Dossier sugli attentati di Parigi – a cura del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Siamo scioccati dal massacro di Parigi.
Ancora una volta colpire la popolazione civile è un gesto disumano e vigliacco.
Vediamo accadere in Europa quello che da anni accade in Afghanistan, in Iraq, in Siria: le nostre scelte di guerra ci stanno presentando il conto di anni di violenza e di distruzione.
Diritti, democrazia e libertà sono l’unico modo di spezzare il cerchio della violenza e del terrore.
L’alternativa è la barbarie che abbiamo davanti e alla quale non possiamo arrenderci.
EMERGENCY

I semi dell’odio
13 novembre. No ad un «patriot act» europeo
Mentre scriviamo le vittime sono 128, purtroppo destinate a crescere visto l’alto numero, oltre 350, di feriti alcuni gravi. È una strage immane nel cuore culturale e politico d’Europa. Parigi, segnata dall’attesa di un sabato che doveva essere spensierato, vive giorni di terrore, insicurezza e paura. Che dilagano nelle capitali europee. Già scrivono del grave smacco, dopo l’eccidio di Charlie Hebdo, del governo francese. Il fatto davvero doloroso è che bersaglio della guerra asimmetrica del terrorismo jihadista è, ancora una volta, la vita dei civili.

Ma non abbiamo ancora finito di contare i morti che già si alzano, forti quanto irresponsabili, le grida di chi chiama ad una nuova, «necessaria» guerra di vendetta per rispondere a chi colpisce la capitale morale d’Europa. Il vero grido di allerta positivo l’ha però reclamato Barack Obama che, in solidarietà con la Francia ferita, ha dichiarato: «Liberté, egalité, fraternité». La sigla vera della civiltà europea. Ma non sempre il mondo ha conosciuto la Francia e l’Europa come espressione questi valori. È invece accaduto più spesso il contrario, con l’esportazione di guerra, interessi economici e di dominio.
A Parigi i jihadisti dell’Isis che ha rivendicato, hanno ucciso metodicamente, ricaricando le armi automatiche contro ostaggi inermi, oltre che con l’esplosione dei kamikaze. Sempre al grido di «Allah è grande».
Con questo dichiarando la matrice religiosa integralista, contro obiettivi «laici» del divertimento di massa, come un concerto e uno stadio; e insieme disprezzando milioni di persone che aderiscono all’islam come religione di pace.
Quel che faceva presagire un nuovo attacco eclatante non era solo la litania di attentati e minacce avvenuti in quasi tutta Europa, ma proprio la continuazione della guerra occidentale con un nuovo protagonismo neo-coloniale proprio della Francia, in Siria ma prima ancora in Mali, Niger e Ciad. Una guerra che ha distrutto Stati decisivi per la stabilità dell’area mediorientale, come Iraq, Libia e Siria. Per la quale l’ex premier britannico Tony Blair ha nei giorni scorsi chiesto «scusa», riconoscendo che se la devastazione occidentale dell’Iraq non ci fosse stata, l’Isis probabilmente nemmeno esisterebbe.
Esiste invece e si abbevera come sanguisuga alle macerie delle nostre guerre o dimenticanze. Come per la crisi palestinese abbandonata alla strategia d’Israele che detta l’agenda mediorientale a tutta l’Europa, a cominciare dall’Italia.
Che fare allora? Le decisioni di Hollande con la dichiarazione dello stato d’emergenza, la chiusura delle frontiere, la consegna di proclamare il coprifuoco in aree a rischio, la proibizione di manifestazioni introducono di fatto uno stato di polizia e dei Servizi segreti — il cui protagonismo non ha mai fermato il terrorimo — proprio quando bisognerebbe confermare lo stato di diritto, purtroppo compromesso ampiamente in Unione europea dai diktat sulla crisi economica. Invece solo la democrazia difende davvero la democrazia mobilitando le sue forme e la sua rappresentanza popolare. L’America di Bush rispose con il patriot act all’attacco alle Twin Towers, abolendo l’habeas corpuse avviando la costruzione del campo di concentramento di Guantanamo, con tante carceri segrete illegali della Cia (sparse in tutta Europa).
È a dir poco controproducente e favorisce l’obiettivo terrorista di aizzare la repressione indiscriminata e la limitazione delle libertà per tutti, controbattere ora al terrorismo islamico con un «Patriot act europeo»; il rischio è corrispondere alla ventata di xenofobia che, dopo il dramma dei rifugiati che attraversano in fuga il Vecchio continente, divamperà ancora più forte. Marine Le Pen ha sospeso i comizi del Front National «per rispetto» delle vittime: tanto la campagna elettorale per la destra estrema (in Francia, in Italia e in tutta Europa) la fa lo Stato islamico.
Se «siamo in guerra», come rispondere allora? Soprattutto dobbiamo fermare le guerre che sono seminagione d’odio.
Una nuova guerra contrassegnata dalla sola iniziativa occidentale, alimenterebbe quel che è accaduto dopo le guerre a seguito dell’11 settebre 2001. Da allora infatti l’Afghanistan resta in guerra dopo 14 anni di intervento Usa ed è nata una nuova generazione di jihadisti integralisti dalle ceneri di tre stati (Iraq, Libia e Siria) che l’intraprendenza americana e francese ha distrutto alimentando nuovi conflitti sanguinosi, tra sunniti e sciiti e con i kurdi. Brodo di coltura dell’Isis coccolato e finanziato dall’Arabia saudita, grande alleato strategico dell’Occidente in chiave anti-Iran. Quando appare evidente che l’iniziativa jihadista ha nel mirino anche l’Iran che tratta con gli Usa, vince la partita sul nucleare, combatte l’Isis in Siria e avvia un nuovo asse con Mosca.
E finalmente dobbiamo assumere la figura del rifugiato come interlocutore privilegiato, non solo umanitario ma politico, il primo passo di una nuova alleanza con il Medio Oriente. Sono i profughi i testimoni dei fallimenti delle nostre guerre e insieme della ferocia jihadista, fuggono disperati da entrambe. Sono i protagonisti politici della nostra epoca. Nel recupero delle loro vite c’è il futuro possibile dell’Europa «in guerra».
(Tommaso Di Francesco – 15/11/2015)

I figli perduti della colonizzazione
Intervista. Parla Dominique Vidal, esperto del Medioriente e giornalista a Le Monde Diplomatique. Tagliare l’erba sotto i piedi del terrorismo con i principii della République
Parigi ha subito, per la prima volta, un attacco suicida. Come siamo arrivati a questo? Holande parla di nemici dell’estero aiutati da complicità interne. Come si è costruito questo legame? Si tratta di un legame tra crisi sociale in Francia e crisi internazionale in Medio Oriente? Rivolgiamo queste domande a Dominique Vidal, giornalista e storico, che ha lavorato a lungo a Le Monde Diplomatique, specialista del Medioriente (di recente ha curato Palestine: le jeu des puissants, Sinbad Actes Sud).
«Il massacro del 13 novembre non ha precedenti nella nostra storia contemporanea. Tre elementi caratterizzano questa escalation. Prima di tutto, il bilancio umano degli attentati, che non è mai stato così elevato: 128 morti, senza contare i feriti che sono in pericolo di vita. In seguito, il fatto che i bersagli non siano stati scelti, come nel caso della redazione di Charlie Hebdo o i clienti dell’HyperCasher della porte de Vincennes, ma presi a caso; e la presenza tra i terroristi di sette kamikaze, che si sono fatti esplodere in mezzo alle loro vittime. Tutto ciò mostra che l’operazione è orchestrata dall’Organizzazione dello Stato islamico, che l’ha del resto rivendicata. Ma, come nel gennaio 2015, Daech ha senza dubbio potuto contare sulla complicità di giovani islamisti».
La Francia è in guerra, gli interventi in Africa, in Iraq e adesso in Siria stanno tracimando da noi?
È evidentemente la principale chiave di analisi di questo fenomeno. Per decenni, le guerre fatte dall’Occidente nel terzo mondo non hanno avuto effetti diretti al nord. Quest’epoca è finita: le operazioni realizzate dai nostri paesi, o quelle a cui prendono parte, «tracimano» come dice lei, da noi. Il giornalista Nicolas Hénin, che è stato per vari mesi ostaggio in Siria, questa notte ha inviato questo interessante tweet: «ciò che succede non è né nuovo né raro. La sola rarità è che succede sotto le nostre finestre e non in un paese lontano».
Le reazioni sono: continueremo la guerra, vinceremo. Questo attacco renderà ancora più determinato l’intervento?
Questo è assurdo. Visto che queste «nuove guerre» sono già il prodotto di «vecchie guerre». La base di Daech in Iraq sono i sunniti. Questi in effetti hanno perso tutto in seguito all’intervento degli Stati Uniti a partire dal 2003. Non solo l’occupante ha dissolto il partito Baas e l’esercito, ma ha anche portato al potere una coalizione sciita settaria, che ha messo la mano su tutte le istituzioni, escludendo le altre comunità.
Anche in Siria i sunniti sono esclusi dal potere, ma qui questo succede da decenni: gli alauiti, anche se ultra-minoritari, monopolizzano lo stato. E il regime ha opposto alla rivoluzione pacifica del 2011 una repressione sanguinosa, che ha spinto una parte dei ribelli nelle braccia di Daech. L’esercito di Bachar Al-Assad combatte del resto molto di più gli oppositori moderati che gli jihadisti. Come del resto hanno fatto i russi, dopo l’inizio del loro intervento. Potremmo dire la stessa cosa dello Yemen, della Libia, e evidentemente della Palestina.
In Medioriente le alleanze cambieranno? Assad accusa l’Occidente e la Francia di aver favorito il terrorismo.
Secondo me, ciò che è soprattutto cambiato è l’accordo del 14 luglio sul nucleare iraniano, che permette di reintrodurre Teheran nel gioco regionale e internazionale. Lo prova l’invito a partecipare ai nuovi negoziati sulla Siria. Invece di aggiungere guerra alla guerra, diventa – forse – possibile cercare una soluzione pacifica. Contro Daech, cosa è più efficace, le coalizioni militari oppure delle riforme politiche che permettano di integrare nel governo, a Damasco come a Bagdad, l’insieme delle comunità rappresentative?
Possiamo temere una deriva di divisione della società francese, ancora più forte di quello che succede adesso? Il «musulmano» diventerà sempre più sospetto e, come reazione, si favorirà la radicalizzazione islamista?
Ecco in effetti il circolo vizioso nel quale affonda la nostra società. L’islamofobia crescente alimenta la radicalizzazione islamista e questa radicalizzazione alimenta l’islamofobia. Ma la dimensione religiosa del problema non deve farci perdere di vista lo sfondo sociale. Certo, una parte considerevole dei «figli della colonizzazione» ha trovato, con difficoltà, la via dell’integrazione. Ma le nostre banlieue concentrano ancora centinaia e centinaia di migliaia di giovani ghettizzati, discriminati, umiliati, che possono essere sensibili al discorso jihadista.
Quale sarebbe una risposta intelligente?
La destra – dal Front national a Manuel Valls, passando per i Repubblicani di Sarkozy – ha una sola posizione: la fermezza. Ma questa non basta. Bisognerebbe soprattutto che la Repubblica, conformemente ai propri principi, accordi gli stessi diritti a tutti i suoi figli. Rinnovare le banlieues, collegarle al resto, mettere fine alle ineguaglianze, ecco il miglior modo per tagliare l’erba sotto i piedi al terrorismo.
(Anna Maria Merlo 15/11/2105)

Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare
[Carta di Laura Canali] 14/11/2015
Dopo il lutto e la condanna della barbarie per gli attentati del 13 novembre, ricordiamoci che il vero protagonista del conflitto che stiamo vivendo non è l’Occidente ma il mondo islamico. Le nostre priorità: rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria.
di Mario Giro

Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei.
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Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare.
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È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione.
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Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio.
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Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.
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Si tratta di una guerra intra-islamica senza quartiere, che si svolge su terreni diversi e in cui sorgono ogni giorno nuovi e sempre più terribili mostri: dal Gia algerino degli anni Novanta alla Jihad islamica egiziana, fino ad al-Qaida e Daesh (Stato Islamico, Is). Igor Man li chiamava “la peste del nostro secolo”.
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In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
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L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco. Si tratta di una sorta di “guerra dei Trent’anni islamica”, in cui siamo coinvolti a causa della nostra (antica) presenza in quelle aree e dei nostri stessi interessi. L’ideologia di Daesh è sempre stata chiara su questo punto: creare uno Stato laddove gli Stati precedenti sono stati creati dagli stranieri quindi sono “impuri”.
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L’Is sta combattendo un conflitto per il potere legittimandosi con l’arma della “vera religione”. Concorre ad affermarsi presso la Umma musulmana (la “casa dell’islam”, che include le comunità musulmane all’estero) quale unico vero e legittimo rappresentante dell’Islam contemporaneo. Questo nel linguaggio islamico si chiama fitna: una scissione, uno scisma nel mondo islamico. Per capirci: una guerra politica nella religione, che manipola i segni della religione, così come i nazisti usavano segni pagani mescolati a finzioni cristiane. Infatti l’Is, come al-Qaida, uccide soprattutto musulmani e attacca chiunque si intromette in tale conflitto.
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Per chi ha la memoria corta: al-Qaida chiedeva la cacciata delle basi Usa dall’Arabia Saudita e puntava a prendersi quello Stato (o alternativamente il Sudan e poi l’Afghanistan in combutta coi talebani). Daesh pretende di più: conquistare “cuori e menti” della Umma; esigere la fine di ogni coinvolgimento occidentale e russo in Siria e Iraq; creare un nuovo Stato laddove esisteva l’antico califfato: la Mesopotamia.
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Geopoliticamente c’è una novità: al-Qaida si muoveva in una situazione in cui gli Stati erano ancora relativamente forti; l’Is approfitta della loro fragilità nel mondo liquido, in cui saltano le frontiere. In sintesi: non esiste lo scontro tra civiltà ma c’è uno scontro dentro una civiltà, in corso da molto tempo. Per utilizzare un linguaggio da web: oggi nella Umma il potere è contendibile.
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A partire da tale fatto incontestabile, due questioni si impongono all’Occidente e alla Russia.
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La prima è esterna e riguarda la presenza (politica, economica e militare) in Medio Oriente: se e come starci. La seconda è interna: come difendere le nostre democrazie, basate sulla convivenza tra diversi, allorquando i musulmani qui residenti sono coinvolti in tale brutale contesa? Come preservare la nostra civiltà dai turbamenti violenti della civiltà vicina? Se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono. Potremmo anzi concedere allo Stato Islamico la resa del “nostro” modello di convivenza, per entrare nel “loro” clima di guerra.
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Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. Serve più intelligence e una maggiore opera di contrasto coordinata tra polizie, soprattutto nell’ambito delle collettività immigrate di origine arabo-islamiche, che rappresentano un’importante posta in gioco del terrorismo islamico. Da notare anche che tali attentati si moltiplicano proprio mentre lo Stato Islamico perde terreno in Siria. Contemporaneamente occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh.
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Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico.
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In secondo luogo, dobbiamo darci una politica comune sulla guerra di Siria, vero crogiuolo dove si formano i terroristi. Imporre la tregua e il negoziato è una priorità strategica. Solo la fine di quel conflitto potrà aiutarci. Aggiungere guerra a guerra produce solo effetti devastanti, come pensa papa Francesco sulla Siria. Finora abbiamo commesso molti errori: l’Occidente si è diviso, alcuni governi si sono schierati, altri hanno silenziosamente fornito armi, altri ancora hanno avuto atteggiamenti ondivaghi, non si è parlato con una sola voce agli Stati vicini a Siria e Iraq eccetera.
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L’Italia ha dichiarato da oltre due anni che Iran (ricordate ciò che disse Emma Bonino prima di Ginevra II?) e Russia (ricordate le accuse a Federica Mogherini di essere filorussa?) andavano coinvolti nella soluzione. Matteo Renzi l’ha più volte ripetuto, facendone una politica. In parlamento se n’è dibattuto. Non siamo stati ascoltati, almeno finora. Tuttavia (finalmente!) le riunioni di Vienna con Russia e Iran possono far ben sperare: oggi tutti ci danno ragione. Meglio tardi che mai: il governo italiano è totalmente impegnato nella riuscita di un reale accordo.
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Nel nostro paese ci sono stati anche paralleli sforzi di pace e dialogo: dalle riunioni di Sant’Egidio con l’opposizione siriana non violenta, all’appello per Aleppo di Andrea Riccardi, all’ascolto dei leader cristiani di quell’area. La fine della guerra in Siria (e nell’immediato il suo contenimento) è il vero modo per togliere acqua al pesce terrorista. Senza zone fuori controllo ove prosperare, il jihadismo perderebbe la maschera.
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In terzo luogo, dobbiamo occuparci con urgenza del resto del quadro geopolitico mediterraneo: la Libia, che è per noi prioritaria (e in cui almeno si è frenato il conflitto armato mediante l’embargo delle armi); lo Yemen; la stabilizzazione dell’Iraq; le fragilità di Libano, Egitto e Tunisia…
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Anche se tali crisi sono in parte legate, vanno assolutamente tenute distinte. L’Is vorrebbe invece saldarle in un unico enorme conflitto (la sua propaganda è chiara), allo scopo di mostrarsi più potente di quello che è. In tale impegno occorrono alleanze forti con gli Stati islamici cosiddetti moderati: un modo per trattenere anche loro dal cadere (o essere trascinati) nella trappola del jihadismo che li vuole portare sul proprio terreno. Ogni conflitto mediorientale e mediterraneo ha una propria via di composizione e occorre fare lo sforzo di compiere tale lavoro simultaneamente. In altre parole: restare in Medio Oriente comporta un impegno politico a vasto raggio e continuo.
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È prioritario entrare dentro la spirale dei foreign fighters per prosciugarne le fonti. Ho recentemente scritto un libro su tale fenomeno. Qui aggiungo solo che non sarei sorpreso che tra gli attentatori di Parigi ci fossero vecchie conoscenze della polizia francese. Esistono antiche filiere degli anni Novanta, mai del tutto distrutte, che si riattivano in appoggio a chi pare egemone sul campo. Qualcuno può essere un combattente straniero di ritorno: il problema è capire la genesi del fenomeno. Ma non ce ne sarebbe nemmeno tanto bisogno: attentati di questo tipo possono essere compiuti da chiunque.
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Si è parlato di lupi solitari; qui siamo in presenza di un branco. Un ristorante, una trattoria, uno stadio, una sala di concerti non rappresentano reali obiettivi sensibili, segno che non occorre particolare addestramento. Sorprende piuttosto che dispongano di armi da guerra, non così facili da reperire in Francia. In Italia sappiamo che le mafie ne sono provviste ma anche molto gelose. Combattere il fenomeno foreign fighters corrisponde a coinvolgere le comunità islamiche e non spingerle verso l’uscita.
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Tutto ciò va fatto contemporaneamente. Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.
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Per tale motivo la propaganda dell’Is (come quella di al-Qaeda prima) tira continuamente in ballo l’Occidente: in realtà sta parlando alla Umma islamica per farla reagire. Intraprendere tutto ciò non è facile ma necessario.
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Contenere e spegnere la guerra di Siria è il solo modo per prosciugare il lago terrorista. Sarà operazione lunga e complessa, ci saranno altri attentati, ma è una strada vincente alla lunga. Certo si tratta di far dialogare nemici acerrimi, di dare un posto a tavola a gente che non ci piace (Assad e i suoi) o a formazioni ribelli ambigue, ma è l’unico modo.
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Andare in Siria in ordine sparso è al contrario la via per compiacere Daesh e i suoi strateghi: un Occidente e una Russia divisi su tutto favoriscono chi sta creando uno “Stato” alternativo. Si tratta di una vecchia lezione della storia.
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L’operazione militare europea diretta, boots on the ground, è dunque necessaria? Non sembra, e comunque non ora: sarebbe andare allo sbaraglio. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è che ribelli siriani e milizie di Assad – assieme ai rispettivi alleati – capiscano che il nemico comune esiste, si siedano e parlino. Lo Stato Islamico furbescamente si presenta alla Umma come “diverso”: non alleato con nessuno, patriottico, anti-neocolonialista, no-global, non inquinato da interessi stranieri e puramente islamico, duro ma nazionale (nel senso che patria e nazione hanno per l’islam politico). In questo modo mette a repentaglio la sopravvivenza e gli interessi di tutti: dell’Occidente, della Russia, di Assad, dei ribelli, dei curdi e delle altre minoranze. Gli unici ad averlo apparentemente capito sono i curdi: c’è un solo nemico comune, sorto nel vuoto di potere. Il negoziato parte da questa consapevolezza e per questo deve coinvolgere anche russi e iraniani.
L’obiettivo minimo è una tregua immediata; quello massimo un patto per il futuro della Siria. Solo a queste condizioni si potrà mettere in piedi un’operazione internazionale di terra, che miri a stabilizzare il paese e a mettere l’Is spalle al muro. Solo così si potrà svelare cos’è veramente l’Is: una cricca di ex militari iracheni e fanatici jihadisti che vengono dal passato e che hanno approfittato delle nostre divisioni.
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Il vuoto della politica, si sa, genera mostri. A meno – sarebbe l’altra soluzione – di non lasciare tutto e ritirarsi. Andarcene totalmente dal Medio Oriente, rinunciare tutti a ogni interesse e presenza, abbandonare i mediorientali al loro dramma. Qualcuno lo pensa, qualcuno lo dice.
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Se ce ne andassimo dal Medio Oriente, gli attentati in Europa smetterebbero subito, probabilmente. D’altro canto le vittime in quella regione sarebbero ancora maggiori.
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Lasceremmo il lago jihadista diventare un mare. E questa non è un’opzione.

ISIS: le foto del sen. Mc Cain, Obama, i Neocon e altri retroscena
di maria grazia bruzzone – La Stampa 28/08/2014
Si legge un po’ di tutto sui finanziatori dell’ISIS, ma sempre “all’insaputa dei governi”, come ha affermato persino la signora Merkel ( qui lastampa.it). Eppure tante analisi convergono nel rimproverare al presidente Obama di essere oggi riluttante a un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria, così come lo fu negli ultimi mesi nell’inviare armi ai cosiddetti “ribelli moderati” e laici, così come gli chiedevano i “falchi”- il suo ex segretario di stato Hillary Clinton e il senatore repubblicano John McCain in testa. Mc Cain del quale circolano (ancora una volta) sul web fotografie sorprendenti, e compromettenti.
E se Obama fosse semplicemente restio ad appoggiare l’avventurista linea dei Neocon, che tanti danni già fece ai tempi di G.W. Bush, se resistesse a farsi coinvolgere nelle loro più o meno celate iniziative? In fondo da senatore nel 2003 Obama votò contro la guerra in Irak, al contrario di Hillary, e in campagna elettorale promise di chiudere con quel conflitto; i suoi primi discorsi erano tutti volti a un’opera di pacificazione tanto da valergli un anticipato Nobel per la Pace; non da ultimo, stando ai sondaggi gli americani sono sempre più ostili anche solo ad immischiarsi in fatti esterni, si tratti di Ucraina o Medio Oriente.
Che diverse linee si confrontino nell’establishment americano, in quel che alcuni chiamano lo “Stato profondo, non solo sul Medio Oriente, sembra dimostrarlo l’articolo di Foreign Affairs su Usa/Ucraina e Russia che Underblog ha sintetizzato nel suo ultimo post.
LE FOTO Di Mc CAIN. Segnalate anonimamente su twitter, circolano sul web, riprese anche da siti “alternativi” italiani ( qui e qui e qui ) foto che ritraggono il senatore insieme a giovani arabi, a quanto sembra. E fin qui. Il fatto è che in una foto si vedrebbe sullo sfondo Mohammad Nour, portavoce di Jahabat- al-Nusra, il gruppo Qaedista poi in gran parte assorbito dall’ISIS; in un’altra, in cui il senatore americano è ritratto in una folta riunione, il secondo giovane a sinistra, con gli occhiali, sarebbe Salem Idris, capo del Free Syrian Army – i cosiddetti “ribelli moderati”. Ma il primo a sinistra, il più visibile, a cui Mc Cain sembra rivolgersi, sarebbe addirittura Ibrahim al-Badri, poi noto col nome di battaglia al-Bhagdadi. Il capo del sanguinario ISIS, insomma, il famigerato autoproclamato Califfo. Sul quale pende del resto una taglia da $10 milioni da parte dell’anti-terrorismo americano e presente nella lista nera dell’ONU (altre foto, del ricercato). Come è possibile?
PRECEDENTI. Il sito di Mc Cain già a luglio si è preoccupato di segnalare che il senatore è stato fatto bersaglio dai terroristi che lo considerano “nemico” e “crociato”.
E però dell’anziano ma sempre attivissimo senatore rep sono già circolate altre foto del genere ( qui e qui, e qui Underblog) che lo ritraevano insieme al leader di Svoboda Oleh Tyahnybok e al futuro primo ministro Arsenij Yatsenyiuk in un evento in Ucraina nel dicembre 2013, ben prima della “rivolta” che di lì a qualche settimana avrebbe travolto il presidente Yanukovich. All’evento era presente anche l’assistente alla Segreteria di Stato per Europa ed Eurasia Victoria Nuland (per inciso, moglie di Robert Kagan, giornalista, saggista e consulente della Difesa vicino ai Neocon), la stessa che in quei giorni aveva dichiarato che gli Usa avevano speso $5 miliardi per “aiutare” l’Ucraina e di cui poi vennero intercettate telefonate indiscrete con l’ambasciatore americano in Ucraina (Nuland imponeva Yats, e “F…ck the EU”).
A cercar bene di foto del senatore se ne troverebbero molte altre, legate a varie “insurrezioni” o colpi di stato più o meno riusciti, in Venezuela, Haiti, Kenia, per non dire alle “rivoluzioni colorate” e primavere arabe di cui il senatore si è occupato, come risulta anche a Wikipedia. Del resto Mc Cain è dal 1993 presidente dell’IRI – International Repubblican Institute, specie di ramo repubblicano della NED – agenzia intergovernativa, ufficialmente una Ong, creata da Ronald Reagan per estendere le attività della CIA – in collegamento coi servizi di Gran Bretagna, Canada, Australia – e “diffondere la democrazia” nel mondo ( qui elenco finanziamenti della NED in Ucraina nel solo 2012)

Mc CAIN RINGRAZIA QATAR, SUDITI E BANDAR. “Grazie a Dio per i Sauditi, e il principe Bandar”, ha detto il senatore alla CNN nel Gennaio 2014. “… e per i nostri amici del Qatar” ha aggiunto durante una conferenza a Monaco, un mese dopo (Feb 2014). Così esordiva lo scorso giugno un interessante post sul sito di the Atlantic, storica rivista politico-letteraria.
Il principe è, allora capo dei potenti servizi segreti dell’Arabia Saudita, già ambasciatore negli Stati Uniti (e molto amico dei Neocon e del clan Bush tanto da essere stato soprannominato “Bandar Bush ” dai blog alternativi ai tempi dell’ex presidente Usa, ndr). “Mc Cain, insieme al senatore Lindsey Graham, entrambi repubblicani, aveva incontrato il principe per incoraggiare i Sauditi ad armare le forze ribelli”, scrive the Atlantic. Ma poco dopo (Feb/Marzo 2014) il re dell’Arabia Abdullah ha tolto a Bandar l’incarico delle operazioni coperte. E due settimane dopo l’incontro del 28 marzo fra il presidente Obama il re Abdullah, Bandar è stato anche sollevato dall’incarico di capo dell’intelligence (pur restando a dirigere il National Security Council).
“Si parla molto del Free Syrian Army, l’opposizione armata ‘moderata’ (anche the Atlantic usa le virgolette) ma le fazioni che mietono più successi sono Jabhat-al-Nusra e ISIS. Un successo dovuto al sostegno ricevuto da Qatar e Arabia Saudita”. Il Qatar si è occupato di al-Nusra , dice a un funzionario qatarino. Ma “ l’ISIS è stato un progetto Saudita” , dichiara un altro funzionario. ‘L’ISIS può essere stato in larga parte opera della strategia coperta di Bandar in Siria’, si dice. Conclusione: Mc Cain avrà avuto anche uno scopo ammirevole, liberarsi di un brutale dittatore (Assad) ma affidandosi a Bandar ne è uscito un mostro e non ne valeva la pena.
Enfatizzato il ruolo di Qatar e Sauditi in collegamento coi Neocon l’articolo – scritto nei giorni in cui l’ormai autoproclamato Califfato avanza in Irak – mostra l’amministrazione Obama su un’altra linea, preoccupata dell’effetto boomerang del sostegno dato a quei due gruppi. Al punto che a febbraio 2014 Susan Rice, consigliere per la Sicurezza Nazionale, aveva incontrato i capi intelligence di Turchia, Qatar, Giordania e altri raccomandando di non aiutare più quei gruppi ma i “moderati” del FSA, come hanno poi fatto anche i vertici di Pentagono e Difesa, d’accordo con Obama. A preoccuparsi sarebbero gli stessi sauditi – aggiunge la rivista – “ sebbene non si possa escludere che sotto sotto gli aiuti di Qatar e Arabia Saudita continuino”.
“I ‘MODERATI’ IN SIRIA NON C’ERANO GIA’ PIU’ NEL MAGGIO 2013”. Lo afferma Emma Bonino, che come ministro degli Esteri italiano del governo Letta, in una riunione delle diplomazie si batté affinché non venissero fornite armi ai “ribelli” siriani che ne avevano fatto richiesta (chissà se quella posizione ha pesato sulla sua non conferma agli Esteri da parte di Renzi). Analoga richiesta era stata avanzata nel 2012. Obama si era opposto, e oggi Hillary Clinton glielo rimprovera nel suo recente libro.
“ La presa di posizione della Clinton si riferisce al dibattito del 2012 in cui lei, con alcuni altri, spingeva per armare la parte – tra virgolette – moderata e Obama sostanzialmente si oppose” – dichiara intervistata dalla Stampa.
“ Non ho dettagli sul 2011-2012. Ma quello che so per certo è che nel maggio-giugno 2013, all’epoca fra l’altro in cui in Siria vengono allo scoperto i tagliagole (l’ISIS ndr) era ormai chiarissimo, evidente e noto, che i cosiddetti moderati e laici tra i ribelli siriani erano stati tutti epurati. Anche il Free Syrian Army era infiltrato da al-Nusra e dall’ISIS. E dunque proprio non era il caso di fornire loro armi ”. Non è andata proprio così.
“IL CONGRESSO USA APPROVA SEGRETAMENTE L’INVIO ARMI AI RIBELLI SIRIANI ‘MODERATI’”. Così un take dell’agenzia Reuters, 27 gennaio 2014, e nel titolo ancora una volta ci sono le virgolette. Reuters cita funzionari Americani ed Europei, dice che le armi “leggere”(compresi razzi anti-tank ma esclusi i missili antiaerei a spalla) saranno inviate a milizie “non islamiste”, via Giordania. E precisa che l’invio di armi è stato approvato in una seduta “a porte chiuse” – vale a dire in segreto – alla fine dell’anno fiscale 2013.
Stranamente la notizia Reuters non è stato ripresa dai media, annota un blog.
Era stata sempre la Reuters il 1°agosto 2012 a scrivere che Obama autorizzava un supporto segreto ai ribelli Siriani, cioè aiuto da parte CIA e altre intelligence, ma NON invio di armi letali, “anche se alleati li mandano”. Riferiva delle critiche di Mc Cain e Graham a Obama. E aggiungeva che gli Usa collaborano con un centro di comando operato da Turchia e alleati. Riferimento a un take precedente, secondo il quale Turchia con Arabia Saudita e Qatar hanno installato una base operativa al confine con la Siria. ‘Centro nervoso’ sarebbe la città di Adana, vicina al centro di Incirlik dove c’è una base aerea Usa.
TRA ISTAMBUL, ANKARA (E WASHINGTON). “Secondo un insider dell’ex primo ministro libanese Saad Hariri gli Stati Uniti dirigono le operazioni dell’ISIS dall’ambasciata di Ankara. Il piano di imbrogliare l’Irak e accendere una guerra regionale in Medio Oriente è stato architettato dall’Atlantic Council”, è la sintesi brutale e alquanto sommaria che un post di Infowars fa di un articolato, intrigante colloquio con una fonte vicina al libanese/saudita Hariri (forse lui stesso) postato da un blog che Underblog non conosceva ma appare indipendente e assai informato.

(nsnbc.me, fondato nel 2011 e diretto da uno psicologo-traumatologo tedesco,Christof Lehmann, che è stato amico e consigliere di Arafat e di Nelson Mandela, per reagire alla disinformazione su Libia e Siria, racconta lui stesso in un altro suo blog, 4thmedia.org. Hariri invero, nato a Ryad, lo ricordavamo amico degli occidentali. Però è vicino ai Sauditi, e secondo Wiki è appena tornato in Libano dopo due anni passati tra Francia e Arabia Saudita).
La fonte vicina ad Hariri sostiene che “il tocco finale al piano di balcanizzazione della regione che prevede (piano della Rand Corporation per un Greater Middle East che risalirebbe al 1996) è stato dato all’ Energy Summit dell’Atlantic Council fondato da George Soros tenuto a Istambul nel novembre 2013”, scrive ancora Inforwars. Il 20 e il 21, esattamente, aggiungiamo.
“ Guardiamo a questo periodo come a un punto di svolta, come nel 1918 e nel 1945. La Turchia è in ogni caso un paese centrale, in quanto creatore di stabilità regionale. Tuttavia Usa e Turchia possono lavorare molto all’unisono, ed è così che saranno efficaci”, ha dichiarato il presidente del Council Frederick Kempe in occasione del summit.
Tra i partecipanti il presidente della Turchia Abdullah Gul, il ministro delle Risorse Naturali del governatorato Curdo e il ministro Usa dell’Energia Ernst Monitz, l’ex Segretario di Stato Usa Madeleine Albright e Brent Scowcroft, membri del Council, l’ambasciatore americano ad Ankara Ricciardone . Tema dell’incontro, gli Sviluppi Regionali, compresi gli Sviluppi nel Nord Irak (da altro post nbnbc del 2013, che riprendeva un giornale turco, e parlava del piano di balcanizzazione che prevederebbe la creazione di uno stato Curdo, con territori presi a Siria, Irak e Iran).
UN IPOTETICO RETROSCENA. L’insider di Hariri dà una sua lettura dei fatti. Turchia, Arabia, Qatar e Kuwait avrebbero lavorato con gli Stati Uniti per rovesciare il regime alauita di Bashar al Assad in Siria. Ma il governo iracheno avrebbe poi frustrato gli sforzi dei mercenari in Siria, cominciando a intercettare e bloccare i rifornimenti di armi dal confine Saudita.
“Se Bagdad fosse stato più collaborativa sui campi petroliferi siriani di Deir-Ez-Zor all’inizio del 2013 e sull’autonomia del Nord [il governatorato Curdo che aspira all’indipendenza] non si sarebbero rivolti contro al-Maliki”, racconta la fonte. Vale a dire contro l’Irak via ISIS, par di capire. Un’offensiva che alla fine ha favorito i Curdi, che si sono presi Kirkuk col suo giacimento da 10 miliardi di barili (vedi già Underblog qui).
“ Era previsto che l’ISIS in Siria prendesse il controllo della zona di Deir-Ez-Zor in agosto 2013, ma il voto del parlamento inglese contrario ai bombardamenti aerei americani sulla Siria hanno fatto sì che l’esercito di Assad avesse la meglio e riprendesse il controllo del campo petrolifero di al Thayem”.
“ La situazione era un disastro, a giugno tutti erano pronti a come dividersi il petrolio, 27 ministri degli Esteri Europei su 28 avevano tolto il veto all’importazione di petrolio dai territori della Siria in mano all’opposizione , ai primi di novembre al-Maliki e Barzani (il leader dei Curdi irakeni ndr ) sono stati invitati a Washington. Il summit di Istanbul avrebbe dovuto prendere atto di un fatto compiuto.
“ Certi circoli a Washington facevano un sacco di pressioni su Obama, perché facesse fuori al-Maliki, il tempo passava e Obama esitava. Barzani stava perdendo la presa al Nord.
“ Chi premeva su Obama? “Non so esattamente chi. Più importante è da dove provenisse il messaggio, dagli Scowcroft, Nuland e il clan Kagan, Stavridis, Petraeus, Ricciardone e i Neocon all’Atlantic Council. Gli facevano sapere che sarebbero andati avanti, con o senza di lui”.
Alla domanda diretta su chi abbia dato la luce verde finale alla campagna dell’ISIS la fonte glissa, indicando quegli stessi ambienti e incontri, presente lo stesso Hariri (mah!).
E comunque, “ da quanto ne so nulla si muove senza l’ambasciatore Ricciardone” risponde, quando gli si chiede se è vero quel che si dice, che a comandare le brigate dell’ISIS sarebbe il principe saudita della famiglia reale Abdul Rachman al-Faisal, fratello del ministro degli Esteri (che le avrebbe anche rifornite di armi ucraine nuove di zecca). La fonte conferma, ma l’ambasciatore conterebbe di più.
Gran carriera, quella di Francis J. Ricciardone, ambasciatore Usa ad Ankara nominato su input della Clinton, cinque lingue fra cui l’italiano: da settembre guiderà il Rafik Hariri Center for the Middle East dell’Atlantic Council, intestato al padre di Saad, primo ministro libanese assassinato nel 2005. Lasciando l’ambasciata, a quanto pare, probabilmente per limiti di età.
Fondato nel 1961 da George Soros per rafforzare la NATO, l’Atlantic Council è un think-tank basato a Washington assai influente, e potente, associato ad altri “pensatoi” di rilievo come American Enterprise Institute, Rand Corporation – conservatori – Aspen Institute, CFR, Carnegie Endowment. Il suo sito è ricco di news, comunicati stampa e analisi, naturalmente anche dell’ISIS. Fra i suoi membri figurano grandi corporations e megabanche.
Pressioni pesanti, anche per un presidente degli Stati Uniti d’America.
Da dove è venuto fuori #ISIS /Daesh? Dubbi sospetti e evidenze.
maria grazia bruzzone – La Stampa – 01/10/2015
“L’ISIS non è venuto fuori dal nulla. Hanno un mucchio di denaro che viene da qualche parte. Hanno ricevuto enormi forniture di armi che vengono da qualche parte. Sono – non totalmente ma in parte – una creazione degli interventi dell’Occidente nella regione”. Jeremy Corbyn, non era ancora il nuovo segretario ‘comunista’ dei Laburisti britannici, lo aveva affermato senza esitazione.
“Quel che vorrei fare è cercare di isolarli economicamente….e riconoscere che la gran quantità di armi che abbiamo venduto in particolare all’Arabia Saudita finisce da qualche parte e viene utilizzata. Bombardare la Siria Occidentale oggi creerebbe ancora più disordine. Non è affatto chiaro quali alleanze si farebbero e la situazione peggiorerebbe. Mi sono opposto ai bombardamenti sulla Siria nel 2013 e continuerei a farlo”.
Corbyn è soltanto l’ultimo ad ammettere che Daesh – come anche il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni preferisce chiamare l’ISIS/ISIL/IS, Stato Islamico per “un gesto di controinformazione rispetto a chi si attribuisce il ruolo di Stato islamico e si autoproclama califfo” – non è nato dal nulla ( il penultimo, anzi, dopo di lui lo ha detto Putin all’ONU). Dalla sua apparizione sulla scena mediatica nel giugno 2014 sono tante le testimonianze dirette e gli articoli che smentiscono la narrativa comunemente accettata che lo ha presentato come un gruppo di estremisti islamici fanatici assetati di sangue decisi a dar vita a uno Stato Islamico dove vige un’improbabile Sharia, un Califfato destinato ad espandersi e a minacciare da vicino l’Occidente .
Una narrazione puntata più a denunciare l’estremismo religioso (islamista salafita e anti-Cristiano) del gruppo e a propagandarne la ferocia e pericolosità che a scavarne le origini e individuarne appoggi e finanziamenti, ammettendo tutt’al più il ruolo di qualche isolato sceicco arabo o qatarino – comunque sunnita, in omaggio al rinnovato, eterno conflitto fra Sunniti e Sciiti, altro tema ricorrente nella versione mediatica.
“Una tattica quella del divide et impera che aveva ben funzionato in Iraq” osserva un post di 4h Media che nel tracciarne la storia torna indietro al 2006.

ORIGINI. “Nel 2006 – scrive – l’amministrazione Bush incoraggiata da Israele pianifica di invadere la Siria e di distruggere Hezbollah in Libano… L’invasione non ebbe luogo perché alcune persone intelligenti a Washington chiesero chi avrebbero messo a governare la Siria. L’unica alternativa ad Assad a quel tempo era la Fratellanza Musulmana. Washington non voleva aver nulla a che fare con dei politici Musulmani così l’invasione venne differita. Ma poi i Sauditi crearono un’alternativa alla Fratellanza : un miscuglio di fanatici Jihadisti sotto una dozzina di sigle differenti, [che sarebbero diventati] il cosiddetto Stato islamico o ISIS. Vennero scatenati contro il regime di Assad, che era stato un alleato americano, e intanto condotti ad agire contro i Talebani dell’Afghanistan. Questi Jihadisti vennero armati, diretti e addestrati direttamente da Usa, Gran Bretagna e Francia in Libano e Giordania e finanziati da Arabia Saudita e Stati del Golfo” .
Una versione molto assertiva e priva di riferimenti, quella data dal blog assai alternativo.
Nel 2007 però era uscito sul New Yorker un articolo di Seymour Hersh, il premiato giornalista investigativo che ha rivelato molti retroscena scomodi. Intitolato The Redirection, l’articolo verrà in seguito citato da molti blog e siti ma costerà a Hersh la collaborazione con la prestigiosa rivista.
“Hersh rivela un piano dell’amministrazione Bush per organizzare, armare, addestrare un esercito regionale di terroristi, molti dei quali con legami diretti con al-Qaeda, con lo scopo di destabilizzare e sovvertire sia Siria che Iran. Il piano consisteva nell’appoggio di Usa e Israele, alimentato in modo coperto attraverso i ‘proxies’ Sauditi per celare il ruolo di Washington e Tel Aviv, nel costruire un fronte estremista settario” (sintesi da qui).
“Tutto ciò come parte di una svolta nell’amministrazione Bush delle politiche in Medio Oriente con lo scopo di mobilitare i regimi Sunniti amici contro gli Sciiti Iran, Hezbollah, Hamas, più il governo siriano – e lanciare operazioni segrete per minarli, farli retrocedere e distruggerli” ( vedi qui).
“Bush avrebbe usato i cosiddetti stati Sunniti moderati, non solo i Sauditi, per ‘contenere’ gli avanzamenti degli Sciiti in Iraq dopo il 2003 [il rovesciamento di Saddam Hussein ottenuto grazie al sostegno degli Sciiti]” – questo terzo riferimento a Hersh lo fa il professor Tim Anderson in un post assai cauto sin dal titolo: ‘Le insidiose relazioni fra Washington e Isis: le evidenze’ ( Global Research 3/9 , oltre 14.000 condivisioni su Fb).
Anderson parte infatti dalla controversia se gruppi estremi del tipo di al-Qaeda – specialmente al-Nusra e ISIS – siano sorti come una reazione organica agli interventi degli Stati Uniti o se siano stati invece ‘creati’ da Washington (e alleati). E dal ‘mito’ dei ‘ribelli siriani moderati’ che dovrebbero sia rovesciare il governo Siriano sia sconfiggere i ‘ribelli estremisti’.
IL CALIFFO. “Certamente – afferma – i principali leader di ISIS erano detenuti in prigioni americane. Ibrahim al-Badri (aka Abu Bakr al-Baghdadi) si dice sia stato tenuto per uno-due anni nel campo di Bucca, in Iraq. Nel 2006, quando al-Baghdadi è stato rilasciato, l’amministrazione Bush annunciò il suo piano per un Nuovo Medio Oriente, un piano che avrebbe impiegato una violenza settaria come parte di un processo di ‘distruzione creativa’ nella regione”.
[E’ il piano per un Nuovo Grande Medio Oriente susseguitosi negli anni in varie versioni dagli Ne parlava già nel 2006 un post – citato da Anderson in nota – di Mahdi D. Nazemroaya, Underblog qui ne ha sintetizzato la storia qui].
“Sebbene sia stato detto che il Califfo di ISIS sia un agente addestrato da CIA o Mossad – aggiunge il cauto Anderson – questa affermazione non è stata ben suffragata”. Documentati quanto meno da fotografie sono invece i rapporti col senatore neocon John McCain con un altro leader già di al-Qaeda, poi in Libia alla testa delle milizie che hanno rovesciato Gheddafi, Abdelhakim Belhadj che varie fonti hanno accreditato come ‘arruolatore’ per ISIS in Libia ( qui Underblog sparava la notizia, e qui l’altro post in cui Belhadj smentiva).
L’ARCHITETTO DELL’ISIS, QUASI UN SERVIZIO SEGRETO. ‘Distaccato, educato, blandente, estremamente attento, controllato, disonesto, imperscrutabile, malvagio. I ribelli nel nord della Siria, mesi dopo ricordano tante sfaccettature dell’uomo. Ma sono d’accordo su una cosa: ‘Non abbiamo mai saputo esattamente chi ci stava davanti. Nemmeno quelli che a gennaio [2015] nella cittadina di Tal Rifaat hanno ucciso quell’uomo alto sulla cinquantina sapevano chi fosse. Non erano consapevoli di aver ucciso il capo strategico di quel gruppo che si fa chiamare ISIS’.
Comincia così un’interessantissima, poco pubblicizzata inchiesta pubblicata lo scorso aprile da Der Spiegel. E non si riferisce a al-Baghdadi, ancora vivo e vegeto sebbene a un certo momento era sembrato ferito gravemente.
“Il vero nome dell’uomo era Samir Abd Muhammad al-Khlifawi, ma neppure il suo pseudonimo Haji Bakrera molto conosciuto, il che faceva parte del piano. Dell’ex colonnello dei servizi segreti della Difesa aerea di Saddam Hussein aveva tenuto segretamente le fila dell’ISIS per anni si favoleggiava ma poco se ne sapeva. Finché dopo la sua morte dei documenti rinvenuti nella sua casa sui quali il settimanale tedesco è riuscito a mettere le mani, rivelano qualcosa di sorprendente.
Organigrammi, elenchi e programmi descrivono minuziosamente come soggiogare gradualmente e brutalmente un paese ed il suo popolo. Le trentuno pagine dei documenti mostrano una composizione governativa multistrato, con l’utilizzo di tecniche sperimentali o già rodate durante il regime di Saddam per tenere a bada la popolazione. Durissime e sanguinarie.
“ Non un manifesto di fede, ma un piano tecnicamente elaborato per un ‘Islamic Intelligence State’ un califfato gestito da un’organizzazione che somigliava alla famigerata Stasi, l’agenzia di intelligence interna della Germania dell’Est. Questo progetto è stato realizzato con una precisione sorprendente”,commenta un post del blog italiano Difesaonline, l’unico rilanciare l’inchiesta per esteso.
Haji Bakr si era trasferito in Siria nel 2012, quando di ISIS nessuno parlava. Il suo piano era conquistare quanto più territorio possibile in Siria, futura testa di ponte per l’invasione dell’Iraq.
Questo almeno credeva – aggiungiamo – o gli avevano fatto credere. Altro che gruppo di tagliagole religiosi fanatici. Non stupisce che i media abbiano ignorato l’inchiesta, di cui c’è qualche riscobtro anche qui.
LO SCARSO SOSTEGNO DA PARTE DELLA POPOLAZIONE. Non stupisce nemmeno, allora, che la popolazione fra cui ISIS avanzava gli offrisse ben poco sostegno. Lo rilevava con uno stupore un po’ ambiguo un post di middleeasteye.net ponendosi il problema della “sua rapida espansione geopolitica a dispetto della mancanza di entusiasmo per la sua causa da parte della gente comune… Mentre al-Qaeda durante le sue fasi più violente aveva ottenuto il sostegno di molta gente, IS non è affatto popolare. Lo stesso sostegno qua e là da parte dei jihadisti salafiti è in diminuzione.”
Pubblicato a febbraio 2015, dunque prima dello Spiegel, in uno dei momenti mediaticamente caldi sull’aggressività di ISIS, che andava minacciando persino l’Italia, il post contraddiceva la narrazione dominante sul Califfato che si espande ‘a macchia d’olio’ senza resistenze.

FINANZIATORI.
“ Il generale americano Martin Dempsey, capo dell’esercito, in un’audizione del settembre 2014 ha detto ‘conosco i maggiori alleati Arabi che finanziano [Isis}- Il senatore Lindsey Graham [Rep, neocon] del Comitato Armed Services, ha risposto con una giustificazione: ‘Li finanziano perché il Free Syrian Army non potrebbe combattere [il presidente siriano ]Assad; stavano cercando di battere Assad’ “ , riferisce il prof Anderson.
“Il mese successivo il Vicepresidente americano Joe Bidenha fatto un ulteriore passo, spiegando che Turchia, Qatar, UAE e Arabia Saudita ‘ erano così determinati a buttar giù Assad da aver versato centinaia di milioni di dollari a chiunque volesse combattere contro il presidente siriano… compreso al-Nusra e al-Qaeda e gli estremisti jihadisti venuti da altre parti del mondo… e poi questo ‘attrezzo’ chiamato ISIL. Le ammissioni di Biden – ragiona Anderson – sembrano voler esentare gli Stati Uniti da queste operazioni di sostegno, come se Washington fosse ignaro di quel che facevano i suoi alleati”. Una cosa a suo parere non credibile, dal momento che ”i rapporti degli Usa coi Sauditi, forza settaria e divisiva nella regione nei confronti del nazionalismo arabo, risale agli anni ’50 quando Churchill presentò il re Saudita ad Eisenhower – che voleva contrastare Nasser in Egitto”.
Altre testimonianze.
“I nostri amici e alleati hanno finanziato ISIS per distruggere Hezbollah”, ammette candidamente il generale Welsey Clark in un’intervista a CNN (febbraio 2015) rilanciata via Youtube da molti blog più o meno alternativi, compreso zerohedge, spesso sostituendo sbrigativamente ‘hanno creato’ ad ‘hanno finanziato’ (funded) anzi: “E’ cominciato attraverso finanziamenti da nostri amici e alleati” sono le esatte parole di Clark, già comandante delle forze alleate in Kosovo, e poi capo supremo della Nato in Europa dal ’97 al 2000. “E’ come un Frankestein”, conclude.
Lo scorso maggio Nafeez Ahmed, giornalista investigativo premio Pulitzer già collaboratore del Guardian (non più dopo questo articolo) pubblica sul sito indipendente da lui fondato Insurge Intelligence un Rapporto segreto della DIA datato agosto 2012“ottenuto – come lui stesso racconta – dalla società giuridica di interesse pubblico, la conservatrice Judicial Law, che mostra come i governi occidentali si fossero deliberatamente alleati con al-Qaeda e altri gruppi islamisti per destituire il dittatore siriano Bashar al-Assad”. Non solo.
“Il documento rivela che in coordinamento con gli Stati del Golfo e la Turchia, l’Occidente ha intenzionalmente sponsorizzato gruppi Islamisti violenti per destabilizzare Assad e che questi ‘poteri di supporto’ desideravano che emergesse in Siria uno ‘ Stato Islamico’ per isolare il regime Siriano”, sebbene anticipare ciò avrebbe potuto condurre all’emergere dello Stato Islamico in Iraq e Siria, vale a dire di ISIS”.
“La DIA (il Pentagono in sostanza) attesta come l’Emirato Islamico sia funzionale alla strategia degli Stati Uniti – scrive a sua volta Voltairenet ( qui) citandone un brano: ’Se la situazione si sviluppa sarà possibile stabilire un principato di salafisti, riconosciuto o no, nell’Est della Siria (Hassaké e Deir ez-Sor), che è esattamente l’obiettivo dei sostenitori dell’opposizione (Stati Occidentali, Stati del Golfo e Turchia) al fine di isolare il regime siriano considerato come la base strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”.
CHI FORNIVA LE ARMI. Mr President: is the US still arming ISIL in Syria? Chiedeva provocatoriamente un tweet di @zerohedge (13/6/2014 ). Il giorno prima lo stesso blog postava un pezzo , senza punti interrogativi, intitolato Come gli Usa armano i due fronti del conflitto irakeno , ripreso da Infowars. (vedi Underblog qui ).
“I media mainstream hanno scritto che ISIS in Iraq ha ottenuto molte delle sue armi dalla ritirata dell’Iraq da Mosul. E tuttavia ISIS aveva già prima un mucchio di armi” – scriveva Kurt Nimmo sul blog Infowars (giugno 2014) in una lunga e articolata analisi.
Citava un esperto del Washington Institute for Near East Policy che aveva detto al blog Vox: ‘Abbiamo dato loro accesso ad armamenti pesanti’.
E raccontava l’operazione ‘armi dalla Libia’ – citando un altro articolo di Seymour Hersh, ormai allontanato dal New Yorker, a proposito del rapporto del Comitato Intelligence del Senato sui fatti sanguinosi e mai ben spiegati di Bengasi dove era morto l’ambasciatore Usa Chris Stevens.
“Un allegato al rapporto altamente classificato e non reso pubblico, descriveva un accordo segreto raggiunto nei primi mesi del 2012 fra le amministrazioni Obama e Erdogan. In base a questo i finanziamenti arrivavano da Turchia e da Arabia Saudita e Qatar; la CIA, col sostegno dell’ MI6 era responsabile del rifornimento di armi dagli arsenali di Gheddafi verso la Siria”.
Varie società create in Libia, uso di veterani americani in pensione spesso ignari… l’Operazione fu condotta da David Petraeus, il generale poi direttore della CIA costretto dopo la vicenda di Bengazi alle dimissioni con la scusa di un affair sentimentale. (…) L’allegato non racconta tutta la vicenda né spiega perché venne attaccato il consolato Usa “La sola missione del consolato era provvedere una copertura per il movimento di armi, non aveva un ruolo politico” spiega a Hersh un ex agente di intelligence che ha letto l’allegato.
Nimmo continua ricordando in breve un suo post di aprile (2014) sul fatto che gli Usa fornivano armi ad al-Nusra attraverso altri gruppi terroristici considerati ‘ mercenari moderati’ che poi le giravano ad altri gruppi. Viene citato il capo del Fronte Siriano Rivoluzionario creato da CIA e intelligence saudita e qatariana. ‘Se ci dicevano di darle a un altro gruppo lo facevamo’.
Altra testimonianza e quella di un ricercatore della New America Foundation, secondo il quale al-Nusra – il gruppo legato ad al-Qaeda noto per le esecuzioni sommarie di soldati siriani e altre atrocità, compresa la decapitazione di Cristiani – riceve armi direttamente dal Syrian Revolutionary Front.
Il leader di ISIS al-Baghdadi – prosegue Nimmo – fu strumentale alla creazione di al-Nusra. Dopo di che a seguito di conflitti fra i due gruppi annunciò la dissoluzione di al-Nusra e l’integrazione dei suoi membri nell’ISIS.
Ne scrive anche il prof. Anderson, che dettaglia forniture e vari gruppi, ‘moderati’ e non, un dedalo in cui non ci addentriamo. L’ambiguità (voluta) fra ribelli ‘moderati’ e ‘terroristi’ è cruciale nella giustificazione delle forniture di armi – e anche oggi che si accusano i russi di bombardare postazioni di milizate. Eppure un post del 2014 Underblog citava fra gli altri Emma Bonino secondo la quale ‘sicuramente dal 2013 ribelli moderati non ne esistevano’. Oggi si parla molto dei cosiddetti foreign fighters , che rapptresenterebbero addirittura l’80% di ISIS. La realtà sembra essere che il grosso delle forze di Daesh è sempre stato costituito fondalmente da mercenari, reclutati/spostati qua e là. Quando addirittura non sono intervenuti soldati delle SAS britanniche, cammuffate in nero da guerriglieri ISIS, ha raccontato il Sunday Times il 1 agosto 2015
ISIS E IL BUSINESS CRIMINALE. Ben altre, molto varie e losche sono tuttavia le fonti di finanziamento del sedicente Stato Islamico secondo la prof Louise Shelley, autrice del libro ‘Sporchi grovigli: corruzione, criminalità e terrorismo’ intervistata Spiegel International (gennaio 2015) Shelley analizzava i costi per mantenere un’organizzazione terroristica e raccontava come ISIS operi come una sorta di associazione criminale in cui l’ideologia arretra davanti al far soldi.
I fondi che arrivavano dagli Stati del Golfo sono diminuiti e sono poca roba al confronto dei traffici illegali, utilizzati anche nel periodo post invasione dell’Iraq e con radici che affondano in una tradizione Medio-orientale ben più vecchia, che ISIS ha fatto propri. Sintetizziamo. Si va dal commercio ‘parallelo’ del petrolio al contrabbando di sigarette alla pornografia (sì anche quella), dal mercato nero delle opere d’arte trafugate alle tasse che i terroristi esigono dal commercio, dalla vendita di passaporti a foreign fighters a quella di CD e CDV contraffatti, dalla droga allo smercio di documenti falsi, fino ai rapimenti e al traffico di esseri umani. E naturalmente non mancano le armi.
Le relazioni commerciali tradizionali più o meno sotterranee fra Iraq, Siria e Turchia sono centinaia se non migliaia e la corruzione dei funzionari consente ai prodotti illegali di attraversare i confini. “Non dico che siano connessi alla criminalità organizzata ma vi partecipano… del resto ISIS si è formata nelle prigioni dopo l’invasione dell’Iraq”. L’islam consente tutto ciò? “Quel che insegnano loro non è l’Islam. Lo hanno reinterpretato distorcendolo per giustificare le loro azioni”…”Ora che molti documenti sono stati confiscati si vede che il gruppo è gestito come un normale business”.
Gli stessi Stati occidentali sono coinvolti, racconta alla fine l’esperta citando per es i milioni sottratti all’Afghan Bank passati per la Germania e l’eroina che aiuta a sostenere i Talebani che arriva poi in Germania [il settimanale tedesco privilegia esempi tedeschi]: per concludere che i rapporti fra criminalità internazionale e terrorismo trans-nazionale non vengono abbastanza investigati”.

“I LEGAMI FRA ISIS E TURCHIA SONO INNEGABILI” – Titolava un lungo post di luglio del blog finanziario Business Insider – appena acquistato dal mega editore tedesco Alex Springer. La storia partiva da una notizia data dal Guardian : un raid americano nel nord-est della Siria aveva ucciso Abu Sayaf, ufficiale dell’ISIS di nazionalità Tunisina responsabile da metà del 2013 del traffico di petrolio. Un mercato nero di cui la Turchia è uno dei principali clienti. Di qui, proseguiva il Guardian, gli accresciuti sospetti di un’alleanza fra ISIS e Turchia .

Il commercio illegale di petrolio e gas vale per l’ISIS/Daesh $10 milioni al mese ed è la sua principale fonte di finanziamenti scriveva BI (secondo il Guardian molti meno ma sempre tanti).
“Membro della Nato, la Turchia è stata a lungo accusata da esperti, dai Curdi e anche da Joe Biden di aiutare l’ISIS chiudendo un occhio sulla vasta rete di traffici di armi e di miliziani durante la guerra in Siria”,continua BI, linkando le fonti.
“La Turchia ufficialmente ha messo fine alla politica dei confini porosi”, 900 miglia da cui vanno e vengono anche tesori d’arte trafugati e altri traffici. Ora documenti rinvenuti durante il raid rivelano “Legami così chiari che potrebbero avere profonde implicazioni politiche fra noi e Ankara” dichiarava un funzionario occidentale” al Guardian, ripreso da BI. Che cita anche la testimonianza di un ex combattente di ISIS (a BusinessWeek) sulla ‘briglia sciolta’ lasciata al gruppo dall’esercito turco ‘specialmente quando si attaccavano i Curdi’.

Il problema è come tornare indietro. “C’è un sacco di gente che ha investito nel business dell’estremismo in Turchia,spiega a BI un ex analista di controterrorismo per il Dipartimento del Tesoro Usa. “Se si comincia ad opporsi, c’è da chiedersi se i militanti, i loro benefattori e altri che approfittano della guerra sopporterebbero il giro di vite”. “La Turchia è in trappola, ha creato un mostro e non sa come gestirlo” ha detto un diplomatico occidentale al WSJ qualche mese fa.”
Ma la Turchia ha agito di sua iniziativa? Il post di Nimmo di cui sopra accennava all’accordo Obama Erdogan del 2012. Underblog (agosto 2014) sulla scorta di altri blog aveva raccontato del ruolo centrale dell’ambasciata Usa ad Ankara all’ombra di importanti personaggi. Complottismi?
I PRECURSORI DI ISIS NEL REGIME DI SADDAM – E’ di nuovo un recentissimo Businessinsider (28/9/2015), a tirar fuori una strana analisi – a firma Kyle Orton, da New Lebanon (che però è in arabo). Una complessa storia delle lontane ‘origini’ di ISIS legate ad ex elementi del regime di Saddam Hussein .
Saddam dopo la sfiancante guerra con l’Iran si sarebbe alleato con gruppi religiosi salafiti all’opposizione – una decisione presa ufficialmente il 24/7/1986 dall’istituzione più alta del Baath, il suo partito, fino a quel momento laico e secolare – minacciandoli se avessero tentato di spodestarlo. I maggiori beneficiari sarebbero stati i fratelli Musulmani di Sudan, Egitto e Siria.
Incaricato di condurre questa operazione di islamizzazione dell’Iraq sarebbe stato tal Izzat Ibrahim al Douri, strano personaggio dalla carnagione pallidissima, capelli e baffi rosso fiamma, vice di Saddam per lungo tempo, morto (‘di nuovo’ viene detto misteriosamente) il 17 aprile. E’ stato lui – viene detto citando anche un altro post, di Bagdadinvest – negli ultimi anni il promotore del programma di islamizzazione nonché l’architetto della rivolta dopo il rovesciamento del regime nel 2003.
I fondamenti ideologici e materiali di ISIS secondo questa analisi sarebbero dunque stati posti già prima del rovesciamento di Saddam. Il gruppo avrebbe così potuto avvalersi dei più abili e preparati elementi della sicurezza e della contro-intelligence del regime, che erano lì dal 2003-2004. E però quella ‘leadership di ISIS (forse meglio considerarli precursori) dopo il 2010 non si sarebbero uniti all’ISIS. Come mai? non viene detto.
Una storia strana che però combacia per certi versi con quella raccontata dallo Spiegel: tra i nomi fatti qui c’è anche quello dello sfuggente, ormai defunto, Haji Bakr.
E se questi elementi sunniti dell’ex regime fossero stati utilizzati, magari con il miraggio di riconquistare l’Iraq consegnato dagli americani ai Sciiti, e poi fatti fuori? Se Daesh fosse poi sfuggito di mano? In quel groviglio di interessi locali e geopolitici è difficile districarsi.
Certo se il progetto originario era davvero quello di‘destabilizzare’ la Siria – l’ordine dal caos come scrivono tanti blog alternativi – magari poteva funzionare. Sullo sfondo resta sempre il piano del Nuovo Medio Oriente di cui ha scritto anche Underblog (qui ) per ridisegnarne la mappa secondo linee settarie, frammentando gli attuali stati progettati a suo tempo dall’Occidente.
Quel che sembra certo è che sconfiggere/sradicare Daesh/ISIS non sarà cosa semplice nemmeno ora che Putin ha chiamato a un’alleanza generale anti-ISIS sotto l’egida dell’ONU, che Obama ha ricominciato a dialogare con lui, e che Russia (che ha sbarcato in Siria nuove armi e soldati) con Iran e Iraq hanno deciso intanto di coordinare le loro intelligence con la Siria, dove si prevede un periodo di transizione con Assad in sella (qui Underblog sulla ‘svolta’ Usa in merito).

AGGIUNTA. DETTAGLI CURIOSI. Il ‘portavoce’ ufficiale di ISIS, il tramite con i media di ogni comunicato e di ogni video, è un sito americano, il SITE fondato e diretto da Rita Katz, 52enne irachena di famiglia ebraica che ha studiato all’università di Tel Aviv, parla arabo e ebraico, ha svolto il servizio militare in Israele prima di fuggire negli Usa. Per suoi detrattori sarebbe una spia del Mossad, ma prove non ce ne sono. Specializzata in analisi dei gruppi terroristici, da anni collabora invece con l’FBI. Società privata, Il SITE sarebbe finanziato dell’intelligence ( qui in it. dettagli in chiave critica, qui dubbi) aveva divulgato i video di Osama bin Laden, anche quelli dimostratisi dei palesi fake. Oggi ‘trova’ e diffonde quelli di Daesh/ISIS.
Video – osserviamo – sempre un po’ tanto hollywoodiani, con milizie in divisa rigorosamente total black, a volte anche in mimetica total beige compresi gli scarponi, sempre tutti uguali e molto eleganti come pronti per un set. In divisa, questa arancione ‘à la Guantanamo’ i prigionieri e i decapitati che tanto hanno fatto impressione, e in divisa perfino i bambini che si dice siano assoldati nelle milizie, in grigio-argento questi. Perché mai un gruppo di tagliagole islamisti fanatici dovrebbe preoccuparsi tanto dell’estetica?
Per non parlare del magazine dell’ISIS, il patinatissimo, Dabiq. ‘Veicolato’ anche questo da un organizzazione americana, no profit, che dal 2006 “si dedica a esporre i pericoli dell’estremismo islamico e a provvedere una piattaforma per le voci moderate”. Encomiabile, se qualcuno non lo definisse magazine di propaganda e reclutamento, tanto che Amazon ne ha ritirato alcune copie.

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