Donne in Palestina, fra patriarcato e occupazione – di Giorgio Gallo

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L’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania, al centro del programma del governo Netanyahu-Gantz, è ancora all’ordine del giorno, anche se la data del primo luglio, indicata per la sua realizzazione, è passata senza che nulla accadesse.

C’è chi pensa che Netanyahu non si farà sfuggire l’occasione di passare alla storia come colui che ha riportato all’interno di Israele i territori storici della Giudea e della Samaria. Ma c’è anche chi dubita che l’annessione venga fatta. Carmi Gillon, ex capo dei servizi di sicurezza israeliani, lo Shin Bet, intervistato da Haaretzafferma: “L’iniziativa di annessione di Netanyahu è assurda e totalmente contraria agli interessi di tutti. Lo status quo è un bene per Israele, perché ottiene tutto quello che vuole senza pagare un prezzo”. In effetti, l’annessione toglierebbe il velo che nasconde la realtà dell’occupazione ed eliminerebbe definitivamente l’opzione Due Stati, ormai irrealizzabile, ma che permette di continuare a parlare di processo di pace, e a molti Stati di mantenere rapporti di collaborazione con Israele, ignorandone la natura di Stato di apartheid.

Ma quali sono le reazioni alla minaccia di annessione nei Territori Occupati? A giugno Fatah ha radunato migliaia di persone a Gerico per protestare contro il piano, ma a Ramallah, il centro politico ed economico dell’Autorità Palestinese, non ha raccolto più di 200 persone in una analoga manifestazione. La popolazione palestinese, come osserva l’analista politico palestinese Ghassan Khatib, non ritiene che l’annessione possa avere un impatto drammatico sulla vita reale: l’annessione, con altro nome, esiste già nei fatti e viene vissuta e subita giornalmente.

Interessante un articolo dello scorso 30 giugno su Haaretz. Il giornalista Anshel Pfeffer ha percorso, da Hebron a Nablus, la Cisgiordania, facendo interviste sull’annessione. Diverse le risposte, ma identica la sostanza: la presenza israeliana c’è, si sente ed è irrilevante che venga chiamata “occupazione” o “annessione”. Comune è poi anche la sfiducia nei riguardi della dirigenza palestinese. “Autorità palestinese? Quale Autorità Palestinese?” ride un medico di Hebron, che chiede che il suo nome non venga pubblicato perché “l’unica cosa che sanno fare bene sono gli arresti. L’AP è un datore di lavoro e una milizia armata, non un governo”. “Abu Mazen ci ha venduti a Netanyahu”, aggiunge un commerciante di Nablus.

Interessante il fatto che gli intervistati siano tutti uomini. Come avrebbero risposto le donne se fossero state intervistate anche loro? Difficile dirlo, ma forse con meno rassegnazione e più combattività.

Le donne in Palestina, pur con un tasso di scolarizzazione superiore a quello degli uomini, hanno un limitato accesso al mondo del lavoro. Questo grazie anche alla struttura patriarcale della società, che l’occupazione israeliana nei fatti rafforza. Interessante a questo proposito l’articolo “Women and checkpoints in Palestine”, appena pubblicato sulla rivista Security Dialogue, del Peace Research Institute Oslo (PRIO). Sulla base di esperienze delle donne di Al-Walaja, villaggio vicino a Betlemme, nei loro passaggi al Checkpoint 300 che dà accesso a Gerusalemme, gli autori analizzano la dimensione di genere del convoluto sistema dei permessi e dell’infrastruttura di sicurezza dei checkpoint israeliani. I permessi, dati agli uomini usualmente per motivi di lavoro, anche per lunghi periodi, sono ottenuti con difficoltà dalle donne, e comunque sono permessi una tantum, in genere per visite mediche a Gerusalemme, o per pregare nella Moschea di Al-Aqsa, tipicamente durante il Ramadan. Mentre è facile ottenere un permesso per accompagnare un familiare che necessiti di visite mediche, è quasi impossibile ottenerlo per un accompagnatore qualora siano loro stesse ad averne bisogno. Nella loro esperienza, le donne di Al-Walaja “possono attraversare il check-point solo come devote donne musulmane o come mogli o madri devote e premurose”. E questo rafforza gli stereotipi di genere tipici della società patriarcale in cui vivono. C’è inoltre il disagio delle donne il cui corpo è “costretto ad un’intima vicinanza con gli uomini [per l’affollamento] e poi sottoposto ad un attento controllo da parte del personale di sicurezza”. “Ci umiliano il più possibile” dice una di loro . “A volte bisogna togliersi tutto, compreso un elastico per capelli. . . quindi è una lotta e un’umiliazione, soprattutto per una donna.”

Ci aiuta a capire il punto di vista delle donne la relazione, presentata al Convegno nazionale del 2016 della Rete Radiè Resch, associazione di solidarietà internazionale, di Wafa’ Abdel Rahman, fondatrice e direttrice di FILASTINIYAT, una organizzazione non governativa palestinese impegnata a promuovere e sostenere la partecipazione delle donne e dei giovani a tutti i livelli del discorso pubblico: “Come donne noi abbiamo da lottare su due fronti. Da un lato abbiamo da lottare contro l’occupazione israeliana, anche se molti pensano che non esista più. Dall’altro dobbiamo lottare contro il sistema patriarcale e contro i “nostri bastardi”, che sono sostenuti dall’occidente. Allo stesso tempo noi dobbiamo dire, come donne, che non ci sono soluzioni militari ai conflitti e che le soluzioni devono essere globali, cioè tali da affrontare tutti gli elementi del conflitto. Così deve essere la solidarietà, ampia, non chiusa all’interno di singoli gruppi e confini.”

Emerge qui la differenza fra le due prospettive, quella maschile e quella femminile. Non è tanto che la donna sia più pacifica o comunque nonviolenta dell’uomo. Può essere anche vero, ma non pochi sono i casi contrari. È piuttosto, come ha scritto Lucy Nusseibeh sul Palestine-Israel Journal of Politics, Economics and Culture, che “le donne hanno priorità diverse per le politiche pubbliche, che includono il benessere della società nel suo complesso”. E questo anche perché, per il ruolo che svolgono nella società, “sono più legate alle realtà di base e quindi portano una prospettiva più rappresentativa della società nel suo complesso”. Questo è tanto più vero quando la presa di coscienza della violenza dell’occupazione va di pari passo con quella della violenza delle strutture patriarcali della società in cui si vive. Questo spiega perché mentre la resistenza maschile all’occupazione si concentri soprattutto sull’identità nazionale e sull’aspirazione ad un proprio Stato, quella femminile tenda piuttosto ad aprire il discorso al tipo di società in cui si vive, alle opportunità e ai diritti per tutti e tutte, indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla religione.

E proprio su questa linea, da mesi, scendono in piazza le donne del movimento femminista e anti-coloniale Tal’at (“uscire” in arabo). Uscendo dalle case, scegliendo la strada come spazio di lotta, scrivono Hala Marshood e Rita Alsanah su Mondoweiss, lo scorso febbraio, queste donne “hanno alzato la voce contro la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni: femmicidio, violenza domestica, sessismo radicato e sfruttamento, affermando che il cammino verso la vera liberazione deve incarnare l’emancipazione di ogni singolo palestinese, donne comprese.” Riportiamo le parole di una di loro, intervistata da Chiara Cruciati per Nena-News: “Noi non ci limitiamo alla questione nazionale, ma ci muoviamo su quella popolare, di eguaglianza sociale, economica e politica. Non è un discorso legato allo Stato, ma all’uguaglianza e all’equità. Il nostro discorso femminista è il cuore di un movimento che ha chiare aspirazioni: vogliamo una Palestina giusta per ogni membro della società, quale sia genere, razza o religione o condizione economica.”

Le donne sono state attive e presenti nella lotta contro l’occupazione dal 1967 fino all’Intifada del 1987. Poi l’intifada del 2000, con la crescente militarizzazione, le ha spinte ai margini. È un segno di speranza che esse ritornino a essere protagoniste: un cambiamento di paradigma, dalla sicurezza militare alla sicurezza umana intesa in senso ampio e inclusivo.

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