Quanta ingiustizia un attore sociale è disposto a sopportare prima che smetta di tollerarla? – Normanna Albertini

“I vestiti che tu conservi in casa appartengono a coloro che sono svestiti”, diceva Basilio il Grande e consigliava sarcasticamente Charles Dickens “Questa è la regola per i buoni affari: frega gli altri  uomini perché loro lo farebbero con te”. Come dire: non ci si può arricchire in maniera spropositata se ci si comporta onestamente. Come dire: davvero il denaro è lo sterco del diavolo. Davvero il profitto è Mammona, e non si può stare con Dio e, al contempo, con Mammona (lo ricordasse, la Chiesa cattolica, ogni tanto, non sarebbe male).

Dice Giuliano Milani, docente di storia medievale alla Sapienza Università di Roma, recensendo il libro di Branko Milanovic, “Chi ha e chi non ha” – Il Mulino (su l’Internazionale, numero 982, 11 gennaio 2013): “Ai ricchi gli studi sulla diseguaglianza non piacciono”. Quelli sulla povertà molto di più. Secondo Branko Milanovic, economista alla Banca mondiale, la ragione è chiara: in molti sono disposti ad aiutare chi sta peggio e a dare ai poveri somme anche piccole per sentirsi meglio. “Ma la diseguaglianza è un’altra cosa. Il solo nominarla solleva la questione dell’appropriatezza e della legittimità del proprio reddito”. Per questo, nonostante di disuguaglianza si parli sempre di più e a essa si attribuiscano giustamente le cause di molti dei guai in cui ci siamo cacciati, esistono ancora “pochissime riflessioni di natura teorica sulla forma e l’evoluzione nel tempo della distribuzione del reddito tra individui”. Attraverso pochi saggi teorici e molti esempi illustrativi presi dalla storia, dalla letteratura e dal presente, questo libro fa il punto su quello che oggi sappiamo della questione. Dà qualche notizia sorprendente (in assoluto, il coefficiente di disuguaglianza dell’impero romano era lo stesso di quello degli Stati Uniti di oggi). Ma soprattutto aiuta il lettore a capire cosa significano le differenze di reddito tra i cittadini di uno stesso paese, quelle tra i diversi paesi e quelle tra gli individui che abitano il mondo intero. È un buon esempio di saggio scritto da qualcuno così appassionato di quello che studia da riuscire ad appassionare anche i suoi lettori.

Già Aristotele affermava: “In tutte le città vi sono tre parti: i ricchissimi, i poverissimi e quelli che stanno in mezzo tra gli uni e gli altri. Poiché si ammette che la misura e la medietà sono sempre la cosa migliore, è chiaro che un possesso medio di ricchezze è la condizione migliore di ogni altra, poiché in essa è più facile obbedire alla ragione.”

Allora, il vero, tragico problema della nostra epoca è la disuguaglianza: esasperata, portata all’ennesima potenza dalla globalizzazione selvaggia e dal mancato controllo della politica sull’economia.

Se prendiamo la storia moderna, probabilmente mai ci si è trovati di fronte a una così gigantesca, inaccettabile e odiosa divaricazione fra ricchi e poveri. Nessuna ragione economica può giustificare la divaricazione che si è creata tra i più ricchi, sempre più ricchi, e i poveri. La ricchezza in mano al 10% più ricco della popolazione si è accresciuta a dismisura, raggiungendo e talora superando il 50% della ricchezza totale, mentre i redditi e la ricchezza posseduta dalla stragrande maggioranza dei cittadini rimanevano immobili o si riducevano. Una teoria sciagurata e manifestamente sbagliata, secondo la quale se si lascia che i ricchi si arricchiscano ulteriormente è l’intera società a beneficiarne perché i soldi, letteralmente, “gocciolano giù” (trickle down) e, prima o poi, arrivano a tutti, ha giustificato e promosso, per tre decenni, una rincorsa sfrenata e indecente degli stipendi concessi ai super manager indipendentemente dai risultati che conseguivano.

Non è un’idea nuova. Già J. Fitzgerald Kennedy predicava che “l’alta marea solleva tutte le barche”. Insomma, quello che conta è che il reddito aumenti, non importa com’è distribuito. Ma oggi la disuguaglianza dei redditi ha raggiunto livelli intollerabili moralmente e socialmente e, soprattutto, priva di qualsiasi giustificazione economica. Non è più possibile considerarla un male necessario.

Negli ultimi trent’anni in Italia si è assistito ad un aumento della proporzione del reddito dell’1% degli italiani più ricchi, che è passato da un aumento del 7% nel 1980 fino quasi al +10% nel 2008. A questa situazione di disuguaglianza ha contribuito, in particolare, l’aumento dei redditi da lavoro autonomo: in Italia, al contrario di molti altri Paesi Ocse, sono questi ancora a predominare tra le persone con i redditi più alti, con una quota su quelli totali che è aumentata del 10% dalla meta’ degli anni ’80 ad oggi.

Secondo il rapporto Ocse, ci si sposa sempre di più tra persone con redditi da lavoro simili: ciò ha contribuito ad un terzo dell’aumento della disuguaglianza tra le famiglie.

Inoltre, è diminuita la redistribuzione attraverso i servizi pubblici -sanità e istruzione- che, se nel 2000 contribuivano per un quarto a ridurre la disuguaglianza, oggi sono scesi a circa un quinto. Parallelamente, è aumentata la capacità di stabilizzare la disuguaglianza da parte del sistema impositivo e dei sussidi, che compensano quasi interamente l’aumento della disuguaglianza del reddito da lavoro e da capitale.

Fin qui l’analisi. Ma quando l’Ocse, a fronte di questi dati, indica le soluzioni si capisce subito dove sta il pericolo. Infatti mentre esprime il condivisibilissimo auspicio di aumentare l’occupazione e l’investimento nelle risorse umane per ridurre le disparità, l’Ocse ritiene che tra gli strumenti più diretti per accrescere gli effetti redistributivi, sia centrale “la riforma delle politiche fiscali e previdenziali”, insieme al ruolo importante rivestito dagli ammortizzatori sociali e dalle politiche di sostegno al reddito, parole rassicuranti per veicolare la flexsecurity tesa a ridurre le disuguaglianze ma attraverso l’abbassamento generalizzato degli standard sociali.

Il tasso di disoccupazione, in Italia, raggiungerà il 9,5% nel 2012 e il 9,6% nel 2013. Il peso degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati è in progressivo aumento e soprattutto tra i giovani: ha iniziato con un lavoro atipico, infatti, il 44,6% dei nati dagli anni ‘80 in poi. A dieci anni dal primo lavoro atipico, inoltre, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro.

Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro. Poco incoraggiante, secondo l’ultimo rapporto Istat, la situazione dei giovani: il 2011 é stato l’anno nero della disoccupazione giovanile, che ha raggiunto il 20,2%, ma con fortissime differenze tra Nord, Centro e Sud.

Sempre nel 2011 i 15-29enni che non studiano e non lavorano sono 2,1 milioni, e il 31,9% di questi vive nelle Regioni meridionali (un valore quasi doppio di quello delle Regioni del Centro-Nord), con punte massime in Sicilia (35,7%) e in Campania (35,2%). Le donne sono ancora svantaggiate in tutto rispetto agli uomini, nel lavoro e in famiglia. Il rapporto Istat dice che solo in una coppia su venti il lavoro familiare e il contributo ai redditi sono equamente distribuiti. In una coppia su tre la donna non lavora e si occupa da sola della famiglia, spesso senza avere accesso al conto corrente e senza pesare nelle decisioni importanti. In una coppia su quattro, inoltre, la donna guadagna meno del partner, ma lavora molto di più per la famiglia. Sconfortante il confronto con i Paesi del Nord Europa.

In “Le juste et le vrai”1, un importante autore come Boudon si chiede quanta ingiustizia un attore sociale è disposto a sopportare prima che smetta di tollerarla; quale è, cioè, la soglia oltre la quale non è possibile andare. Il trucco pedagogico del velo di ignoranza serve a far in modo che l’attore sociale, ignorando ciò che sarà nella nascente società e quale sarà il grado delle sue prestazioni, sceglie di entrarne a far parte accettando la possibilità che ci siano disuguaglianze sociali e allo stesso tempo chiederebbe che ci sia equità nel trattamento da parte dell’autorità al solo scopo di vedersi garantito un minimo che gli permetta, a prescindere dalle condizioni, di vivere bene.

Per Boudon “quando un insieme di persone è d’accordo a partecipare a un sistema di interazione perché questo dà loro soddisfazione, se questo sistema è definito da un’attività orientata verso un certo obiettivo, coloro che contribuiscono più efficacemente alla realizzazione di suddetto obiettivo sono naturalmente ricompensati in base alla (o alle) risorsa (e) disponibile (i) (in questo caso l’attenzione degli altri, il prestigio). Tali disuguaglianze sono sentite come legittime perché rientrano nell’accordo di ciascuno con i principi del sistema”. Gli esempi che si possono citare, e che Boudon indica a proposito, sono molteplici: vanno dal gioco delle lotterie alle remunerazioni stratosferiche di alcuni personaggi pubblici o dello spettacolo che guadagnano molto di più dei benefattori dell’umanità. Tra le disuguaglianze legittime, come non mettere gli astipendi spaventosamente elevati dei nostri politici e amministratori? Alla domanda iniziale: quanta disuguaglianza l’attore sociale è disposto a sopportare? Si potrebbe rispondere, viste le ultime riforme del governo Monti, tutte volte a spremere ancora una volta le classi medio/basse, molta, troppa! Dice Zygmunt Bauman: “I poveri sono l’Altro dei consumatori spaventati: l’Altro che, per una volta, è davvero, in tutti i sensi, il loro inferno. Sotto un certo aspetto, di vitale importanza, i poveri sono quello che i non-poveri desidererebbero intensamente essere (benché non abbiano il coraggio di verificarlo): sono liberi dall’incertezza. Ma la certezza che hanno ricevuto in cambio si presenta nella forma di viali infestati da malati, criminali e drogati (se vivono a Washington D.C.) oppure nella forma di una morte lenta per denutrizione (se vivono in Sudan). Quando si sente parlare dei poveri si impara che la certezza va indubbiamente temuta più della detestata incertezza, e che la punizione per chi si ribella ai disagi dell’incertezza quotidiana è rapida e crudele. La vista dei poveri tiene a bada i non-poveri, perpetuando così la loro incertezza. Li spinge a tollerare o sopportare con rassegnazione l’inarrestabile ‘flessibilizzazione’ del mondo. Imprigiona la loro immaginazione e li ammanetta ai polsi. Essi non osano immaginare un mondo diverso, e sono troppo timorosi per cercare di cambiare questo. Finché le cose resteranno così, le possibilità di una società, di una repubblica e di una cittadinanza autonome, autocostituenti, saranno, a dir poco, scarse e vaghe.”

La crisi globale del capitalismo non è stata in alcun modo svantaggiosa per l’elite finanziaria. Al contrario, mentre sempre più persone nei paesi avanzati stanno soffrendo a causa di programmi di austerità del governo e milioni di persone nei paesi in via di sviluppo sono condannati alla povertà estrema, i super-ricchi hanno usato la crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni per aumentare massicciamente la loro ricchezza e nascondere i loro soldi al di là della portata delle autorità fiscali.

Intanto che la popolazione a basso reddito è strettamente controllata dallo Stato e viene assillata per il pagamento delle imposte (il vergognoso redditometro ne è l’ultimo esempio), i super-ricchi sono in grado di contare su un gruppo molto ben pagato che opera a livello mondiale  e su consulenti di investimento utilizzati dalle grandi banche internazionali, che richiedono somme notevoli in cambio dei loro consigli fiscali. Quanta ingiustizia un attore sociale è disposto a sopportare prima che smetta di tollerarla?  Einstein, nel famoso “Discorso del due per cento” nel 1930 a New York, disse dei pacifisti: “Sono come pecore addossate l’una all’altra mentre i lupi aspettano fuori”. Forse è ormai vero per tutti i poveri del mondo. Forse è ormai vero per tutti noi. E forse i lupi non sono più fuori ad aspettare ma sono entrati e ci stanno sbranando.

 

1 – R. Boudon, Le juste et le vrai: études sur l’objectivité des valeurs et de la connaissance, Fayard, Paris 1995; trad. it.: Il vero e il giusto, Il Mulino, Bologna, 1997.

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