto e rendono possibile un piano di intervento a livello familiare. Il lavoro viene svolto sempre in equipe coinvolgendo educatori, giovani, famiglie e comunità, rendendo il processo educativo un atto di corresponsabilità. Non dobbiamo dimenticare che i membri delle famiglie di questi ragazzi sono segnati dall’impoverimento e da una grande difficoltà di considerarsi cittadini. Spesso il narcotraffico è visto come l’unica possibilità di sopravvivenza e l’ambiente in cui vivono è caratterizzato dalla violenza sia domestica che istituzionale.  Il lavoro con l’adolescente, nella sua famiglia e comunità, implica il coinvolgimento di 3/5 persone in media (300/500 persone coinvolte nel complesso).
Costo complessivo del progetto
Costo annuale in reais circa 360.000   (pari a circa euro 145.000)
I costi del progetto sono relativi a:
1. Alimentazione: molti giovani e le loro famiglie vivono in condizioni di grande miseria e esclusione. Sono quindi necessarie ceste basiche come forma di aiuto immediato. Vengono anche forniti pasti, quando i giovani e i loro famigliari vengono al centro per assistenza sociale o giuridica.
2. Salute: Molti giovani arrivano in condizioni fisiche precarie; hanno problemi in particolar modo riguardanti la vista e i denti. Hanno bisogno di medicine, esami e visite urgenti, non sempre disponibili nella rete pubblica.
3. Educazione: L’iscrizione a scuola esige documenti, materiale didattico, uniforme, vestiario decente, oltre a un sussidio per i trasporti. Alcuni arrivano durante l’anno scolastico e hanno bisogno di corsi di sostegno.
4. Borsa lavoro: Sostegno ai giovani che partecipano a corsi di formazione professionale, ma che avrebbero bisogno di lavorare per mantenersi.  La borsa lavoro è uno strumento pedagogico perché il giovane insieme alla sua famiglia pianifichi le spese e stabilisca delle mete. Il valore della borsa sarà stabilito in relazione alle necessità del giovane e della famiglia.
5. Materiale di consumo del Centro relativo alla realizzazione di questo progetto.
6. Costi dei mezzi di trasporto del giovane e dei suoi familiari per partecipare alle varie attività (corsi di formazione professionale, stages, incontri con psicologi ecc).
7. Ausilio per abitazione e sussistenza:  Alcuni giovani non hanno vestiti per il lavoro, soprattutto scarpe e devono pagare l’affitto.
La controparte locale fornirà:
Risorse umane:
–         tecnico, assistente sociale, psicologa, insegnante di educazione fisica, educatore, ausiliari tecnico e amministrativo,  in convenzione con la Febem
–         Coordinatore, psicologo, avvocato, insegnante di arte, orientatori sociali, psichiatra, ausiliare tecnico, cuoca, in convenzione con la Sas del Comune
–         Avvocati e stagisti in convenzione con la Procura generale dello Stato.
Risorse materiali:
Linee telefoniche, micro-computers, frigoriferi, cucina, mobili per ufficio, macchina per visite domiciliari.

PROPOSTA DEL PROGETTO HUMARTE: LANCIANDO RAGAZZI E RAGAZZE Il progetto Borsa Incentivo è stato scritto ripensando alcuni dei punti chiave della cura dell’adolescente. L’adolescente ha un ruolo di protagonista in questo progetto, che dà spazio al suo potenziale creativo e alla sua corresponsabilità. Parlando del progetto, in modo informale, con gli adolescenti, è venuto fuori il nome Humarte. Durante la conversazione abbiamo recuperato i lavori di gruppo fatti da circa quattrocento giovani di cinque gruppi della zona est della città di San Paolo, al momento di essere inseriti nel Programma di incentivazione al lavoro e alla riqualificazione professionale. Durante questa chiacchierata sono venuti fuori temi come: opportunità, futuro, qualità della vita, sogno, possibilità di poter comprare qualcosa, apprendistato, amicizia, svago….In uno dei cartelloni c’era l’espressione “manos e minas” (ragazzi e ragazze). Pensando e chiacchierando è nato il nomeHumarte: da umano; arte – un’arte; Marte – nel senso del dio della guerra, che rappresenta la gioventù; Marte – nel senso di “stare tra le nuvole” per definire i sogni degli adolescenti. La proposta prende spunto da alcuni principi costruiti nella convivenza con gli adolescenti in situazione di rischio e dipendenti da sostanze chimiche: 1. Credere nelle potenzialità interiori di questi adolescenti che, stimolati da concrete opportunità di partecipazione, riflessione, elaborazione di azioni e revisioni, determinano un vero e proprio “ciclone di motivazione”. Una volta dato avvio al movimento interno, questi adolescenti passeranno a ricostruire il loro progetto di vita elaborando nuove conoscenze e relazioni. 2. Il lavoro si sviluppa a partire dal riconoscimento dell’identità, considerando l’adolescente un soggetto. Come dice lo Statuto del Bambino e dell’Adolescente, l’ infanzia e l’ adolescenza sono caratterizzate da una fase specifica di sviluppo che ha bisogno di protezione integrale. D’accordo con la concezione storica, le persone sono il risultato dell’inserimento nel contesto socio-politico-economico. La comprensione dell’ identità e il riconoscimento di appartenere a un gruppo definito socialmente sono lo scenario all’interno del quale l’ adolescente può diventare protagonista, superando la situazione di vulnerabilità sociale e le etichette create da una vita frammentata, senza legami affettivi significativi, senza un orientamento verso i valori di rispetto, responsabilità ed etica e senza nessun tipo di formazione (saperi scolastici e saperi generali, arte, musica, danza, cittadinanza). I principi determinano i seguenti presupposti metodologici: Beneficiari – adolescenti che stanno maturando e costruendo un progetto di vita, che cercano condizioni e opportunità per superare il ritardo scolastico, per formarsi alla cittadinanza, per acquisire le abilità necessarie ad uscire da una situazione di dipendenza, che hanno bisogno di un appoggio esterno nella loro costruzione dell’autonomia (non hanno bisogno come all’ inizio di una presenza sistematica degli educatori che svolgano un ruolo di mediazione perché gli adolescenti partecipino e comincino ad elaborare proposte). In questa fase gli adolescenti mostrano interesse e presentano i diversi sogni che coltivano per il loro Progetto di Vita. Il processo si sviluppa attraverso la partecipazione affettiva dell’adolescente impegnato nel gruppo, che è la forma di ristabilire vincoli affettivi, autostima, modelli di convivenza a partire dal rispetto, dalla responsabilità e corresponsabilità, E’ questa convivenza che ristabilisce i criteri e i valori per la dignità e la cittadinanza Il progetto “Humarte: Lanciando Ragazzi e Ragazze” si propone di creare le condizioni per lo sviluppo integrale dell’adolescente, a partire dai principi e presupposti metodologici stabiliti insieme con questi adolescenti. La Borsa Incentivo, del valore di 150 euro al mese (cioè il valore di un salario minimo, in Brasile), sarà uno strumento per potenziare la maturazione degli adolescenti e l’impegno che hanno preso in relazione al progetto di vita in costruzione. L’esperienza di poter far conto su un appoggio finanziario mensile è una opportunità concreta, per l’adolescente, di valutare e maturare la propria responsabilità nell’impegno che ha assunto con se stesso di fronte al gruppo (il gruppo dei pari, gli altri adolescenti) che sta cercando di realizzare un progetto di cittadinanza. Obiettivi principali di questa proposta: · Creare condizioni per cui gli adolescenti sviluppino abilità per intraprendere un proprio progetto di vita, a partire dalla cooperazione. · Che alcuni adolescenti superino le necessità per le quali hanno richiesto di utilizzare la borsa. · La creazione di un gruppo che abbia la maturità di gestire la continuità della proposta, a partire da un fondo o da una linea di credito che possa coinvolgere altri adolescenti e rendere possibili percorsi di generazione di reddito, coinvolgendo i familiari. · La costruzione di una coscienza di corresponsabilità in relazione ad altri adolescenti, che porti a contributi concreti per la continuazione del progetto, con sentimenti di autorealizzazione e di felicità relativi alla propria partecipazione come cittadini. · Il riconoscimento positivo della famiglia e di altri gruppi di convivenza (scuola, vicini, gli stessi adolescenti…) in relazione alle nuove attitudini dell’adolescente, con il ristabilimento dell’autostima. Gli adolescenti faranno una riunione per stabilire le opportunità che la Borsa Incentivo offre e i criteri per partecipare al progetto “Humarte: Lanciando Ragazzi e Ragazze”. Costo del progetto Finanziare mensilmente 50 (cinquanta) borse incentivo, del valore di euro 150 cadauna al mese, per 12 mesi.

Água Doce – Waldemar Boff

Agua Doce Servizi popolari, Waldemar e Leonardo Boff, Rio de Janeiro – Brasile
Presentazione del progetto Agua Doce

L’albero della vita – Il Simbolo dell’organizzazione 

E’ stato un lungo cammino quello per arrivare a questo simbolo. Avevamo in mente la forza dell’immagine del pianeta-acqua, riempito con le acque di sopra e di sotto, le acque dolci e salate. Ricordavamo la loro varietà: acque da bere, per pulire, purificare, recuperare, confortare. E osservavamo i loro diversi movimenti: le acque scorrono dolci o rabbiose, avanti o indietro, se precipitano in cascate o dormono meditative nei laghi delle montagne.
Si racconta che, nel paradiso, Adamo ed Eva avevano mangiato il frutto dell’albero della scienza ed avevano conosciuto il bene e il male. Questa conoscenza nata da una trasgressione ha svegliato la gelosia di Dio: “Che l’uomo non vada a mangiare anche il frutto dell’albero della vita, altrimenti lui sarà eterno come Noi!…” E li espulse del Paradiso, lasciando nel fondo dei loro occhi la bellezza di quell’albero e nel cuore il desiderio di mangiarne il suo frutto.
Ma Adamo ed Eva erano consapevoli che bisogna conservare, difendere e curare le acque, soprattutto le primordiali, l’albero che nasce delle acque, il frutto che nasce dall’albero, l’uccello che riposa nei sui rami e curare tutto ciò, perché senza questo non c’è vita e non c’è il desiderio e la possibilità di ritornare a questo albero piantato al centro del Paradiso.
L’immagine di quel frutto piccolino, rosso, bello da vedere e più saporito ancora da mangiare scuote il nostro cuore, gli fa ricordare di quel luogo di delizie, lo spinge ad abbassare l’albero finché tocchi il suolo della nostra tristezza. Niente, nessuno pacifica l’anima umana. Come un uccellino agile e leggero cerca giorno dopo giorno, mattina e sera, di beccare il rosso del frutto della vita. Il desiderio di essere eterno e felice come Iddio, che lo ha creato, lo brucia dentro e fuori.
Noi di “Agua Doce” proviamo, con semplicità ed affetto, dei cammini per mitigare questa inquietudine, alimentando nei cuori la speranza di raggiungere l’albero della piena vita.

Come Agua Doce è nata
Per 12 anni abbiamo lavorato con l’assistenza, informazione, coscientizzazione e organizzazione popolare nelle montagne di Petropolis e nella Pianura de Rio (Baixada). Abbiamo costruito una decina di asili e centri sociali e qui abbiamo operato, con l’appoggio di piccoli gruppi internazionali di solidarietà e dal 1995 di una grossa Fondazione svizzera.
All’inizio del 2000, la Fondazione aveva proposto una ristrutturazione amministrativo-finanziaria. Lungo il processo siamo stati convinti che nella pratica concreta non era possibile conciliare i nostri principi di educazione popolare liberatrice con quelle della Fondazione. Allora, abbiamo deciso di lasciare il Seop – Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare, la antica organizzazione, e creare Agua Doce – Serviços Populares, per portare avanti gli stessi principi che hanno sempre guidato la nostra azione:

  • riservare agli impoveriti il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione;
  • promuovere programmi di rispetto e integrazione del uomo con la natura;
  • coinvolgere il potere pubblico, politicizzando la questione della miseria e della esclusione;
  • essere critici con le leggi vigenti, più attenti alla giustizia che alla legalità;
  • rapportarsi a persone e gruppi esteri, soprattutto come partners di un progetto comune di famiglia umana e anche come appoggio finanziario;
  • collegarsi a altri movimenti locali e globali per aggiungere forza e pressione di cambiamento sociale/politico che sia continuo e sostenibile.

Al di là di questo, Agua Doce si propone di espandere la coscienza umana attraverso l’apertura del cuore ad altri cuori, soprattutto ai deboli, ed alla bellezza di tutto il creato. Con questa apertura di cuore crediamo che il cambiamento sia possibile e sostenibile. Per risvegliare pedagogicamente questa coscienza superiore, vi proponiamo alcuni progetti e programmi di lavoro.

Principi che ispirano ogni progetto
1- Riservare ai poveri il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione
2- Promuovere programmi di rispetto ed integrazione dell’uomo con la natura
3- Coinvolgere il Potere Pubblico, per affrontare la questione della miseria e della esclusione
4- Essere critici con le leggi vigenti attenti alla giustizia attenti alla giustizia e alla legalità
5- Rapportarsi a persone e gruppi esteri, come partners di un progetto comune e di famiglia umana, non solo come appoggio finanziario
6- Collegarsi a altri movimenti locali e globali per rinforzare il cambiamento sociale e politico rendendolo continuo e disponibile

I grandi ambiti in cui opera Agua Doce
1- Adolescenti Coinvolgimenti dei ragazzi di strada in attività agricole e artigianali finalizzate al sostentamento dei vari centri che li ospitano
2- Recupero di aree ecologiche Coltivazione di orti domestici e agricoltura familiare sostenibile. Bonifica di aree degradate e inquinate, salvaguardia delle zone a forte rischio ambientale.
3- Promozione della medicina popolare alternativa Corsi rivolti alle donne per la produzione di medicine naturali, nutrizione e salute.
4- Educazione giovanile Educazione alimentare, igienica, sociale perchè i bambini rappresentano la speranza di un futuro migliore. Attualmente sono sette gli asili presenti.
5- Assistenza agli anziani Aiuto nel sostentamento materiale, nel recupero dei diritti giuridici (es. pensione) e della dignità.

:: I progetti/programmi di Agua Doce – Surui 2050 – una visione
Il luogo – E’ una delle fasce di colline e pianure che compongono la Serra do Mar della Mata Atlantica. La fascia comincia dalla zona alta di Petropolis, continuando per l’antica strada dell’Imperatore, la Estrada da Estrela. Si arriva così a Vila Inhomirim, Raiz da Serra, dove si trovava, al tempo dell’impero, la Fazenda da Mandioca, la fazenda del visionario naturalista tedesco Von Langsdorf. Si continua a sinistra per la valle di Cachoeira Grande, Vale Preta, Rio do Ouro e Conceiçao de Surui, per arrivare finalmente in fondo alla Baia di Guanabara.
Le sfide – Partendo dalla zona alta di Petropolis (Alto da Serra) fino a piedi della montagna (Raiz da Serra), circa 1.000 famiglie senza tetto occupano la foresta in modo disordinato. Alberi, fiumi e fonti di acqua sono minacciate. Nella zona rurale, le famiglie producono individualmente, con poca organizzazione, usando concimi e difensivi chimici, e senza informazione. La maggioranza dei lotti sono aree di occupazione regolarizzate dal Governo. Senza prospettive per se stessi e per i propri figli, gli adulti spesso decidono di vendere i lotti ai villeggianti che abitano a Rio de Janeiro. Le sponde dei fiumi sono occupate da famiglie povere che gettano i rifiuti direttamente nell’acqua. Il terreno vicino alla Baia è pantanoso; qui le famiglie vivono della pesca di gamberi e delle colture domestiche. I rifiuti industriali e l’abbandono di sostanze oleose minacciano gli ecosistemi.
Gli obiettivi – Surui 2050 vuole considerare il bacino del fiume Surui e i dintorni come un’unità sociale, economica ed ambientale. Il fiume Surui nasce a Rio do Ouro e scorre placidamente per circa 30 chilometri, ostruito e inquinato, passando dalla cittadina di Surui, fino a sfociare nella Baia di Guanabara. E’ un lavoro di sensibilizzazione, informazione e coscientizzazione che invita le generazioni di questo territorio ad un altro stile di vita, economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente sostenibile.
Gli strumenti – Prima di tutto assistendo e preservando ogni forma di vita, a cominciare dai bambini, dalle donne, dalla terra sfruttata e violata, dalle fonti di acqua e dai fiumi. Asili, centri comunitari, programmi di formazione professionale, attività culturali e pubblicazione di bollettini ad uso delle comunità e delle scuole sono gli strumenti per conseguire questi obiettivi. L’autoproduzione alimentare sarà promossa tramite corsi di nutrizione e salute, orti domestici e agricoltura familiare sostenibile, riscoperta delle erbe medicinali e tramite la ricerca della propria autonomia, aperta e liberatrice. La diplomazia popolare sarà favorita attraverso l’interscambio culturale con persone di tutti i paesi. L’educazione spirituale sarà stimolata attraverso incontri liberi di riflessione e preghiera.
L’orizzonte – Mantenere viva nel cuore delle generazioni presenti e future la memoria e l’amore per la preservazione della comunità vitale del pianeta; e risvegliare i sentimenti di venerazione e lode per l’Anello ultimo che anima e unisce con incessante movimento amoroso tutta la creazione, in un unico destino.
Informativo “Agua Doce” Questa pubblicazione mensile di 8 pagine vuole mettere in evidenza i problemi e le potenzialità (naturali, sociali e economiche) del Bacino del Surui. Vuole anche esporre le riflessioni attuali sulla globalizzazione vista a partire dagli esclusi e le iniziative concrete prese nel mondo per proporre uno sviluppo buono, bello e sostenibile.
Casa della Diplomazia Popolare – Sede di “Agua Doce” – Suruí, Magé È attiva la nostra nuova sede amministrativa, dove si danno corsi di artigianato, di nutrizione e salute per gli abitanti del villaggio di Surui e corsi di educazione e organizzazione per i pescatori di granchi. Ci sono due stanze riservate per gli amici provenienti dall’estero che vogliono fare una esperienza di lavoro in mezzo al popolo e pensare un mondo buono per tutti.
Biblioteca della Scuola Elementare Rurale La piccola scuola, localizzata nel Bacino del fiume Surui, è intestata a Dinorah dos Santos Bastos (1915-1943), una giovane insegnante nata nella regione. Molto religiosa, dedicò la sua breve vita ai bambini poveri della zona rurale. Su sollecitazione della dirigente della scuola, ove studiano circa 180 bambini, figli dei piccoli contadini, stiamo costruendo una biblioteca con uno spazio per il contastorie, per il doposcuola, per una videoteca e accesso internet. La finalità è risvegliare nei bambini la cura per il fiume Surui e per il loro ambiente; riscattare la storia e cultura locale e formare in loro una coscienza planetaria che li faccia sentire membri della famiglia umana.
Il custode del Surui Alla foce del fiume, c’è un’area di mangrovie occupata da famiglie senza tetto. Una piccola spiaggia è frequentata dai poveri della regione che non riescono ad andare alle belle spiagge di Rio. C’è molta spazzatura e rischio di degrado ambientale. Abbiamo proposto all’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente) la costruzione di un piccolo ufficio di orientamento e di distribuzione di materiale informativo. Un educatore popolare ambientale, scelto dalla Comunità, manterrà l’ufficio e farà i lavori di orientamento. Se non avremo una risposta positiva dall’IBAMA, inizieremo noi stessi la costruzione di 50m2, al costo di circa 8.000 euro.
Asilo “Tia Madà” – Engenho Pequeno, São Gonçalo È un edificio di 2 piani, ancora da concludere. Al primo piano funziona un salone comunitario per le riunioni delle mamme, per l’alfabetizzazione di giovani e adulti e per gli eventi locali e una casa degli ospiti per alloggiare i capacitatori che vengono da fuori e gli eventuali visitatori dall’estero, interessati ad una esperienza di lavoro nel campo dell’educazione popolare. Nel secondo piano funziona l’asilo per 40 bambini. La famiglia di Madà gestisce oggi l’asilo ma bisogna espandere il gruppo direttivo per includere altre persone. La comunità partecipa poco e c’è un gran lavoro ancora da fare. Mada’ fa parte di “Artecreche”, un movimento di asili comunitari per ottenere l’appoggio del Comune e per la capacitazione pedagogica. Il grande problema della comunità è la mancanza d’acqua. L’asilo compera tutte le settimane un camion di 10 mila litri per i bagni e per la pulizia. L’acqua da bere e per cucinare è comperata in bottiglioni. Vogliamo organizzare la comunità per rivendicare dal Comune la fornitura pubblica di acqua e la canalizzazione della fognatura.
Centro di Appoggio agli Adolescenti – Belford Roxo, Parque São Bento In questo quartiere, Marlene e altre donne mantengono da 14 anni un asilo per 30 bambini. È una zona molto violenta e disperata. Dopo che escono dall’asilo, i bambini vanno alla scuola elementare pubblica che funziona per metà giornata. C’è un grande gruppo di ragazzini e ragazzine che rimane nelle vie della comunità dopo la scuola. Hanno da 12 a 15 anni. È per loro che abbiamo pensato questo edificio di 100 m2, costruito a lato dell’asilo. Nei prossimi anni pensiamo di sviluppare lì laboratori di educazione sessuale e sanitaria, capoeira, danza, teatro, taglio di capelli afro, taglio e cucito. È un lavoro sperimentale che cerca di allontanare gli adolescenti della droga e della gravidanza precoce.
Centro Consolador Prometido – Caxias, Parada Angélica Questo è un centro che funziona da più di 15 anni, sotto la amministrazione di un gruppo di inspirazione spiritualista (kardecista). Noi li appoggiamo in due programmi di lavoro per gli adolescenti: computazione e calcio, pagando gli istruttori, il materiale e il pranzo.
Asilo “Caminho do Encontro”- Belford Roxo, Shangri-la Torre È un asilo molto informale con una struttura architettonica molto particolare. È ancora in costruzione. Questa è una comunità molto difficile, disorganizzata e bisognosa. È fondamentale mantenere l’edificio sotto la nostra amministrazione per alcuni anni fino che la comunità sia in condizioni di gestirlo. In mezzo all’abbandono quasi totale, sogniamo di sviluppare un bel programma educativo per i bambini lungo tre linee: * educazione planetaria, con un posto nella parte più alta del terreno, ove i bambini possano andare una volta alla settimana per guardare gli amici lontani che vivono al di là dell’orizzonte e che aiutano a raggiungere la dignità comune; * educazione spirituale, con uno spazio nella natura, sotto i bambu, ove i bambini possano sedere una volta al giorno, attaccati uno all’altro per sentire il vento che circola nel pianeta, il silenzio che riempie il fondo dei loro piccoli cuori e il calore del corpo dell’uno e dell’altro che scalda tutto il corpo della terra madre e di tutta l’umanità; * educazione alla sostenibilità, con un grande orto, ove i bambini vanno tutti i giorni a piantare e a curare le verdure e i frutti per imparare che per vivere bisogna avere un buono rapporto con la terra e non necessariamente avere soldi in tasca.
Centro “Casa das Rosas”- Ponte Preta – Magé Questo centro di appoggio per l’infanzia e l’adolescenza fu costruito due anni fa. Per mancanza di organizzazione comunitaria, abbiamo molti problemi. La attuale direzione non è molto affidabile. Noi cerchiamo di portare avanti una buona educazione popolare che non escluda nessuno, ma includa tutti sotto i principi etici di base.
Asilo “Morro da Oficina” – Petrópolis È l’unico intervento che abbiamo nella montagna. Abbiamo deciso di aiutare questa comunità perché da 15 anni lotta per concludere il suo asilo comunitario. Il Comune si rifiuta di aiutarli ufficialmente per ragioni tecniche, ma in realtà si tratta di ragioni politiche. Finito l’asilo, speriamo che la comunità sia sufficientemente organizzata per trovare finanziamenti pubblici per la manutenzione.
Programma “Nonna Angelina”- Baixada Fluminense Nel 2002, Nonna Angelina di Romano Canavese, Torino, ha compiuto 100 anni. Per iniziativa di suo figlio, Giuseppe Laini, durante la festa abbiamo fatto una raccolta per aiutare i vecchi abbandonati nelle comunità povere di Rio. Oggi, Odete, una educatrice popolare, visita le famiglie delle Comunità della Baixada per assistere i vecchi più abbandonati. Alcuni abbisognano di cibo, altri di una parola che rompa la loro solitudine, altri dei documenti personali per la pensione, altri della medicina per la salute, altri dei soldi del biglietto per vedere i figli distanti. Le schede, con il racconto di tante tristezze, resistenze e speranze, rivelano la sofferenza nascosta di gran parte della popolazione povera della Baixada.

Una lettera di Waldemar Boff agli amici, novembre 2003
Sognando un pianeta più dolce e più umano
Cari amici,
La prima cosa che vogliamo dirvi è che Dio non ci ha negato la sua inspirazione e il suo entusiasmo per continuare a lavorare con semplicità, tenendo ferma la convinzione che un altro mondo è possibile. Anche quando non vediamo i risultati, sicuramente il nostro lavoro, insieme con la vostra buona volontà, produrrà frutti al momento giusto. Il progetto che abbiamo chiamato Surui 2050 è quello che cammina più lento: con una prospettiva così lunga, non si può avere fretta. La nostra sede è pronta ed ora stiamo cercando un custode, preferibilmente una famiglia di Suruí. Serginho, il nostro contatto in paese, cura l’orto, ci accompagna nelle nostre camminate per la comunità e ci aiuta nei rapporti con la gente del posto. L’8 novembre scorso abbiamo fatto la riunione annuale di tutti i membri di Água Doce per fare un resoconto del 2003 e per pianificare il 2004. Il prossimo anno speriamo di iniziare il lavoro con i pescatori del fiume e di finire la mediateca “Agenda 21”, all’interno della piccola scuola rurale nel bacino del fiume Suruí. Restiamo aperti anche ad altri programmi di lavoro che sorgessero dalle necessità della comunità.
Attualmente, sono in costruzione 3 asili: – Asilo Morro da Oficina, sulle montagne di Petrópolis: speriamo di concluderlo entro il primo semestre del 2004, per cercare di trasferirlo subito al Comune di Petrópolis, proprio durante la fase elettorale della città; – Asilo Tia Madá in Engenho Pequeno (São Gonçalo, dall”altra parte della Baia di Rio): l”asilo è praticamente pronto, ma non vogliamo finirlo senza conseguire prima una migliore integrazione comunitaria; – Asilo Caminho do Encontro in Belford Roxo (nella Baixada): qui non abbiamo fretta perché la comunità è ancora troppo bisognosa e disorganizzata. Abbiamo finito il Centro per Adolescenti in Parque São Bento (Belford Roxo, Baixada) che attualmente è sotto la direzione di Marlene, coordinatrice dell’asilo. Abbiamo rallentato il ritmo di tutte queste costruzioni. Il tempo ci ha insegnato che bisogna valutare prima l”impatto sociale di questi interventi e che non basta la costruzione fisica, ma è anche necessario che crescano di pari passo la vigilanza, l”informazione e l”organizzazione comunitaria. Per svolgere questo preciso compito sta lavorando da due mesi Sergio, 57 anni, un pensionato nostro amico da anni.
Nel 2004 inoltre assumeremo alcuni programmi di lavoro di un’altra organizzazione locale, che si chiama Seop (Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare); sono progetti che il principale finanziatore del Seop (la Fondazione Novartis) non vuole più finanziare. Daremo quindi l’appoggio necessario agli asili comunitari indipendenti che nel tempo avevamo contribuito a costruire: l’asilo Shangri-Lá, con 70 bambini, e l’asilo Lar de Vasti, con 50 bambini. Poi anche il Centro Comunitario Romano Canavese, in Alto Independência (Petrópolis), sarà assunto da Água Doce con tutti i suoi programmi: doposcuola, salute comunitaria e lavoro con le donne.
Continueremo ad appoggiare le altre iniziative presenti nella Baixada Fluminense: l’asilo della Fundação Beneficiente Jesus de Nazaré (in Caxias) con 60 bambini; l’asilo Semeando (in Belford Roxo) con 40 bambini; l”asilo Pingo de Gente (sempre in Belford Roxo) con 40 bambini ed il centro Consolador Prometido (in Caxias) con 25 adolescenti. Sarebbe impossibile mantenere tutte queste attività senza la solidarietà degli amici dell’estero, tessuta di tante belle cose, visibili o invisibili. Lo ripeto da sempre: è una vergogna che il Brasile, la decima potenza economica del mondo, abbia 40 milioni di affamati. Nel nostro caso, la fame è il frutto bacato dell”ignoranza politica.
Siamo molto felici del programma “Fame Zero” del Governo Lula. È una iniziativa buona, coraggiosa, necessaria che merita tutto il nostro appoggio. Ma finora non è arrivata alle comunità povere in cui lavoriamo. Dopo tanti anni di lavoro in mezzo a sofferenze, delusioni e speranze, accanto al popolo e contro la fame, la malattia, l”ignoranza, la brutalità, la furbizia e l’abbandono, posso dire che, da questa iniziativa ufficiale, non ci si può aspettare più di quello che può effettivamente dare. La disuguaglianza scandalosa presente in Brasile è una violenza storica, un peccato strutturale mantenuto dalle élite nazionali e globali che eleggono democraticamente i capi di Stato. Un Brasile degno e democratico non sarà costruito in 5 o in 50 anni. Nonostante tutto, continuiamo a lavorare, senza odio o violenza, seminando nel buio della fede affinché altri raccolgano nell’allegria.
Speriamo vivamente di essere inseriti, il più presto possibile, nel programma governativo “Fame Zero”, affinché i poveri del Brasile vengano curati con le risorse dello stesso Brasile e con l”appoggio dei nostri amici dell’estero che, come noi, sognano con un pianeta più dolce e più umano. Cari amici, vi abbracciamo con tutto il nostro affetto. Preghiamo l”uno per l”altro, e insieme per il popolo.
Waldemar Boff, fondatore di Agua Doce Serviços Populares – 26 novembre 2003

Una lettera di Maria Regina Maroun, ingegnere ed educatrice popolare dell’associazione Agua Doce – Serviços Populares ottobre 2004.
Per chi arriva di passaggio dalle parti di Surui, tutto sembra calmo, armonico e accogliente. Così come quando la gente prende una barca per attraversare le acque del suo bellissimo fiume. Ma… cosa dire sulla qualità della vita degli esseri umani che vivono li? La cruda realtà di molte vite si nasconde discretamente nella bel paesaggio naturale. Ci sono in Surui sacche di miseria considerate tra le peggiori a livello nazionale… i vecchi passano la fame nelle proprie baracche, i bambini raccattano bottiglie di plastica e lattine per scambiarle con un po’ di fubà (una bevanda tipica di queste zone); oppure perlustrano il mercato del pesce per chiedere degli avanzi da portare a casa.
Molto vicino alla recente strada asfaltata, addentrandoci negli spazi meno attraenti di Surui, si incontrano canali di scarico a cielo aperto, che scorrono tra i piedi dei bambini; numerose baracche, di quelle con una sola stanzetta e senza bagno, che si moltiplicano con velocità incontrollabile per tutta la regione della Baixada Fluminense; estese depressioni del terreno dove si accumula l’acqua piovana, favorendo lo sviluppo di larve e insetti portatori di malattie… Nella parte alta di Surui, alcuni direttori delle scuole ci raccontano di molti bambini che vengono in aula prima di tutto per… mangiare!
Il quadro di Surui si ripete per tutta la regione della Baia di Guanabara. Vogliamo contribuire alla sperimentazione ed alla promozione di un altro ordine, che tenga come orizzonte la garanzia dei diritti sociali di base per tutti, con il minimo consumo di risorse naturali. Desideriamo anche ispirare l’amore delle persone per l’ambiente, in modo che esse possano mantenersi dove stanno e non si perdano nelle promesse illusorie dei grandi centri urbanizzati, sempre più disumani e impraticabili. Si tratta di un processo lento e graduale di rieducazione, da qui l’importanza del nostro lavoro insieme alle scuole della valle del fiume Surui.
Pertanto, ci sembra fondamentale alimentare nelle persone la fede in loro stesse in modo che possa nascere il desiderio di emanciparsi. Chissà quindi che altri fiori possano germinare, qui e là, gradualmente e individualmente, portando bellezza, profumo e allegria per i tanti occhi e i tanti cuori delusi. Utopia? No, è solo un desiderio, una speranza che orienta i nostri sforzi.

Cena di solidarietà 16 giugno per Casa Cor

sabato 16 giugno 2012
alle ore 20,30

presso la Casa della Solidarietà
in via delle Poggiole 225 a Lucciano

cena di solidarietà

a sostegno del progetto di Casa Cor: pagamento di una borsa lavoro per un ragazzo della OFICINA ESCOLA ARTE QUE VEM DA RUA (l’arte che viene dalla strada) a S. Paolo in BRASILE. E’ una scuola-laboratorio in cui i ragazzi costruiscono oggetti (che qui alla Casa potete vedere) con materiale di scarto e riciclato.

menu:

Antipasto: insalata di farro fantasia e crostini misti

Primo: tagliatelle al ragù e lasagne al pesto

Secondo: pollo e arista nel forno a legna con patatine piselli e insalata

Dolci della casa

il contributo è di € 20,00 (adulti); € 10,00 (bambini)

Per la nostra organizzazione è gradita la prenotazione entro giovedi 14 giugno.
Telefonare 0573 750539 ore serali.
Mariella cell. 3332654911.
Patrizia cell. 3392349201.

La grande assente

di Mario Mariotti

Ci avete fatto caso, cari concittadini lettori, che da quando è caduto il muro di Berlino, di “giustizia sociale” non si parla più, nessuno nomina che si è andata globalizzando, l’organizzazione economica della comunità umana secondo il capitalismo, e che c’è stata una conversione planetaria ai dogmi del mercato e della competizione?

Tutti quanti hanno starnazzato di gioia quando l’utopia della fratellanza da incarnarsi in questo mondo si è suicidata; ma forse, in questi ultimi tempi, è possibile apprezzare con una maggior lucidità il risultato di suddetto suicidio. Col capitalismo ci siamo giocati la giustizia sociale; col mercato la fratellanza fra gli uomini, cioè il cristianesimo; con la competitività ci siamo giocato il sindacato. Ecco qualche pezza d’appoggio ai suddetti enunciati, sui quali in troppo pochi riflettono, ma dei quali non certo in troppo pochi pagano le conseguenze.

Quando il mondo era diviso in due, capitalismo e socialismo, in entrambi i sistemi era presente una progettualità politica, un progetto di trasformazione della società. Il socialismo cercava di realizzare la giustizia sociale, di garantire i diritti umani la lavoro, alla salute, all’istruzione a tutti i cittadini; di contenere le differenze ed i privilegi; di assicurare alla totalità dei cittadini per lo meno una povertà dignitosa, che garantisse il fondamentale, cibo, lavoro, salute ed istruzione a tutti quanti.

Per fare questo aveva bisogno di far volare bassi coloro che nascono con molti talenti e che cercano di utilizzarli per se stessi e non per il bene comune. Per questo aveva imposto un tipo di libertà che anteponeva quella dal bisogno alle successive libertà democratiche.

Anche il capitalismo aveva le sue progettualità: la prima era quella di sfottere il socialismo, prima che i poveri si accorgessero del suo valore, e che esso diventasse contagioso a livello globale. Poi ululava sistematicamente contro la limitazione delle libertà democratiche esistente nel progetto antagonista; e usava tutti gli strumenti di informazione che aveva nelle proprie mani per convincere il prossimo che esse erano prioritarie rispetto a quella del bisogno, garantita solo dal necessario a tutti, come se cibo, lavoro e salute venissero dopo la libertà di pensiero, parola e di stampa.

Poi, essendo il potere corruttore del denaro un cancro incontenibile, il capitalismo aveva comprato ed usato anche il cristianesimo, per dimostrare che la verità era dalla propria parte, e che il comunismo ateo materialista era una bestemmia contro Dio ed una minaccia per tutta l’umanità.

La sua progettualità, (del capitalismo), però era provvisoria, strumentale ai suddetti scopi. Riuscito a vincere nello scontro, fallita l’utopia della fratellanza per lo stesso motivo per cui il cristianesimo sta fallendo da diciassette secoli, (l’egoismo e la religione fanno parte della naturalità umana, mentre l’amore e la pratica della condivisione sono una conquista faticosa e sudata, cui pochi riescono a convertirsi), ecco che esso il capitalismo ha smesso di fingere e si è rivelato quale è lui stesso.

La vittoria di mammona è stata chiamata trionfo delle ideologie, (prima menzogna); poi si è usato il termine globalizzazione senza mai precisare cosa si andava globalizzando, cioè il capitalismo vincitore sul socialismo, (e questa la seconda macroimpuffata). Risultato? Il “beati gli indefinitamente ricchi” come unico progetto; il denaro come il vero dio-motore della società e di ogni attività umana; la speculazione finanziaria, l’economia virtuale, il massimo profitto strumentalizzando tutto e tutti quali imperativi etici da difendere e diffondere; il successo economico, e la ricchezza, quali criteri per il giudizio sulle persone, e per la selezione dei cittadini fra la razza ariana dei ricchi, dei vincitori, degli intelligenti, dei fortunati, e quella dei poveri, dei perdenti, degli sfortunati, dei diversamente abili, dei semplici degli incapaci.

A questo punto, defunta ogni progettualità per la trasformazione storica della realtà sia in rapporto alla giustizia fra gli uomini, e sia in rapporto al rispetto della natura e alla salvaguardia del creato, anche la politica si è dematerializzata e trasformata in immagine ed in gossip. Il leader si deve presentare bene, essere fotogenico e simpatico, se per caso è anche onesto lo si deve mettere in gabbia e far girare nel circo come una bestia rara; se scatena una guerra d’aggressione, ma va a messa la domenica con la famiglia, è uno che merita il voto; se occupa il posto che occupa attraverso i miliardi di dollari che la lobby di interessi che la sostiene ha investito su di lui, questo è il massimo della democrazia; se fra la sua condizione esistenziale e quella del cittadino-elettore, casomai nero e disoccupato, esiste una distanza siderale, ivi è perfetta letizia, perché il successo è un dono di Dio riservato a coloro che lo temono, anche se poi gli stessi, invece di temerlo Lo usano per riverire sua santità mammona….

È ora di passare agli altri due enunciati: col mercato ci siamo giocati la fratellanza, con la competitività il sindacato. Anche a questo proposito ci sarebbero tante cose da dire, tante sulle quali riflettere, tante da approfondire e precisare. Mi limiterò a pochi enunciati sistemici, perché il cancro era ed è il capitalismo, e le sue due emanazioni, mercato e competizione, ne condividono la malignità, la violenza ed il potere corruttore. Essendo il mercato la legge del più forte che detta le condizioni, e del più debole che deve accattarle; non essendo mai, il mercato, libero, perché, per essere libero, le due controparti dovrebbero, essere alla pari, nelle stesse condizioni economiche e culturali, il che è rarissimo; essendo sempre il ricco a fare il prezzo ed il povero a subirlo, addio alla fratellanza, addio alla compassione per le condizioni del più svantaggiato, addio al rispetto delle esigenze proprie della condizione umana!

Cibo, salute, istruzione hanno il loro prezzo, e se uno non ha danaro, a lui rimangono le libertà democratiche di pensiero, di parola e di stampa, assieme alla fame, alla malattia, all’ignoranza che espone ad ogni tipo di strumentalizzazione. E allora? A allora fratellanza impossibile, fratellanza negata e, di conseguenza, il fallimento del cristianesimo come sale della terra per costruire il Regno!

E perché, infine, la competitività ha soffocato e fatto morire la sostanza del sindacato, uno dei due strumenti non-violenti, assieme al voto, in mano ai poveri per riuscire ad ottenere dai ricchi e dai potenti il rispetto del diritto-dovere umano fondamentale del posto di lavoro? La risposta è semplicissima: nella competizione strutturalmente, c’è chi vince e c’è chi perde, e la occupazione degli uni provoca la disoccupazione degli altri; e il sindacato finisce di essere lo strumento di difesa di tutti, e diventa la corporazione che difende i più competitivi.

Quindi requiem per il sindacato, unito al requiem per il voto, perché il potere, attraverso l’informazione pilotata da lui stesso, rincoglionisce il prossimo e se lo lavora in modo che esso vota proprio per colui che lo sta fottendo.

Sto dando i numeri e parlando di archeologia culturale e politica? Forse è vero. Ma noi continuiamo a lasciare a piede libero il capitalismo, specie quello finanziario; le banche, il FMI, la BCE: nel nostro futuro c’è la dieta di Gandhi in un ecosistema trasformato in una discarica a cielo aperto.

Poco colesterolo e un po’ di diossina… e tanti auguri soprattutto a quelli che pontificano che il marxismo non serve più, che è roba di altri tempi…

Mario Mariotti

Lo scandalo in Vaticano

Lo scandalo in Vaticano: bisogna affrontare le cause di fondo della crisi che sono il troppo potere a Roma e le grandi risorse gestite da sempre in modo oscuro

Le vicende che, da settimane, stanno coinvolgendo il Vaticano – e che hanno avuto grande eco sui media di tutto il mondo – hanno inevitabilmente creato sofferenza, incredulità e sconcerto nell’universo cattolico, a prescindere dalle diverse sensibilità e modi di intendere la pratica dell’Evangelo di Gesù.

Le reazioni dei più importanti vertici ecclesiastici, dopo un grande imbarazzo, sono state quelle di ricordare che, comunque, la Chiesa è fondata sulla roccia e che la sua storia ha visto ben di peggio; in conclusione, le autorità ecclesiastiche hanno invitato alla preghiera. Affermazioni che ci sentiamo di condividere. Ma sarebbe stato opportuno anche un qualche atto, seppur parziale, di riconoscimento di colpe o di errori e di conseguente pentimento.

Non siamo d’accordo, invece, con quanti dicono che tutto è conseguenza di un attacco “laicista”, che è stata data “una falsa immagine della Santa Sede” e che la vera “porcheria” è quella di chi ha sottratto documenti riservati e, poi, di quelli che li hanno pubblicati. A noi pare, invece, che l’opinione pubblica cattolica e non, più che su questioni di metodo, si fermi sul merito dei fatti che sono venuti e che stanno venendo alla luce.

E questi, da qualsiasi punto di vista li si esamini, destano vero scandalo per gli interessi torbidi che lasciano intravvedere, e per i contrasti profondi nella Curia romana che appaiono fondati non su diverse, più che comprensibili, opzioni pastorali, ma su rivalità personali e su questioni di potere.

Dalla situazione emerge, ci sembra, che l’attuale vescovo di Roma non ha le doti che, anche a causa dell’attuale troppo pesante struttura gerarchica della nostra Chiesa, sono indispensabili per guidare il popolo di Dio, gestendo persone e situazioni in modo accettabile e comprensibile; e la colpevole assenza di vere strutture di dialogo e di corresponsabilità al centro della Chiesa lo lasciano troppo solo.

Ciò premesso, ci permettiamo alcune riflessioni che riteniamo coerenti con la nostra prospettiva, quella della riforma della Chiesa cattolica romana a partire dal messaggio del Concilio Vaticano II. Tre ci sembrano le cause di fondo, tra loro intrecciate, che sono alla base di quanto stiamo vedendo e che bisognerebbe affrontare senza esitazioni:

1) l’eccessivo concentramento di potere nella Santa Sede, sempre più accresciutosi negli ultimi anni, malgrado che il Concilio avesse prospettato l’attuazione di una reale collegialità episcopale. I possibili vantaggi di una gestione rigidamente monarchica (unità, sostanziale e non formale, della Chiesa, punto di riferimento morale in un mondo travagliato da problemi sempre maggiori) sono ormai superati dai suoi difetti che, tra l’altro, non vengono neanche riconosciuti (dispotismo curiale sulle Chiese locali e sugli ordini religiosi; assoluta uniformità della teologia e della vita sacramentale; esaltazione, poco evangelica, della figura e del ruolo del Papa…);

2) il fattore corruttivo che, quasi naturalmente, deriva dalla gestione accentrata di grandi risorse economiche (lo IOR e altro) e da altre strutture che fanno capo allo Stato della Città del Vaticano. In questo contesto qualsiasi discorso sulla povertà della Chiesa e nella Chiesa non ha più senso;

3) la completa segretezza nell’amministrazione di questi ingenti beni, fuori da una vera legalità, e da un controllo, italiano o internazionale, esterno alle strutture ecclesiastiche, crea le premesse per ogni possibile stortura. Nel migliore dei casi ipotizzabili ,sembra che si ragioni con la logica che il fine giustifica qualsiasi mezzo. I fatti hanno dimostrato, soprattutto da trent’anni a questa parte, che, in questo quadro di mancanza di trasparenza diffusa, ogni tentativo di riforma è fallito, anche quando, forse, la volontà all’inizio c’era.

A nostro parere occorre affrontare alla radice le cause della crisi e riteniamo che sia indispensabile che questa consapevolezza cresca nel Popolo di Dio. Ogni rappezzo, ogni destituzione di persone e ogni avvicendamento, o il rilancio dell’immagine, facendo solo appello al ruolo indefettibile della Chiesa, servono a ben poco; non riescono e non riusciranno a rompere il circolo vizioso costituito dall’intreccio tra potere ecclesiastico autoritario e assolutista, potere mondano e assenza di democrazia che sono presenti nella nostra Chiesa. Per tante persone credenti, non credenti o in ricerca, una situazione sconcertante come quella che sta emergendo a Roma è una contro-testimonianza che oscura e tradisce l’Evangelo di Gesù.

Noi Siamo Chiesa

Roma, 5 giugno 2012

NOI SIAMO CHIESA
www.noisiamochiesa.org

Waldemar Boff – L’albero della vita

Waldemar Boff – Albero della vita

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Prefazione

Che bello leggere Waldemar! Che bello accogliere il mondo contemporaneo nelle sue parole vere come quelle che soltanto i profeti sanno dire. I suoi racconti, la sua esperienza sono una scossa continua che fa tremare la terra, che ci richiama a responsabilità. Ci arriva come un’onda invisibile e potente che parte da lontano, dal peso dell’angoscia delle persone. E sto usando “volutamente” la parola persone e non popolo, perché è in questi termini che penso a chi è coinvolto nel dramma che Waldemar descrive. Perché popolo è un’espressione generica e un po lontana. E invece, leggendo, le sentiamo vicinissime queste persone. Persone. Che immaginiamo una per una, dando loro i volti che i suoi racconti ci hanno descritto. Vasti, una bella donna nera di mezza età, che accoglie trenta bambini nel cortile della sua casa nella Baixada Fluminense; la signora Maria, sempre aggressiva, non saluta mai e non sorride mai. Parlando con sua zia, Waldemar ha scoperto che a dodici anni era stata venduta a un ragazzo che saliva nel quartiere con un carretto, comprando ferro vecchio. Ai salti di gioia di Edicleusa, quando Odette, l’assistente sociale della comunità, le ha comunicato che era riuscita dopo tante peripezie a ricostruire la sua storia e le ha consegnato il certificato di nascita. Finalmente! Ufficialmente riconosciuta come una persona, una cittadina. Persone di cui percepiscono il dolore, la precarietà, la paura. E li condividono. Soffrendo per loro, avendo paura con loro. Persone verso le quali provano una compassione profonde. E questo sentimento ci rende umani come non mai. Ci rende uomini tra gli uomini, dando valore alle nostre vite, dignità al nostro continuare di ogni giorno.
Tutti abbiamo bisogno di modelli e riferimenti che ci aiutino a vivere, a vivere veramente la spiritualità. Tutti abbiamo bisogno di pensieri semplici e profondi che possiamo accogliere nella nostra interiorità e che ci aiutino a dare una risposta semplice agli eventi della vita e della quotidianità. Capisci che l’amore opera meraviglie insospettate, è audace l’amore, non ha confini o gabbie in cui costringerlo, si fa gioco dei nostri schemi e calcoli. Riesce a riempire il vuoto. Misteriosamente, delicatamente, lasciando respirare il dolore, dandogli aria e fiducia. Capisci che l’amore oltre alle parole ha bisogno di gesti. Piccole attenzioni quotidiane che trasformano la vita di tanti “grandi” considerati “piccoli” perché poveri. Capisci che per secoli abbiamo interpretato come obbligo l’essere solidali e caritatevoli. Mentre il suo invito è l’incontro con l’altro, l’investire la vita per imparare ad amare l’altro, gli altri, la natura, tutti i viventi, perché la nostra vita, lo vogliamo riconoscere o no, si nutre attraverso la tenerezza, la dolcezza, l’amicizia. Se tutti noi volessimo, anche soltanto per un istante, “restare umani”, potremmo trasformare la nostra vita e quella dell’intera umanità.
Antonio Vermigli

Riflessioni provvisorie di un educatore popolare

Perché non scrivi qualcosa? -mi chiese all’improvviso Antonio Vermigli di Quarrata, il vulcanico e instancabile tessitore di relazioni tra l’Italia e il Brasile e direttore del Notiziario della Rete Radié Resch. Sì, penso che tu abbia ragione, lo farò- gli risposi, mentre attraversavo con la macchina la bella strada imperiale, immersa nella foresta atlantica. Dentro di me, pensai che era tempo di sedermi e di riorganizzare i pensieri e le esperienze, come faccio di solito dopo un lungo periodo di lavoro. Nei giorni successivi, buttai giù alcune idee su un pezzo di carta, che ora ho provato a sistemare dando un certo ordine.

Sostenere le iniziative dei poveri
I poveri conoscono già la soluzione dei loro problemi. Per noi, classe media istruita e professionale, è difficile sedere in mezzo a loro, ascoltarli, scambiare idee e dare credito alle loro soluzioni. Si pensa normalmente che quello che è buono per noi lo deve essere anche per loro. Ci comportiamo come se ci fosse un modello standard per valutare il benessere umano. Inconsciamente li riteniamo gente che appartiene ad una specie di terza classe intellettuale, con molto poco da dire sulla vita. In questo modo però il dialogo procede su basi squilibrate.
Quando lavoravo all’assessorato sociale del municipio di Petrópolis, una bella donna nera di mezza età, Vasti, venne da me, in un pomeriggio nebbioso. Aveva difficoltà a seguire i trenta bambini che accoglieva nel cortile della sua casa nella Baixada di Rio, all’ombra rinfrescante di un mango centenario. Venne a chiedermi aiuto. Le dissi solo: Vasti, devi solo andare per la tua strada. Io ti darò il supporto necessario, educativo e materiale. E così cominciò il nostro rapporto. Dopo sette anni, Vasti è co-responsabile di una giardino d’infanzia di oltre 70 bambini, guida una casa famiglia per bambini di strada, è senza dubbio un autorevole riferimento per la comunità, nonché uno degli esponenti di maggior importanza della Commissione per la fame di Rio. Questo non significa che lei sia l’esempio di un cittadino pienamente consapevole. Vasti è piuttosto la rappresentante di un paese che storicamente è stato brutalizzato dalla schiavitù e che ha imparato, con la sopportazione e la dissimulazione, a sopravvivere mantenendo la propria cultura originaria.

Tener conto seriamente della cultura popolare
Molte volte non ci rendiamo conto della difficile situazione in cui viene alimentata e sostenuta la cultura dei poveri. Loro hanno un modo particolare di affrontare le situazioni conflittuali, dalle questioni familiari alle narcomafie, dai politici e alle personalità religiose. Mi ricordo che una volta suggerii ad un leader comunitario di chiamare la polizia per un problema di droga. Lui mi disse: Molto bene, amico mio, però tu da qui tornerai nel tranquillo quartiere di casa tua, mentre noi dobbiamo restare qui ad affrontare sia i delinquenti che la polizia! Mi vergognai del suggerimento dato.
Presi dall’ardore etico e dallo zelo civico, non accettiamo il fatto che il povero scambi il voto per ottenere benefici personali, come la cesta basica, qualche sacco di cemento, un’iscrizione a scuola o la visita dal medico. Il fatto è che noi non dobbiamo ascoltare il pianto del bambino causato dalla fame, non dobbiamo spostare i mobili della casa quando piove, né dobbiamo scrutare il cielo nuvoloso per vedere se le piogge torrenziali dell’estate travolgeranno di nuovo le nostre precarie abitazioni.
La religione è una questione molto seria per i poveri. Dio è sempre sulle loro labbra e molto spesso anche nel loro cuore. Guardando alla loro condizione di vita, arriviamo alla conclusione che essi vivono nella grazia di Dio. Le loro esistenze sono un continuo miracolo della vita. Ma esistono anche espressioni religiose intolleranti. Per esempio, gli evangelici hanno diverse restrizioni nei confronti delle tradizioni afro-brasiliane e molti cattolici di classe medio-alta sono diffidenti verso le pratiche e le idee comunitarie di base. Noi come educatori teniamo conto della religione ma non delle confessioni, provando a portarla al livello dei diritti umani e civili e coinvolgendo i credenti nelle varie iniziative pratiche.
Qualche anno fa, nelle comunità di Vila Esperança, Getulio Cabral e Vila Angélica, nella Baixada di Rio, ci furono diversi omicidi in poche settimane. Si trattava di una guerra di droga tra i diversi gruppi e la polizia. Molti adolescenti furono uccisi ed i loro corpi furono custoditi nei nostri giardini d’infanzia, prima della sepoltura. In quel periodo, nel Centro per l’infanzia e l’adolescenza Casa das Rosas, tenemmo il nostro incontro mensile con tutti gli educatori e gli agenti popolari. C’erano circa 100 persone. Qualche giorno prima, chiedemmo a tutti i partecipanti di venire vestiti di bianco perché avremmo tenuto una meditazione comunitaria aperta per contrastare il clima di violenza. La gente venne in silenzio e per più di un’ora restammo in meditazione, ascoltando e cantando solamente questo piccolo mantra: Mira solo la luz y verás solo luz! – guarda solo la luce e vedrai solo la luce. Siamo certi che abbiamo offerto un piccolo contributo per ispirare la pacificazione delle comunità in lotta.

Risvegliare le capacità latenti dello spirito umano
Molte volte discuto con i miei colleghi su come trattare con la gente, specialmente nei casi di insuccesso oppure a proposito della loro capacita di ottenere ciò di cui di hanno bisogno. Alcuni educatori sono più realistici e tendono ad affrontare le questioni con cautela e prudenza, basandosi sulle esperienze precedenti. Io credo fortemente nella forza dello spirito che può rinnovare tutte le cose e determinare nuovi ed inaspettati atteggiamenti. A dispetto delle condizioni storiche, dei tanti detriti che sotterrano la cultura dei poveri, di tutti i pregiudizi ed usi popolari, dell’innegabile peso dei fatti, la gente e le situazioni domani possono essere differenti da come sono oggi. Per risvegliare queste potenzialità interne noi cerchiamo di provocare, di informare, di sensibilizzare le persone ad andare oltre la propria condizione, ad aspirare ad un più alto modello di comportamento, a guardare sempre verso la luce a dispetto del buio presente, verso il bene a dispetto del male, verso la verità a dispetto della menzogna, verso la realtà a dispetto della seduzione delle apparenze. In fondo, cos’altro è l’educazione se non questo? Chi siamo noi per mettere limiti all’azione vitale? Non crediamo forse che lo Spirito Divino permea tutta la realtà spingendola a manifestarsi e a fiorire? Per noi è un atteggiamento miope quello di considerare i miserabili come inutili rifiuti sociali da trattare come malati terminali, meritevoli soltanto della nostra compassione. Bloccare l’espressione delle potenzialità umane, che sfidano continuamente le condizioni materiali di vita, è per noi un crimine contro l’umanità. Che perdita terribile quella di bloccare l’emersione di un così grande quantitativo di talenti e di creatività: significa non permettere l’arricchimento culturale dell’umanità e bloccare la spinta verso la spiritualizzazione della realtà.
Quando camminiamo per le nostre comunità, quello che spesso troviamo è la speranza. La speranza contraddice la dura realtà e punta ad una realtà che ancora non esiste. Domani andrà meglio! Con la grazia di Dio, le cose cambieranno! Spero di farcela! La realtà per i poveri è immutabile solo in superficie. Il loro spirito li invita ad andare oltre le apparenze, verso un altro mondo possibile. E se questa civiltà dovesse scomparire, la vita ricomincerà di nuovo, tessendosi pazientemente per generare nuove e più complesse forme di vita, come è già accaduto tante volte nella lunga storia del mondo.
Nel 2001 abbiamo lanciato il progetto Suruí 2050. è lo sforzo di implementare i principi dell’Agenda 21 nel bacino di uno dei 35 fiumi che sfociano nella grande baia di Rio. Quando raccontiamo la nostra visione, gli occhi di qualcuno brillano mentre altri rimangono scettici. Noi crediamo che la realtà possieda internamente lo slancio necessario per andare in avanti e verso l’alto; al tempo stesso, l’emergere di questo slancio dipende dalla nostra capacità di propiziarlo.
Nei progetti di ampio respiro, sia ambientali che sociali, abbiamo imparato a ricercare l’efficacia piuttosto che l’efficienza. Questa vuole ottenere risultati a breve termine; l’efficacia invece guarda alle trasformazioni di lungo termine, le quali richiedono lentezza e comprendono anche l’arretramento, l’arresto e talvolta la morte.

Ridimensionare le proprie aspettative
Non è sempre facile stare dentro i movimenti popolari. Non è solo un fatto di spostamenti fisici. È anche una prova continua per le nostre convinzioni. Sei continuamente chiamato ad imparare e a rivedere le tue idee di partenza. Come i piedi calpestano nuovi campi, la mente comincia ad avere nuovi pensieri e a riformare quelli vecchi. Queste dinamiche inarrestabili mettono a dura prova sia il corpo che la mente e il movimento tende al riposo. Forse questo spiega perché così tanti movimenti popolari si trasformano in organizzazioni tiepide e burocratiche. È così comodo avere una tabella da seguire, un budget definito, un programma di lavoro ed obiettivi chiari da raggiungere. Mentre è così impegnativo per un educatore decidere di mettersi interamente a disposizione della realtà quotidiana: rispondere ad ogni questione riguardante la vita del popolo conduce in una direzione che non è sempre chiara.
Tante volte guardiamo ai risultati immediati e tangibili, sia quantitativi che qualitativi. Questo è quello che richiedono le agenzie di sviluppo in cambio delle loro sovvenzioni di due o tre anni. Ed in parte hanno ragione. Ma quando sei coinvolto in cambiamenti profondi e difficili, molti risultati sono invisibili e si manifesteranno solo più tardi, tante volte addirittura nella generazione successiva. Mi ricordo quando cominciammo il lavoro in Vila Leopoldina, un’area suburbana di Petrópolis, quindici anni fa. Fu solamente dopo cinque anni che le madri si convinsero che mandare i loro bimbi a scuola avrebbe favorito un miglioramento della loro vita. Oggi praticamente tutti i bambini vanno alla vicina scuola municipale. La gente che portiamo da fuori a visitare la comunità non vede i risultati più importanti. Continuano ad esserci le capanne dei miserabili, i bambini nudi che corrono dietro alla nostra macchina quando arriviamo, gli anziani che chiedono medicine e i giovani che chiedono lavoro. Ma pochi visitatori sanno che la comunità ha eletto la propria commissione per discutere il bilancio partecipativo del municipio, che la prostituzione infantile è stata abolita, che la violenza quotidiana ed il consumo di droga sono stati ridotti drasticamente e, soprattutto, che la gente adesso è più umana ed amichevole di un tempo.
Sempre più sentiamo parlare della “autonomia” dei poveri, del cosiddetto “empowerment”, della “partecipazione”. Ma a noi sembra che si dimentichi che questi obiettivi ideali devono sottostare a lunghissime mediazioni prima di essere raggiunti. I poveri con cui trattiamo soffrono di una specie di orfanità collettiva, storica e sociale. Sradicati dalle loro terre tanto tempo fa, furono privati della memoria dei loro padri fondatori, i quali furono condannati alla morte culturale. Talvolta constatiamo che, dal punto di vista pedagogico, sarebbe opportuno guidarli in una nuova esperienza placentare collettiva. Sembrano infatti aver bisogno di un padre e di una madre collettivi in cui confidare. Se per i nostri ragazzi occorrono 20 e più anni per raggiungere l’indipendenza personale, quanto occorre per una intera comunità per avere la sua autonomia? Forse siamo troppo ansiosi di vedere risultati immediati e visibili; forse abbiamo bisogno di quel silenzio paziente, adatto ai processi di crescita organica. In fondo l’educazione popolare ed il lavoro sociale sono del tutto simili alla semina. Nell’oscurità della notte spargiamo semi di gioia e di fiducia, sicuri che altri dopo di noi verranno in futuro a raccoglierne i frutti maturi, alla luce del giorno e per il beneficio di tutti.

Essere gentili e riconoscenti
Uno dei modi più sicuri di camminare in mezzo ai poveri è quello di essere sempre dei servitori gentili, disarmati, riconoscenti e pacifici. È questo amorevole spirito di servizio che ci preserva dalla violenza e dal pregiudizio. Mi ricordo che una volta chiamai un operaio specializzato per asfaltare le strade fangose della comunità di Vila Ipanema, a Petrópolis. Alcuni vennero da me dicendomi: Non parlare con lui. È un bandito feroce. Ha già ammazzato più di 20 persone… Quando parlammo per definire gli ultimi dettagli del lavoro, lui stava davanti alla mia scrivania e non riuscii a vedere niente di quella ferocia di cui mi avevano parlato. Fu molto corretto nel suo lavoro, che completò con interesse e competenza. Successivamente, seppi che era stato coinvolto in un conflitto comunitario; lo chiamai e con molta franchezza gli dissi che la situazione non doveva essere risolta con le pistole e la violenza. Lui mi ascoltò umilmente e seguì le nostre indicazioni. Le persone tendono ad essere gentili, se tu sei gentile con loro; e tendono ad essere leali, se tu sei leale con loro.
Gentilezza e gratitudine non sono sufficienti, comunque. Abbiamo bisogno di autentica giustizia non solo nelle relazioni umane ma anche nei rapporti internazionali. Apparentemente, alcuni gruppi privati e qualche agenzia di sviluppo internazionale elargiscono i propri fondi con un certo spirito di carità, benevolenza e qualche volta di superiorità. Noi lodiamo e siamo sempre grati verso chiunque desideri alleviare le sofferenze umane, indipendentemente dalle intenzioni dei donatori. Tuttavia molto spesso ci torna alla mente una vecchia poesia brasiliana:

Quem trabalha e mata a fome          Chi lavora e lenisce la fame
Não come o pão de ninguém            Non mangia il pane di nessuno
Mas quem ganha mais do que come  Ma chi guadagna più di quel che mangia
Sempre come o pão de alguém        Sempre mangia il pane di qualcuno

Se queste parole sono vere, dovremmo chiederci: quanto può essere giusta la ricchezza accumulata dai cosiddetti paesi sviluppati che storicamente hanno sfruttato i paesi poveri? Quanto può essere degno di rispetto il benessere materiale di cui godono? Ed ancora: in un visione storica più ampia, anche alla luce di un concetto di unica famiglia umana, le donazioni non dovrebbero essere considerate come “restituzioni”? E la carità individuale non dovrebbe essere chiamata giustizia sociale? Ecco, forse l’equità e la giustizia dovrebbero camminare, mano nella mano, insieme alla benevolenza ed alla gratitudine.

Tieni sempre gli abiti puliti
Quali sono i vestiti appropriati di un educatore popolare? Pensandoci su, dopo almeno 20 anni di lavoro sociale, provo a fare una lista provvisoria:

Semplicità volontaria – È molto importante provare a vivere al livello dei bisogni, perché molte persone con cui trattiamo, trovandosi al di sotto della soglia della povertà, combattono per sopravvivere.

Compagnia allegra – Quando andiamo in giro, è meglio non andare da soli. Dobbiamo avere una compagnia, non solo per motivi di sicurezza, ma anche per dialogare e condividere il pane.

Purezza fedele – Sono tanti gli interessi legati al lavoro sociale. Essere sinceri e altruisti è una sfida quotidiana, con tutte le tentazioni che ci sono, come l’autogratificazione ed il pubblico di riconoscimento.

Nuda debolezza – Quando camminiamo in mezzo ai poveri, dobbiamo condividere la loro debolezza materiale, politica e spirituale. I miserabili sono degli “zero economici”, sono invisibili nei bilanci pubblici, sono oggetto di derisione nel mondo dello spettacolo e, in molte agende missionarie, la loro liberazione integrale non è la massima priorità.

Coerenza obbediente – L’educatore popolare deve essere zelante nell’ascolto delle voci esterne e principalmente di quelle interne. Ma alla fine, egli deve rispondere alla propria coscienza. Sapendo che questo può condurlo molto spesso alla segregazione, al sospetto ed alla solitudine.

Auto-svuotamento – Siamo solo servi utili. Facciamo appena quello che ci è richiesto di fare. Niente del bene che abbiamo fatto o detto ci appartiene; è solo lo Spirito che ci ha ispirato e ci ha rafforzato nel nostro dire e nel nostra fare.

Contropotere silenzioso – Come affrontare l’onnipotenza dell’impero? Come contrastare la schiacciante potenza dei media? Da dove trarre la forza per la nostra fede e la nostra azione? Davvero sarebbe di grande aiuto se riuscissimo a conservare nella nostra mente e nel nostro cuore la convinzione che c’è un solo atteggiamento fondamentale: la tenerezza per ogni essere vivente, specialmente per i più deboli; c’è un una sola forza: la forza della verità; c’è una sola certezza: lavare i piedi dei poveri; c’è un solo potere politico: la volontà di rinunciare ad ogni potere per realizzare la comunione; c’è una sola strada: quella dell’amore universale.

Indice

Prefazione
Riflessioni provvisorie di un educatore popolare
Il canto alla delicatezza
La marcia del bene comune
La diplomazia popolare
La spiritualità nella politica
Confessioni di un politico
Agonia di una politica
La politica delle cose: una strategia di riscatto per “gli ultimi tra gli ultimi”
Annotazioni sparse per un poema pedagogico
Verranno a bere le nostre acque, essi e i loro greggi
Non posso stare zitto
Sostenibilità
Ci sarà sostenibilità solo  se tutti cambieremo insieme
Perché Agua Doce
Il villaggio di Sururuy
Cambiamenti climatici: l’ora della resa dei conti?
Nostalgia del “Sertão do Carangola”
Il bisogno di un Vangelo Nudo
Il frutto dorato della Pace
Quali di questi ti sembra essere l’ultimo?
Lettera di Natale
Agua Doce – Serviços populares
Scheda adesione progetto

Stop al geocidio

di Alex Zanotelli

Appello / Verso Rio+20

Siamo alla vigilia di un altro importante appuntamento per salvare il pianeta terra:”RIO+20”, che si terrà a Rio dal 20 al 25 giugno 2012.
Nel 1992 infatti l’’ONU aveva convocato a Rio de Janeiro una Conferenza sul Pianeta Terra. Purtroppo alle tante speranze suscitate sono seguiti venti anni di amare delusioni che hanno portato all’attuale e grave crisi ecologica. Particolarmente amari i fallimenti delle conferenze sul clima di Copenhagen (2009), di Cancun (2010) e di Durban (2011). Siamo sull’’orlo dell’’abisso.
Per questo l’ONU ha nuovamente invitato i governi e le organizzazioni popolari a Rio per trovare una risposta. Ma non ci saranno risposte adeguate se non si capisce che dietro alla crisi ecologica ci sta una profonda crisi antropologica. La Mercificazione dell’umano che sta avvenendo sotto i nostri occhi ha come conseguenza la mercificazione della Madre Terra.
Viviamo dentro un Sistema che ha come unico scopo il profitto, per cui riduciamo sia le persone come il Pianeta Terra a Merce. Oggi potremo dire che la più significativa divisione tra gli esseri umani -scrive il teologo americano Thomas Berry- non è basata né su nazionalità né sulla razza né sulla religione, ma piuttosto è una divisione fra coloro che dedicano la loro vita a sfruttare la Terra in maniera deleteria, distruggendola e coloro che si dedicano a preservare la Terra in tutto il suo splendore.
E questo grande teologo aggiunge amaramente: Moralmente noi abbiamo sviluppato una risposta al suicidio, omicidio, genocidio, ma ora ci troviamo a confrontarci con il biocidio e il geocidio, l’uccisione del pianeta Terra nelle sue strutture vitali e funzionali. Queste opere sono un male maggiore di quanto abbiamo conosciuto fino al presente, male per il quale non abbiamo principi né etici né morali di giudizio.”
E il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica. Nel silenzio quasi totale dei grandi media sia cartacei come televisivi che sono nelle mani dei potentati economico-finanziari. E’ un silenzio voluto e comperato, come appare nel libro inchiesta “ Private Empire” del noto giornalista Steve Coll, che dimostra come la Exxon, la più grande compagnia petrolifera, abbia falsificato, finanziando studi e ricerche, i dati scientifici sui cambiamenti climatici.
La situazione è ormai insostenibile. Gli scienziati temono ormai che il Pianeta subirà , per la fine del secolo, un aumento della temperatura di 3-4 gradi! E’ un aumento drammatico questo! Il riscaldamento del Pianeta sta avvenendo molto più in fretta di quanto previsto ed è tale da innescare un processo irreversibile di cambiamento del clima. E questo molto più velocemente di quanto si pensasse. E l’opinione scientifica è ormai concorde: la colpa è dell’uomo.
Viviamo in un modo che non può continuare per generazioni -ha detto Jorgen Randers, presentando il suo notevole studio 2052: A global forecast for the Next Forty Years- . L’umanità ha ormai superato la disponibilità di risorse della Terra. Emettiamo due volte la quantità di gas serra in un anno che può essere assorbita dalle foreste e dagli oceani del pianeta.”
Purtroppo non possiamo aspettarci soluzioni dai nostri governi, prigionieri sia dei potentati economico-finanziari che dei potentati agro-industriali, che traggono enormi profitti da questo Sistema. Purtroppo la dittatura finanziaria sotto cui viviamo (il governo Monti ne è una splendida esemplificazione) ha deciso di fare della crisi ecologica un altro affare con la cosiddetta green economy ’(l’economia verde). Ne sono espressione il mercato del carbonio, la produzione agro-forestale per bio-carburanti, la geo-ingegneria, che introduce il principio del diritto di inquinare. E’’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.
La Green Economy, affidata unicamente alle logiche del mercato senza regole e senza una visione precisa, è un falsa soluzione, afferma il documento-base Summit dei popoli a Rio, elaborato dalla Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale (RIGAS). E’ questo il documento che abbiamo lanciato a Roma il 21 aprile nel Teatro Valle, occupato e diventato un bene comune. Una settantina di organizzazioni hanno approvato il documento e hanno aderito a RIGAS. Questa rete deve rimanere cittadinanza attiva e deve includere tutti coloro che in Italia si impegnano sull’ambiente, organizzandosi a livello nazionale, regionale, con una segreteria come ha fatto il grande movimento dell’acqua in Italia. Quello che abbiamo fatto per l’acqua, dobbiamo farlo per l’ambiente, per la Madre Terra così gravemente minacciata. Coinvolgendo in tutto questo anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico. Il nostro è un movimento trasversale ed ecumenico che si impegna a :
-informare tutti e a tutti i livelli della gravità della crisi ecologica;
-rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita, che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico;
-impegnarsi a livello personale e comunitario, a vivere con più sobrietà, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando le energie rinnovabili;
-rispondere al problema dei rifiuti con il riciclo totale, opponendosi agli inceneritori
-sostenere il Piano della Commissione Europea che prevede la riduzione per tappe dell’’80% di emissioni di gas serra entro il 2050;
-chiedere la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici, tassando le transazioni finanziarie dello 0.05%.
E’ un lavoro enorme quello che ci attende partendo dal basso, in Rete, per portare il nostro paese e il governo Monti (che continua a parlare di crescita!) a mettere al centro dell’impegno politico il salvarci tutti insieme con il Pianeta Terra.
Ci ritroveremo in tanti a Rio e da lì ripartiremo con ancora più impegno per salvare il Pianeta. Uniamoci come movimenti, organizzazioni e reti sociali -così conclude l’appello dei movimenti sociali verso Rio (Cupola dos Povos), per assicurare che Rio+20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di rafforzare le basi locali, regionali e mondiali necessarie per affrontare l’avanzata verde del capitalismo. Rio+20 deve essere un punto di partenza per una società più giusta e solidale”

Napoli, 3 giugno 2012

Alex Zanotelli

Strategia della tensione in Vaticano

Caos in Vaticano.

E’ necessaria una reazione spirituale di tutti i cristiani a questa deriva.

Mai lo smarrimento era arrivato a questi livelli nella Chiesa cattolica. Certo nel Novecento non erano mancate lotte di potere condotte senza esclusione di colpi. Dal veto dell’imperatore d’Austria nel 1903 contro l’elezione al papato del cardinal Rampolla a quel novembre 1962 nel quale il Sant’Ufficio passò a Indro Montanelli accuse di modernismo per macchiare la giovinezza di Giovanni XXIII, dalla cacciata di Montini da Roma orchestrata dalla corte pacelliana nel 1954 alla lotta del torrido conclave del 1978 che convinse tutti a votare il Papa straniero, su su fino alla vicenda dell’Ambrosiano e di Marcinkus, nella quale toccò a un cattolico pulito come Nino Andreatta salvare la Chiesa dalle sue sozzure.
Ma stavolta c’è qualcosa di più. Ed è il senso di un disordine sistemico: la sensazione che ci sia ancora altro che debba deflagrare in tutta la sua catastroficità. Quelle che ci sono state negli ultimi anni, negli ultimi mesi e negli ultimi giorni non sono state solo fughe di notizie e non si possono rubricare come tradimenti. Sono pezzi di una strategia della tensione. Un’orgia di vendette e di vendette preventive che è ormai sfuggita di mano a chi s’illudeva di orchestrarla o di giovarsene. L’origine di tutto ciò non è misteriosa ed è — il Papa lo sa — tutta italiana. Per anni s’è pensato che alla Chiesa non servisse il confronto libero e duro delle idee (si vedano i duelli Kasper-Ratzinger, per dire): ma che invece le giovasse un meccanismo denigratorio fatto di blog, di corsivi, di aggettivi allusivi coi quali colpire nella fedeltà alla Chiesa e al Papa altri cattolici — se mai recuperando qualche documentino, gratis o a pagamento.
Questa tela di illazioni, pettegolezzi e calunnie ha prodotto liste di proscrizione recepite da autorità sempre più anemiche, ha legittimato ai massimi livelli un para-magistero fatto di risentimenti oltraggiosi (come quelli sparati dal sito dell’Espresso sull’invulnerabile priore di Bose, Enzo Bianchi) e ha alimentato la bacata morale dell’anonimato (come quella in cui finì il mandato di Boffo al Toniolo). Da qui ai dossier completi, come quello stampato in «Vaticano spa», il passo è stato breve: e poi è venuto tutto il resto, con una sequenza di colpi e contraccolpi sempre più desolanti.
È evidente che la Chiesa cattolica (e non solo lei) ha patito del calo del livello intellettuale delle classi dirigenti che chiamiamo crisi: ma forse la Chiesa ne porta perfino qualche responsabilità. Lungo gli anni tremendi fra il 1914 e il 1945 (all’Est fino al 1989), la congiuntura politica o l’ingenua attesa di una cristianità restaurata hanno spinto la Chiesa a confidare in un lavoro di formazione intensa delle coscienze. Un capitale umano senza pari, fabbricato nelle canoniche e sulle riviste, è stato immesso senza troppe distinzioni dentro culture intransigenti, clericali, democratiche, confessionali, progressiste. Una riserva talora minoritaria (si pensi alle correnti Dc), ma sufficiente a tenere in equilibrio le cose o addirittura a sanarle con la propria limpidità interiore.
Negli ultimi trent’anni, invece, s’è vissuto consumando quel capitale: lo si è speso per coprire politiche «contestuali» o per illudersi che giocare a scacchi col potere rendesse potenti. E quando tutto era ormai consumato è arrivato Benedetto XVI: la cui distanza ontologica da questi modi d’essere ha finito paradossalmente per agevolarli. E il mood conservatore del suo pontificato ha finito per eccitare quei suoi sostenitori reazionari delusi dal suo stile. La durezza dei passaggi di questi due giorni — Gotti Tedeschi ha avuto un trattamento peggiore di Marcinkus, il maggiordomo del Papa è stato preso come Agca — potrebbe dunque essere il segnale che l’investigazione tanto attesa s’è avviata o sviata, che voleranno stracci di diversi colori, che la «gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso» dovrà cambiar lavoro.
Ma è certo che se non ci sarà una reazione spirituale il disastro sarà completo: anziché giocare all’amletico gioco dell’anno (crescita o rigore?) i vescovi su questo dovrebbero concentrarsi. Ne ha bisogno la Chiesa, se ne gioverebbero l’Italia e l’Europa.

Alberto Melloni
Pubblicato il 29 maggio 2012: Dai Documenti di “Noi Siamo Chiesa”.

Lettera a Napolitano: “2 giugno, ripudiamo la guerra”

Il Movimento Nonviolento invita tutti a scrivere una lettera al Presidente Napolitano per chiedere di restituire al 2 Giugno la forza dirompente e smilitarizzata della nostra Repubblica, fondata sul lavoro e sul ripudio della guerra. Inoltre propone di organizzare dove possibile delle sfilate nelle quali i cittadini disarmati innalzino i cartelli con il testo dell’articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Al Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano
Palazzo del Quirinale – Roma2 giugno, ripudiamo la guerraLa pace è l’unico valore veramente rivoluzionario perché costringe a ripensare tutte le categorie del vecchio mondo che è stato costruito sulle macerie delle guerre.
Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra e alle spese militari che la guerra rendono possibile.
Noi vogliamo essere cittadini obbedienti alla Costituzione italiana, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale, e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. Lo dice l’articolo 11. E’ la stessa Costituzione che ci indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro. Lo dice l’articolo 1. In mezzo, tra l’articolo 1 e l’articolo 11, ci sono 10 articoli fondamentali della nostra carta costituzionale, su altrettanti valori fondanti: la giustizia, la libertà, la salute, l’educazione, ecc. Questo significa che i lavoratori devono costruire le condizioni per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra (e la sua preparazione) è l’unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto sociale e civile.
Per tutto questo noi non comprendiamo perché la Festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno, venga celebrata con le parate militari, la sfilata della armi, la mostra degli ordigni bellici. E’ una contraddizione divenuta ormai insopportabile. Questo è il ripudio della Costituzione,non della guerra. E’ il rovesciamento della verità.
Il 2 giugno ad avere il diritto di sfilare sono le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le forze vive della Repubblica; i militari hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l’inutile strage” della prima guerra mondiale, come disse il papa Benedetto XV.
A lei, Presidente della Repubblica, chiediamo di abolire la parata militare del 2 giugno, anche per rispettare la necessità di risparmio economico (l’anno scorso costò quasi 10 milioni di euro): inviti i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza. E’ un vero e proprio scandalo che mentre si impongono pesanti sacrifici a tutti, il Parlamento ed il Governo abbiano confermato l’enorme spesa di oltre 10 miliardi di euro per l’acquisto dei cacciabombardieri F35.
Ci impegniamo ad interpellare le autorità civili delle nostre città, sindaci, prefetti, consiglieri comunali, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta, scrivendo anche lettere ai giornali e diffondendole nei luoghi di lavoro. Il 2 giugno con le nostre associazioni vogliamo celebrare l’Italia che “ripudia la guerra”: dove possibile organizzeremo delle sfilate dove i cittadini disarmati innalzeranno i cartelli con l’articolo 11 della Costituzione.

Movimento Nonviolento
www.nonviolenti.org

Puoi riscrivere personalmente questa lettera, con la tua famiglia o il tuo gruppo, e spedirla al Presidente della Repubblica e alle autorità civili della tua città, sindaco, prefetto, consiglieri, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta nelle sedi istituzionali. Diffondi la tua/vostra lettera ai media locali e per raccoglierle e pubblicarle tutte, inviala ad azionenonviolenta@sis.it