Salviamo la vita a Mehmet Salih Bakrak

Appello per un prigioniero politico kurdo in Turchia, gravemente malato e non curato

Originalmente pubblicato ne “La Bottega del Barbieri”, 2 Aprile 2020

Mi chiamo Nazire Bakrak, sono una donna Kurda e mi sono trasferita in Italia nel 2006, per permettere a mio figlio talassemico di poter ricevere cure mediche migliori, visto che la Turchia non offre cure adeguate. Durante questi anni i miei parenti rimasti là hanno sempre avuto ripercussioni sociali per via della nostra etnia, quella Kurda.
Mio fratello Mehmet Salih è un giovane ragazzo che da sempre ha avuto a cuore la nostra causa, partecipando attivamente alla vita del partito HDP (Partito degli Attivisti Kurdi). Un giorno durante l’ennesima manifestazione pacifica organizzata dal Partito, lui e altri ragazzi vengono arrestati dalla Polizia Turca. Avendo solo 17 anni venne portato nel Carcere Minorile di Adana Pozanti, dove rimarrà per circa 1 anno; durante questo arco di tempo verrà a conoscenze di un fatto scandaloso: gli addetti alla sicurezza del carcere, con la copertura dei responsabili ai piani alti, conducevano i ragazzi in zone segrete per sottoporli a violenze sessuali e fisiche.

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L’agroindustria e le epidemie

intervista a Rob Wallace (Le domande sono state poste da Yaak Pabst)

Quanto è pericoloso il nuovo coronavirus?

Rob Wallace: Dipende da dove ci si trova nella tempistica della propria epidemia locale di Covid-19: all’inizio, al picco, tardi? Quanto è buona la reazione della sanità pubblica della propria regione? A quale segmento demografico si appartiene? Quanti anni si hanno? Si è immunologicamente compromessi? E per considerare una possibilità non diagnosticabile: la propria immunogenetica, la genetica alla base della propria reazione immunitaria, è in linea con il virus o no?

Dunque, tutto questo clamore riguardo al virus è solo una tattica per spaventare?

No, certamente no. A livello di popolazione il Covid-19 segnava tra il 2% e il 4% di tasso di mortalità dei casi (CFR) all’inizio dell’epidemia a Wuhan. Fuori da Wuhan il CFR risulta scendere intorno all’un per cento, o anche meno, ma risulta anche avere dei picchi qua è là, compresi luoghi come l’Italia e gli Stati Uniti. La sua percentuale non pare alta in confronto, diciamo, con la SARS al 10%, l’influenza del 1918 tra il 5 e il 20%, l’”influenza aviaria” H5N1 al 60% o, in certi punti, l’Ebola al 90%. Ma certamente supera il CFR dell’influenza stagionale: 0,1%. Il pericolo non è tuttavia solo una questione di tasso di mortalità. Dobbiamo vedercela quello che è chiamato tasso di penetrazione o attacco comunitario: quanta della popolazione globale è infettata dall’epidemia.

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Per conto – di Erri De Luca

Mio cugino Mario mi trasmette ricordi ricevuti da nostra nonna Emma sull’epidemia detta Spagnola. Tra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo, che allora ne contava due miliardi circa. I conteggi allora non erano puntuali né ossessivi.
Fu una influenza virale, colpì giovani e adulti con esiti polmonari.
Fu chiamata Spagnola perché per prima ne accusò contagio la stampa dell’unico paese non sottoposto a censura militare, poiché neutrale.
Le condizioni di una guerra di trincea favorirono il virus, trattato da comune influenza. I paesi in guerra proibirono l’informazione per non demoralizzare il fronte interno, e non ci fu prevenzione.
Il bisnonno napoletano Luigi Starita impose invece la più stretta reclusione alla sua famiglia, che restò segregata per mesi. La sua autorità escludeva obiezioni. Con quella misura lui, la moglie e i figli uscirono illesi. Per grazia ricevuta offrì un diamante alla Madonna di Pompei, dono tuttora esposto.
Era ricco, notizia giunta fino a noi in forma di aneddoto e di leggenda, depurata di ogni sostanza. Figlie e figli di Luigi Starita dilapidarono alacremente il patrimonio, tra le due guerre.

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Lettera a Nicoletta – di Erri De Luca

Lettera indirizzata a Nicoletta Dosio, insegnante di Latino e Greco, in pensione, condannata a un anno di prigione per la lotta contro il tunnel della Val di Susa, da tre mesi reclusa a Torino.

Cara Nicoletta, in questi giorni rileggo. Ho di nuovo sulle ginocchia le lettere di Rosa Luxembourg dalla prigione di Berlino. In una di queste, indirizzata a Mathilde Jacob il 7 febbraio 1917, Rosa le racconta del verso della cinciallegra tss vì, tss vì, che lei sa imitare al punto che la cinciallegra si avvicina alle sbarre.
Rosa scrive: ”Malgrado la neve, il freddo e la solitudine, noi crediamo, la cinciallegra e io, alla venuta della primavera”.
Eccoci ai giorni che dichiarano scaduto l’inverno. Tu sei reclusa e per misteriosa solidarietà si è chiuso in casa un popolo intero. Girano poche ruote, il nord emigra al sud, i balconi abbandonati si riempiono di famiglie affacciate. Non si sente parlare neanche un economista, tutto il potere e tutta la parola ai medici.
Io sto sul mio campo e vedo il progresso delle gemme sugli alberi. Mi piace che in italiano la parola Gemma valga anche come pietra preziosa. Così la primavera è una gioielleria a cielo aperto per tutti i suoi ammiratori.
Qui le persone si usano la cortesia di evitarsi. Da voi nelle celle non c’è neanche lo spazio per girarsi. Ai malati di polmonite manca l’aria che voi dovete respirare in molte. Le prigioni strapiene sono diventate per sovraccarico di pena, dei laboratori del soffocamento.
Ma la tua vallata, per la quale ti sei battuta e per la quale sei in prigione, continua a produrre e a soffiare ossigeno politico, quello che sorge all’interno di una comunità che serra i suoi ranghi, convoca le assemblee, riempie le strade e da diritto di cittadino a chi è trattato da suddito di un feudatario. La vostra valle, occupata come provincia ribelle, continua a fare ostacolo allo stupro del suo territorio. La tua calma inflessibile e intransigente è quella della tua comunità. Si manifesta quando un popolo si sveglia.
Sono fiero di potermi rivolgere a te con il pronome tu, fiero di essere dei vostri.
Ti aspetto qui e ti prometto che all’uscita troverai la stessa unione, la stessa primavera.
Ti abbraccio forte, Erri

Coronavirus: pensieri, proposte e indicibili verità


Originariamente pubblicato ne La Bottega del Barbieri, 21 Marzo 2020
testi di Alessandro Ghebreigziabiher, Benigno Moi, Salvatore Palidda, Giuliano Spagnul con l’appello per la sanatoria dei migranti, il diario del cugino di Dizzy e un racconto di Raffaele Mantegazza

PER LA SANATORIA DEI MIGRANTI IRREGOLARI ai tempi del covid-19

Gli effetti positivi sarebbero molteplici

Ai tempi del Coronavirus, lo sguardo e l’attenzione della politica e dei media sulla situazione in Italia si focalizzano sugli effetti sanitari, sociali ed economici della diffusione del virus, lasciando in stand by tutto ciò che costituisce mera ordinaria amministrazione.
In qualche modo è inevitabile: lo stato di emergenza porta con sé una serie di ricadute, sulle quali si stanno esprimendo con diversi approcci e punti di vista tanto opinionisti mainstream, quanto settori di movimento, interrogandosi su temi che vanno dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e delle sperimentazioni bio-tecnologiche sulla diffusione dei virus, agli effetti dei processi di dismissione della sanità pubblica in favore dell’imprenditoria privata, alle tutele necessarie per assicurare reddito ai lavoratori, in specie precari, colpiti dalla sospensione o comunque dalla contrazione dell’attività e ancora al modello di società autoritaria che si sperimenta con l’adozione di misure che non solo limitano la socialità, ma comprimono diritti fondamentali quali quelli di riunione, di circolazione, di sciopero.

In questo scenario è scomparsa dal dibattito pubblico, semmai ci fosse entrata, la discussione, pur ancora allo stato embrionale, sulla possibilità per il governo di emanare un provvedimento di sanatoria dei migranti che soggiornano irregolarmente nel nostro Paese, tema oggetto dell’ordine del giorno votato il 23 dicembre 2019 dalla Camera dei Deputati in sede di approvazione della legge di bilancio [1] e ribadito dalla ministra dell’interno Lamorgese il successivo 15 gennaio 2020 [2]. Il tema, però, non può essere accantonato e rimandato a tempi migliori; anzi, diventa ancor più rilevante e urgente nella contingenza che ci troviamo ad attraversare.

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Lettera di Pasqua 2020 – Rete di Quarrata

Carissima, carissimo,
tutti siamo ormai immersi in ciò che sta cambiando nella nostra vita con il Coronavirus. Da un momento all’altro cambia il modo di vedere le cose e il modo di vivere. Sono stato abituato a pensare che il tempo era una cosa che si misurava: in ore, minuti, secondi. Quindi, come tutti e tanti, lo rincorrevo, sfruttavo, massimizzavo. Ho imparato ad organizzarlo e a dividerlo fossi chissà quale dio. Ma è così, non è vero? Abbiamo sviluppato una specie di rapporto-padrone schiavo con il tempo. Vogliamo ingabbiarlo controllarlo come se fosse un semplice bene di consumo.
Questa vicenda ci richiama alla fragilità costitutiva di ogni sistema vivente, di ogni essere vivente, e quindi di ogni essere umano. Dal riconoscimento della nostra fragilità costitutiva discende il primo valore morale e civile: il dovere della comune solidarietà, il compito di prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. Riconoscere il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà. Con il Coronavirus il tempo non appare più solo divisione, misura, o susseguirsi di momenti o eventi. Il tempo si arricchisce lentamente di colori, di suoni e di sapori, ne sono esempio le varie creatività manifestate in ogni angolo d’Italia in questo momento di smarrimento. In questi momenti si comincia a intuire e a capire che il presente è qualcosa di sconvolgente, che il presente ha tutto in sé, che non esiste un momento che sia fuori di adesso. Un tempo sentito dentro le viscere é tutt’altra cosa di quello imprigionato nelle nostre menti e nei nostri orologi. Il primo invita al profondo, alla contemplazione, al silenzio, a ritrovare noi stessi, il secondo crea angoscia e frenesia.

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20 marzo, ore 11: “Italia chiamò”

Che bello! Canterete tutti insieme «Fratelli d’Italia» (se c’è anche una versione «sorelle» non la conosco).

Da grandi terrazze e minuscoli balconi, da finestre invisibili e gigantesche vetrate si leverà un solo coro. Il padrone che sfrutta gli operai (italiani ma anche stranieri) intonerà «s’è desta». Subito dopo «dell’elmo di Scipio» si “cingeranno” la testa i senza casa e quelli che vivono in baracche umide (o peggio): tutti felici perchè il costruttore Caltagirone ha appena annunciato “donazioni”.

Molti italiani «son pronti alla morte» perchè lavorano senza protezioni, ben prima del corona virus.

Si sa che la «gloria è schiava di Roma» (ma anche di Milano e Verona, capiamoci) e perciò vi stringerete nel canto: guerrafondai e chi a loro si oppone, chi ha soldi per una quarantena dorata e chi non sa più come tirare avanti, tutti uniti.

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A una porta di casa – di Erri De Luca

L’installatore della porta nuova per contratto doveva portarsi via la vecchia. L’ho vista in terra spalancata a vuoto, pronta per essere caricata e gettata su un mucchio di rifiuti. Ci ho ripensato.
La tengo per legna da camino, ho detto e l’ho rialzata. Meglio bruciata in cucina a pochi passi da dove è servita a separare il campo dalla casa, il fuori e il dentro.
L’ho fatta a pezzi con la motosega. Il taglio profumava di pino stagionato. Gli incastri dei suoi montanti erano ancora saldi, un lavoro ben fatto di quarant’anni fa.
La sua carcassa in queste sere arde a forte fiamma.
L’ho aperta e chiusa centomila volte. L’ho presa a calci per entrare quand’ero senza chiave.

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Bolivia: noi donne indigene abbiamo sentito il golpe nel corpo – di Alessandro Peregalli (*)

In dialogo con Adriana Guzmán e Diana Vargas, femministe aymara attive in uno spazio politico chiamato Femminismo Comunitario Antipatriarcale, che in questi anni ha partecipato, seppur con una visione critica dei governi di Morales, al cosiddetto proceso de cambio. L’autore le ha incontrate a El Alto, nella zona metropolitana di La Paz.

In Bolivia nell’ottobre e novembre scorsi si è consumato un colpo di Stato?

Il golpe è stato progettato fin dal 2016, quando ci fu il referendum sulla possibilità di rielezione per Evo Morales. Dopo la vittoria referendaria del No, e contro il ridicolo tentativo di Evo di presentarsi lo stesso, l’opposizione organizzò la campagna Bolivia dijo No, “la Bolivia ha detto no”. Da allora l’opposizione è andata dicendo che ci sarebbero stati brogli elettorali.

Quel referendum in realtà Evo lo perse per via di uno scandalo su un suo presunto figlio non riconosciuto. Come femministe, anche se capivamo che lo scandalo era strumentalizzato dall’opposizione e dagli Stati Uniti, abbiamo comunque considerato che Evo dovesse farsi da parte. Oltretutto, eravamo di principio contro la ri-candidatura, perché non crediamo nei processi caudillisti. Però il MAS decise di candidare Evo lo stesso.

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ÁGUA DOCE – Appello Urgente

La situazione brasiliana sta sempre più emarginando i poveri, facendoli diventare scarti non contabilizzati.
Chiediamo, per chi può un contributo a sostegno di questo progetto coordinato dai fratelli Leonardo e Waldemar BOFF insieme ad una quindicina di operatori. Sarà nostra cura tenere aggiornato il suo sviluppo.

Raccolta delle acque piovane per bere e irrigare

Água Doce – Serviços Populares è nata nel 2001 come un complemento di una altra entità, il Servizio de Educazione e Organizzazione Popolare – SEOP, fondata nel 1989 dal teologo Leonardo Boff e suo fratello Waldemar.

Lungo questi 17 anni sono stati costruiti 15 asili comunitari e centri sociali, per assistere i bambini e le donne delle comunità più povere del Grande Rio (circa 4 milioni de persone). Tutti gli interventi portano i valori dell’ambiente e della civilizzazione in mezzo alla violenza e alla barbarie.

Lungo il tempo, la comunità si organizza intorno all’asilo e le famiglie crescono in coscienza dei loro diritti, non solo come persone, ma anche come cittadini. Dove sono stati costruiti i centri sociali, spesso poi arrivano i servizi pubblici (luce, trasporto, fognatura etc.).

I partner coinvolti sono le comunità ecclesiali di base, le associazioni degli abitanti, quando ci sono, le altre ONGs, quando attuano nella zona e i diversi dipartimenti del Comune.

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