Sempre Israele e Palestina dal 1947. “L’Europa che verrà” – Giancarla Codrignani

Da molto non scrivo sulla situazione israelo-palestinese. Come si può continuare a ragionare su una situazione che si trasmette, anno dopo anno, con costi enormi di sofferenza, di drammi e di morte, dal 1947 ! ?

Tutti sappiamo che da soli palestinesi e israeliani non riusciranno mai a trovare una soluzione equa e duratura: eppure né le Nazioni Unite -nonostante innumerevoli risoluzioni vincolanti- né l’Europa -che non può trovare giustificazione alla sua mancanza di unità politica- reagiscono all’inerzia di iniziative nei confronti di un conflitto che, per la sua collocazione, condiziona il mondo.

Tuttavia, anche se si finisce solo per misurare l’impotenza delle analisi, recentemente mi sono capitati in mano documenti che mi inducono a ri-ragionare sul problema. Ovviamente, su questa situazione, si è consapevoli di scontentare tutti: il movimento filopalestinese che impugna ragioni obiettive ma non può fare politica perché la parzialità significa assumere la logica amico/nemico, gli israeliani per gli esiti rimossi delle antiche persecuzioni antisemite (che non entrano in alcun modo nella politica dei governi), controproducenti quando si deve cercare il negoziato per evitare la guerra. In questi mesi la situazione, apparentemente silente, sembra essersi fatta particolarmente preoccupante. Netanyahu, se stesse in lui, avrebbe già sferrato un attacco all’Iran, destinato ad avere conseguenze destabilizzanti. Si suppone che aspetti la fine della campagna elettorale americana, dato che da tempo ha dichiarato che per qualunque intervento Israele informerà l’alleato Usa solo solo dopo il decollo degli aerei.

Per questo sono interessanti alcuni documenti comparsi in questi mesi, che rivelano ancora vivo il coraggio di prevenire l’aggravamento di situazioni già rischiose.

Uno è rappresentato dalla lettera inviata al segretario delle Nazioni Unite nell’occasione della sessione del Consiglio per i diritti umani di settembre da Pax Christi International e del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Denuncia le violazioni sistematica dei diritti umani in atto in particolare a Gerusalemme Est. A partire dalle norme del diritto internazionale e dalla Risoluzione 181 del 1947 Israele non avrebbe mai potuto annettere Gerusalemme Est, fare di Gerusalemme la capitale unita di Israele e tanto meno predisporre un muro nel territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, ormai divisa anche da Betlemme. I palestinesi, una volta chiusa l’Orient House e revocati i diritti di residenza dei membri del Consiglio legislativo palestinese, non hanno istituzioni di riferimento in loco, mentre Israele cerca  di espellerli nel maggior numero  negando ogni diritto, perfino quelli della cittadinanza al marito (o moglie) di un residente di Gerusalemme. “Considerando l’importanza di Gerusalemme per musulmani, ebrei e cristiani (che vedrebbero dimezzata la loro presenza con le nuove restrizioni)… sollecitano una risoluzione che impegni tutti i membri dell’Onu a garantire il pieno rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale a Gerusalemme Est, evitando ad esempio di promuovere investimenti a favore di imprese coinvolte nella costruzione di insediamenti o demolizioni di case”.

Già Desmond Tutu prima dell’estate aveva detto che molti sudafricani neri e altre persone di tutto il mondo, conoscendo i rapporti di Human Rights Watch sul sistema di leggi, norme e servizi di “due pesi e due misure” con cui Israele offre servizi preferenziali, sviluppo e benefici per i coloni ebrei e impone invece le più dure condizioni ai palestinesi, ritengono che “tutto questo, secondo la mia opinione, si chiama apartheid. Ed è indifendibile”. Sono parole non moralistiche, dette in tempi critici da un religioso.

In qualche modo sembrano dello stesso avviso i militari, in gran parte veterani, di “Breaking the Silence” che rivelano gli abusi dei saccheggi, delle distruzioni e dell’immoralità dell’occupazione: non rinnegano la loro lealtà allo Stato e il loro servizio a difesa di Israele, ma non vogliono essere complici del tributo di sangue che “ordini che nulla hanno a che vedere con la sicurezza del paese” producono in entrambe le parti. In particolare inutili vessazioni a danni dei bambini che, solo perché lanciano pietre, vengono malmenati, umiliati e traumatizzati senza rispetto per l’infanzia e senza che alle denunce seguano le condanne dei responsabili: intanto i comandanti (e i rabbini estremisti) ordinano maggiore durezza.

La Striscia di Gaza passerà dall’attuale milione e mezzo a oltre due milioni di abitanti, equivalenti a 5.800 persone / kmq.

L’ Unione Europea ha aperto 15 nuovi settori di cooperazione e una sessantina di progetti con Israele; mentre la Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento Europeo ha approvato -ma non ancora votato in plenaria- l’accordo sui prodotti industriali esportabili in Israele (o da Israele in Europa) senza certificazione. Ovvie le condanne dell’ Euro-Mediterranean Human Rights Netwok, del Centro palestinese per i diritti umani e di altre organizzazioni.

C’è di che restare perplessi. E si conferma il senso dell’impotenza.

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