Brasile: il governo Temer in agonia. E i movimenti intensificano la lotta – di Claudia Fanti

Nessuno può sapere quanto durerà l’agonia del governo illegittimo di Michel Temer, il quale, incastrato da una registrazione audio che dimostra inequivocabilmente il suo consenso al pagamento di tangenti, è stato incriminato dal Tribunale Supremo Federale per i reati di corruzione passiva, intralcio alla giustizia e associazione a delinquere. Se l’attuale presidente – figlio del golpe parlamentare-mediatico-giudiziario consumato lo scorso agosto contro Dilma Rousseff – si mantiene ancora al potere, è, secondo tutti gli osservatori, solo per la difficoltà di individuare un successore credibile: «Nell’istante in cui la maggioranza dei leader conservatori raggiunge un accordo sul nome del sostituto – afferma il docente di Economia dell’Università federale di Bahia Renildo Souza –, Temer esce dal Palazzo del Planalto».

Che ormai l’attuale presidente sia solo un intralcio per il fronte golpista lo sostiene anche il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stédile (Brasil de Fato, 18/5), secondo cui l’obiettivo delle destre sarebbe quello di ottenere «un governo di transizione accettato dalla maggioranza della popolazione» per poi provare a vincere le elezioni presidenziali nel 2018, puntando a impedire la candidatura di Lula per via giudiziaria.

Una cosa, comunque, è chiara: la potente Rede Globo (il principale canale televisivo del Brasile) – che, dopo aver coordinato il colpo di Stato contro Dilma Rousseff, ha provveduto a diffondere le conversazioni tra l’imprenditore della carne Joesley Batista e il presidente Temer relative ad atti di corruzione, ostruzione della giustizia e traffico di influenze, scatenando così un nuova crisi politica e istituzionale – si sta delineando sempre più, secondo le parole di Stédile, come «il principale partito della borghesia brasiliana». Del resto, come sottolinea Antônio Martins (OutrasPalavras, 21/5), è dall’epoca dell’impeachment contro la presidente Dilma che il suo telegiornale seleziona accuratamente, tra la montagna di denunce prodotte dall’inchiesta Lava Jato sulle tangenti legate al colosso petrolifero statale Petrobras, le «frasi funzionali alla sua interpretazione dei fatti», convocando mobilitazioni e neutralizzando «le voci contrarie». È per questo che la più o meno imminente caduta di Temer, che di per sé sarebbe una splendida notizia per il popolo brasiliano, non sembra destinata, nell’immediato, a cambiare i rapporti di forza esistenti, al di là del fatto di aver messo in luce le divisioni presenti nel campo conservatore, come indica, secondo Renildo Souza, «la divergenza all’interno del monolitico partito dei mass media» tra la Globo da un lato e la Folha e O Estado de São Paulo dall’altro, o la «disputa», di cui parla Antônio Martins, tra il Procuratore Generale della Repubblica Rodrigo Janot, principale protagonista della Lava Jato, e Gilmar Mendes, il ministro più influente del Supremo Tribunale Federale, giunto più volte a criticare l’operazione e diventato, «probabilmente, il pilastro di un accordo per salvare la classe politica, ora che tutti i più grandi partiti sono implicati» negli scandali.
Ma, si chiede Martins, a cosa mira l’alleanza tra la Globo e la Procura Generale della Repubblica? Perché puntare al rovesciamento di un governo, quello di Michel Temer, totalmente funzionale agli interessi delle élites, dal momento che, «non avendo aspirazioni politiche future», è libero di adottare le misure più impopolari? Se è chiaro che, prima o poi, Temer avrebbe dovuto essere scaricato, considerando che la sua popolarità, ancor prima degli ultimi avvenimenti, non superava il 4% e che, nel 2018, quando si svolgeranno le nuove elezioni presidenziali, nessun candidato potrebbe «presentarsi come suo erede», lo scopo dell’operazione congiunta Globo-PGR è tuttavia, secondo Martins, quello di «costruire il “governo libero da politici”: una tendenza globale, in tempi di neoliberismo estremo».
Così, mentre nel Paese cresce la richiesta di elezioni presidenziali dirette – il ricorso alle quali richiederebbe però l’approvazione di un emendamento costituzionale da parte del Congresso – il fronte golpista, in cerca di una soluzione che non metta a repentaglio quel controllo del potere raggiunto grazie al colpo di Stato, può al contrario trovare una via di uscita, ricompattandosi, attraverso la carta dell’elezione indiretta, cioè esclusivamente in ambito parlamentare, di un nuovo presidente, rivolgendosi, come suggerisce ancora Martins, a una figura con un profilo tecnico, come la presidente del Supremo Tribunale Federale Carmem Lúcia; l’ex-ministro (di Fernando Henrique Cardoso e di Lula) Nelson Jobim; e soprattutto l’ex-banchiere Henrique Meirelles, attuale ministro delle Finanze fedele al più brutale modello neoliberista, ma vendibile come «una versione brasiliana del nuovo presidente francese Emmanuel Macron, una risposta capitalista al disincanto della società nei confronti della politica».
Un’opzione, questa dell’elezione indiretta, che, se viene considerata dai movimenti popolari come un golpe all’interno del golpe, darebbe alle forze conservatrici la garanzia di portare a termine nel migliore dei modi l’auspicata restaurazione neoliberista: quelle selvagge misure di austerità che vanno dalla riforma del lavoro (con cui viene riconosciuto valore di legge a qualsiasi accordo stipulato dal datore di lavoro con i suoi dipendenti) a quella del sistema previdenziale, che propone l’innalzamento dell’età pensionabile (a 65 anni) e l’aumento degli anni di contribuzione continuativa (49 anni), in un Paese in cui più della metà della popolazione lavora nel settore informale, passando per la privatizzazione dell’educazione superiore e il ridimensionamento dei programmi sociali, nonché per vari attacchi all’ambiente, come la riduzione della protezione di quasi 600mila ettari di foreste (un’area equivalente a quattro volte la città di São Paulo).
Se tale programma sta incontrando una protesta crescente da parte della popolazione, il governo ha già dimostrato di saper correre ai ripari, come ha fatto in occasione della “Marcia della classe lavoratrice” del 24 maggio a Brasilia, quando non ha esitato a schierare le forze armate contro i manifestanti, scatenando una battaglia campale in cui sono rimaste ferite oltre 50 persone (senza contare il fatto che, mentre l’esercito occupava le strade di Brasilia, la polizia militare del Pará commetteva l’ennesima strage contro i lavoratori rurali, assassinando 10 contadini). Di «criminalizzazione dei movimenti e delle organizzazioni sociali, particolarmente quelle impegnate nella lotta per la demarcazione delle terre dei popoli indigeni» parla non per niente il Conic (Consiglio nazionale delle Chiese cristiane del Brasile), che, denunciando il «chiaro interesse a realizzare una “pulizia” del territorio a favore degli interessi dei latifondisti», chiede «la fine della repressione contro i movimenti sociali», l’immediata sospensione della votazione delle riforme in discussione al Congresso» e la realizzazione di elezioni dirette per la presidenza della Repubblica e per il Parlamento, «al fine di restaurare la legittimità democratica».
Chiedono a gran voce le elezioni dirette nel 2017 anche vasti settori della società civile, che, il 5 giugno, hanno lanciato a Brasilia il Fronte Ampio Nazionale “pelas Diretas Já”, di cui fanno parte movimenti popolari, partiti politici di sinistra, centrali sindacali, religiosi, giuristi e studenti, secondo cui la permanenza di Temer al governo o la sua sostituzione senza voto popolare non farebbero altro che prolungare l’attuale crisi e intensificare gli attacchi alla classe lavoratrice: «La soluzione alla crisi – scrivono nel loro manifesto – dipende fondamentalmente dalla partecipazione del popolo nelle strade e nelle urne. Solo l’elezione diretta, e pertanto la sovranità popolare, è in grado di restituire legittimità al sistema politico».
Solo pochi giorni prima, i movimenti riuniti nel Fronte Brasile Popolare (di cui fa parte anche il Movimento dei Senza Terra) avevano invece lanciato a São Paulo un «Piano popolare di emergenza», suddiviso in 10 aree tematiche, con l’obiettivo di «ristabilire l’ordine costituzionale democratico, difendere la sovranità nazionale, superare la crisi economica, invertire il processo di smantellamento dello Stato» (tramite la revoca di tutte le misure antipopolari approvate dal «governo usurpatore»). Mirando alla convocazione di un’Assemblea Costituente che elabori un nuovo regime politico, libero dai condizionamenti delle imprese economiche (attraverso il finanziamento pubblico esclusivo delle campagne elettorali) e realmente rappresentativo della società brasiliana, e puntando al superamento del «modello di capitalismo dipendente che ha prodotto, tra altre piaghe, l’impoverimento della classe lavoratrice, l’ingiustizia sociale estrema, la perdita di indipendenza e la recessione economica», il Piano di emergenza prevede una serie di importanti riforme strutturali, dall’adozione di un piano di sviluppo industriale a una politica di investimenti nella scienza, nella tecnologia e nell’innovazione; dal rilancio della riforma agraria (con l’esproprio dei latifondi improduttivi), dell’agricoltura familiare e dell’agroecologia al riconoscimento di tutte le terre delle comunità quilombolas e di tutte le aree indigene; dalla riforma tributaria alla democratizzazione dei mezzi di comunicazione di massa; dal consolidamento dei diritti sociali e del lavoro alla difesa dell’ambiente (a partire dalla lotta alla deforestazione); dalla riforma della sicurezza pubblica al recupero di una politica estera indipendente. Un progetto di cambiamento, quello presentato dal Fronte Brasile Popolare, per la cui realizzazione i movimenti – decisi ora a mobilitarsi nella prospettiva di uno sciopero generale a tempo indeterminato – sarebbero pronti a scommettere nuovamente su Lula, il quale, malgrado i molti errori commessi e gli evidenti limiti della sua azione di governo (tra cui proprio quello della rinuncia a promuovere riforme strutturali), viene ancora descritto, secondo le parole di Stédile, come il candidato che «rappresenta l’ampia maggioranza del popolo brasiliano».

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