Thomas Sankara precursore dell’antifinanza – Anna Corsi

Era innanzitutto un uomo giusto, un leader politico sensibile ai problemi del suo paese. Era cresciuto in una famiglia povera e più volte aveva cercato cibo nella spazzatura, come sono costretti a fare tanti bambini africani. Era un militare ma anche  un musicista e  possedeva più libri che armi, perché a suo parere “per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.

Per la sua gente cambiò il nome della sua nazione da Alto Volta a Burkina Faso, che significa “ terra degli uomini integri”. Thomas Sankara è stato  assassinato nel 1987 perché si  rifiutò di pagare il debito e propose,  alla 25esima  sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, il disarmo. A suo parere il debito non si doveva pagare perché  le sue radici andavano ricercate alle  origini del colonialismo: Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato, sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini,noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi dovremmo invece dire “assassini tecnici”… Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati, ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più … il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee, in modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri, invece se paghiamo, noi moriremo, siamone ugualmente sicuri.”

Il problema del debito, come diceva Sankara, non è solo una questione morale ma vitale, basti pensare che in Italia, come ben documenta il Centro Nuovo Modello di Sviluppo nel suo opuscolo informativo, il debito è aumentato vertiginosamente dal  1980 al 1996 e, con l’eccezione del 2009-2010, tutti i governi successivi al 1992 hanno mantenuto la spesa primaria al di sotto delle entrate, ma il debito ha continuato a crescere per effetto degli interessi.

Il costante rifinanziamento del debito produce un sistema a spirale che non ci permette di uscirne, perché i mercati usano la speculazione al ribasso per imporre tassi di interesse sempre più alti, con conseguente danno per le casse pubbliche. I governi che si trovano a fare i conti con questa situazione scelgono misure di austerità che inevitabilmente ricadono sulla vita dei cittadini, in particolare su scuola, sanità, servizi sociali, tanto che nel 1985 in Italia il divario fra il 10% più ricco e il 10% più povero era 8 a 1 e nel 2008 è salito 10 a 1. Il dato istat del 2012 segnala che L’11% delle famiglie italiane vive in povertà e un altro 7,6% è a rischio di diventarlo. Si pone allora una questione importante rispetto alla restituzione del debito che ci strozza sempre di più, ed è legittimo chiedersi se è giusto  chiedere un congelamento degli interessi o, come diceva Sankara, rifiutarsi di pagare.

Il pensiero del leader del Burkina  Faso è ancora a mio avviso attualissimo, basti pensare che il suo governo incluse un grande numero di donne, condannò l’ infibulazione e la poligamia, promosse la contraccezione e  fu il primo  a dichiarare che l’Aids era la più grande minaccia per l’Africa.  Nel suo discorso per l’8 marzo 1987 disse : “Scolarizzate due volte meno degli uomini, analfabete al 99 per cento, poco formate sul piano dei mestieri, discriminate nel lavoro, limitate a funzioni subalterne, assillate e licenziate per prime, le donne, sotto il peso di cento tradizioni e di mille scuse, hanno continuato a raccogliere le sfide che si presentavano. Dovevano rimanere attive, a qualunque costo, per i bambini, per la famiglia e per la società. Attraverso mille notti senza aurore. Il capitalismo aveva bisogno di cotone, di karité, di sesamo per le sue industrie, e la donna, le nostre madri, hanno aggiunto al lavoro che già facevano quello della raccolta. Nelle città, là dove si supponeva fosse concentrata la civiltà emancipatrice della donna, questa si è trovata obbligata a decorare i salotti borghesi, a vendere il proprio corpo per vivere o a servire da esca commerciale nella pubblicità.”Al giorno d’oggi, considerando gli scandali degli sprechi ad opera della nostra classe politica, è illuminante l’azione di Sankara che si adoperò per costruire centri sanitari; sua madre e i suoi collaboratori viaggiavano sempre in classe economica e a ranghi ridotti nelle visite diplomatiche, vendette la maggior parte delle Mercedes in forza al governo e proclamò l’economica Renault 5, automobile ufficiale dei ministri.

Quando penso a lui, bambino cresciuto in povertà, diventato poi  leader carismatico di un paese tra i più poveri dell’Africa, credo che l’esperienza della miseria possa generare una resilienza che permette alle persone di trasformare le esperienze più drammatiche in potenzialità. In proposito mi viene alla mente  l’immagine che ben descrive John Steinbeck alla conclusione di “Furore”, il libro per cui gli venne conferito il premio Nobel della letteratura: la famiglia Joad, oramai esausta dal viaggio compiuto durante la grande depressione americana verso la California, nel miraggio di una vita migliore, si ritrova senza niente. Rosa Tea, sorella di Tom Joad, abbandonata dal compagno ormai gravida, partorisce un figlio che nasce morto. Nel trambusto di una pioggia incessante giunge con la madre in una capanna, dove un ragazzo gli concede la sua coperta sporca per asciugarsi. Il ragazzo è con  il padre che sta morendo di stenti e che necessita di bere latte. Rosa Tea allora fa uscire il ragazzo dalla capanna e solleva un lembo della coperta con cui si denuda il petto. “Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava intorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente.” (John Steinbeck)

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