Caos geopolitico e lotta di classe – di Raul Zibechi

La possibile guerra interna e internazionale che si prepara in Venezuela avrebbe drammatiche conseguenze per un “popolo” già stremato, manipolato e strumentalizzato da grandi interessi geopolitici ma avrebbe effetti altrettanto rovinosi per tutta l’América Latina. Quella crisi induce Raúl Zibechi a formulare alcune considerazioni più generali sul caos di lungo periodo che si profila. Per chi sta in basso, c’è un evidente problema creato dalla mancanza di rappresentanze politiche – un elemento, questo, non solo negativo – che però, in un momento tanto difficile, si accompagna a forte dispersione, carenza di dialogo e apprendimento reciproco nel campo popolare. Per i governi, cresce la tendenza demagogica “anti-sistema” ma conservatori e progressisti sono uniti nel tentativo di soffocare le autonomie de los de abajo, le sole in grado di uscire dal caos creando mondi nuovi ostili al dominio del capitale e alla governabilità che gli è necessaria. Non è comunque sui governi che si gioca lo scontro più rilevante: nessuna transizione della storia è mai stata fatta dall’alto.

di Raúl Zibechi

La crisi venezuelana può concludersi con una guerra civile e internazionale se non si riesce a frenare il rampante militarismo di quelli che vogliono rovesciare il governo di Maduro facendo appello a un colpo di Stato che completi la destabilizzazione promossa da Washington. Sarebbe un disastro per i venezuelani e per tutta la regione.

Dal punto di vista dei princìpi, il non intervento negli affari interni di altri paesi è una questione fondamentale. Il rispetto della sovranità nazionale è assolutamente indipendente dalla posizione che ognuno ha su quanto succede in un paese, sulla natura di un governo e sulla qualità delle sue istituzioni.

Noi, che abbiamo sofferto le dittature nel Cono Sud, non abbiamo mai chiesto l’intervento straniero per rovesciarle. Né adesso chiediamo che si intervenga in Arabia Saudita perché è un regime riprovevole che, tra le altre cose, ha scatenato una guerra genocida in Yemen.

Quello che sta succedendo in Venezuela implica l’interazione tra tre attori: il popolo venezuelano, il governo, le forze sociali, politiche e militari che lo appoggiano e le grandi potenze, in particolare gli Stati Uniti. I tre soggetti hanno interessi diversi che, in alcuni casi, convergono, mentre in altri sono antagonistici.

Chi scrive sostiene il popolo venezuelano, rifiuta l’interventismo ma non appoggia il governo di Maduro, che mostra una deriva autoritaria e antipopolare. Il problema di chi mantiene questa posizione, è che il concetto di “popolo venezuelano” viene manipolato da tutte le parti interessate, ma non esistono neanche organizzazioni o alleanze che incarnino una rappresentanza significativa di questo popolo.

Penso che la situazione attuale meriti alcune considerazioni.

La prima è che viviamo in un periodo di profondo caos geopolitico che durerà alcuni decenni. Due grandi gruppi di paesi giocano i loro interessi in Venezuela: gli Stati Uniti, appoggiati dall’Unione Europea, e la Cina, sostenuta dalla Russia. Quelli che hanno l’iniziativa (il che non vuol dire che prevarranno) sono gli Stati Uniti, che cercano di riscattare le loro sconfitte in Medio Oriente e nel mare del Sud della Cina, facendosi forti nei Caraibi e nel resto dell’América Latina al fine di rallentare la decadenza della loro egemonia.

Il nostro continente (Zibechi vive in Uruguay, ndt) è il solo in cui Washington  ha raccolto vittorie nell’ultimo decennio. L’América Latina è stata il cortile di casa per più di un secolo e, dalla fine del XIX secolo, gli Usa hanno invaso paesi, destabilizzato e fatto cadere governi che non gli erano affini e hanno promosso l’ascesa di dittature e governi conservatori. Negli scorsi decenni, hanno appoggiato e armato la controrivoluzione in Nicaragua negli anni Ottanta, l’invasione di Grenada nel 1983, quella di Panama nel 1989 e quella di Haiti nel 1994, rovesciando governi legittimi e imponendo i loro alleati. Nel 2002, gli Stati Uniti hanno sostenuto il fallito colpo di Stato in Venezuela.

Nei prossimi anni assisteremo all’acutizzarsi di questo caos. Si succederanno governi di segno opposto e arriveranno al potere ultradestre che sembravano essere state estirpate dal panorama politico. Il ministro dell’educazione di Jair Bolsonaro si è rivelato con una frase che rappresenta questa nuova destra: “L’università non può essere per tutti, bisogna riservarla a un’élite intellettuale”.

La seconda questione è che i popoli non hanno un’organizzazione che li rappresenti, né un caudillo, né un partito o un movimento. Può essere un fatto positivo, perché veniamo da un periodo di unificazione delle forze che, nell’omogeneizzarsi, hanno perso la loro capacità di resistere e di combattere. Tanto la resistenza quanto la creazione del nuovo sono molteplici ed eterogenee nei loro tempi e modi di fare e di procedere.

Però il fatto che esista molta dispersione e che le forze e i popoli che resistono non costruiscano convergenze e non stabiliscano dei codici comuni che permettano di dialogare e imparare reciprocamente, è uno svantaggio in momenti come questi, momenti in cui abbiamo bisogno di riconoscerci e incontrarci tra los abajos.

Capisco che queste confluenze si siano fatte molto complesse e incontrino difficoltà per le diverse traiettorie e culture politiche di ciascuno e per la necessità di affermazione dell’ego da parte di molte organizzazioni e di molte persone tra noi che resistiamo. Però quel che soprattutto sta giocando contro sono le iniziative della Banca Mondiale applicate dai governi, conservatori e progressisti, che si riassumono in politiche sociali che alleviano la povertà senza risolverla, e garantiscono la governabilità e la divisione del campo popolare.

La terza questione sono i governi. Ne abbiamo una buona manciata che pratica il discorso “antisistema”. Il principale è quello del Brasile, ma la maggior parte di essi ha adottato questo discorso popolare. Le differenze sono minime: conservatori e progressisti governano per quelli che stanno in alto, los de arriba.  Sono lì per soffocare le autonomie de abajo perché, a lungo andare, sanno che esse sono le uniche capaci di trasformare il caos sistemico in mondi nuovi, mondi dove siano protagonisti i popoli e non il capitale. Nessuna transizione, nella storia, è mai stata fatta dall’alto.

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