Marcelo Barros: La magia del cammino

Marcelo Barros: La magia del cammino 

Abbiamo dato alle stampe un nuovo libro, un romanzo, di Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano, biblista della liberazione, teologo della terra. Pubblicato nel 1996 in Brasile, per la prima volta è adesso disponibile in Italia.

“La magia del cammino” di Marcelo Barros

Il libro è disponibile dal 16 dicembre 2007.
Edito dal Notiziario della Rete, è un romanzo di 240 pagine, per un costo di 15 euro.
Naturalmente tutto il guadagno ottenuto dalla vendita del libro andrà a beneficio delle attività in cui Marcelo Barros è impegnato.
Aspettiamo i vostri ordini.

Chi è interessato ad organizzare una presentazione del libro ce lo comunichi, dato che stiamo definendo una venuta di Marcelo Barros per i primi mesi del prossimo anno.


Segue una recensione de “La magia del cammino”, di Antonella Annovazzi.

Il cammino e la magia della vita
La Magia del Cammino è il primo romanzo di Marcelo Barros, pubblicato in Brasile nel 1996. Quando il mistero è troppo grande per essere spiegato, la soluzione è narrarlo in forma poetica e romanzata: nella ricerca per decifrare il mistero contenuto nella narrazione si impara a leggere la magia dei cammini della propria vita. Per questo il romanzo è il genere di lettura più apprezzato e, fra i best seller più venduti in America e in Europa, vi sono romanzi su persone che vivono in Pakistan, Afghanistan, India e Africa. Le narrazioni attraversano le frontiere e le storie locali diventano universali. Così Marcelo Barros accompagna il cammino di Joca, giovane nordestino di cultura negra, a São Paulo, megalopoli di 20 milioni di abitanti provenienti da tutto il Brasile in cerca di vita e di libertà. São Paulo è anche il riassunto del mondo, rappresentato dai migranti e dai loro discendenti che arrivati dai vari continenti parlano la loro lingua, preparano i loro cibi e frequentano i cammini religiosi che, nelle loro differenze, arricchiscono il mondo. Joca diventa il simbolo di come ogni emigrante si sente nel confrontarsi con una cultura dominante, nella quale non riesce a entrare ma con la quale ha bisogno di convivere. Appena sbarcato alla stazione è derubato delle poche cose che ha e, perso nella grande città, incontra un avvocato socialmente impegnato in difesa degli occupanti di terra, in crisi con sua moglie e con la sua chiesa. Il cammino di Joca e di Samuel è molto diverso, ma entrambi si sentono uniti nella solitudine, così diventano amici. Vicessitudini di lavoro e affettive si susseguono finché Joca scompare. Samuel muove cielo e terra alla ricerca dell’amico, come cercasse l’anello perso di una catena che dà senso alla ricerca di se stesso. La presenza di un’amica, psicologa e spiritualista, lo mette a confronto con la necessità di una relazione con una donna che non soddisfi solo le sue carenze, ma che lo conduca a una definizione affettiva più piena. Durante la ricerca di Joca in una comunità di religione afro brasiliana, entra in contatto con la religione degli Orixàs, che non l’allontana dalle sue radici cristiane, ma, al contrario, le amplia e le universalizza. In questo romanzo il lettore trova non solo uno sguardo sul Brasile (vivacissimo nei personaggi, nelle situazioni e nel linguaggio) attento al sociale, alle ingiustizie e alle lotte, ma anche il travaglio di un cammino interiore alla ricerca della consapevolezza dei propri sentimenti amorosi e di una nuova spiritualità ecumenica. La vita dei personaggi, nelle loro realtà e sentimenti, veicola un percorso di conoscenza all’interno di varie fedi religiose e un quadro sociale che raggiungono e coinvolgono il lettore con una maggiore vivacità che non un saggio. Leonardo Boff ha scritto del libro: In questo libro Marcelo si espone perché ci rivela che la segreta magia del cammino è il suo modo di capire la vita, sempre vista attraverso il cuore e pensata con tenerezza. E’ questa magia affettuosa che ci conduce alla festa pasquale di coloro che, nell’oscurità della notte, celebrano la Resurrezione di Gesù e dell’universo e cercano la “Comunità della Pace” dove le persone delle più diverse tradizioni religiose e culturali si uniscono per vivere insieme, pregare e lavorare per la pace e la giustizia”.
Antonella Annovazzi

Vittorio Vezzetti – Nel nome dei figli

Vittorio Vezzetti – Nel nome dei figli

….Prima di entrare in Tribunale Carlo, assorto nel ripasso, pestò involontariamente un escremento di cane: volle credere che gli avrebbe portato fortuna. Entrato e superato il metal detector, la sua attenzione fu colpita da un signore, piccolo e tozzo, fermo in un angolo. Dritto in piedi, con lo sguardo fisso e vestito in modo singolare (interamente di rosso) lo salutava con la mano. Carlo non fece in tempo a soffermarvi la sua attenzione che trovò il proprio legale: l’avvocato Aquilani…

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Nel nome dei figli
Si tratta di un’opera importante caratterizzata da tre diversi piani di lettura.

– Un primo piano, elementare, basato sul racconto ricco di colpi di scena derivati dall’immaginario patto di sangue tra un anziano legale e un giovane cliente.
– Un secondo piano, più complesso, rivolto ai genitori separati e ai professionisti del settore che potranno apprendervi molti dettagli innovativi. Gli avvocati e gli psicologi impareranno sicuramente molte cose. Si tratta infatti di un libro che spazia dal rapporto della Chiesa coi separati alla alienazione genitoriale, dalla separazione con figli disabili alle problematiche scolastiche delle famiglie separate, dal coinvolgimento degli animali domestici alle nuove povertà e così via
– Un terzo piano legato alla riflessione su temi eterni quali il contrasto giustizia assoluta-giustizia degli uomini, quello fra libero arbitrio e destino predeterminato, il rapporto uomo-donna nella famiglia e nella società.

Nonostante la stampa con bookspring e modalità distributive alternative ai canali tradizionali,  il romanzo “Nel nome dei figli”, opera del medico e pediatra, specialista in problemi delle separazioni, Vittorio Vezzetti, responsabile scientifico di Adiantum sta avendo un successo editoriale e di vendita
“Nel nome dei figli” è un ricco, ironico, denso e avvolgente, racconto che affronta il problema del coinvolgimento dei bambini nella separazione dei loro genitori, e di cosa sia il “sistema giustizia” allorché entra nella “famiglia”, aiutandola -ed è un eufemismo, perché proprio il libro di Vezzetti dimostra il contrario- a separarsi. Con risultati tragici.

Il volume è scritto con evidente competenza specialistica e una grande abilità narrativa.

La competenza – lo si sa e lo si intuiva – ha indispettito primari e colleghi “politically correct” del “sistema separazioni”, e tenuto lontani dirigenti della editoria di cartello. Quell’editoria, per intenderci, che punta sulla storia edulcorata, “corretta”, stereotipata e banale.Ricca di “soap” appiattite su valori e gusti da omogeneizzato.

L’abilità narrativa con cui il “racconto” procede, ci parla a sua volta di una grande competenza “scientifica” – nel senso più ampio del termine – e, insieme, di storie vissute e conosciute, e filtrate attraverso l’occhio che è narrativo perché “clinico” e dunque anche terapeutico. D’altra parte, da sempre si sa che i medici sono ottimi scrittori. E Vezzetti lo è, proprio perché -grande specialista del settore e “medico” nel senso più ampio del termine, non si limita ad esporre sintomi e diagnosi, e terapia, ma ci partecipa di una “malattia”, con tutta la sua tragedia.

In questo caso, un vero e proprio cancro sociale, com’è la “conflittualità nella separazione”: un cancro che metastatizza soprattutto nei bambini, con degenerazioni orribili.

“Nel nome dei figli” affronta il drammatico diluvio – e non a caso inizia in una giornata di diluvio inusuale in città, con un fiume che rischia di tracimare per portar via “pure la macchina” – che allaga la vita di chi viene investito dalla “separazione coniugale”, e dalla conflittualità che ne emerge.

In realtà, vite intere portate via da un fiume su cui si riversano, “avidamente” è il termine esatto, non pochi affluenti: in una tragedia che Vezzetti descrive fin troppo bene: con il sussulto del clinico, appunto, che narrando descrive e indaga una drammatica patologia che non è (solamente!) individuale, ma soprattutto di un sistema intero, di cui fanno parte tutti gli addetti ai lavori e agli …orrori: “Ho scritto questo libro in soli 60 giorni – spiega Vezzetti- ma ho iniziato a vivere vicende e ascoltato storie simili alle mie dal 2003, da quando suonai un giorno al cancello e mi fu vietato di vedere mio figlio”.

Ci sembra ci sia abbastanza per farcelo comprare.

Il libro, già presentato in diverse città, ha un suo sito internet, www.nelnomedeifigli.it  dove e’ possibile informarsi dove e’ possibile acquistarlo.

A Pistoia:  Librolandia di Mazzoni Roberta – Viale Adua, 405 – Pistoia 0573-400466

Gruppo Abele – Costa d’Avorio

Progetto Communauté Abel Grand Bassam – Costa d’Avorio
Associazione Gruppo Abele

anno 2007
Il coinvolgimento in percorsi di promozione dei diritti, così come l’affermazione dell’intrinseca dignità della persona umana e del valore delle diverse culture, costituisce una delle esperienze qualificanti del Gruppo Abele. Sentendo di aver consolidato le proprie competenze sul territorio di origine, a partire dagli anni ’70 l’associazione ha deciso di raccogliere le sfide poste da realtà lontane…

1. INTRODUZIONE
Il coinvolgimento in percorsi di promozione dei diritti, così come l’affermazione dell’intrinseca dignità della persona umana e del valore delle diverse culture, costituisce una delle esperienze qualificanti del Gruppo Abele. Sentendo di aver consolidato le proprie competenze sul territorio di origine, a partire dagli anni ’70 l’associazione ha deciso di raccogliere le sfide poste da realtà lontane, eppure afflitte, spesso in forma assai più grave, dagli stessi problemi che negli anni si erano affrontati in Italia. Ci si è dunque attivati per sostenere anche altrove un discorso in favore dell’educazione, dei diritti, della dignità personale e sociale, dello sviluppo di capacità e saperi. Nel tempo l’attenzione si è incentrata su aree diverse del mondo. Oggi lavoriamo soprattutto nel continente africano, un mondo poco conosciuto nelle sue potenzialità, i cui tesori sono spesso resi inaccessibili da conflitti interni, corruzione delle classi al potere e, soprattutto, da potenti interessi particolaristici.

1.1 Quale cooperazione La filosofia che guida le nostre azioni di cooperazione è la stessa che contraddistingue l’operato dell’Associazione nel contesto italiano; essa prevede l’attenzione verso le situazioni di maggior disagio, la disponibilità all’accoglienza, la promozione dei diritti fondamentali, il rifiuto di una logica di dipendenza fra chi beneficia dell’aiuto e chi lo offre. Miriamo soprattutto a promuovere il protagonismo delle popolazioni locali, impegnate ad intraprendere processi di sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibili. Sostenibilità è una parola chiave nel quadro della Cooperazione Internazionale. Il settore Cooperazione del Gruppo Abele, insieme ai suoi partner, lavora alla costruzione di un futuro che sia sostenibile davvero, cioè sostenibile per tutti: un futuro frutto di incontro, da progettare insieme a coloro che oggi, con fatica, cercano opportunità di riscatto dalla povertà e dall’emarginazione, un futuro che possa essere riconosciuto da noi e da loro come obiettivo comune. La nostra priorità è dunque quella di coinvolgere i paesi in via di sviluppo in rapporti di vera collaborazione, intorno a progetti culturali, formativi e di accoglienza che risultino sinceramente condivisi. Puntiamo a mettere a disposizione dei nostri progetti competenza, volontà ed esperienza, e cerchiamo di tenere sempre presente il confine fra il concetto di cooperazione e quello di aiuto per appoggiare le comunità africane con le quali lavoriamo nel cammino verso una reale autonomia. Riteniamo infine che la valorizzazione delle differenze, oltre ad essere la premessa necessaria di qualunque percorso di cooperazione, possa aiutarci a ripensare un modello di convivenza più adeguato per tutti.

2. IL PAESE DI INTERVENTO La Costa d’Avorio, pur avendo goduto a lungo di una prosperità economica ignota agli altri paesi dell’area, a partire dai primi anni ’90 ha conosciuto una pesante recessione, aggravata sia dal crollo dei prezzi delle sue principali materie prime da esportazione (cacao e caffè), sia dalle politiche di aggiustamento strutturale imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Al declino economico si è affiancato un progressivo sfaldamento del tessuto sociale, e contemporaneamente sono emerse tensioni a livello politico. Nel 1999 il primo colpo di stato della storia ivoriana ha rovesciato il presidente in carica, dando origine ad una fase di grave turbolenza. Nel 2002, con un secondo colpo di stato, forze armate antigovernative – le Forze Nuove – hanno preso il controllo della zona centro- settentrionale, dividendo di fatto la Costa D’Avorio in due aree governate separatamente. Tutto ciò ha minato la stabilità sociale, facendo precipitare il Paese in una preoccupante emergenza umanitaria. Oggi la Costa d’Avorio sembra uscita dalla fase più critica, anche grazie all’accordo firmato il 4 marzo 2007 dal Presidente Gbagbo e dal segretario generale delle Forze Nuove con lo scopo di rilanciare un processo di pace faticosamente intrapreso e più volte interrotto. La popolazione, tuttavia, continua a vivere un quotidiano fatto di privazioni e difficoltà. La repubblica ivoriana si trova dunque a dover affrontare molti problemi, tutti fra loro strettamente connessi e ugualmente cruciali: gli effetti della guerra civile, l’indigenza di vastissimi strati della popolazione, l’allarme HIV/AIDS e il generale aumento delle malattie a carattere epidemico, le varie forme di sfruttamento e riduzione in schiavitù delle fasce più deboli. Nell’ultima graduatoria stilata annualmente dall’UNDP sulla base dell’Indice di Sviluppo Umano – un dato che valuta la qualità della vita a partire da fattori come la speranza di vita alla nascita, il livello di istruzione e la distribuzione pro-capite del reddito – la Costa d’Avorio si colloca agli ultimi posti: 164a su 177 paesi analizzati, con una tendenza al peggioramento. L’apparato statale ivoriano non è al momento in grado di assicurare ordine e osservanza delle leggi, né di garantire i servizi di base alla popolazione; si sono registrate gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, mentre centinaia di migliaia di persone sono sfollate a causa dei combattimenti. L’economia del Paese affronta intanto una fase di ulteriore stagnazione.
2.1 Minori e donne Desta particolare preoccupazione la condizione dei minori, soprattutto tenendo conto dell’altissimo numero di orfani. Molti sono i bambini che si ritrovano privati troppo presto delle figure adulte di riferimento, uccise in breve tempo dall’AIDS che qui ha un tasso altissimo di diffusione. Tanti altri ragazzi, sfollati dalle regioni di origine, hanno perso i genitori a causa della guerra. Questi bimbi finiscono quasi inevitabilmente sulla strada, nell’abbandono e nel bisogno, spesso forzati alla scelta della criminalità. La Costa d’Avorio è inoltre pesantemente coinvolta nel traffico di minori, soprattutto in quanto Paese di destinazione dei giovanissimi destinati a lavorare, con turni estenuanti, nelle piantagioni di cacao e caffè. Numerose sono poi le bambine che arrivano dai paesi limitrofi per essere sfruttate come domestiche o come prostitute nei locali, così come i ragazzini che finiscono nei circuiti dei pedofili occidentali. Non sorprendentemente, date le premesse, è in aumento il numero dei bambini non scolarizzati. Fra coloro che maggiormente subiscono la difficile situazione del Paese ci sono anche le donne. Spesso già a partire dalla prima infanzia, esse vivono una condizione di subalternità: le bambine hanno meno accesso alle cure sanitarie, all’educazione e persino all’alimentazione rispetto ai loro coetanei maschi. Di conseguenza, le ragazze scolarizzate sono una minoranza, mentre sta raggiungendo livelli davvero allarmanti la diffusione dell’HIV/AIDS fra le giovanissime, ignare dei metodi di prevenzione del contagio. Non alfabetizzate e prive di competenze professionali di base, le donne hanno anche scarse possibilità di impiego, in una regione dal tasso di disoccupazione già di per sé elevatissimo. Eppure spesso è la donna il vero – se non unico – motore dell’economia familiare. La maggior parte delle donne ivoriane provvede a sostentare la famiglia grazie a piccole attività produttive e/o commerciali autonome. Anche queste sono però oggi in declino: per una giovane madre è sempre più difficile accedere alle pur modeste risorse necessarie ad avviare un’attività in proprio, poiché in pochi sono disposti ad investire su di lei. Per completare il quadro occorre tenere presente i recenti fenomeni di disgregazione del nucleo familiare tradizionale, che hanno un forte impatto sulla condizione femminile e infantile, e in particolare alimentano il fenomeno delle donne sole e quello dell’abbandono dei bambini.

3. IL PROGETTO COMMUNAUTÉ ABEL Fra i nostri progetti di cooperazione attivi, quello in Costa d’Avorio ha la storia più lunga: è nato nel 1983, in collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia ivoriano, per offrire una possibilità di reinserimento sociale a numerosi minori carcerati. Col tempo, in risposta alla crescente crisi politica, economica e sociale del Paese, si è deciso di ampliare e diversificare gli interventi e di prendersi cura anche di altre fasce deboli della società: orfani, bambini di strada, sfollati di guerra, vittime del traffico di esseri umani, vittime di sfruttamento lavorativo, donne in difficoltà. Il progetto oggi vede sul campo un’equipe di 28 persone, tre italiani e 25 ivoriani, che condividono l’ideale di lavorare per l’affermazione della dignità delle persone e della giustizia sociale, stimolando a tal fine tutte le risorse della comunità locale. La Communauté è strutturata in tre principali unità operative e logistiche: il Carrefour Jeunesse, situato nel centro di Grand Bassam e dedicato ad attività di aggregazione e di animazione sociale, il Centre Abel, pensato per l’accoglienza residenziale e la formazione professionale di ragazzi in difficoltà, e il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione. Coerentemente con la filosofia del Gruppo Abele, anche in Africa non smettiamo di interrogarci, di chiederci che cosa fare di nuovo, di più: nell’ultimo periodo, grazie al lavoro di osservazione del contesto di intervento svolto dal nostro personale espatriato, abbiamo colto l’emergere di ulteriori bisogni in seno alla comunità. Ci siamo dunque impegnati a proporre nuove progettualità, con l’obiettivo di fornire risposte sempre più adeguate a fronte delle tante urgenze. Per questo stiamo realizzando tre nuove iniziative: la “Casa delle Donne”, il potenziamento della fattoria al Centre Abel e alcuni impianti sportivi. Sempre per questo abbiamo recentemente inaugurato, presso il Carrefour Jeunesse, un ambulatorio socio- sanitario. Nella messa in opera dei progetti sul territorio ci appoggiamo anche ad associazioni locali impegnate nel lavoro sociale, delle quali abbiamo verificato la condivisione dei valori e delle strategie che ci guidano. Ci capita inoltre di operare in sinergia con altre ONG internazionali, come “Save the Children” e “Terre des Hommes”, specializzate nella promozione dei diritti dell’infanzia, poiché condividiamo con loro l’idea che uno sforzo congiunto possa conferire maggiore incisività alle rispettive azioni.
3.1 La centralità della dimensione educativa Le nuove generazioni di ivoriani faticano a trovare l’importante sostegno affettivo e relazionale, e anche l’aiuto materiale, un tempo assicurati all’interno della famiglia allargata tradizionale. Quest’ultima, nel confronto con le drammatiche trasformazioni del Paese, sta infatti andando incontro a fenomeni di profonda disgregazione. Pur nell’impossibilità di fornire risposte efficaci e definitive a tutti i problemi della popolazione, soprattutto quella giovanile, abbiamo scelto di porre l’accento sulla dimensione socio- educativa. Questo orientamento deriva dalla filosofia del Gruppo Abele, che vede nella formazione lo sbocco naturale di ogni sua iniziativa, lo strumento per accompagnare l’altro verso la consapevolezza dei propri diritti e delle proprie potenzialità e per renderlo protagonista della propria esistenza, nonché partecipe dello sviluppo collettivo. Ci rivolgiamo preferibilmente ai giovani, poiché pensiamo che investire sulla crescita dei ragazzi sia una premessa fondamentale per chiunque persegua la maturazione e il progresso delle comunità, nei paesi in via di sviluppo così come nel nostro contesto occidentale. L’asse portante di tutto il progetto Communauté Abel è dunque costituito dalle attività educative ad ampio raggio, che spaziano dal sostegno pscico-affettivo offerto ai minori, all’accoglienza residenziale, ai corsi professionali, ai progetti di microimprenditorialità, ai corsi di alfabetizzazione e di francese, cultura generale ed educazione civica. Obiettivo finale delle azioni messe in atto è il reinserimento dei ragazzi coinvolti nel tessuto familiare e sociale; per raggiungerlo, gli educatori della Communauté Abel elaborano insieme a ciascuno di loro un progetto personalizzato che tiene conto delle abilità e dei limiti del singolo, e anche delle sue aspirazioni e propensioni.
3.2 Il personale e il metodo educativo adottato Come già accennato, il personale impiegato presso la Communauté è composto in gran parte da operatori locali. Alcuni di loro sono stati assunti direttamente dall’associazione, mentre altri sono distaccati dal Ministero ivoriano degli Affari Sociali, partner del progetto fin dalla sua origine. È questo ad esempio il caso dei direttori del Carrefour Jeunesse e del Centre Abel. Le professionalità degli operatori sono varie: educatori, formatori nelle diverse discipline, persone addette all’amministrazione e ai servizi. Sono invece italiani il supervisore del progetto educativo, il referente della formazione professionale e la coordinatrice generale del progetto. Lavorando ogni giorno in stretta collaborazione, le persone impegnate nelle attività educative praticano con continuità un serio confronto sui metodi adottati, e anche sui rispettivi modi di intendere il progetto nella sua dimensione di impegno sociale. Questo allo scopo di ribadire la condivisione di mezzi e finalità, creare una maggiore sinergia fra gli operatori coinvolti, valorizzare le diverse competenze e in definitiva poter offrire ai ragazzi, con accresciuta consapevolezza, percorsi formativi sempre più validi e coerenti. Da questo costante lavoro di verifica e ripensamento è nata la proposta di un Metodo Educativo, oggetto di successivi incontri di formazione che hanno coinvolto l’intera equipe. Tale Metodo si fonda sullo studio della Carta Internazionale dei Diritti dei Bambini e della Carta Africana dei Diritti dei Bambini, scelte come presupposto ideale di un’attività al servizio dei giovani. Letti contestualmente, questi due documenti riescono inoltre ad associare la prospettiva occidentale e quella africana sul ruolo e i diritti dell’infanzia, il che rappresenta una delle esigenze più sentite dal personale locale.

4. LE STRUTTURE OPERATIVE Il progetto Communauté Abel prevede interventi diversificati che coniugano spazi di accoglienza diretta a persone in difficoltà, in particolare minori e donne, con iniziative di prevenzione, formazione, informazione e costituzione di reti di attori sociali sensibili. Oltre al lavoro sociale portato sul terreno nei diversi quartieri della città e nei villaggi limitrofi, il progetto si avvale di proprie sedi operative.
4.1 Il Carrefour Jeunesse Il Carrefour Jeunesse è un centro di aggregazione e di animazione sociale situato nel cuore della città di Grand Bassam, all’incrocio dei quartieri disagiati tra il mercato e la stazione degli autobus. Grazie alle numerose iniziative educative, culturali e sportive promosse, esso è diventato col tempo un importante punto di riferimento per tutta la cittadinanza, uno strumento fondamentale di prevenzione del disagio giovanile sul territorio e di contrasto a pratiche degradanti come la tratta e lo sfruttamento di esseri umani. Il centro è costituito da un complesso di edifici adibiti a varie attività, e prevede anche un grande spazio aperto destinato soprattutto al gioco e alla pratica sportiva. È proprio qui che vengono inizialmente accolti i ragazzi, che vi accedono direttamente dalla strada. Gli operatori della Communauté monitorano costantemente gli ambienti del Carrefour, si intrattengono con i bambini e li guidano nella gestione dei giochi, stabiliscono un primo contatto con i nuovi arrivati invitandoli a giocare e discorrere insieme. Dopo un primo periodo di frequentazione “libera” del centro i giovani vengono avviati alle diverse attività organizzate: corsi di alfabetizzazione, laboratori professionalizzanti, sport. A poco a poco la relazione si struttura, per chi lo desidera, in un percorso personalizzato di accompagnamento volto ad affrontare i problemi. La formazione offerta ai ragazzi può assumere diverse forme. I bambini più piccoli beneficiano del servizio di inserimento scolastico: l’equipe del Carrefour prepara coloro che si sono allontanati dal circuito scolastico, o che non vi sono mai entrati, ad accedere alle classi della scuola pubblica, e li sostiene nel percorso di inserimento. I ragazzini più grandi, ormai fuori-età per la scuola primaria, usufruiscono dei corsi di alfabetizzazione che si tengono nei locali del centro, ai quali partecipano anche numerosi adulti. Altri corsi di alfabetizzazione vengono proposti, sotto la supervisione del Carrefour, in alcuni quartieri cittadini e nei villaggi vicini. Questi corsi non sostituiscono certo un’educazione di tipo scolastico, ma consentono a coloro che li seguono di acquisire almeno le abilità minime di lettura e scrittura necessarie alla vita quotidiana. Per quanto riguarda la formazione professionale, essa avviene principalmente in due modi: molte ragazze scelgono di avviarsi all’arte del cucito frequentando i corsi triennali organizzati presso un laboratorio interno al Carrefour. Altri giovani sono affidati a laboratori artigianali esterni ma convenzionati con la struttura, dove svolgono un periodo di apprendistato propedeutico all’esercizio di un mestiere. Anche la loro esperienza è seguita da vicino dagli operatori della Communauté, che concordano ogni percorso formativo con gli artigiani coinvolti. Un’altra opportunità per avvicinarsi al Carrefour Jeunesse è offerta dal ”Servizio di Ascolto e di Orientamento”, presso il quale anche gli adulti possono portare la propria esperienza di vita, raccontare difficoltà e fatiche. Un operatore di riferimento ascolta le storie personali, individua le criticità e i bisogni di ciascuno e propone un percorso personalizzato di uscita dal disagio, da realizzarsi anche grazie al supporto di altri attori locali. Grande attenzione è rivolta in generale al lavoro di rete: il coinvolgimento diretto delle associazioni, delle istituzioni e dei vari operatori sociali attivi in città è considerato cruciale in vista del reinserimento socio- economico dei soggetti svantaggiati accolti e presi in carico dalla Communauté. Presso i locali del centro ha sede anche il “Ristorante Comunitario”, cioè una mensa interna che ogni giorno fornisce un pasto gratuito a circa 100 bambini e ragazzi seguiti dalla struttura. Sempre al Carrefour si trova l’Atelier di Musica, che propone corsi e ospita le prove di gruppi musicali locali, oltre a fornire supporto tecnico alle iniziative pubbliche del centro e ad organizzare cineforum su temi strettamente connessi con le attività della Communauté – ad esempio sul diffondersi dell’HIV, sulla guerra ecc. Struttura articolata e in continua evoluzione, oggi il Carrefour è soprattutto: • un centro di animazione sociale; • uno spazio di ascolto e di sostegno psico-affettivo; • uno spazio di incontro dei giovani tra di loro e con adulti di riferimento; • un osservatorio privilegiato della realtà giovanile; • un luogo di aggregazione e di promozione culturale; • un centro di formazione e di orientamento professionale; • un luogo che offre sostegno materiale: la mensa comunitaria; • un interlocutore autorevole delle istituzioni nell’ambito delle politiche giovanili e delle politiche sociali in senso lato
4.2 Il Centre Abel Il Centre Abel è un centro di accoglienza residenziale per ragazzi, situato a 7 km dal centro di Grand Bassam e collocato su di un’area di 20 ettari al bordo della laguna. Gli ospiti, inviati dal Ministero della Giustizia e degli Affari Sociali e dalle associazioni locali e internazionali, hanno un’età compresa fra i 12 e i 25 anni e provengono da situazioni di grave indigenza e di disagio personale. La permanenza al Centre, della durata media di 3 anni, permette loro di seguire un percorso educativo-professionale nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della falegnameria e della saldatura. La formazione professionale è completata da corsi di alfabetizzazione, di francese, di igiene, di educazione civica e morale, da corsi sul mondo contemporaneo e sulle culture e tradizioni africane. A questo si affiancano diverse proposte ricreativo-educative, quali il teatro, i giochi di gruppo, le uscite collettive. I percorsi formativi sono personalizzati e finalizzati al reinserimento dei giovani nel tessuto familiare (nel senso più ampio del termine) e sociale, e prevedono il sostegno all’avvio di piccole attività in proprio al termine della permanenza. Nell’ottica di coniugare gli aspetti teorico-pratici della formazione con i modelli di vita della popolazione, gli ambiti formativi sono stati individuati a partire dal mercato e dalle esigenze della comunità locale, così da offrire ai ragazzi reali possibilità di inserimento finale. Negli ultimi anni, il Centre Abel ha visto crescere e differenziarsi la tipologia dei ragazzi accolti. Tra essi vi sono orfani, molti dei quali a causa dell’AIDS, tossicodipendenti, sfollati di guerra, vittime del traffico di esseri umani, vittime dello sfruttamento lavorativo; si tratta di bambini e giovani che, a causa dei traumi subiti e dell’assenza di figure adulte di riferimento, necessitano di accoglienza per un periodo significativo, così come di un forte sostegno psico-affettivo ed economico. Laddove rintracciabili, ci si sforza di coinvolgere le loro famiglie d’origine in un comune percorso di crescita, per facilitare il ricongiungimento una volta terminata l’esperienza al Centre e fare sì che i ragazzini possano sentirsi un domani veramente ri-accolti in seno alla propria comunità.
4.3 Il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione Il Gruppo Abele ha sempre attribuito vitale importanza alla conoscenza delle problematiche che affronta, allo studio, al confronto; per questo anche nel contesto dell’intervento a Grand Bassam promuoviamo attività di documentazione e di ricerca. Il Centro di Documentazione, Ricerca e Formazione, che ha sede presso il Carrefour Jeunesse, svolge un ruolo importante per la Comunità Abel e in generale per tutta la comunità di Grand Bassam. Esso è innanzitutto un centro di documentazione sul sociale e più specificamente sulla condizione dei giovani, delle donne e dei bambini ivoriani; fra i suoi scopi c’è quello di approfondire e rielaborare le esperienze maturate su questi temi dalla Communauté. In questa veste, esso costituisce un osservatorio permanente delle dinamiche sociali, dei diversi stili di vita, dei fenomeni che sono alla base del malessere giovanile – delinquenza, violenza, prostituzione, droga ecc. – e delle strategie per mezzo delle quali il contesto – umano, istituzionale – contribuisce a determinarli o si propone di affrontarli. La biblioteca del centro, molto frequentata, mette a disposizione del pubblico un ricco patrimonio di volumi e documenti relativi alle problematiche proprie del territorio. L’equipe conduce interessanti ricerche sui problemi emergenti del Paese, quali l’Aids, i conflitti interetnici, il fenomeno dell’abbandono e del traffico di minori, la prostituzione minorile ecc. Il centro propone inoltre iniziative che possano coinvolgere la comunità in un processo di crescita collettiva: organizza incontri di sensibilizzazione rivolti ad associazioni locali e alla popolazione, coordina eventi di mobilitazione sociale volti a promuovere l’affermazione dei diritti delle fasce deboli della società, la pace e il rispetto dell’ambiente. Infine, il C.D.R.F. ha un ruolo di programmazione, di monitoraggio e di valutazione del complesso delle attività della Comunità Abel.
4.4 Le attività di sostegno alla micro-imprenditorialità L’attività di reinserimento economico coinvolge trasversalmente le varie strutture operative del progetto. Si tratta di un servizio che prevede l’accompagnamento di giovani e associazioni, soprattutto femminili, all’elaborazione di micro-progetti imprenditoriali, e la loro formazione alla gestione contabile semplificata. Per molte persone in città è difficile ottenere quei piccoli finanziamenti che permetterebbero loro di avviare modeste attività creatrici di reddito, seppure minimo. A queste persone l’Associazione concede micro-crediti o finanziamenti a fondo perduto da investire in semplici attività produttive o piccoli commerci. In alcuni casi il patto con il fruitore si basa sull’impegno da parte sua a restituire col tempo quanto più possibile, così da permettere al gruppo di aiutare altre persone in difficoltà. Questa attività è particolarmente significativa in quanto l’intervento a favore di singoli individui svantaggiati contribuisce anche a ricostruire il fragile tessuto economico della comunità, minato da anni di guerra civile, stagnazione e instabilità.

5. LE NUOVE PROGETTUALITÀ
5.1 L’ambulatorio socio-sanitario del Carrefour Jeunesse L’ambulatorio socio-sanitario da poco inaugurato presso il Carrefour Jeunesse si propone di rispondere ad un bisogno primario sia delle persone seguite dalla Communauté che più in generale della comunità di Grand Bassam. Questo progetto si innesta su una precedente esperienza sviluppata sempre all’interno della Communauté, quella del dispensario. Già a partire dai primi anni della nostra presenza in città, si era pensato di offrire una basilare forma di supporto sanitario alla popolazione di riferimento. Era stato quindi allestito un piccolo dispensario di farmaci, molto frequentato, presso il quale era possibile ritirare medicine adatte a trattare le malattie più comuni. I dati raccolti nel tempo dall’osservatorio del nostro Centro Studi hanno però evidenziato come le richieste della popolazione andassero oltre la semplice distribuzione dei farmaci, e quanto fosse auspicabile potenziare l’intervento in ambito sanitario. Le esigenze via via emerse non implicavano prioritariamente interventi e operatori di alto livello e neppure un’azione in ambito esclusivamente medico: il problema della salute si declina nel contesto di riferimento in termini prima di tutto sociali, economici e culturali ed è tenendo conto di queste variabili che abbiamo voluto intervenire. Il sistema sanitario ivoriano rispecchia le difficoltà e le inefficienze del Paese: le strutture pubbliche non sono in grado di soddisfare la richiesta di diagnosi e terapie, e soprattutto le fasce più deboli della popolazione, impossibilitate a pagare il servizio, restano escluse dalle cure. Per loro, oltre che per i nostri abituali utenti, è oggi in funzione presso i locali del Carrefour Jeunesse un ambulatorio sanitario di base completamente gratuito. Sulla scorta della precedente esperienza del dispensario e dello studio di simili interventi in altri paesi dell’area, si è deciso di impostare l’operatività dell’ambulatorio su due direttrici principali: attività sanitaria di base e attività di promozione di cultura sanitaria. Nel programmare la nostra azione abbiamo infatti scelto di mediare tra una logica di risposta a richieste individuali e una logica di salute pubblica. Il personale dell’ambulatorio, aperto per ora quattro ore al girono, è costituito da due infermieri e da un medico, tutti ivoriani, coadiuvati in alcuni periodi dell’anno da un medico italiano inviato dal Gruppo Abele. Ad accedere al servizio sono principalmente i bambini e i ragazzi che frequentano il Carrefour Jeunesse e che sono ospitati al Centre Abel, gli operatori della Communauté e, sempre più, anche persone e famiglie fra le più indigenti, individuate in collaborazione con i servizi sociali. L’ambulatorio non tratta qualunque tipo di problema sanitario, ma soltanto le patologie più diffuse – Malaria, Febbre Tifoide, Infezioni Respiratorie, Infezioni e Parassitosi Intestinali – non gravi e senza complicanze, che, una volta diagnosticate, vengono curate grazie alla somministrazione controllata e gratuita dei farmaci. Molti studi condotti nei paesi in via di sviluppo mostrano che il lavoro svolto dagli infermieri nella medicina di base è sicuro ed efficace se adeguatamente supportato. Per questo, vista anche la scarsità di risorse disponibili, abbiamo deciso di affrontare in tal modo la gestione delle patologie più comuni e meno gravi. Occorre a questo proposito tenere presente che in Costa D’Avorio la figura professionale dell’infermiere beneficia di facoltà piuttosto estese, potendo ad esempio prescrivere medicine. Nel loro lavoro quotidiano gli infermieri in servizio presso il nostro ambulatorio seguono semplici protocolli diagnostici e terapeutici, secondo le linee guida messe a punto dalle Organizzazioni Internazionali per gli interventi sanitari in queste aree del mondo. La standardizzazione delle procedure che ne consegue le rende al contempo più sicure e meglio verificabili. Ciò che è ancora più importante, accanto all’attività clinica, l’ambulatorio promuove campagne di prevenzione e di educazione sanitaria di ampio respiro, ad esempio sulla prevenzione dell’HIV/AIDS. L’esperienza pregressa, la nostra vocazione sociale e l’esigenza di amplificare il più possibile gli effetti positivi dell’intervento, insieme all’analisi di dati della letteratura scientifica, hanno suggerito di utilizzare un approccio di “educazione fra pari”. A tal fine la Communauté Abel sta mettendo a frutto i suoi contatti con varie associazioni di volontariato locali, alcune delle quali, pur senza competenze specifiche, già si occupano di promuovere l’informazione sanitaria e l’accesso alle cure con una metodologia molto vicina alla Peer Education, appunto “educazione fra pari”. Naturalmente si cercherà di estendere questo tipo di collaborazione ad un numero sempre maggiore di realtà associative.
5.2 La fattoria del Centre Abel Il progetto fattoria nasce dall’idea di potenziare le attività di allevamento e agricoltura già da tempo praticate all’interno del Centre Abel. Pur mantenendo quale scopo primario la formazione professionale dei minori accolti, attraverso questo progetto ci si propone di sfruttare le potenzialità del luogo e del lavoro collettivo per fornire mezzi di sussistenza alla Comunità, producendo risorse economiche utili ad affrontare i tanti bisogni quotidiani. I terreni di pertinenza del Centre Abel si estendono su una superficie di 22,7 ettari, solo pochi dei quali sono attualmente utilizzati a causa della mancanza di mezzi. L’obiettivo è quello di estendere l’area destinata alla coltivazione e all’allevamento. In ragione della natura diversificata dei terreni, il progetto, elaborato sotto la supervisione di un esperto agronomo che ha trascorso 2 mesi nella struttura, prevede di avviarne lo sfruttamento in maniera progressiva. Questa iniziativa, una volta portata a termine, avrà un valore duplice: da un lato consentirà al Centre di accrescere il per ora modesto ritorno economico generato dalle attività produttive, utile a coprire almeno in parte le molte spese interne e anche per essere re-investito nella fattoria stessa. In secondo luogo renderà più completi ed efficaci i percorsi di formazione in ambito agricolo proposti ai giovani ospiti, che beneficeranno della diversificazione delle attività e del miglioramento degli strumenti disponibili. Poiché in Costa d’Avorio non mancano le aziende agricole meccanizzate, una volta acquisite solide competenze nel settore i nostri ragazzi dovrebbero avere uno sbocco privilegiato nel mondo del lavoro, potendo aspirare ad essere assunti presso una di queste importanti realtà economiche. Obiettivo sul lungo termine è poi quello di raggiungere l’autosufficienza alimentare, cioè di produrre al proprio interno tutto quanto serve a nutrire gli operatori e gli ospiti del Centre. L’attuazione del progetto è alla sua prima fase, che prevede la messa in produttività della parte di terreno con meno vegetazione, che non necessita di essere disboscata. Il grande pozzo del centro possiede il potenziale idrico sufficiente per mettere a coltura l’intero appezzamento. L’idea è quella di dedicarsi alla coltivazione di ortaggi, preziosi per la mensa interna, cui affiancare come unica coltura estensiva il mais, scelto perché facile da gestire e utilizzabile anche come mangime per gli animali. Le verdure, così come il mais, sono inoltre prodotti facilmente collocabili sul mercato locale, cui pensiamo di destinare l’eventuale surplus. Per quanto riguarda l’allevamento il progetto prevede di mantenere e potenziare le attività già presenti: allevamento di conigli, anatre e maiali; si vorrebbe inoltre introdurre l’allevamento di polli, galline da uova, aguti (un roditore di medie dimensioni la cui carne è molto apprezzata dal mercato locale). Essendo il Centre Abel già dotato di strutture adeguate per tale piano di sviluppo, sarà sufficiente effettuare un contenuto intervento di ristrutturazione.
5.3 La Casa delle Donne Tra quelle che ci si presentano quotidianamente, la situazione delle donne è fra le più difficili. Sempre più numerose sono quelle che si ritrovano sole, magari con diversi figli a carico, per essere fuggite dalla guerra, da situazioni familiari altamente conflittuali oppure in seguito all’abbandono da parte del marito o alla morte dello stesso. Queste donne ricercano per sé e per i propri bambini forme autonome di riscatto dalla povertà e dalla marginalità sociale. Non sempre però hanno fortuna. La lunga esperienza nel Paese ci ha fatto spesso incontrare ragazze che, disorientate e prive di mezzi, erano diventate facili vittime di sfruttamento e di violenza, oggetto della tratta di esseri umani che in Costa d’Avorio cattura migliaia di vite: da qui è nata l’esigenza di creare un intervento a loro dedicato. Il progetto potrà prevedere anche la costruzione di una struttura di accoglienza rivolta a donne vittime di violenza e sole, o eventualmente con figli, che stanno vivendo una situazione di grave precarietà economica, di emarginazione e disagio. Scopo delle “Casa delle Donne”, che dovrebbe sorgere nelle vicinanze del Centre Abel e disporre di una decina di posti letto, sarebbe quello di offrire alle ospiti un luogo protetto dove trovare accoglienza per un periodo di tempo di circa 6 mesi. Durante la permanenza le donne e ragazze otterrebbero un adeguato sostegno psicologico e avrebbero l’opportunità di seguire corsi di alfabetizzazione e formazione professionale. L’esperienza di vita comunitaria rappresenterebbe, crediamo, anche un importante momento di confronto, poiché offrirebbe alle ragazze la possibilità di condividere i propri problemi con altre giovani donne, stimolandole ad affrontarli insieme. Grazie al lavoro di rete che la Communauté Abel ha intensificato negli ultimi anni, sarebbe possibile appoggiarsi anche ad altre associazioni locali nel momento della ricerca di opportunità professionali da proporre alle donne ospiti della casa. Queste ultime, dopo alcuni mesi di permanenza, verrebbero accompagnate in un percorso di reinserimento sociale e lavorativo che possa renderle finalmente protagoniste di un nuovo progetto di vita, nonché di un rinnovamento della comunità.
5.4 Gli impianti sportivi Lo sport rappresenta per i giovani un potente strumento di auto-espressione, e un momento di condivisione e di crescita psico-fisica; nel contesto dei percorsi educativi che portiamo avanti in Costa D’Avorio, la pratica sportiva costituisce inoltre una grande opportunità di contatto con i ragazzi e di prevenzione del disagio e dell’emarginazione. Avendo in passato dotato il Cerrefour Jeunesse di campi sportivi molto apprezzati dai suoi frequentatori, oggi vorremmo sostenere il comune di Grand Bassam, la cui popolazione ha un’età media molto giovane, nell’allestimento di analoghe strutture adibite alla pratica degli sport più seguiti e diffusi tra i ragazzi e le ragazze. I nuovi impianti sportivi saranno situati nei quartieri più disagiati e difficili, lontani da strade trafficate, e verranno utilizzati per il Basket, la Pallavolo, la Pallamano, la ginnastica e la danza. Per questo progetto, già delineato nelle modalità di attuazione, stiamo cercando di trovare sostenitori.

Scuola di Korogocho

Progetto Scuola di Korogocho

1. Introduzione generale
La scuola è iniziata ventitré anni fa, come Scuola Materna St. John. Tuttavia si è trasformata gradatamente in Centro alcuni anni più tardi, per rispondere alla sfida posta dal crescente numero di bambini di strada che non potevano avere accesso all’istruzione, dal momento in cui il governo ha imposto tasse scolastiche. Molti bambini poveri i cui genitori non potevano permettersi il pagamento delle tasse scolastiche e l’uniforme della scuola, sono così rimasti fuori. La Scuola Materna, diventata Centro, è stata quindi trasformata in una scuola primaria informale. La scuola offre opportunità a molti bambini di famiglie povere. Non sono richieste uniformi e non vengono esclusi bambini più grandi. Alcune ragazze con figli, hanno potuto tornare a scuola. La scuola offre il programma statale, ma lo integra con elementi di formazione professionale, in particolare per i ragazzi più grandi. Nel corso degli anni, la scuola si è evoluta con successo e oggi più del 50% dei suoi candidati al Kenia Certificate di Istruzione Primaria hanno i requisiti necessari per accedere alle scuole provinciali e del distretto. Oltre a concentrarsi sul programma statale, la scuola esercita buone pratiche di benessere dei bambini e dei diritti umani.

2. Visione.
La nostra visione è quella di avere una Korogocho, dove tutti i bambini possano accedere a tutto quanto, a prezzi accessibili e istruzione di qualità a prescindere dalla loro situazione economica e sociale. Caratteristiche messe in evidenza dall’equilibrato registro di iscrizione.

3. Missione.
La nostra missione è quella di fornire un accesso olistico, economico e con una educazione di qualità ai fanciulli delle baraccopoli di Korogocho, in particolare orfani, recupero dei bambini di strada ed i più poveri, con lo scopo di formare bambini affidabili, onesti, ben informati e responsabili per se stessi e la loro società.

4. Obiettivo principale e attività.
Fornire un’istruzione di piena qualità allo slum e altri bambini vulnerabili di Korogocho, baraccopoli e dintorni. Concentriamo la nostra attenzione su sport, teatro, visite di istruzione, educazione alla pace e alla formazione di abilità pratiche per preparare i bambini a diventare adulti responsabili e olistici; la formazione trimestrale degli alunni è per lo più su temi emergenti, quali l’HIV e l’AIDS la consapevolezza, l’abuso sui minori, il lavoro minorile e l’orientamento generale delle questioni che li riguardano, sia domestiche che accademiche.
La Scuola impegna inoltre gli insegnanti, gli alunni, i genitori e tutte le parti in causa nella scuola, attraverso la formazione dei temi trimestrali organizzati. I genitori e gli insegnanti partecipano a laboratori organizzati nel trimestre e affrontano i temi che direttamente o indirettamente, influenzano il rendimento scolastico degli alunni, con l’obiettivo di migliorare i genitori e il profitto degli studenti.

5. Personale scolastico. Struttura.
Il personale della scuola è composto da insegnanti, operatori sociali, amministratore, personale di sicurezza e molti altri. La scuola presta attenzione a occupare e assumere personale proveniente dall’interno di Korogocho con l’intento di creare senso di appartenenza e in seguito avviare la cultura di autosufficienza. Ciò è dimostrato dal fatto una parte del personale, sia insegnanti che bibliotecari, hanno avuto parte della loro formazione nella scuola.

6. Valori chiave.
Ci impegniamo a vivere perseguendo i più alti ideali di gestione e di direzione partecipativa e cercare di essere trasparenti, responsabili, affidabili, rispettosi, onesti e socialmente competenti, di fornire ai nostri ragazzi un ambiente che favorisca l’apprendimento e l’assunzione di modelli di ruolo su cui basare la loro formazione umana e spirituale.
Perciò: Promuovere e perseguire l’eccellenza, Garantire l’equilibrio tra i sessi, Promuovere pari opportunità di apprendimento per tutti i bambini, indipendentemente dalla loro formazione religiosa. Incoraggiamo i bambini della comunità islamica di accedere alla nostra scuola, Incoraggiare la partecipazione della comunità nella gestione della scuola. Sostenere i bambini che non possono permettersi di pagare 160 scellini al mese (circa € 1,60) di tasse scolastiche e farli partecipare gratuitamente. Coloro che hanno buoni risultati scolastici, ricevono un parziale sostegno economico per le scuole secondarie o corsi di formazione professionale. Concentriamo la nostra attenzione su sport, teatro, visite di istruzione, educazione alla pace e alla formazione di abilità pratiche per preparare i bambini a diventare adulti responsabili e olistici.

7. Gestione della struttura.
Consiglio della scuola St. John – Nomi e Composizione.
Composto da sette persone: il sacerdote responsabile di St. John, il coordinatore della chiesa cattolica St. John, il Preside, il funzionario della scuola di finanza e amministrazione, che è anche il segretario del consiglio di amministrazione, l’assistente sociale della Scuola St. John di Korogocho, il coordinatore dell’asilo St. John, o il suo rappresentante e il presidente del comitato dei genitori.
Il Comitato Genitori – Nomi e Composizione.
Il comitato è denominato Comitato dei Genitori della Scuola St. John e comprende il direttore della Scuola , St. John di Korogocho e quindici genitori, ognuno dei quali rappresenta una sezione.
Rappresentanti e Sessioni dell’ufficio.
La scuola dispone di 15 sezioni e ciascuna elegge un rappresentante che rimane in carica due sessioni di un anno ciascuna. I quindici inoltre eleggono il presidente, il segretario e i delegati che saranno i rappresentanti del comitato dei genitori. La durata del loro mandato è simile a quella dei rappresentanti di classe. Il presidente rappresenta il comitato dei genitori al consiglio della scuola St. John.

8. Finanze
La nostra scuola non riceve fondi pubblici dal governo del Kenya. Le principali risorse con cui la Scuola St. John si sostiene provengono da benefattori dall’estero e una piccola parte nel supportare la scuola è svolta da ONG locali che finanziano alcuni settori, come le spese di cartoleria e le attività extra-curriculari. Il bilancio per l’anno 2010 è di 3.000.000 scellini (30.000 €).

Padre Paolo Latorre (comboni AT korogocho.org – www.korogocho.org)
Sacerdote responsabile
Chiesa Cattolica St. John e Scuola di Korogocho
Data: 15 gennaio 2010

La salute partecipata – Antonietta Potente

Antonietta Potente, La salute partecipata, Cochabamba – Bolivia

Premessa – Intuizioni intorno ai progetti
Ci sono sogni e desideri, azioni e sforzi, che sottendono la vita, anche in situazioni limiti di assoluta precarietà. Spinte interiori, verso la sopravvivenza e la dignità che tessono gesti storici e disegnano pensieri, che normalmente chiamiamo progetti. Creatività e movimento, ma allo stesso tempo attesa e riflessione, non per bloccarci staticamente e tornare a generare assurdi dinamismi di dipendenza e di morte, ma per ascoltare e non perdere nessun dettaglio o nessuna sfumatura dei parti storici che individui e comunità umane, insieme ai loro ecosistemi, portano avanti. Affetti e sapienze che si intrecciano, si sollecitano vicendevolmente per poter continuare a vivere. In questi itinerari di ricerca di vita degna, nessuno è protagonista solitario, così come nessun gesto o impegno, è più prezioso di un altro. E la prima forma di cooperazione, forse, è proprio questa: raccogliere i frammenti di questi sforzi esistenziali delle persone e dell’ ambiente. Riconoscere questi parti umani ed ecologici della storia. I progetti non si inventano, ma si raccolgono dalle infinite esigenze di dignità che solo la storia umana e l’ecosistema sprigionano. Ciò che ispira i progetti, è l’eloquenza dei contesti; le metamorfosi e le evoluzioni della natura insieme alle rivoluzioni e rivelazioni dei popoli. Sono le esigenze quotidiane di donne e uomini e le precarietà delle risorse naturali che esigono processi di cooperazione, che passano per il riscatto consapevole degli sforzi esistenziali della storia umana e cosmica. La prima cooperazione nasce precisamente a questi livelli interiori, tra sintonie e complicità. Probabilmente, ciò che si descrive dei così detti “progetti”, sono solo lineamenti e plastiche forme evidenti dei sogni e dei desideri umano-cosmici più interiori. E ciò che li sottende e li sostiene lungo il tempo, è molto più complesso di qualsiasi presupposto o bilancio. Eppure in questo tessuto alchemico della vita, ogni particella, anche infinitesimale, è utile e necessaria e sostiene qualcosa o qualcuno. Ogni sapienza e intuizione, ogni esperienza e capacità è linfa vitale, nel lento processo della dignità e della libertà della vita. Così che i contorni evidenti che i progetti descrivono non offuscano né silenziano l’inesprimibile passione che li sostiene dal di dentro. Inquietudini esistenziali, domande e audaci tentativi etici per poter tracciare nuovi cammini storici. Si tratta di un vero e proprio tessuto; un intreccio di idee, persone, condizioni di vita, cosmovisioni differenti. Si tratta di conciliare ritmi e attese, sensibilità e dignità. Così che la descrizione tecnica e materiale di un progetto, è semplicemente la fisionomica di tutte queste attese, questi tentativi e approcci alla vita in un altro modo. Non crediamo in progetti unidirezionali, né in sogni puramente proiettati all’ escatologia, creati intorno a miti o ideologie future. Crediamo invece alla ricerca quotidiana, alla cura dei dettagli della vita di individui e popoli, alla difficoltà quotidiana di mantenere in piedi equilibri eco-esistenziali in mezzo a intermittenti forze contrarie. Prima di essere progetti sono itinerari, tra audaci tentativi e timidi incontri. I progetti non crescono solo nell’intelligenza o nelle abilità umane ed economiche di alcuni, ma nei dettagli che formano la vita quotidiana di tutti. I progetti fanno parte degli itinerari etici di individui e istituzioni che maturano nel tempo e con esso si plasmano una e più volte, fino alla realizzazione. Ma l’etica non è l’aggiunta di qualcosa di esterno che ha la funzione di controllare e regolare, ma piuttosto l’anima. Soffio che ci sospinge a ricercare le nostre identità, riscoprendo le caratteristiche proprie di ciascuno, di ogni elemento vitale, pur piccolo o apparentemente insignificante. Nelle nostre economie e logiche ufficiali le relazioni tra i popoli si muovono sempre tra leggi socio-economiche, dottrine o religioni. All’ingiustizia dei mercati, cerca di supplire la religione con le proprie leggi compassionevoli a immagine e somiglianza della bontà e della misericordia degli dei.
Gli ambiti geografici, per alcuni sono semplicemente mercati multinazionali, per altri territori di sfruttamento e colonizzazione e per altri ancora luoghi di missione, santuari propizi per l’evangelizzazione.

In tutti questi casi, l’ etica sembra essere fonte di potere e gestione della vita e non creatività e responsabilità, crescita della libertà dei soggetti umani con le loro ricchezze e povertà, con le loro sapienze e confusioni.
Nella descrizione dei nostri progetti, l’ etica ispira, e fa parte di un atteggiamento di ricerca. Non ci muove semplicemente a restituire o condividere, ma piuttosto a scoprire ciò che ancora non sappiamo, ciò che non conoscevamo e che è presente.

Cerchiamo principi attivi che ci aiutino a vivere, ma cerchiamo anche persone che ci raccontino la loro relazione con la vita, ciò che sanno, ciò che vorrebbero sapere, ciò che sognano. Pensiamo che le cose debbano circolare tra le mani di tutte e tutti, ma anche, crediamo che ciascuno debba dare alle cose, all’economia, al profitto, il suo colore, il suo tocco speciale.
E questa è la sfumatura sociale del nostro impegno, non solo perché ci rivolgiamo a un ambito comunitario parte di una società e di un ambiente, ma perché ciascuno è un soggetto e non solo un destinatario delle idee o delle energie di altri.

Sarà imperativo etico scambiarci la sete e la passione per la vita, così come scambiarci i mezzi per poter vivere meglio. Scambiarci la sapienza per non cadere nella superficialità, la tecnologia per coinvolgere le cose nella passione per la vita e rompere i circoli degli interessi e degli sfruttamenti.
Sarà imperativo etico rispettare i tempi della natura, ma anche quelli delle persone, i modi di vedere e sentire, perché l’interesse comune è la vita nella sua più luminosa dignità.
Così che nessun progetto ha il diritto di soppiantare questi desideri e questi sogni, di placarli, silenziarli o uniformarli, ma anzi: ogni progetto ha la voglia di risvegliarli e alimentarli, lungo il cammino. Nessun progetto ha il diritto di provocare parti storici precoci o raggiungere false conclusioni, ma piuttosto di solidarizzare con i ritmi di crescita della vita e delle idee di tutti e di ciascuno. Probabilmente, ciò che si descrive dei così detti “progetti”, sono solo lineamenti e plastiche forme storiche di questi stessi sogni e desideri di vita. Ma ciò che li sottende e li sostiene lungo il tempo, è molto più ed è molto più complesso e prezioso di qualsiasi presupposto o bilancio. Eppure in questo tessuto alchemico della vita, ogni particella, anche infinitesimale, è utile e necessaria e sostiene qualcosa o qualcuno. Ogni sapienza e intuizione, ogni esperienza e capacità è linfa vitale, nel lento processo della dignità e della libertà della vita. Così che i contorni evidenti che i progetti descrivono non offuscano né silenziano l’inesprimibile passione che li sostiene dal di dentro. Inquietudini esistenziali, domande e audaci tentativi etici per poter tracciare nuovi cammini storici.

Il progetto – Le motivazioni per lo stipendio di Daria
Il progetto si inserisce da più di due anni, in zona periferica di Cochabamba. Nasce dall’intuizione di Darìa Tacachiri , boliviana, Aymara, che dopo la laurea in infermeria, incomincia a riunire alcune donne della zona, avendo visto la situazione di precarietà della donna in quel contesto. In questo ambito, infatti, il concetto di precarietà si estende e non si riferisce solo alla situazione economica della donna, ma anche a quella fisica e sociale. Tutti fattori relazionati, visto che la precarietà economica sembra generare una catena di altre precarietà. Il lavoro di Darìa incomincia dopo uno studio sulla salute delle donne, che come risultato indicava il cancro all’utero una delle cause più alte di mortalità della donna boliviana. E’ per questo che il progetto incomincia ad agire nell’ambito della informazione, formazione e prevenzione. Le donne incominciano a partecipare e ad entrare in un piano di controllo del cancro all’utero incentivato in collaborazione con il centro di salute Pucarita, più vicino a questa zona. Le donne arrivano alla visita con un certo grado di conoscenza, oltre a vincere tutte quelle paure o pregiudizi di tipo culturale e sociale, intorno a certe malattie. La prima fase del progetto riguarda la prevenzione e soprattutto la formazione, mentre il gruppo di donne che partecipa aumenta, e da 30 donne oggi si porta avanti il progetto con quasi 500 donne, divise per comunità o quartieri. Darìa, per mancanza di fondi, non può coinvolgere molte persone, almeno che non si offrano volontarie. Comunque con alcune delle prime donne che hanno partecipato fin dal primo momento, forma un equipe e porta avanti il lavoro. Da parecchi mesi, precisamente per la mancanza di fondi, non riceve stipendio, ma comunque continua a dedicarsi al progetto che oltre tutto, attualmente comprende corsi di formazione sull’igiene della persona, della casa e soprattutto corsi di formazione per vedere se si può creare piccole cooperative di donne e creare fonti di ingresso economiche per non dipendere solo da aiuti esteriori. I corsi comprendono i seguenti temi: alfabetizzazione, diritti delle donne e dei bambini, educazione all’igiene e applicazione dei concetti teorici nella vita quotidiana: migliorare le proprie condizioni igieniche nelle proprie case, creare possibilità di sussistenza economica attraverso il lavoro. Per incentivare le donne alla partecipazione o permettere che i mariti le lascino frequentare questi corsi, quando è possibile economicamente si danno alcuni alimenti di prima necessità (farina, latte…) una volta al mese. Ma sempre per questioni economiche, questo aspetto non è assicurato. In questi ultimi mesi Darùia ha preferito non prendere il suo stipendio e assicurare questo tipo di incentivo. In questo ultimo mese si è iniziata anche una campagna per rimbiancare le case, perchè in questa zona è presente un insetto Vinchuca che si annida nelle pareti e provoca una malattia che in alcuni casi diventa mortale. Imbiancare le case è una prevenzione importantissima. Se tutto ciò pensiamo che sia bene continuarlo, ci sembra importante dedicare più tempo a questo sogno. Darìa è la principale responsabile perchè tutti i giorni sta presente nelle diverse comunità organizzando con le donne, dando corsi e pianificando strategie che possano migliorare le condizioni fisiche e sociali delle donne e quindi dei loro figli e delle loro famiglie. Per lei è un vero e proprio lavoro che richiede, come tutto lavoro di uno stipendio. Una infermiera laureata, in Bolivia guadagna attualmente 300 € al mese. Ciò che cerchiamo, è che per lo meno per un anno Darìa abbia lo stipendio assicurato. Di per sé questo stipendio non è solo il sostegno di una persona, ma il sostegno di un sogno condiviso con molte altre persone.


Antonietta Potente

Nossa Senhora do Bom Parto – Casa Cor

Cor da Rua – L’arte che viene dalla strada
San Paolo – Brasile
Progetto Laboratorio – Scuola di Falegnameria, Mosaico e Plastica

Presentazione
Il presente progetto si propone il consolidamento e l’espansione dei processi di apprendimento e produzione che avvengono nel Laboratorio Scuola della Organizzazione di Aiuto Fraterno (OAF) attraverso l’arte che viene dalla strada, “Cor da Rua”.

Storia dell’istituzione
La OAF è un ente civile che lavora con la popolazione adulta della strada a partire dal 1955. E’ stata responsabile di varie attività in città, come laboratori protetti, case per ragazzi, ostelli e case per donne, occupandosi di un grande numero di persone. Alla fine degli anni ‘70, l’ente ha assunto un nuovo atteggiamento: quello di “lavorare con i poveri e non per i poveri”, ponendosi più vicino alla popolazione della strada con azioni basate sulla convivenza e a partire da lavori realizzati nella strada. Sono stati creati programmi che richiedono la partecipazione attiva della popolazione della strada: la “Comunità dei Sofferenti della Strada”, luogo di incontro e di formazione, di riflessione sulla situazione relativa alla strada, di svago e di convivenza; il “Progetto per la casa” che coordina l’utilizzazione di varie case come abitazioni comunitarie e autogestite; la “Coopamare”, cooperativa di raccoglitori di materiali riciclabili, una organizzazione che parte dal popolo della strada e garantisce la sussistenza dei soci; l’Associazione “Mia Strada, Mia Casa” che, in collaborazione con degli imprenditori, sostiene un centro di riferimento per la popolazione della strada sotto il viadotto di Glicério (centro di San Paolo) con attività socio-educative che vanno dall’igiene personale e dal pranzo comunitario alla ricerca di alternative per la creazione di reddito; il  “Laboratorio Scuola di Falegnameria, Mosaico e Plastica (Pet), L’Arte che viene dalla Strada”, che riutilizza risorse interne, formando e promuovendo l’emancipazione attraverso la convivenza in un ambiente di lavoro responsabile.
La realizzazione e la partecipazione della OAF a seminari, forum e discussioni, come la collaborazione con imprenditori, la Chiesa e il potere pubblico stanno garantendo una maggior visibilità a questa popolazione e aiutando a realizzare politiche pubbliche per affrontare la situazione della strada.

Obiettivo del progetto
L’obiettivo del progetto è offrire al gruppo di giovani coinvolti una metodologia di apprendimento tecnico della falegnameria e del mosaico centrata sullo sviluppo personale, utilizzando le relazioni con il mondo del lavoro a partire dalla convivenza umanizzatrice presente nell’officina di falegnameria e mosaico. Pertanto saranno offerti 15 (quindici) posti per giovani indicati dalla Pastorale del Minore dell’Arcidiocesi di San Paolo, che parteciperanno a un programma a tempo determinato, diviso in moduli con obiettivi e valutazioni specifiche. Saranno assunti un coordinatore tecnico e un falegname per lo sviluppo del programma specifico come anche per l’intensificazione dei processi che già si stanno vivendo nell’officina.

Durata del programma
La valutazione del processo determinerà la durata esatta del programma che dovrà essere di un (1) anno, permettendo che un altro gruppo di giovani inizi di seguito il programma.

Sviluppo del progetto
L’attività della scuola di formazione “Casa Cor da rua – L’arte che viene dalla strada” di San Paolo (Brasile) si svolge attraverso un percorso al quale partecipano 40 giovani. Il processo è così strutturato.
I raccoglitori di strada portano a questo centro tutto ciò che trovano: ferro, legno, mobili, vetro. plastica ecc. All’interno del centro esiste un capannone per l’immagazzinamento e la cernita dei vari materiali. Da sempre esiste una falegnameria attraverso la quale si realizzano o si restaurano mobili vari e piccoli prodotti artigianali artistici di vario genere. Tutto ciò rigorosamente con legno riciclato. Oltre alla normale formazione teorica e pratica, a cui pensa un maestro falegname, i giovani sono seguiti da alcuni educatori, in quanto i ragazzi provengono da situazioni familiari disagiate. L’importanza del lavorare insieme, comprenderne le regole, la certezza di apprendere una professione, il guadagno di una borsa-salario, creano nei ragazzi maturità e acquisizione di un’autostima che può cambiare radicalmente loro la vita. Le loro produzioni passano poi ai giovani della scuola di mosaico, i quali disegnano e realizzano sulle componenti di legno preparate in falegnameria, e sui mobili restaurati, mosaici colorati raffiguranti i più diversificati disegni e oggettistica. Da un anno si è aggiunto il lavoro con la plastica delle bottiglie, con la quale si creano pezzi vari: spille, collane, orecchini, anelli, ecc. A questo corso di mosaico e del recupero del pet (plastica in bottiglie) partecipano 15 giovani. L’emarginazione nella grande città di San Paolo è causata dalla mancanza di lavoro. I giovani, impossibilitati a frequentare le scuole -medie e superiori- a causa della inconsistenza economica della famiglia, e non avendo acquisito nessuna professionalità lavorativa, vagabondano tutto il giorno per la città. Di conseguenza apprendere un lavoro è la condizione primarie per cessare una vita di indigenza.
Le spese sostenute sono relative  a:
salario del coordinatore tecnico: Euro 7.000,00
salario del falegname: Euro 5.400,00
contributi sociali relativi ai due salari: Euro 5.200,00
borsa lavoro (*) per 15 allievi: Euro 2.000.00 per ciascuno
pari a Euro 30.000,00 complessive

totale Euro 47.600,00

(*) La borsa lavoro comprende il salario dell’apprendista, il costo del trasporto e l’alimentazione quotidiana (colazione, pranzo e merenda).

Nossa Senhora do Bom Parto

Nossa Senhora do Bom Parto, San Paolo – Brasile
I progetti dello Spazio di Convivenza, della Libertà Assistita Comunitaria e Humarte

PROPOSTA DEL PROGETTO SPAZIO DI CONVIVENZA Lo Spazio di Convivenza nasce con l’idea di aiutare un buon numero di preadolescenti e adolescenti residenti in una favela del quartiere di Belem, a pochi chilometri dal centro di San Paolo e dalle conosciutissime Casas Vida, con un incentivo (che possiamo anche chiamare adozione a distanza, per usare un termine ben conosciuto) che comprende un sostegno scolastico, un pasto al giorno e spazi e momenti di animazione, per un totale di 30 euro al mese per ogni ragazzo. Il progetto e’ gia’ attivo da tempo e si sviluppa in una casa, situata a poche centinaia di metri dalla favela di Belem, dove i ragazzi pranzano e svolgono varie attivita’ di recupero scolastico e di socializzazione. Ad esempio sono attivi i gruppi di canto e di danze tradizionali brasiliane, nonche’ un gruppo di musica e ballo hip-hop, una delle forme di musica urbana piu’ diffuse in Brasile, particolarmente presso la popolazione afro-brasiliana. Tutte queste attivita’ nonche’ il sostegno scolastico sono svolte sotto la guida di educatori e maestri professionisti.
Costo del progetto Intendiamo contribuire ad estendere l’intervento gia’ iniziato, coinvolgendo un numero maggiore di giovani e per questo finanziando mensilmente a ciascuno di loro un aiuto, del valore di 30 euro al mese.

PROGETTO LIBERTA’ ASSISTITA COMUNITARIA
Il Centro Sociale “Nostra Signora del Buon Parto” Questa istituzione fondata nel 1946 opera nei quartieri periferici di São Paulo e si occupa degli esclusi, in modo particolare difendendo i diritti di bambini e adolescenti e contribuendo allo sviluppo integrale della persona umana attraverso pratiche educative e assistenziali diversificate, che coinvolgono le famiglie e la comunità. Il Centro sociale “Nostra Signora del Buon Parto” ha proposto nel corso degli anni azioni socio-pedagogiche per affrontare situazioni limite in cui vivono molti bambini e adolescenti a São Paulo, cercando di affrontare problemi come: morte precoce,  sfruttamento dei bambini/adolescenti da parte dei narcotrafficanti,  esecuzioni sommarie,  abbandono e assenza di  politiche pubbliche. Ci occupiamo soprattutto della zona Est della città dove ci sono molte famiglie impoverite, che non hanno casa, possibilità di accedere all’educazione, all’assistenza sanitaria, al lavoro.  La grande sfida è quella di costruire un processo socio-pedagogico con la partecipazione di bambini, adolescenti, famiglie e comunità.
Il Progetto Libertà Assistita Comunitaria – LAC Il  progetto esiste  dal 1978, in collaborazione con la Febem/SP;  si sviluppa a livello familiare e comunitario, rivolgendosi ad adolescenti in conflitto con la legge, facendo riferimento a quanto è previsto nello “Statuto del bambino e dell’adolescente” agli articoli 118 e 119. Si propone di reinserire  nella società ragazzi usciti dal carcere attraverso una metodologia che punta  sul coinvolgimento attivo delle famiglie e della comunità, sul riscatto dell’autostima e del diritto alla cittadinanza, sulla formazione professionale e l’accesso al  lavoro.
Beneficiari diretti:  100 adolescenti in conflitto con la legge e le loro famiglie (che comprendono da 5 a 10 persone ognuna). Nel complesso circa 750 persone.
Beneficiari indiretti: la comunità in cui le famiglie sono inserite.
Tempo di realizzazione: per l’intero anno in corso.
Obiettivo generale: Assistere 100 adolescenti di ambo i sessi, in conflitto con la legge, che escono dalla Febem della zona Est di São Paulo, coinvolgendo le loro famiglie e puntando al loro sviluppo globale di cittadini.
Obiettivo Specifico: dare attuazione alla misura socio-educativa di Libertà assistita, per 100 adolescenti di ambo i sessi,  collaborando con le famiglie, con persone significative e comunità di adolescenti, puntando al miglioramento della qualità della vita degli adolescenti e delle loro famiglie attraverso l’esercizio della cittadinanza e l’inclusione nei servizi pubblici e nella rete di protezione.

Mete:
Meta 1 – Fornire di documenti i giovani e i familiari inseriti nel progetto
Meta 2 – Inserirli nella rete di protezione, nei servizi pubblici e nell’assistenza psicologica e medica
Meta 3 – Fornire assistenza giuridica ai giovani in Libertà Assistita e alle loro famiglie
Meta 4 –Avviare i giovani alla professionalizzazione, al Primo lavoro e allo svolgimento di stages remunerati

Metodologia e strategia di azione La metodologia si basa sulla pedagogia dei diritti, a partire dalla persona i cui diritti fondamentali sono stati lesi. Consiste nel convivere, stare vicini alle persone nel momento in cui i diritti sono minacciati o violati e costruire con ogni adolescente una proposta di vita, tenendo in considerazione la sua storia, gli aspetti culturali della sua famiglia e della comunità di appartenenza.  Per realizzare questo dobbiamo stabilire legami con l’adolescente e la sua famiglia, sottolineando gli aspetti significativi della vita che portino a riscattare l’auto-stima e il diritto alla cittadinanza. L’ “incontro” è favorito da visite domiciliari, che sono un grande strumento di lettura dell’adolescente e del suo contesto e rendono possibile un piano di intervento a livello familiare. Il lavoro viene svolto sempre in equipe coinvolgendo educatori, giovani, famiglie e comunità, rendendo il processo educativo un atto di corresponsabilità. Non dobbiamo dimenticare che i membri delle famiglie di questi ragazzi sono segnati dall’impoverimento e da una grande difficoltà di considerarsi cittadini. Spesso il narcotraffico è visto come l’unica possibilità di sopravvivenza e l’ambiente in cui vivono è caratterizzato dalla violenza sia domestica che istituzionale.  Il lavoro con l’adolescente, nella sua famiglia e comunità, implica il coinvolgimento di 3/5 persone in media (300/500 persone coinvolte nel complesso).
Costo complessivo del progetto
Costo annuale in reais circa 360.000   (pari a circa euro 145.000)
I costi del progetto sono relativi a:
1. Alimentazione: molti giovani e le loro famiglie vivono in condizioni di grande miseria e esclusione. Sono quindi necessarie ceste basiche come forma di aiuto immediato. Vengono anche forniti pasti, quando i giovani e i loro famigliari vengono al centro per assistenza sociale o giuridica.
2. Salute: Molti giovani arrivano in condizioni fisiche precarie; hanno problemi in particolar modo riguardanti la vista e i denti. Hanno bisogno di medicine, esami e visite urgenti, non sempre disponibili nella rete pubblica.
3. Educazione: L’iscrizione a scuola esige documenti, materiale didattico, uniforme, vestiario decente, oltre a un sussidio per i trasporti. Alcuni arrivano durante l’anno scolastico e hanno bisogno di corsi di sostegno.
4. Borsa lavoro: Sostegno ai giovani che partecipano a corsi di formazione professionale, ma che avrebbero bisogno di lavorare per mantenersi.  La borsa lavoro è uno strumento pedagogico perché il giovane insieme alla sua famiglia pianifichi le spese e stabilisca delle mete. Il valore della borsa sarà stabilito in relazione alle necessità del giovane e della famiglia.
5. Materiale di consumo del Centro relativo alla realizzazione di questo progetto.
6. Costi dei mezzi di trasporto del giovane e dei suoi familiari per partecipare alle varie attività (corsi di formazione professionale, stages, incontri con psicologi ecc).
7. Ausilio per abitazione e sussistenza:  Alcuni giovani non hanno vestiti per il lavoro, soprattutto scarpe e devono pagare l’affitto.
La controparte locale fornirà:
Risorse umane:
–         tecnico, assistente sociale, psicologa, insegnante di educazione fisica, educatore, ausiliari tecnico e amministrativo,  in convenzione con la Febem
–         Coordinatore, psicologo, avvocato, insegnante di arte, orientatori sociali, psichiatra, ausiliare tecnico, cuoca, in convenzione con la Sas del Comune
–         Avvocati e stagisti in convenzione con la Procura generale dello Stato.
Risorse materiali:
Linee telefoniche, micro-computers, frigoriferi, cucina, mobili per ufficio, macchina per visite domiciliari.

PROPOSTA DEL PROGETTO HUMARTE: LANCIANDO RAGAZZI E RAGAZZE Il progetto Borsa Incentivo è stato scritto ripensando alcuni dei punti chiave della cura dell’adolescente. L’adolescente ha un ruolo di protagonista in questo progetto, che dà spazio al suo potenziale creativo e alla sua corresponsabilità. Parlando del progetto, in modo informale, con gli adolescenti, è venuto fuori il nome Humarte. Durante la conversazione abbiamo recuperato i lavori di gruppo fatti da circa quattrocento giovani di cinque gruppi della zona est della città di San Paolo, al momento di essere inseriti nel Programma di incentivazione al lavoro e alla riqualificazione professionale. Durante questa chiacchierata sono venuti fuori temi come: opportunità, futuro, qualità della vita, sogno, possibilità di poter comprare qualcosa, apprendistato, amicizia, svago….In uno dei cartelloni c’era l’espressione “manos e minas” (ragazzi e ragazze). Pensando e chiacchierando è nato il nomeHumarte: da umano; arte – un’arte; Marte – nel senso del dio della guerra, che rappresenta la gioventù; Marte – nel senso di “stare tra le nuvole” per definire i sogni degli adolescenti. La proposta prende spunto da alcuni principi costruiti nella convivenza con gli adolescenti in situazione di rischio e dipendenti da sostanze chimiche: 1. Credere nelle potenzialità interiori di questi adolescenti che, stimolati da concrete opportunità di partecipazione, riflessione, elaborazione di azioni e revisioni, determinano un vero e proprio “ciclone di motivazione”. Una volta dato avvio al movimento interno, questi adolescenti passeranno a ricostruire il loro progetto di vita elaborando nuove conoscenze e relazioni. 2. Il lavoro si sviluppa a partire dal riconoscimento dell’identità, considerando l’adolescente un soggetto. Come dice lo Statuto del Bambino e dell’Adolescente, l’ infanzia e l’ adolescenza sono caratterizzate da una fase specifica di sviluppo che ha bisogno di protezione integrale. D’accordo con la concezione storica, le persone sono il risultato dell’inserimento nel contesto socio-politico-economico. La comprensione dell’ identità e il riconoscimento di appartenere a un gruppo definito socialmente sono lo scenario all’interno del quale l’ adolescente può diventare protagonista, superando la situazione di vulnerabilità sociale e le etichette create da una vita frammentata, senza legami affettivi significativi, senza un orientamento verso i valori di rispetto, responsabilità ed etica e senza nessun tipo di formazione (saperi scolastici e saperi generali, arte, musica, danza, cittadinanza). I principi determinano i seguenti presupposti metodologici: Beneficiari – adolescenti che stanno maturando e costruendo un progetto di vita, che cercano condizioni e opportunità per superare il ritardo scolastico, per formarsi alla cittadinanza, per acquisire le abilità necessarie ad uscire da una situazione di dipendenza, che hanno bisogno di un appoggio esterno nella loro costruzione dell’autonomia (non hanno bisogno come all’ inizio di una presenza sistematica degli educatori che svolgano un ruolo di mediazione perché gli adolescenti partecipino e comincino ad elaborare proposte). In questa fase gli adolescenti mostrano interesse e presentano i diversi sogni che coltivano per il loro Progetto di Vita. Il processo si sviluppa attraverso la partecipazione affettiva dell’adolescente impegnato nel gruppo, che è la forma di ristabilire vincoli affettivi, autostima, modelli di convivenza a partire dal rispetto, dalla responsabilità e corresponsabilità, E’ questa convivenza che ristabilisce i criteri e i valori per la dignità e la cittadinanza Il progetto “Humarte: Lanciando Ragazzi e Ragazze” si propone di creare le condizioni per lo sviluppo integrale dell’adolescente, a partire dai principi e presupposti metodologici stabiliti insieme con questi adolescenti. La Borsa Incentivo, del valore di 150 euro al mese (cioè il valore di un salario minimo, in Brasile), sarà uno strumento per potenziare la maturazione degli adolescenti e l’impegno che hanno preso in relazione al progetto di vita in costruzione. L’esperienza di poter far conto su un appoggio finanziario mensile è una opportunità concreta, per l’adolescente, di valutare e maturare la propria responsabilità nell’impegno che ha assunto con se stesso di fronte al gruppo (il gruppo dei pari, gli altri adolescenti) che sta cercando di realizzare un progetto di cittadinanza. Obiettivi principali di questa proposta: · Creare condizioni per cui gli adolescenti sviluppino abilità per intraprendere un proprio progetto di vita, a partire dalla cooperazione. · Che alcuni adolescenti superino le necessità per le quali hanno richiesto di utilizzare la borsa. · La creazione di un gruppo che abbia la maturità di gestire la continuità della proposta, a partire da un fondo o da una linea di credito che possa coinvolgere altri adolescenti e rendere possibili percorsi di generazione di reddito, coinvolgendo i familiari. · La costruzione di una coscienza di corresponsabilità in relazione ad altri adolescenti, che porti a contributi concreti per la continuazione del progetto, con sentimenti di autorealizzazione e di felicità relativi alla propria partecipazione come cittadini. · Il riconoscimento positivo della famiglia e di altri gruppi di convivenza (scuola, vicini, gli stessi adolescenti…) in relazione alle nuove attitudini dell’adolescente, con il ristabilimento dell’autostima. Gli adolescenti faranno una riunione per stabilire le opportunità che la Borsa Incentivo offre e i criteri per partecipare al progetto “Humarte: Lanciando Ragazzi e Ragazze”. Costo del progetto Finanziare mensilmente 50 (cinquanta) borse incentivo, del valore di euro 150 cadauna al mese, per 12 mesi.

Água Doce – Waldemar Boff

Agua Doce Servizi popolari, Waldemar e Leonardo Boff, Rio de Janeiro – Brasile
Presentazione del progetto Agua Doce

L’albero della vita – Il Simbolo dell’organizzazione 

E’ stato un lungo cammino quello per arrivare a questo simbolo. Avevamo in mente la forza dell’immagine del pianeta-acqua, riempito con le acque di sopra e di sotto, le acque dolci e salate. Ricordavamo la loro varietà: acque da bere, per pulire, purificare, recuperare, confortare. E osservavamo i loro diversi movimenti: le acque scorrono dolci o rabbiose, avanti o indietro, se precipitano in cascate o dormono meditative nei laghi delle montagne.
Si racconta che, nel paradiso, Adamo ed Eva avevano mangiato il frutto dell’albero della scienza ed avevano conosciuto il bene e il male. Questa conoscenza nata da una trasgressione ha svegliato la gelosia di Dio: “Che l’uomo non vada a mangiare anche il frutto dell’albero della vita, altrimenti lui sarà eterno come Noi!…” E li espulse del Paradiso, lasciando nel fondo dei loro occhi la bellezza di quell’albero e nel cuore il desiderio di mangiarne il suo frutto.
Ma Adamo ed Eva erano consapevoli che bisogna conservare, difendere e curare le acque, soprattutto le primordiali, l’albero che nasce delle acque, il frutto che nasce dall’albero, l’uccello che riposa nei sui rami e curare tutto ciò, perché senza questo non c’è vita e non c’è il desiderio e la possibilità di ritornare a questo albero piantato al centro del Paradiso.
L’immagine di quel frutto piccolino, rosso, bello da vedere e più saporito ancora da mangiare scuote il nostro cuore, gli fa ricordare di quel luogo di delizie, lo spinge ad abbassare l’albero finché tocchi il suolo della nostra tristezza. Niente, nessuno pacifica l’anima umana. Come un uccellino agile e leggero cerca giorno dopo giorno, mattina e sera, di beccare il rosso del frutto della vita. Il desiderio di essere eterno e felice come Iddio, che lo ha creato, lo brucia dentro e fuori.
Noi di “Agua Doce” proviamo, con semplicità ed affetto, dei cammini per mitigare questa inquietudine, alimentando nei cuori la speranza di raggiungere l’albero della piena vita.

Come Agua Doce è nata
Per 12 anni abbiamo lavorato con l’assistenza, informazione, coscientizzazione e organizzazione popolare nelle montagne di Petropolis e nella Pianura de Rio (Baixada). Abbiamo costruito una decina di asili e centri sociali e qui abbiamo operato, con l’appoggio di piccoli gruppi internazionali di solidarietà e dal 1995 di una grossa Fondazione svizzera.
All’inizio del 2000, la Fondazione aveva proposto una ristrutturazione amministrativo-finanziaria. Lungo il processo siamo stati convinti che nella pratica concreta non era possibile conciliare i nostri principi di educazione popolare liberatrice con quelle della Fondazione. Allora, abbiamo deciso di lasciare il Seop – Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare, la antica organizzazione, e creare Agua Doce – Serviços Populares, per portare avanti gli stessi principi che hanno sempre guidato la nostra azione:

  • riservare agli impoveriti il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione;
  • promuovere programmi di rispetto e integrazione del uomo con la natura;
  • coinvolgere il potere pubblico, politicizzando la questione della miseria e della esclusione;
  • essere critici con le leggi vigenti, più attenti alla giustizia che alla legalità;
  • rapportarsi a persone e gruppi esteri, soprattutto come partners di un progetto comune di famiglia umana e anche come appoggio finanziario;
  • collegarsi a altri movimenti locali e globali per aggiungere forza e pressione di cambiamento sociale/politico che sia continuo e sostenibile.

Al di là di questo, Agua Doce si propone di espandere la coscienza umana attraverso l’apertura del cuore ad altri cuori, soprattutto ai deboli, ed alla bellezza di tutto il creato. Con questa apertura di cuore crediamo che il cambiamento sia possibile e sostenibile. Per risvegliare pedagogicamente questa coscienza superiore, vi proponiamo alcuni progetti e programmi di lavoro.

Principi che ispirano ogni progetto
1- Riservare ai poveri il ruolo di protagonisti nel processo di recupero ed emancipazione
2- Promuovere programmi di rispetto ed integrazione dell’uomo con la natura
3- Coinvolgere il Potere Pubblico, per affrontare la questione della miseria e della esclusione
4- Essere critici con le leggi vigenti attenti alla giustizia attenti alla giustizia e alla legalità
5- Rapportarsi a persone e gruppi esteri, come partners di un progetto comune e di famiglia umana, non solo come appoggio finanziario
6- Collegarsi a altri movimenti locali e globali per rinforzare il cambiamento sociale e politico rendendolo continuo e disponibile

I grandi ambiti in cui opera Agua Doce
1- Adolescenti Coinvolgimenti dei ragazzi di strada in attività agricole e artigianali finalizzate al sostentamento dei vari centri che li ospitano
2- Recupero di aree ecologiche Coltivazione di orti domestici e agricoltura familiare sostenibile. Bonifica di aree degradate e inquinate, salvaguardia delle zone a forte rischio ambientale.
3- Promozione della medicina popolare alternativa Corsi rivolti alle donne per la produzione di medicine naturali, nutrizione e salute.
4- Educazione giovanile Educazione alimentare, igienica, sociale perchè i bambini rappresentano la speranza di un futuro migliore. Attualmente sono sette gli asili presenti.
5- Assistenza agli anziani Aiuto nel sostentamento materiale, nel recupero dei diritti giuridici (es. pensione) e della dignità.

:: I progetti/programmi di Agua Doce – Surui 2050 – una visione
Il luogo – E’ una delle fasce di colline e pianure che compongono la Serra do Mar della Mata Atlantica. La fascia comincia dalla zona alta di Petropolis, continuando per l’antica strada dell’Imperatore, la Estrada da Estrela. Si arriva così a Vila Inhomirim, Raiz da Serra, dove si trovava, al tempo dell’impero, la Fazenda da Mandioca, la fazenda del visionario naturalista tedesco Von Langsdorf. Si continua a sinistra per la valle di Cachoeira Grande, Vale Preta, Rio do Ouro e Conceiçao de Surui, per arrivare finalmente in fondo alla Baia di Guanabara.
Le sfide – Partendo dalla zona alta di Petropolis (Alto da Serra) fino a piedi della montagna (Raiz da Serra), circa 1.000 famiglie senza tetto occupano la foresta in modo disordinato. Alberi, fiumi e fonti di acqua sono minacciate. Nella zona rurale, le famiglie producono individualmente, con poca organizzazione, usando concimi e difensivi chimici, e senza informazione. La maggioranza dei lotti sono aree di occupazione regolarizzate dal Governo. Senza prospettive per se stessi e per i propri figli, gli adulti spesso decidono di vendere i lotti ai villeggianti che abitano a Rio de Janeiro. Le sponde dei fiumi sono occupate da famiglie povere che gettano i rifiuti direttamente nell’acqua. Il terreno vicino alla Baia è pantanoso; qui le famiglie vivono della pesca di gamberi e delle colture domestiche. I rifiuti industriali e l’abbandono di sostanze oleose minacciano gli ecosistemi.
Gli obiettivi – Surui 2050 vuole considerare il bacino del fiume Surui e i dintorni come un’unità sociale, economica ed ambientale. Il fiume Surui nasce a Rio do Ouro e scorre placidamente per circa 30 chilometri, ostruito e inquinato, passando dalla cittadina di Surui, fino a sfociare nella Baia di Guanabara. E’ un lavoro di sensibilizzazione, informazione e coscientizzazione che invita le generazioni di questo territorio ad un altro stile di vita, economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente sostenibile.
Gli strumenti – Prima di tutto assistendo e preservando ogni forma di vita, a cominciare dai bambini, dalle donne, dalla terra sfruttata e violata, dalle fonti di acqua e dai fiumi. Asili, centri comunitari, programmi di formazione professionale, attività culturali e pubblicazione di bollettini ad uso delle comunità e delle scuole sono gli strumenti per conseguire questi obiettivi. L’autoproduzione alimentare sarà promossa tramite corsi di nutrizione e salute, orti domestici e agricoltura familiare sostenibile, riscoperta delle erbe medicinali e tramite la ricerca della propria autonomia, aperta e liberatrice. La diplomazia popolare sarà favorita attraverso l’interscambio culturale con persone di tutti i paesi. L’educazione spirituale sarà stimolata attraverso incontri liberi di riflessione e preghiera.
L’orizzonte – Mantenere viva nel cuore delle generazioni presenti e future la memoria e l’amore per la preservazione della comunità vitale del pianeta; e risvegliare i sentimenti di venerazione e lode per l’Anello ultimo che anima e unisce con incessante movimento amoroso tutta la creazione, in un unico destino.
Informativo “Agua Doce” Questa pubblicazione mensile di 8 pagine vuole mettere in evidenza i problemi e le potenzialità (naturali, sociali e economiche) del Bacino del Surui. Vuole anche esporre le riflessioni attuali sulla globalizzazione vista a partire dagli esclusi e le iniziative concrete prese nel mondo per proporre uno sviluppo buono, bello e sostenibile.
Casa della Diplomazia Popolare – Sede di “Agua Doce” – Suruí, Magé È attiva la nostra nuova sede amministrativa, dove si danno corsi di artigianato, di nutrizione e salute per gli abitanti del villaggio di Surui e corsi di educazione e organizzazione per i pescatori di granchi. Ci sono due stanze riservate per gli amici provenienti dall’estero che vogliono fare una esperienza di lavoro in mezzo al popolo e pensare un mondo buono per tutti.
Biblioteca della Scuola Elementare Rurale La piccola scuola, localizzata nel Bacino del fiume Surui, è intestata a Dinorah dos Santos Bastos (1915-1943), una giovane insegnante nata nella regione. Molto religiosa, dedicò la sua breve vita ai bambini poveri della zona rurale. Su sollecitazione della dirigente della scuola, ove studiano circa 180 bambini, figli dei piccoli contadini, stiamo costruendo una biblioteca con uno spazio per il contastorie, per il doposcuola, per una videoteca e accesso internet. La finalità è risvegliare nei bambini la cura per il fiume Surui e per il loro ambiente; riscattare la storia e cultura locale e formare in loro una coscienza planetaria che li faccia sentire membri della famiglia umana.
Il custode del Surui Alla foce del fiume, c’è un’area di mangrovie occupata da famiglie senza tetto. Una piccola spiaggia è frequentata dai poveri della regione che non riescono ad andare alle belle spiagge di Rio. C’è molta spazzatura e rischio di degrado ambientale. Abbiamo proposto all’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente) la costruzione di un piccolo ufficio di orientamento e di distribuzione di materiale informativo. Un educatore popolare ambientale, scelto dalla Comunità, manterrà l’ufficio e farà i lavori di orientamento. Se non avremo una risposta positiva dall’IBAMA, inizieremo noi stessi la costruzione di 50m2, al costo di circa 8.000 euro.
Asilo “Tia Madà” – Engenho Pequeno, São Gonçalo È un edificio di 2 piani, ancora da concludere. Al primo piano funziona un salone comunitario per le riunioni delle mamme, per l’alfabetizzazione di giovani e adulti e per gli eventi locali e una casa degli ospiti per alloggiare i capacitatori che vengono da fuori e gli eventuali visitatori dall’estero, interessati ad una esperienza di lavoro nel campo dell’educazione popolare. Nel secondo piano funziona l’asilo per 40 bambini. La famiglia di Madà gestisce oggi l’asilo ma bisogna espandere il gruppo direttivo per includere altre persone. La comunità partecipa poco e c’è un gran lavoro ancora da fare. Mada’ fa parte di “Artecreche”, un movimento di asili comunitari per ottenere l’appoggio del Comune e per la capacitazione pedagogica. Il grande problema della comunità è la mancanza d’acqua. L’asilo compera tutte le settimane un camion di 10 mila litri per i bagni e per la pulizia. L’acqua da bere e per cucinare è comperata in bottiglioni. Vogliamo organizzare la comunità per rivendicare dal Comune la fornitura pubblica di acqua e la canalizzazione della fognatura.
Centro di Appoggio agli Adolescenti – Belford Roxo, Parque São Bento In questo quartiere, Marlene e altre donne mantengono da 14 anni un asilo per 30 bambini. È una zona molto violenta e disperata. Dopo che escono dall’asilo, i bambini vanno alla scuola elementare pubblica che funziona per metà giornata. C’è un grande gruppo di ragazzini e ragazzine che rimane nelle vie della comunità dopo la scuola. Hanno da 12 a 15 anni. È per loro che abbiamo pensato questo edificio di 100 m2, costruito a lato dell’asilo. Nei prossimi anni pensiamo di sviluppare lì laboratori di educazione sessuale e sanitaria, capoeira, danza, teatro, taglio di capelli afro, taglio e cucito. È un lavoro sperimentale che cerca di allontanare gli adolescenti della droga e della gravidanza precoce.
Centro Consolador Prometido – Caxias, Parada Angélica Questo è un centro che funziona da più di 15 anni, sotto la amministrazione di un gruppo di inspirazione spiritualista (kardecista). Noi li appoggiamo in due programmi di lavoro per gli adolescenti: computazione e calcio, pagando gli istruttori, il materiale e il pranzo.
Asilo “Caminho do Encontro”- Belford Roxo, Shangri-la Torre È un asilo molto informale con una struttura architettonica molto particolare. È ancora in costruzione. Questa è una comunità molto difficile, disorganizzata e bisognosa. È fondamentale mantenere l’edificio sotto la nostra amministrazione per alcuni anni fino che la comunità sia in condizioni di gestirlo. In mezzo all’abbandono quasi totale, sogniamo di sviluppare un bel programma educativo per i bambini lungo tre linee: * educazione planetaria, con un posto nella parte più alta del terreno, ove i bambini possano andare una volta alla settimana per guardare gli amici lontani che vivono al di là dell’orizzonte e che aiutano a raggiungere la dignità comune; * educazione spirituale, con uno spazio nella natura, sotto i bambu, ove i bambini possano sedere una volta al giorno, attaccati uno all’altro per sentire il vento che circola nel pianeta, il silenzio che riempie il fondo dei loro piccoli cuori e il calore del corpo dell’uno e dell’altro che scalda tutto il corpo della terra madre e di tutta l’umanità; * educazione alla sostenibilità, con un grande orto, ove i bambini vanno tutti i giorni a piantare e a curare le verdure e i frutti per imparare che per vivere bisogna avere un buono rapporto con la terra e non necessariamente avere soldi in tasca.
Centro “Casa das Rosas”- Ponte Preta – Magé Questo centro di appoggio per l’infanzia e l’adolescenza fu costruito due anni fa. Per mancanza di organizzazione comunitaria, abbiamo molti problemi. La attuale direzione non è molto affidabile. Noi cerchiamo di portare avanti una buona educazione popolare che non escluda nessuno, ma includa tutti sotto i principi etici di base.
Asilo “Morro da Oficina” – Petrópolis È l’unico intervento che abbiamo nella montagna. Abbiamo deciso di aiutare questa comunità perché da 15 anni lotta per concludere il suo asilo comunitario. Il Comune si rifiuta di aiutarli ufficialmente per ragioni tecniche, ma in realtà si tratta di ragioni politiche. Finito l’asilo, speriamo che la comunità sia sufficientemente organizzata per trovare finanziamenti pubblici per la manutenzione.
Programma “Nonna Angelina”- Baixada Fluminense Nel 2002, Nonna Angelina di Romano Canavese, Torino, ha compiuto 100 anni. Per iniziativa di suo figlio, Giuseppe Laini, durante la festa abbiamo fatto una raccolta per aiutare i vecchi abbandonati nelle comunità povere di Rio. Oggi, Odete, una educatrice popolare, visita le famiglie delle Comunità della Baixada per assistere i vecchi più abbandonati. Alcuni abbisognano di cibo, altri di una parola che rompa la loro solitudine, altri dei documenti personali per la pensione, altri della medicina per la salute, altri dei soldi del biglietto per vedere i figli distanti. Le schede, con il racconto di tante tristezze, resistenze e speranze, rivelano la sofferenza nascosta di gran parte della popolazione povera della Baixada.

Una lettera di Waldemar Boff agli amici, novembre 2003
Sognando un pianeta più dolce e più umano
Cari amici,
La prima cosa che vogliamo dirvi è che Dio non ci ha negato la sua inspirazione e il suo entusiasmo per continuare a lavorare con semplicità, tenendo ferma la convinzione che un altro mondo è possibile. Anche quando non vediamo i risultati, sicuramente il nostro lavoro, insieme con la vostra buona volontà, produrrà frutti al momento giusto. Il progetto che abbiamo chiamato Surui 2050 è quello che cammina più lento: con una prospettiva così lunga, non si può avere fretta. La nostra sede è pronta ed ora stiamo cercando un custode, preferibilmente una famiglia di Suruí. Serginho, il nostro contatto in paese, cura l’orto, ci accompagna nelle nostre camminate per la comunità e ci aiuta nei rapporti con la gente del posto. L’8 novembre scorso abbiamo fatto la riunione annuale di tutti i membri di Água Doce per fare un resoconto del 2003 e per pianificare il 2004. Il prossimo anno speriamo di iniziare il lavoro con i pescatori del fiume e di finire la mediateca “Agenda 21”, all’interno della piccola scuola rurale nel bacino del fiume Suruí. Restiamo aperti anche ad altri programmi di lavoro che sorgessero dalle necessità della comunità.
Attualmente, sono in costruzione 3 asili: – Asilo Morro da Oficina, sulle montagne di Petrópolis: speriamo di concluderlo entro il primo semestre del 2004, per cercare di trasferirlo subito al Comune di Petrópolis, proprio durante la fase elettorale della città; – Asilo Tia Madá in Engenho Pequeno (São Gonçalo, dall”altra parte della Baia di Rio): l”asilo è praticamente pronto, ma non vogliamo finirlo senza conseguire prima una migliore integrazione comunitaria; – Asilo Caminho do Encontro in Belford Roxo (nella Baixada): qui non abbiamo fretta perché la comunità è ancora troppo bisognosa e disorganizzata. Abbiamo finito il Centro per Adolescenti in Parque São Bento (Belford Roxo, Baixada) che attualmente è sotto la direzione di Marlene, coordinatrice dell’asilo. Abbiamo rallentato il ritmo di tutte queste costruzioni. Il tempo ci ha insegnato che bisogna valutare prima l”impatto sociale di questi interventi e che non basta la costruzione fisica, ma è anche necessario che crescano di pari passo la vigilanza, l”informazione e l”organizzazione comunitaria. Per svolgere questo preciso compito sta lavorando da due mesi Sergio, 57 anni, un pensionato nostro amico da anni.
Nel 2004 inoltre assumeremo alcuni programmi di lavoro di un’altra organizzazione locale, che si chiama Seop (Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare); sono progetti che il principale finanziatore del Seop (la Fondazione Novartis) non vuole più finanziare. Daremo quindi l’appoggio necessario agli asili comunitari indipendenti che nel tempo avevamo contribuito a costruire: l’asilo Shangri-Lá, con 70 bambini, e l’asilo Lar de Vasti, con 50 bambini. Poi anche il Centro Comunitario Romano Canavese, in Alto Independência (Petrópolis), sarà assunto da Água Doce con tutti i suoi programmi: doposcuola, salute comunitaria e lavoro con le donne.
Continueremo ad appoggiare le altre iniziative presenti nella Baixada Fluminense: l’asilo della Fundação Beneficiente Jesus de Nazaré (in Caxias) con 60 bambini; l’asilo Semeando (in Belford Roxo) con 40 bambini; l”asilo Pingo de Gente (sempre in Belford Roxo) con 40 bambini ed il centro Consolador Prometido (in Caxias) con 25 adolescenti. Sarebbe impossibile mantenere tutte queste attività senza la solidarietà degli amici dell’estero, tessuta di tante belle cose, visibili o invisibili. Lo ripeto da sempre: è una vergogna che il Brasile, la decima potenza economica del mondo, abbia 40 milioni di affamati. Nel nostro caso, la fame è il frutto bacato dell”ignoranza politica.
Siamo molto felici del programma “Fame Zero” del Governo Lula. È una iniziativa buona, coraggiosa, necessaria che merita tutto il nostro appoggio. Ma finora non è arrivata alle comunità povere in cui lavoriamo. Dopo tanti anni di lavoro in mezzo a sofferenze, delusioni e speranze, accanto al popolo e contro la fame, la malattia, l”ignoranza, la brutalità, la furbizia e l’abbandono, posso dire che, da questa iniziativa ufficiale, non ci si può aspettare più di quello che può effettivamente dare. La disuguaglianza scandalosa presente in Brasile è una violenza storica, un peccato strutturale mantenuto dalle élite nazionali e globali che eleggono democraticamente i capi di Stato. Un Brasile degno e democratico non sarà costruito in 5 o in 50 anni. Nonostante tutto, continuiamo a lavorare, senza odio o violenza, seminando nel buio della fede affinché altri raccolgano nell’allegria.
Speriamo vivamente di essere inseriti, il più presto possibile, nel programma governativo “Fame Zero”, affinché i poveri del Brasile vengano curati con le risorse dello stesso Brasile e con l”appoggio dei nostri amici dell’estero che, come noi, sognano con un pianeta più dolce e più umano. Cari amici, vi abbracciamo con tutto il nostro affetto. Preghiamo l”uno per l”altro, e insieme per il popolo.
Waldemar Boff, fondatore di Agua Doce Serviços Populares – 26 novembre 2003

Una lettera di Maria Regina Maroun, ingegnere ed educatrice popolare dell’associazione Agua Doce – Serviços Populares ottobre 2004.
Per chi arriva di passaggio dalle parti di Surui, tutto sembra calmo, armonico e accogliente. Così come quando la gente prende una barca per attraversare le acque del suo bellissimo fiume. Ma… cosa dire sulla qualità della vita degli esseri umani che vivono li? La cruda realtà di molte vite si nasconde discretamente nella bel paesaggio naturale. Ci sono in Surui sacche di miseria considerate tra le peggiori a livello nazionale… i vecchi passano la fame nelle proprie baracche, i bambini raccattano bottiglie di plastica e lattine per scambiarle con un po’ di fubà (una bevanda tipica di queste zone); oppure perlustrano il mercato del pesce per chiedere degli avanzi da portare a casa.
Molto vicino alla recente strada asfaltata, addentrandoci negli spazi meno attraenti di Surui, si incontrano canali di scarico a cielo aperto, che scorrono tra i piedi dei bambini; numerose baracche, di quelle con una sola stanzetta e senza bagno, che si moltiplicano con velocità incontrollabile per tutta la regione della Baixada Fluminense; estese depressioni del terreno dove si accumula l’acqua piovana, favorendo lo sviluppo di larve e insetti portatori di malattie… Nella parte alta di Surui, alcuni direttori delle scuole ci raccontano di molti bambini che vengono in aula prima di tutto per… mangiare!
Il quadro di Surui si ripete per tutta la regione della Baia di Guanabara. Vogliamo contribuire alla sperimentazione ed alla promozione di un altro ordine, che tenga come orizzonte la garanzia dei diritti sociali di base per tutti, con il minimo consumo di risorse naturali. Desideriamo anche ispirare l’amore delle persone per l’ambiente, in modo che esse possano mantenersi dove stanno e non si perdano nelle promesse illusorie dei grandi centri urbanizzati, sempre più disumani e impraticabili. Si tratta di un processo lento e graduale di rieducazione, da qui l’importanza del nostro lavoro insieme alle scuole della valle del fiume Surui.
Pertanto, ci sembra fondamentale alimentare nelle persone la fede in loro stesse in modo che possa nascere il desiderio di emanciparsi. Chissà quindi che altri fiori possano germinare, qui e là, gradualmente e individualmente, portando bellezza, profumo e allegria per i tanti occhi e i tanti cuori delusi. Utopia? No, è solo un desiderio, una speranza che orienta i nostri sforzi.

Cena di solidarietà 16 giugno per Casa Cor

sabato 16 giugno 2012
alle ore 20,30

presso la Casa della Solidarietà
in via delle Poggiole 225 a Lucciano

cena di solidarietà

a sostegno del progetto di Casa Cor: pagamento di una borsa lavoro per un ragazzo della OFICINA ESCOLA ARTE QUE VEM DA RUA (l’arte che viene dalla strada) a S. Paolo in BRASILE. E’ una scuola-laboratorio in cui i ragazzi costruiscono oggetti (che qui alla Casa potete vedere) con materiale di scarto e riciclato.

menu:

Antipasto: insalata di farro fantasia e crostini misti

Primo: tagliatelle al ragù e lasagne al pesto

Secondo: pollo e arista nel forno a legna con patatine piselli e insalata

Dolci della casa

il contributo è di € 20,00 (adulti); € 10,00 (bambini)

Per la nostra organizzazione è gradita la prenotazione entro giovedi 14 giugno.
Telefonare 0573 750539 ore serali.
Mariella cell. 3332654911.
Patrizia cell. 3392349201.

La grande assente

di Mario Mariotti

Ci avete fatto caso, cari concittadini lettori, che da quando è caduto il muro di Berlino, di “giustizia sociale” non si parla più, nessuno nomina che si è andata globalizzando, l’organizzazione economica della comunità umana secondo il capitalismo, e che c’è stata una conversione planetaria ai dogmi del mercato e della competizione?

Tutti quanti hanno starnazzato di gioia quando l’utopia della fratellanza da incarnarsi in questo mondo si è suicidata; ma forse, in questi ultimi tempi, è possibile apprezzare con una maggior lucidità il risultato di suddetto suicidio. Col capitalismo ci siamo giocati la giustizia sociale; col mercato la fratellanza fra gli uomini, cioè il cristianesimo; con la competitività ci siamo giocato il sindacato. Ecco qualche pezza d’appoggio ai suddetti enunciati, sui quali in troppo pochi riflettono, ma dei quali non certo in troppo pochi pagano le conseguenze.

Quando il mondo era diviso in due, capitalismo e socialismo, in entrambi i sistemi era presente una progettualità politica, un progetto di trasformazione della società. Il socialismo cercava di realizzare la giustizia sociale, di garantire i diritti umani la lavoro, alla salute, all’istruzione a tutti i cittadini; di contenere le differenze ed i privilegi; di assicurare alla totalità dei cittadini per lo meno una povertà dignitosa, che garantisse il fondamentale, cibo, lavoro, salute ed istruzione a tutti quanti.

Per fare questo aveva bisogno di far volare bassi coloro che nascono con molti talenti e che cercano di utilizzarli per se stessi e non per il bene comune. Per questo aveva imposto un tipo di libertà che anteponeva quella dal bisogno alle successive libertà democratiche.

Anche il capitalismo aveva le sue progettualità: la prima era quella di sfottere il socialismo, prima che i poveri si accorgessero del suo valore, e che esso diventasse contagioso a livello globale. Poi ululava sistematicamente contro la limitazione delle libertà democratiche esistente nel progetto antagonista; e usava tutti gli strumenti di informazione che aveva nelle proprie mani per convincere il prossimo che esse erano prioritarie rispetto a quella del bisogno, garantita solo dal necessario a tutti, come se cibo, lavoro e salute venissero dopo la libertà di pensiero, parola e di stampa.

Poi, essendo il potere corruttore del denaro un cancro incontenibile, il capitalismo aveva comprato ed usato anche il cristianesimo, per dimostrare che la verità era dalla propria parte, e che il comunismo ateo materialista era una bestemmia contro Dio ed una minaccia per tutta l’umanità.

La sua progettualità, (del capitalismo), però era provvisoria, strumentale ai suddetti scopi. Riuscito a vincere nello scontro, fallita l’utopia della fratellanza per lo stesso motivo per cui il cristianesimo sta fallendo da diciassette secoli, (l’egoismo e la religione fanno parte della naturalità umana, mentre l’amore e la pratica della condivisione sono una conquista faticosa e sudata, cui pochi riescono a convertirsi), ecco che esso il capitalismo ha smesso di fingere e si è rivelato quale è lui stesso.

La vittoria di mammona è stata chiamata trionfo delle ideologie, (prima menzogna); poi si è usato il termine globalizzazione senza mai precisare cosa si andava globalizzando, cioè il capitalismo vincitore sul socialismo, (e questa la seconda macroimpuffata). Risultato? Il “beati gli indefinitamente ricchi” come unico progetto; il denaro come il vero dio-motore della società e di ogni attività umana; la speculazione finanziaria, l’economia virtuale, il massimo profitto strumentalizzando tutto e tutti quali imperativi etici da difendere e diffondere; il successo economico, e la ricchezza, quali criteri per il giudizio sulle persone, e per la selezione dei cittadini fra la razza ariana dei ricchi, dei vincitori, degli intelligenti, dei fortunati, e quella dei poveri, dei perdenti, degli sfortunati, dei diversamente abili, dei semplici degli incapaci.

A questo punto, defunta ogni progettualità per la trasformazione storica della realtà sia in rapporto alla giustizia fra gli uomini, e sia in rapporto al rispetto della natura e alla salvaguardia del creato, anche la politica si è dematerializzata e trasformata in immagine ed in gossip. Il leader si deve presentare bene, essere fotogenico e simpatico, se per caso è anche onesto lo si deve mettere in gabbia e far girare nel circo come una bestia rara; se scatena una guerra d’aggressione, ma va a messa la domenica con la famiglia, è uno che merita il voto; se occupa il posto che occupa attraverso i miliardi di dollari che la lobby di interessi che la sostiene ha investito su di lui, questo è il massimo della democrazia; se fra la sua condizione esistenziale e quella del cittadino-elettore, casomai nero e disoccupato, esiste una distanza siderale, ivi è perfetta letizia, perché il successo è un dono di Dio riservato a coloro che lo temono, anche se poi gli stessi, invece di temerlo Lo usano per riverire sua santità mammona….

È ora di passare agli altri due enunciati: col mercato ci siamo giocati la fratellanza, con la competitività il sindacato. Anche a questo proposito ci sarebbero tante cose da dire, tante sulle quali riflettere, tante da approfondire e precisare. Mi limiterò a pochi enunciati sistemici, perché il cancro era ed è il capitalismo, e le sue due emanazioni, mercato e competizione, ne condividono la malignità, la violenza ed il potere corruttore. Essendo il mercato la legge del più forte che detta le condizioni, e del più debole che deve accattarle; non essendo mai, il mercato, libero, perché, per essere libero, le due controparti dovrebbero, essere alla pari, nelle stesse condizioni economiche e culturali, il che è rarissimo; essendo sempre il ricco a fare il prezzo ed il povero a subirlo, addio alla fratellanza, addio alla compassione per le condizioni del più svantaggiato, addio al rispetto delle esigenze proprie della condizione umana!

Cibo, salute, istruzione hanno il loro prezzo, e se uno non ha danaro, a lui rimangono le libertà democratiche di pensiero, di parola e di stampa, assieme alla fame, alla malattia, all’ignoranza che espone ad ogni tipo di strumentalizzazione. E allora? A allora fratellanza impossibile, fratellanza negata e, di conseguenza, il fallimento del cristianesimo come sale della terra per costruire il Regno!

E perché, infine, la competitività ha soffocato e fatto morire la sostanza del sindacato, uno dei due strumenti non-violenti, assieme al voto, in mano ai poveri per riuscire ad ottenere dai ricchi e dai potenti il rispetto del diritto-dovere umano fondamentale del posto di lavoro? La risposta è semplicissima: nella competizione strutturalmente, c’è chi vince e c’è chi perde, e la occupazione degli uni provoca la disoccupazione degli altri; e il sindacato finisce di essere lo strumento di difesa di tutti, e diventa la corporazione che difende i più competitivi.

Quindi requiem per il sindacato, unito al requiem per il voto, perché il potere, attraverso l’informazione pilotata da lui stesso, rincoglionisce il prossimo e se lo lavora in modo che esso vota proprio per colui che lo sta fottendo.

Sto dando i numeri e parlando di archeologia culturale e politica? Forse è vero. Ma noi continuiamo a lasciare a piede libero il capitalismo, specie quello finanziario; le banche, il FMI, la BCE: nel nostro futuro c’è la dieta di Gandhi in un ecosistema trasformato in una discarica a cielo aperto.

Poco colesterolo e un po’ di diossina… e tanti auguri soprattutto a quelli che pontificano che il marxismo non serve più, che è roba di altri tempi…

Mario Mariotti

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