Riina catturato il mio primo giorno da procuratore capo di Palermo: ecco perché il suo covo non venne perquisito subito – di Gian Carlo Caselli

Dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino chiesi al Csm (che mi “accontentò”) di essere trasferito da Torino a Palermo a capo della Procura. La mia stagione a Palermo inizia il 15 gennaio 1993 con un successo storico, l’arresto di Totò (Salvatore) Riina. Un segnale forte.

Incontrai subito Riina in una caserma dei Carabinieri: era in piedi sotto la foto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Gli domandai se aveva intenzione di fare qualche dichiarazione. Mi rispose che voleva solo essere trasferito in carcere. Gli replicai che era la legge a prevederlo. Purtroppo questo straordinario successo fu poi avvelenato dalla mancata sorveglianza e perquisizione del covo. Una vicenda grave e velenosa. Ecco come andarono le cose.

L’arresto di Riina fu opera di uomini del Ros di Palermo guidati dal capitano Sergio De Caprio, alias “Ultimo”, diventato così un eroe nazionale. Decisivo, per completare il percorso investigativo che “Ultimo” aveva da tempo avviato, fu il contributo di Balduccio di Maggio, un ex autista di Riina, arrestato in Piemonte dai Carabinieri pochi giorni prima della mia partenza per Palermo.

Quand’ero ancora a Torino i Carabinieri mi avvertirono che Di Maggio voleva “pentirsi” e dare indicazioni per l’arresto di Riina. Ne informai a mia volta Vittorio Aliquò, che reggeva la Procura, e il comandante del Ros di Palermo Mario Mori. Poi mi attivai perché Di Maggio fosse immediatamente e in sicurezza condotto in Sicilia. In questo modo si innescò la sua collaborazione con “Ultimo”. Totò Riina, il capo dei capi latitante dal 1969, fu arrestato. Di Maggio non aveva mentito.

Riina era stato fermato fuori di un comprensorio delimitato nel quale si trovava la sua abitazione, al momento non individuata precisamente. I Pm vogliono intervenire subito, ma i Carabinieri del Ros insistono per aver più tempo. Nero su bianco scriveranno poi che bisognava evitare “ogni intervento immediato o comunque affrettato”, per “non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina”. È soprattutto “Ultimo”, colui che aveva materialmente messo le manette ai polsi del boss di Cosa Nostra, ad insistere con speciale determinazione per il rinvio. Così viene deciso, nella certezza che il “covo” sarebbe stato tenuto sotto costante e attenta osservazione.

Invece furono sospesi i servizi di sorveglianza senza avvertire nessuno: neppure Vittorio Aliquò che pure teneva contatti pressoché quotidiani con il Ros annotandoli regolarmente. Spiegheranno poi i Cc del Ros – con una nota ufficiale – che se non vi è stata comunicazione della sospensione dei servizi di sorveglianza è perché “chi ha operato ha sicuramente inteso di potersi muovere in uno spazio di autonomia decisionale consentito”.

Tutte queste cose le ho dette da tempo anche su libri e giornali. In particolare nel libro Nient’altro che la verità scritto con Mario Lancisi e pubblicato da Piemme nel 2015. Recentemente Mario Mori, in un memoriale pubblicato dal quotidiano Il Riformista del 26 ottobre 2021, ha scritto che “la decisione di non effettuare (subito) la perquisizione, prospettata dal capitano De Caprio e da me (Mori) sostenuta”, fu quella che “prevalse”.

Il risultato è purtroppo noto: la villa-covo, quando siamo riusciti a entrarci, l’abbiamo trovata completamente vuota di documenti e appunti. Insomma totalmente pulita. Le spiegazioni del Ros non cancellano l’inquietudine per quella che per noi è stata una autentica mazzata. Ma non ci siamo fermati. Anzi, direi che quasi ci è servita per essere sempre più compatti e più coesi anche per superare questo ostacolo inaspettato. Riuscendo alla fine (con il concorso decisivo della polizia giudiziaria in tutte le sue articolazioni e della componente onesta e responsabile della società civile) a ottenere risultati che parlano da soli.

Vengono recuperati arsenali di armi e di esplosivi. Si ricostru­iscono occulti canali di riciclaggio. Vengono catturati peri­colosissimi latitanti, per numero e caratura criminale senza uguali né prima né dopo; tra i quali oltre a Riina Giuseppe Montalto, Raffaele Ganci, Giuseppe e Filippo Graviano, Domenico Farinella, Michelangelo La Barbera, Leoluca Bagarella, Salva­tore Cucuzza, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza, Vito Vitale, Giuseppe Guastella e Mariano Tullio Troia. Si individuano e si sequestrano beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro (pari a circa 11 miliardi di lire).

Grazie al determinante contributo dei collaboratori di giustizia (una slavina!) si celebrano processi che si concludono con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. È anche possibile impostare una nuova strategia d’attacco al lato oscuro del pianeta mafia iniziando a indagare anche le sue “relazioni esterne” con alcuni settori inquinati della società civile e dello Stato, così da affrontare (in presenza dei pre­supposti di legge) pure la “criminalità dei potenti” .

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