Paure – di Erri De Luca

Nella pagina di un quaderno di anni fa trovo una frase appesa solitaria sopra un rigo: “Guarire dalle paure è ammalarsi di durezze”.
Non le ricordo più. Non so se si sono estinte da sole o se le ho schiacciate come foruncoli. Dovrebbero lasciare lo svirgolo di una cicatrice, invece è il vuoto di un quadro tolto dal muro insieme al chiodo.
Erano prolunghe dell’infanzia, paure visionarie con la trama caotica dei sogni. Sottopelle suonavano l’allarme. Erano racconti, narrativa intensa con apparizioni, riti di esorcismo. Sono mitologia personale, le paure.
Poi gli anni affollati, pubblici, di piazza le hanno prima sospese poi annullate. Al loro posto alcune sorveglianze meccaniche hanno addestrato i sensi.
Guarire dalle paure sembra naturale, ma è un’estirpazione.
Ne esiste una loro versione pubblica, a uso politico. Quella per lo straniero, ingrandita, aizzata, arriva a compiacersi di se stessa, producendo il contrasto dell’odio. Le paure pubbliche sono spauracchi, simili a malumori, usati per un friabile consenso. Sono però il pericolo di ogni democrazia, favorendo la scorciatoia dell’intervento provvidenziale.
Le intime paure sono invece insondabili, profonde. Quando scompaiono, resta la superficie di una buccia ispessita.

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