Ribelli e obbedienti alla nostra coscienza – Normanna Albertini

Normanna Albertini

Ribelli e obbedienti alla nostra coscienza

E anche quest’anno è il 25 aprile. E non è che ci sia pace nel mondo, anzi: le cause delle guerre aumentano così come aumenta il divario sociale e aumentano le guerre. Una devastazione.

Festeggiamo la fine della seconda guerra mondiale facendo finta di non aver bombardato la Libia appena lo scorso anno, per esempio. Allora, forse, qualcosa del valore della Resistenza e del suo messaggio o è andato perduto o non si è riusciti a capirlo. È enorme il debito e la gratitudine verso la Resistenza di chi è nato e cresciuto dopo.

Da quel ieri così vincolante bisogna partire per riflettere sull’oggi, sulle incertezze del nostro presente. Un presente che non è quello che si erano immaginati i “ribelli” (e non a caso uso questa parola) che caddero perché volevano libertà, giustizia, pace. Un presente, il nostro, che non vede cancellate e rimosse le ragioni delle guerre. Che le vede, invece trasformate in qualcosa di sempre più crudo e più disumano. Ci sono, le vediamo, maree di persone costrette a vagare per il pianeta, a causa delle guerre e della miseria, solo chiedendo di poter almeno vivere. Maree di cui, senza rendercene conto, potremmo entrare pian piano a far parte.

Tutto il contrario di chi voleva la libertà, la giustizia, il benessere per tutti. La pace. Tutto il contrario di chi ha versato gratuitamente il proprio sangue per quegli ideali.

Abbiamo dunque un debito con quei “ribelli” ed abbiamo un compito: quello di rispettare quel sangue sparso gratuitamente, lavorando perché nel mondo intero si riconosca all’uomo il diritto a non essere schiavo, miserabile, un esubero di cui sbarazzarsi come si getta l’immondizia in qualche discarica. I profughi, per esempio, quelli che sono dovuti scappare dalla Libia sotto le “nostre” bombe. Sono anche qui, sul nostro Appennino reggiano.

Sono stati accolti dall’estate scorsa a Casina e ora sono a Felina, nella casa dell’ex custode del vivaio. Agyeman in Libia faceva il sarto; Adam guidava una ruspa; Anthony lavorava in un distributore di benzina; anche Kamis e Janefi lavoravano già da due anni e mandavano i soldi alle loro famiglie (che avevano fatto dei debiti per pagare loro il viaggio in Libia) quando è scoppiata la guerra. Vengono dal Ghana e dal Sudan. Non è colpa loro la guerra e non era certo loro obiettivo essere “deportati” in Italia. Volevano solo lavorare e vivere.

Invece… La Libia era in fiamme, loro sotto i bombardamenti e in mezzo ai disordini; era il febbraio scorso, e l’idea di un’invasione di profughi aveva spaventato l’Italia. Poi sono arrivati. E non è stata un’invasione. Tutti molto giovani, al di sotto dei 35 anni.

In Sicilia sono stati divisi in gruppi e assegnati ai vari territori regionali in attesa di conoscere il loro destino. Hanno chiesto asilo politico e, per molti, la loro domanda è in corso di verifica. La procedura può durare dai 5 gli 8 mesi e, alla fine, non è poi sicuro che venga riconosciuto lo status di rifugiato. In caso di risposta negativa, questi giovani o vengono rimpatriati oppure diventano, assurdamente, clandestini, dopo che sulla gestione delle loro vite si è finanziato il circuito dell’accoglienza. Molti di loro sono operai specializzati, ma i profughi ora, per legge, non possono essere utilizzati, e sono quindi costretti ad aspettare inermi notizie sul loro futuro.

Quasi nessuno di quelli giunti in Italia è libico: sono tutti africani e asiatici.

Alcuni sono scappati di propria volontà, altri semplicemente deportati in Italia dalle milizie di Gheddafi. Basterebbe che il governo riconoscesse un permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari a tutti i profughi della Libia, così da permettergli poi di scegliere cosa fare della propria vita: se restare in Italia nonostante la crisi, se provare a proseguire il viaggio raggiungendo gli amici sparsi in Europa. O se, invece, ritornare in Libia (o nei propri paesi), in caso non trovassero qui le condizioni di lavoro adeguate.

Afferma padre Alex Zanotelli, che li ha incontrati a Napoli: “Rivolgendosi a noi italiani, dicono: ‘Avete appena fatto una guerra contro la Libia di Gheddafi. Noi lavoravamo lì e siamo dovuti scappare. Ora l’Italia non ci riconosce lo status di rifugiati politici. Perciò viviamo in questo limbo assurdo, guardati con sospetto dai cittadini e dalla polizia’. Ho sentito con nitidezza, durante quell’incontro, che è questo il Natale: quello vissuto fuori le mura da coloro che non contano, da coloro che sono sbattuti da una parte all’altra, come il povero Gesù, che poi fu crocefisso dall’Impero come sobillatore.”

I ragazzi accolti a Felina stanno intanto frequentando, in parrocchia, il corso di italiano: la lingua è la prima cosa che può aiutarli ad uscire dall’isolamento che crea loro imbarazzo e sofferenza.

Anche la forzata inattività li mette a disagio: vorrebbero potersi sentire utili, fare qualcosa per la comunità e, anche, conoscere le persone che qui vivono.

A Casina avevano incontrato un bel gruppo di giovani, tra cui Matteo, Lisa ed Elisa che ancora oggi vengono a trovarli e si tengono in contatto con loro. “Non preoccuparti, -sorride Anthony quando dico che mi dispiace per la loro situazione- il mondo è così, non puoi farci niente. Ma c’è Dio lassù che, piano piano, ci aiuterà. Solo lui può farlo.” Festeggiare il 25 aprile nel 2012 in un mondo pieno di guerre e in un’Italia sempre più ingiusta, dove la miseria avanza inesorabilmente, con veri sacrifici umani al dio mercato e alle banche, richiede un minimo di riflessione, al di là della vuota retorica di vecchi riti civili, come portare una corona ad un monumento ai caduti e poi ritrovarsi tutti a mangiare in un circolo Arci. Che è poi quello che ha spento il vero valore della Resistenza.

Vorrei quindi fermarmi e meditare su tre parole: libertà, resistenza, memoria, più una quarta, che le attraversa tutte: obbedienza. Cominciamo da “libertà’”.

La nostra Costituzione prevede “libertà di azione e di pensiero”.

Ciò non significa che siamo liberi di fare tutto ciò che vogliamo e nemmeno di dire, senza responsabilità, tutto ciò che ci passa per la testa.

Molti, invece, lo fanno, proprio in nome della “libertà”, e lo fanno con opere di revisionismo e rovescismo pericolose, dove le vittime, come questi partigiani, diventano colpevoli e i carnefici diventano vittime.

Preoccupa, che dietro le loro “parole in libertà” – che, vorrei ricordare, è uno slogan futurista, propulsore del fascismo – e dietro un’opinione pubblica indifferente, si sia perso il concetto stesso di vera e responsabile “libertà di parola”.

Che è un po’ come perdere il senso della differenza tra disordine distruttivo, dove tutto è permesso, e equilibrio costruttivo e consapevole, dove ogni cosa trova il suo posto. Ma qual era la libertà prima? Prima della caduta del fascismo? Che libertà avevano conosciuto i giovani di allora?

Forse quello di dover partire, come nel ’36, per la guerra civile di Spagna arruolato dallo Stato? O quello di andare in Etiopia ad aggredire un popolo sovrano perché dovevamo farci le nostre colonie?

Ci sono giovani, di quel periodo, che sono dovuti partire per l’Africa, poi la Jugoslavia, la Grecia, l’Albania, la Russia. Era libertà quella?

Prendo come esempio queste parole:

“Ci presentavano l’Impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi.

Saltavo di gioia per l’Impero.(…)

Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler.

Cinquanta milioni di morti.

E dopo esser stato così volgarmente mistificato dai miei maestri quando avevo 13 anni, ora che son maestro io e ho davanti questi figlioli di 13 anni che amo, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale (…) ma anche civico di demistificare tutto, compresa l’obbedienza militare come ce la insegnavano allora? (don Lorenzo Milani)

Continuiamo con la parola “resistenza”.

Da dove viene questa parola? Qual è il suo profondo significato?

Re-sistere è “stare”, rimanere, non tanto un opporsi, un fronteggiare, ma un rimanere. Rimanere dove? Rimanere in cosa?

Resistere, rimanere fermi nel pensare realizzabile ciò per cui si fece resistenza.

Cioè nel desiderio di costruire un mondo senza guerre e ingiustizie, dove ad un dovere corrispondesse per tutti un diritto, e viceversa.

Oggi, invece di Resistenza, si usa il termine “guerra civile”, ma sono interscambiabili?

La Resistenza, intesa come lotta di liberazione, fu un movimento, sia armato sia non armato, ma non fu un esercito militare nell’accezione del termine: l’uso delle armi era “strumentale” e “non fondativo”.

La Resistenza, cessata la lotta armata, lasciò il campo alla politica disarmata, non diede origine ad un regime militare come è successo nelle vere guerre civili.

E la Resistenza iniziò ben prima del ’43, non la si può ridurre alla sola guerra di liberazione.

Voglio ricordare che dal 1927 al 1943 il tribunale speciale fascista per la difesa dello stato giudicò 5619 imputati di attività e opinioni antifasciste, ne condannò 4596, ne assolse 988, irrogò 27.735 anni di carcere, 3 ergastoli, 42 condanne a morte, di cui 31 eseguite. Inoltre: 8mila internati, 15mila confinati, 160mila ammoniti.

Più che di “guerra civile” io parlerei di “resistenza civile”: quella delle donne, per esempio, dove le tradizioni dei saperi femminili risultarono vitali nel pericoloso scontro/incontro con la guerra.

Tina Anselmi disse che “Quella delle donne è stata detta la “Resistenza taciuta”, ed è stata largamente disarmata e nonviolenta.”

Poi ci sono gli IMI, 650mila militari internati in Germania dopo l’8 settembre che rifiutarono di arruolarsi nell’esercito di Salò. Si opposero, inermi, ai nazisti dall’interno dei campi di prigionia.

Questa non la si può chiamare “guerra civile”: fu rimanere fermi sui propri ideali, fu rimanere obbedienti alla propria coscienza. Fu resistere nel rimanere umani.

Ed eccoci all’ultima parola: memoria.

Ricordare deriva da re-cordis, riportare al cuore e significa richiamare alla mente e al cuore avvenimenti del passato, ripercorrere le emozioni che il tempo ha depositato. Ma ciò che non si è vissuto non si può ricordare.

La memoria degli eventi passati va costruita. Bisogna creare un vissuto in chi non c’era, produrre emozioni e, attraverso il passaggio che queste emozioni aprono, fare strada ai fatti, agli avvenimenti, alle notizie.

Allora è indispensabile l’autenticità delle testimonianze da tramandare, ed è fondamentale non cadere nella trappola del mito. I miti servono a creare senso di appartenenza identitaria, ma sono involucri vuoti e pericolosi e il fascismo stesso aveva abbondato in quanto a miti, rispolverando l’Impero romano e riproducendolo di cartone. La Resistenza non deve fossilizzarsi e spegnersi nel mito; ha invece bisogno di memoria, di ritornare al cuore, alle emozioni, alla realtà del dolore e del sacrificio di chi l’ha vissuta.

I giovani trovano quel che le generazioni precedenti lasciano, si inseriscono in una “tradizione”, nel senso proprio di “tramandare”.

Quel che si lascia, loro raccolgono.

È compito di chi trasmette lasciare i propri valori con credibilità, in modo che chi li raccoglie possa essere sicuro che, in quei valori, ci si era davvero creduto.

Ma la credibilità è nel fare, non nel parlare. Si danno modelli di comportamento; i giovani, poi, scelgono.

Insomma, prima di ricordare, prima di fare memoria o di trasmettere memorie, viene il dovere di non restare indifferenti di fronte alle ingiustizie di oggi.

Il dovere di esserci.

Il dovere di saper essere “ribelli” per rimanere, resistere, invece, obbedienti alla nostra coscienza, alla nostra profonda umanità.

Restiamo umani.

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