La Rete nei cambiamenti sociali del Brasile e non solo – Waldemar Boff


Somiglianze tra SEOP e RRR
La Rete sta compiendo 50 anni di solidarietà, cercando di creare più giustizia sociale. Da 25 anni, con il Servizio di Educazione e Organizzazione Popolare -SEOP e negli ultimi dodici anni anche con Acqua Dolce- Servizi popolari, abbiamo ricevuto un aiuto costante e fedele dalla Rete per fare la stessa cosa. Devono esserci molti altri elementi comuni in questa collaborazione, visto che è durata tanti anni.
Mi pare che Rete e Seop lavorino in modo informale e cerchino di costruire gruppi legati dai comuni interessi e dall’affetto. Sia noi del Seop che la Rete tentiamo di mantenere in alto le nostre bandiere nonostante i venti contrari e la debolezza delle gambe di coloro che le sventolano. Conserviamo la stessa attenzione per le realtà locali e per gli intrecci globali, la stessa mistica dell’amore alla persona, dell’internazionalismo e della libertà.

Il povero come soggetto del suo processo di emancipazione
Lungo il nostro cammino, abbiamo continuato a fare adattamenti pratici dei principi teorici che hanno sempre guidato e guidano le nostre azioni. Uno di questi è il ruolo dell’assistito nella relazione di aiuto.

Teoricamente, il bisognoso svolge il ruolo principale nella relazione. Ma dobbiamo seguire varie mediazioni per arrivare a questo, cioè misure graduali per espellere, con dolcezza e persuasione, l’oppressore che abita dentro di lui, trasformare il sentimento di inferiorità che coinvolge la sua anima, valorizzare il suo sapere, frutto dell’esperienza e della sofferenza consolidata.

Questo processo non si esaurisce in un progetto di tre o cinque anni. Può richiedere molti anni o generazioni. I risultati attesi -quelli scritti nei progetti in corso- non sono, in genere, veritieri perchè devono soddisfare le condizioni del finanziatore.

Guardo con curiosità alle pratiche pastorali della Chiesa Cattolica e mi domando se i suoi comportamenti non si basino su un’esperienza secolare. Ma noi ci proponiamo, come ente di diritto privato, di produrre un servizio pubblico senza connotazioni religiose, con personale pagato, che non opera quindi gratuitamente. Tuttavia (quello alla chiesa cattolica) é un punto di riferimento a cui guardare con attenzione, mantenuto il dovuto spirito critico.

Lo Stato ha la possibilità di dedicare attenzione agli ultimi?
Teoricamente, si. Ma dobbiamo vedere le possibilità reali e analizzare che tipo di Stato abbiamo oggi. In Brasile, lo Stato è storicamente patrimonio delle elite che se ne approfittano per garantire e accrescere i propri privilegi. È stato in passato e continua ad essere oligarchico, nonostante lo sforzo storico del movimento popolare. Anche nella recente democrazia restano forti tracce di autoritarismo, di accomodamenti e di conciliazione con gli interessi delle elite.
La nostra esperienza indica che -quando passiamo al Comune una struttura sociale costruita da noi nelle periferie più povere (centro di educazione infantile, ambulatorio, casa comunitaria)- la tendenza è a elitizzarla, cioè, a occuparsi delle persone socialmente meno problematiche, lasciando fuori quelle meno facilmente gestibili. La maggioranza dei funzionari pubblici, soprattutto quelli che entrano per concorso, tendono ad adattarsi e ad imitare l’esempio che viene dalle elite che guadagnano molto per lavorare poco.

Dico sempre che la qualità dei servizi dello Stato dipende dalla qualità della cittadinanza. Per questo, dopo aver costruito delle strutture sociali e averle passate allo stato -che non le costruirebbe in queste aree povere-, dovremmo investire tempo e pazienza nell’educazione e organizzazione dei cittadini. Ma è molto difficile trovare qualcuno che finanzi questo tipo di programma.

Si noti anche che quando non riusciamo a passare la struttura sociale al Municipio, il terreno continua ad essere a disposizione della comunità. Questo è fondamentale, perchè nelle occupazioni irregolari prevale normalmente la logica della appropriazione privata della terra e di rado restano spazi pubblici. Con il nostro intervento questo spazio resta garantito, indipendentemente dalla qualità e dal destino che avrà la struttura costruita.

Come ci ha aiutato la Chiesa Cattolica
Segmenti delle confessioni tradizionali, soprattutto della Chiesa Cattolica, ci hanno molto aiutato. Per anni, abbiamo mantenuto rapporti con l’organizzazione tedesca Misereor ha finanziato le nostre attività di assistenza ai vecchi abbandonati. L’infrastruttura del Centro Comunitario che si occupa dei portatori di necessità speciali è mantenuta dalla Parrocchia di Santa Cruz di Duque de Caxias, Baixada Fluminense.

Quel che abbiamo sperimentato è che, come tutte le grandi organizzazioni, la Chiesa Cattolica tende a rispettare diligentemente le leggi vigenti e mantenere la proprietà privata dei beni, anche se li usa come un servizio pubblico ai più bisognosi. È qui che risiede la sua forza e allo stesso tempo la sua debolezza. Il carisma è offuscato dal voler mantenere nel corso del tempo l’efficacia operativa.

Come dovremmo andare avanti?
Come abbiamo fatto fin dall’inizio. Semplici, in piccoli gruppi, fedeli gli uni agli altri, avendo fiducia nel futuro e nella crescita della coscienza umana. Non sarà il denaro, nè il potere che ci renderà forti, ma la nostra umiltà, la nostra debolezza e la nostra indistruttibile fede nella vittoria del bene sul male, della verità sulla falsità, della solidarietà sull’egoismo.

Inoltre, la nostra azione di collaborazione dovrà rafforzare ancora la responsabilità nei confronti del pianeta, tenendo conto degli impatti dei cambiamenti climatici e della perdita della biodiversità. Dovremo anche tentare di consolidare un’etica e una cittadinanza globali. Iniziative come la pubblicizzazione dell’acqua, l’educazione alla pace, il movimento slow food sono possibili solo perchè in molte persone e gruppi si è già svegliata la coscienza planetaria a diversi livelli.

E soprattutto l’affetto, l’attenzione, la cura degli uni nei confronti degli altri. Quando 20 anni fa fu stabilita la collabolazione di cittadini di Bonn con cittadini di Petrópolis, dicevamo che si sarebbe mantenuta se ci fosse stato un orizzonte comune di costruzione della famiglia umana, di preservazione del pianeta e se ci fosse stato un profondo legame di amicizia tra le persone. Oggi la collaborazione continua viva e forte grazie a questi valori che vanno molto al di là dei soldi e che possono sussistere anche senza quelli.

Solidarietà come valore politico globale
Storicamente si è sempre fatta solidarietà per motivi religiosi o umanitari. Apparentemente, la solidarietà non si inserisce tra i valori politici. Tuttavia le tasse sono in realtà forme obbligatorie di solidarietà. E le tasse sono negoziate politicamente. Sono rari quelli che pensano che le tasse abbiamo una destinazione universale, beneficiando in primo luogo i più bisognosi. Oggi, dello Stato si sono appropriati gli interessi dominanti del capitale e dell’informazione e le tasse servono prima di tutto a questi interessi
La burocrazia pubblica può essere una delle forme per appropriarsi privatamente di quello che appartiene a tutti.

Noi che da tempo combattiamo in campo civile e non in quello dello Stato siamo impegnati a dimostrare che anche le imposte nazionali hanno una destinazione universale e dovrebbero essere indirizzate prima di tutto verso i paesi più deboli all’interno di una visione della famiglia delle nazioni

É urgente riaffermare il valore del bene comune, che non si riduce ai beni naturali come la terra, il sole, l’acqua, l’atmosfera, anche se le nazioni più povere finiranno per subire gli impatti maggiori dei cambiamenti climatici, fenomeni non creati da loro. Il pubblico comprende anche i beni culturali prodotti collettivamente dall’umanità, che dovrebbero essere equanimamente ripartiti tra tutti. In linea di principio le conquiste di scienza e tecnologia, i musei del Vaticano e le riserve delle banche dovrebbero appartenere a tutti.

Pensare la solidarietà come un valore politico è pensare la giustizia globale. L’attenzione per la sorte dell’altro, oltre ad essere un valore religioso e/o umanitario, è anche un dovere di ogni membro della famiglia umana e di ogni popolo dell’insieme delle nazioni e un diritto di tutti coloro che non hanno il sufficiente per mantenere il proprio splendore di figlio/a del cielo e della terra.

Attenzione alla cultura colonialista
Non è faclle espellere il colonizzatore/colonizzato che è dentro di noi per uscire e costruire un portico comune, dove poterci sedere al crepuscolo per raccontare i fatti del passato, esporre la nostra intimità e pensare al nostro futuro comune.

Per i paesi colonizzatori questo compito è così difficile quanto per i paesi colonizzati. Negli uni e negli altri si è generata una cultura con radici tanto profonde che sembrano appartenere alla natura e non alla creazione dell’uomo.

Nelle nostre relazioni di aiuto e solidarietà, atteggiamenti inconsci e dissimulati si manifestano fuori dal nostro controllo. Il colonizzatore storico può vedersi come quello che possiede, che sa, che può dare e insegnare. E il colonizzato storico può vedersi come quello che è da meno, che ancora non è arrivato a quel punto e quindi ha bisogno di aiuto da chi può darglielo.

Andare oltre questa cultura radicata dentro di noi è un esercizio spirituale che richiede discernimento, vigilanza e soprattutto comprensione. Non tutti sono allo stesso livello nel cammino di auto-liberazione. Ma se osserveremo l’altro e lo aiuteremo sarà già il primo passo in un percorso di 10.000 km. Possiamo fermarci nel mezzo del cammino per riposare e riflettere, ma mai scoraggiarci e interrompere la camminata della solidarietà.

Il debole resta
Per quanto una comunità o un paese siano sviluppati, ci saranno sempre persone che non stanno al passo della camminata. Che restano indietro, restano ai bordi della strada o semplicemente si perdono.
Solidarietà non è soltanto pensare a quelli che sono lontani, in un paese povero e sconosciuto in cui siamo tentati di andare per dare una mano. Il bisognoso, il debole, l’escluso c’è anche vicino a noi, all’interno della nostra famiglia, nell’ambito della comunità che frequentiamo. Non abbiamo bisogno di uscire dal luogo in cui stiamo per metterci al servizio, essere solidali, aiutare nello sviluppo. Al mio fianco, c’è qualcuno che subisce discriminazioni, che si sente non considerato, che soffre per la depressione, che muore in profonda solitudine in mezzo alla agitazione della moltitudine e al vocio delle masse.
Ci sono anche milioni di bambini che non ottengono condizioni per sviluppare le loro potenzialità e usufruire delle proprie dimensioni interiori. È una terribile tragedia, non senza colpevoli, che rivela una cultura genocida, che si nega come comunità e come futuro.

Fermarsi per guardare e per ascoltare l’altro, rallentare il passo perchè lo zoppo e il vecchio possano mantenerlo, cambiare il ritmo del gioco perchè il debole possa partecipare, instaurare un’altra dinamica di gruppo tenendo contro della lentezza di alcuni nel comprendere, cambiare musica perchè tutti possano cantare allegramente, tutto questo è solidarietà reale che cerca di mantenere l’unità della comunità come valore al quale si devono sacrificare i nostri gusti individuali.

Fede, speranza, carità
Si sono virtù teologali nella tradizione cristiana. Ma sono anche virtù umane e politiche. Fede è credere che nel profondo di ogni persona e di ogni nazione crepita la fiamma della bontà radicale. È credere che la nostra avventura personale e collettiva si concluderà positivamente nonostante gli apparenti elementi negativi della realtà.

Sperare è quella volontà di aspettare con pazienza e ostinazione che il bene prevalga sul male, che la virtù risplenda sulla falsità, che la bellezza trasfiguri la bruttezza quotidiana. La speranza è una fonte cristallina che continua a gorgogliare in mezzo al fango e al putridume.

Carità è quell’amore generoso, disinteressato che si estende non solo a tutti gli esseri umani ma anche a tutti gli esseri viventi. Questo amore prova piacere nel creare unione, mettersi al servizio e condividere. Ma è anche un amore ribelle che trasgredisce le leggi ingiuste e insorge contro ogni tirannia. Questo amore angelico è allo stesso tempo profondamente carnale, è l’anello dorato e fiammeggiante che fortifica la nostra fede e mantiene viva la nostra speranza.

Sono queste tre virtù che nutrono la nostra umanità, la nostra gioia di metterci al servizio e soprattutto che danno forza alle nostre gambe, danno sapore alla nostra bocca e riempiono il nostro petto di voglia di cantare anche se fa notte.

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