Editoriale del numero 100

Evito qualsiasi riflessione sul panorama politico italiano. Sono certo che ognuno di voi sta seguendo e leggendo gli avvenimenti sforzandosi di capire quale sia la migliore soluzione, dopo i noti risultati elettorali. Tuttavia vorrei sottolineare una novità, che non nasconde la mia amarezza per il Governo appena nato. L’elezione a ministro dell’Integrazione di Cécile Kyenge, medico oculista, nata in Congo, in Italia dal 1983, eletta deputata nelle liste del PD lo scorso fabbraio. Cécile l’abbiamo invitata a Quarrata alla Marcia della Giustizia svoltasi nel 2010 a testimoniare l’importanza del suo lavoro di portavoce nazionale della rete Primo Marzo. La Rete si occupa di promuovere i diritti dei migranti, i diritti umani e i diritti di cittadinanza dei nati in Italia. I migranti, appunto, che Laura Boldrini, attuale presidente della Camera accoglieva sulle rive di Lampedusa e che il governo di Berlusconi rigettava in mare. Fossero essi immigrati o rifugiati, l’importanza era definirli clandestini, per ricevere la ignobile “condanna politica dal Parlamento Europeo” della legge sui respingimenti. Auguri Cécile!!!

Brevemente vorrei ricordare un’altra donna meravigliosa che da poco ci ha lasciati, una giovane perenne: Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la più giovane deputata quando s’insediò l’Assemblea Costituente, colei che ha pensato alla mimosa per celebrare l’8 marzo. Grande amica della Rete. Instancabile tessitrice di relazioni, organizzatrice di innumerevoli manifestazioni. Come non ricordare il lavoro comune fatto nelle scuole di tutta Italia per spiegare ai bambini l’importanza di tessere una grande “treccia”, come segno di creazione di un nuovo e vero lagame, a partire dai bambini, per una nuova umanità. Nuova umanità che doveva sentire il gusto del pane, non tanto nei suoi ingredienti, evitando di mangiarlo da soli. Quando parlava ai ragazzi, i suoi occhi brillavano, le sue mani tremavano e gesticolavano insieme, nelle sue parole sentivi l’autenticità, che non era una licenza di parlare, ma un profondo senso di responsabilità. La sua autenticità era un atto di coraggio e di passione. Era aderire a se stessi,  non cedere alla tentazione di apparire, di aggiustare le cose e di colorare tutto di rosa.

Infine, come non ricordare Renzo Rossi prete, anche lui ci ha lasciato in questi giorni. Firmava sempre i suoi scritti così, oltre a dare del  “bischero” a tutti quelli che incontrava, insieme ad un salutare schiaffetto. Renzo, missionario in Brasile dal 1965, divenne figura di primo piano nella chiesa brasiliana, durante la dittatura, dopo che ottenne di poter visitare i prigionieri politici. Renzo era una figura meravigliosa e travolgente. Questa esperienza gli cambiò la vita, si ri-scoprì! Ricordo che quando il cardinale Piovanelli lo visitò nella sua missione di Salvador Bahia, chiese ai suoi parrocchiani di salutarlo calorosamente, il saluto fu talmente caldo che alla fine tutti scoppiarono a ridere, dopo che si era levato un coro forte e assordante di: “bischero, bischero, bischero!!!” Ma il cardinale, conoscendolo, la prese bene. Renzo non si nascondeva o si mascherava, non si preoccupava di essere buono o migliore, desiderava essere più vero, più autentico. Aveva trasformato la sua azione “straordinaria” di essere il collegamento tra i prigionieri politici e la società esterna, in una cosa ordinaria, naturale, semplice. Ricordo, durante una delle mie tante visite a Salvador, fui colpito da alcuni racconti di suoi colloqui con i prigionieri politici. Non ricordo chi fosse quel prigioniero che lo turbò molto, quando nel mezzo di una loro conversazione gli disse più o meno così: “Renzo, per molti il carcere è la fine. Per me è una caduta verso l’alto. Io non odio i militari, i miei carcerieri, odio le istituzioni inique che loro, in silenzio, difendono. Ma vorrei tanto che si svegliassero, perchè la rivoluzione è come quei frutti che scoppiano quando maturano, e spargono i loro semi sulla terra. Possono bloccarla, tamponarla, ma troverà sempre qualcuno pronto a riproporla, perchè la rivoluzione è l’umanità che cammina. Capisci perchè non ho paura del carcere”.

Troverai nell’interno due articoli su Renzo prete. Uno di Ercole Ongaro, storico della Rete e l’altro di Frei Betto, ex-prigioniero politico (1969-1972) dalla pagina 21 alla 26.

Amo molto e sono grato a queste persone che sono maestri di vita. Sono grato a Cécile, Teresa e Renzo, non solo perchè da loro ho appreso cosa sia la vita, ma perché ciò che mi hanno insegnato, spero di farne un messaggio per me e per gli altri.

Sabato 14 settembre 2013 la Marcia per la Giustizia compie 20 anni. Il tema della riflessione che ci porteranno vari amici, tra cui, il giovane ritratto davanti al carrarmato di piazza Tienanmen a Pechino. In Cina i dissidenti finiscono in carcere o al cimitero, i dirigenti del partito erano ieri gli assassini di piazza Tienanmen. Eppure quante cautele e quanti distinguo sui nostri medi, in occidente, tutti. La dittatura che opprime  un quinto degli abitanti della terra non suscita l’odio e l’indignazione dell’anticomunismo in servizio permanente in Italia e non solo. Perché? Forse perchè il comunismo in Cina è un ottimo affare per l’Occidente. Il regime garantisce mano di opera a bassissimo costo, militarizzata come ai bei tempi delle rivoluzioni industriali, senza limiti d’età, d’orario e di diritti sindacali: un paradiso liberista.
Non sorprende che le grandi multinazionali abbiano trasferito da tempo la produzione all’ombra di Pechino, abbandonando il meraviglioso ma costoso mondo della libertà.
Nelle immense fabbriche cinesi, dove si lavora in condizioni a dir poco, precarie, spesso 10-12 ore ogni giorno milioni di operai, donne e bambini, producono a costi vantaggiosissimi le nostre belle scarpe da ginnastica, i nostri cellulari, i computer, ecc…
In cambio i governi e i media occidentali, fieri paladini del libero mercato, concedono ampi sconti ai dirigenti di Pechino. Si può ignorare e anche sfruttare la miseria di un immenso popolo lontano ma prima o poi, in un mondo dove tutto viaggia troppo velocemente, il boomerang ritorna. Come riuscirebbero le grandi imprese multinazionali a sopravvivere alla fine del comunismo in Cina?

Siamo giunti al n. 100. Un viaggio, quello della nostra rivista, iniziato nel 1985. Un viaggio che include vari sentieri verso un’unica vetta. Questa espressione induce a pensare a un terreno comune dei nostri desideri e delle nostre lotte. Allude a qualche costante obiettivo universale degno del nostro impegno, di ognuno di noi che l’abbiamo accompagnato da sempre, come da chi vi è salito in corsa. Un cammino non solo per il suo senso di giustizia, ma anche per la condanna profetica del male sociale, perchè è fondamentale fornire una critica sociale, culturale ed economica in nome della dignità umana. Riflettevo, alcuni giorni fa con un amico prete, alla fine di un incontro a cui sono stato invitato per parlare ad un nutrito gruppo di giovani, su fede e giustizia. I giovani di oggi, vanno subito al sodo, cercano concretezza, hanno bisogno di misurarsi. Interrogandosi su il costo delle armi e il suo uso, sulla fame e i meccanismi che la determinano, sul lavoro, sul razzismo, sul significato dell’amore, sui loro bisogni, sull’economia, sulla politica ecc…  La cosa interessante, oltre alla soddisfazione di vederli interessati e partecipi, si stanno preparando per andare a fare un’esperienza estiva in Brasile, sono state le conclusioni. Quando si realizzano azioni di giustizia si vive la propria fede, sebbene la giustizia sia soltanto una componente della fede, quando si vive veramente la propria fede si fa giustizia. Altrimenti non è fede!
Le riflessioni che i nostri amici ci propongono sono allo stesso tempo, proposta e ricerca.
Hanno la capacità e il gusto di farci ritrovare il desiderio e il valore della responsabilità verso se stessi e gli altri, che si traducono in impegno, in progetto, in apertura al nostro limitato orizzonte.
La capacità e il desiderio di trovare o ritrovare un contatto personale e comunitario con Dio, nel silenzio, nell’ascolto, nell’attenzione all’altro, alla condivisione. È questa una delle sfide che lega la rivista ad ogni nostro singolo cammino.
Divenga la rivista (vedi lettera al direttore che segue) un luogo di accoglienza e di proposta, che ci faccia sentire sempre in cammino.

Ricordo a chi non l’avesse ancora fatto l’invio del contributo per il 2013.

il direttore

 

Dal prossimo numero apriremo una rubrica sulle vostre riflessioni, proposte ecc…

 

Nei canali di Otranto e Sicilia

migratori senz’ali, contadini di Africa e di Oriente

affogano nel cavo delle onde.

Un viaggio su dieci s’impiglia sul fondo.

Il pacco dei semi si sparge sul solco

scavato dall’ancora e non dall’aratro.

La terraferma Italia è terrachiusa.

Li lasciamo annegare per negare.

Erri De Luca

 

Caro Direttore,

siamo emozionati per l’opportunità di scriverti ed onorati come lo siamo sati durante una tua fugace presenza a casa nostra in quel di Como. Grazie.
La rivista “IN DIALOGO” è un miracolo. È misterioso come sia riuscita a superare le difficoltà finanziarie, le varie crisi economiche, politiche e religiose, i dissensi, i boicottaggi, l’esclusione e l’espulsione da certi steccati partitici o confessionali, i molti bocconi avvelenati che hanno tentato di sedarla. 
La ringraziamo perché ci permette di continuare i legami dell’ amicizia condivivisa a Korogocho con Padre Alex e Stefano Giudici, di rivivere speranze e sogni della teologia post conciliare in America Latina e di  continuare la ricerca di giustizia e di spiritualità.
Per noi quasi settantenni, la tua rivista è un vademecum irrinunciabile, è parte del nostro DNA. Deve resistere, deve continuare. 
Purtroppo né noi né tu né molti autori della rivista  rappresentiamo il futuro, per cui si impone il problema di agganciare i giovani(il futuro) ed evitare che ‘in dialogo’ diventi una rivista-placebo per nostalgici. Pensiamo si debba coinvolgere il mondo giovani con qualche specie di Blog (sappiamo di non essere originali) o con qualche diavoleria informatica. Ci  sembrerebbe utile una rubrica dei lettori, come cinghia di trasmissione tra gli autori giganti della rivista e la maggior parte del popolo di Dio ancora in subordine, rassegnato sotto il peso  di filosofie, di teologie e della scienza in senso lato.
Auguri!              

Gemma ed Enrico Tavasci

 

Non sappiamo l’eventuale prezioso spazio a nostra disposizione, ma ci piace partecipare la nostra esperienza in Africa,  in appoggio a “I bambini di Ornella”, un’associazione tutta laica, finalmente, che sull’esempio dei Missionari, ora sotto organico, hanno dato tanto all’ Africa. A quando i laici protagonisti anche in questa  Chiesa?
È il terzo anno che ripetiamo questa esperienza.
Nel villaggio di Kelle, villaggio senegalese di pescatori  50 km più a sud di Dakar (a 50 Km dall’isola di Goré, museo a cielo aperto della vergognosa storia schiavista europea) abbiamo accompagnato i bambini nel sostegno scolastico, più che mai convinti che occorre investire nell’educazione e nella formazione delle giovani generazioni per permettere loro di rimettersi in piedi, di leggere e scrivere il loro futuro.
La comunità rurale della zona ci aveva fatto presente il bisogno di una scuola materna nel villaggio.
Abbiamo cercato aiuti sul nostro territorio  (abitiamo a Valmorea in provincia di Como) ed abbiamo trovato risposta nell’Associazione “L’Alveare” di Olgiate Comasco che da più di 30 anni si occupa di sostenere le famiglie dei ragazzi disabili.
Proprio loro, impegnati a fronteggiare i mille problemi economici, hanno deciso di fare qualcosa per questi nostri fratelli africani. Ci piace la correlazione con l’ offerta nel tempio della vedova evangelica…
La morte improvvisa e prematura del loro fondatore e promotore dell’iniziativa, Felice Albonico, nell’ottobre 2010 ha disorientato tutti, ma, superato i dubbi ed i timori comprensibili, si è deciso di continuare.
Abbiamo coinvolto le scuole sul territorio, inventato modalità per il recupero del denaro necessario ed il 17 marzo scorso la scuola materna del villaggio è stata inaugurata e dedicata a Felice Albonico, testimone di solidarietà.
È stato un momento di festa cui hanno partecipato molte mamme con i loro bambini, le Autorità ed una delegazione dell’Associazione “L’Alveare” tra cui la signora Carmen, la vedova di Felice.
Questa esperienza in terra d’Africa, ci ha profondamente cambiati, rafforzandoci nella nostra sobrietà, nella ricerca dell’essenzialità per liberarci dalla schiavitù di tutto quanto ci impedisce di condividere il cammino con gli altri, di imparare da loro la pazienza, l’umiltà e la fiducia.
Abbiamo imparato un nuovo modo di gestire il tempo, più a misura d’uomo, rinunciando alla fretta, all’efficienza ad ogno costo per riscoprire i volti, le relazioni, lo stupore per le piccole cose: la pace di un tramonto, i colori delle bouganvilles, il sorriso disarmante dei bambini, gli sguardi intensi e sofferti delle donne, le onde dell’Oceano che cancellavano le orme sulla sabbia ricordandoci la nostra caducità, i solitari baobab nella savana, la cui imponenza ci suggeriva l’eternità, la scoperta dal vivo che Dio si chiama anche Allah e che le religioni sono soltanto scuole di spiritualità, la cultura africana che piano, piano ha un poco squamato le nostre certezze, le supponenze, l’orgoglio della differenza.
Tornati senza aver cambiato l’Africa,abbiamo re-imparato a gustare la nostra vita, la meravigliosa natura a 45° di latitudine; smagriti, gustiamo i cibi con maggiore parsimonia. Abbiamo imparato (come diceva la tua rivista) a desiderare le cose che già avevamo: i figli, i nipotini che vorrebbero impedirci di ripartire (abbiamo ancora in progetto delle scuole…), le nostre comunità.
Giunti in vista del tramonto (ad ogni tramonto segue un’alba nuova) seguitiamo a camminare, certi che se solo allarghiamo le braccia, incrociamo mille mani: la rete invisibile di speranza e di fede che certifica come la piccola palestinese Radié Resch, non è morta invano.
Ciao.

Gemma ed Enrico Tavasci

Valmorea, 26.04.2013

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