Editoriale del numero 96

2011, un mondo mai cosí disuguale. Il divario tra ricchi e poveri nel cosiddetto Primo mondo é ai massimi livelli da 30 anni, cioé da quando esistono statistiche attendibili. Lo certifica l’OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che raggruppa parte degli Stai europei e altri Paesi ricchi o emergenti. Nel rapporto “Divided We Stand: Wky Ineguality Keeps Rising” pubblicato a dicembre 2011, si leggono dati eloquenti. Il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è 100 volte superiore a quello del 10% più povero. Mentre a livello dei singoli Stati, si nota che anche in nazioni tradizionalmente più egualitarie come Germania, Danimarca e Svezia, il divario è cresciuto: 5 a 1 negli anni ’80, 6 a 1 oggi. In Italia, Giappone Corea e Gran Bretagna il rapporto è di 10 a 1, per arrivare ai record di 25 a 1 in Messico e Cile, e di 50 a 1 in Brasile.

Lo studio smantella definitivamente il mito liberista secondo cui i benefici della crescita economica si spalmano automaticamente anche sugli strati più emarginati della società. Risulta chiaro, inoltre, che la continua riduzione della spesa sociale e una progressività delle imposte non proporzionata al divario della ricchezza sono fattori moltiplicatori della disuguaglianza.

“Se tutto ciò è avvenuto in anni di sostenuta crescita economica, si chiede il rapporto, che cosa succederá ora che più di 250 milioni di persone sono senza lavoro e le prospettive di crescita sono molto deboli?”

Le statistiche OCSE sono confermate da numerosi altri studi, oltre che dalla percezione comune quotidiana. Un’altra ricerca dimostra che mai, nella storia degli Stati Uniti, l’1% della popolazione mondiale possiede il 40% delle ricchezze del Pianeta. All’epoca delle grandi rivoluzioni e delle ideologie, in cui a volte si è confusa l’eguaglianza con l’egualitarismo, è seguito un periodo di assuefazione collettiva in cui la disuguaglianza veniva tollerata, o timidamente denunciata, poiché era vista come estranea ai confini del mondo benestante, e comunque destinata a scomparire grazie all’espansione inarrestabile del mercato.

Ora che il divario non è più solo tra Stati ma dentro gli Stati, ora che la globalizzazione, l’abbattimento di molte frontiere e i mutamenti climatici ci mostrano che l’umanità condivide un destino comune, si sta facendo strada una nuova consapevolezza: un aumento della disuguaglianza corrisponde in ultima analisi a una diminuzione della democrazia.

Il Movimento degli “Indignati” è qui a dimostrarcelo. In ogni parte del mondo si levano proteste per una maggiore democrazia e giustizia sociale. Non a caso nella copertina di dicembre della rivista “Times”, da sempre dedicata a una personalità dell’anno, quest’anno è stata dedicata ad un volto anonimo. A uno dei milioni di persone che da Wall Street alle piazze arabe, ai movimenti in America Latina e in Europa, nel 2011 hanno manifestato per chiedere un mondo più giusto, un mondo che includa, no che escluda. Ricordandoci che la disuguaglianza non è un destino inevitabile, ma il risultato delle negativo delle relazioni tra gli uomini, tra chi si approprio di molto a scapito di molti!

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