Se lo stato non c’è – Martina Romanello

Non sono appassionata di calcio. Ne capisco poco. La partita domenicale è un rito che mio padre celebra in solitudine. Ma la morte di Ciro Esposito non riguarda solo il mondo del calcio, la morte di Ciro Esposito deve tenerci svegli tutti. Sono contenta che questo articolo verrà pubblicato a settembre quando probabilmente i riflettori su questa vicenda saranno spenti, perché non si può smettere di parlarne, non si deve. 
“Anche ciò che ci è molto vicino ci appare lontano se non ci tocca”.

Ricordo bene la sera del 3 maggio, la sera di Napoli-Fiorentina, la sera della finale di Coppa Italia. Ero con mia madre e andammo a prendere mio padre a lavoro: “Dei tifosi romanisti e laziali hanno fatto un agguato a quelli del Napoli”, ci dice, “Hanno anche sparato. Ci sono andati appositamente perché non sono loro che devono giocare. Pare sia ferito anche un poliziotto”.
Poche notizie, frammentarie, inesatte, quelle che cominciavano ad arrivare dalla capitale.

Mi feci accompagnare a casa di un mio amico. Lì avremmo visto la partita tutti insieme. Accendiamo la tv e cominciamo a vedere le immagini, l’assoluta confusione: fumogeni, lanci di oggetti, giocatori che si guardano intorno, telecronisti spiazzati.
Non si capisce cosa sia successo e cosa stia succedendo allo stadio: hanno sospeso la partita? Sono i tifosi che ne impediscono l’inizio? Ma quelli del Napoli o quelli della Fiorentina? Non è chiaro, si sa solo che c’è un ragazzo in ospedale e quella partita, per me, non si può giocare, non si deve giocare.
Sapevamo tutti che la finale di Coppa Italia si sarebbe svolta lo stesso, il dio denaro avrebbe vinto anche questa volta. Certo era impossibile pensare di rimandare tutta quella gente a casa anche per questioni di ordine pubblico. Quell’ordine pubblico rimesso dallo Stato, come successo in altri casi, in altre partite e con altre squadre, nelle mani di un grasso capo ultras arrampicato sulle transenne, che sarebbe diventato il protagonista delle settimane seguenti, ma non ne voglio parlare, non ancora.
A proposito di Stato invece, vedevo Matteo Renzi e Pietro Grasso sugli spalti e mi ripetevo: “Andate via, andate via vi prego. Dimostrate lo sdegno dinanzi a tutto questo. Dimostrate che non si può far finta di niente quando qualcuno spara e qualcun altro finisce in ospedale in fin di vita, non si può andare oltre, mai.”
Non aveva senso giocare quella partita. Non ha avuto senso la vittoria del Napoli. Nessuno ha festeggiato.
Dopo la partita, il telegiornale. Ci aspettavamo di capire qualcosa in più ma il titolo di apertura riguarda il tentativo dei tifosi napoletani di non far giocare la partita. Mi arrabbiai, tanto. Com’era possibile che dopo tutto quello che era successo, la cosa più grave, secondo il telegiornale, era che la partita stava per saltare per colpa dei tifosi del Napoli? Tifosi del Napoli dipinti, come sempre, come la peggior tifoseria d’Italia.
“Ma perché? Non è vero?” mi dicevano i miei amici. “Non fanno sempre figure di merda?” Sì, sarà stata indubbiamente una figura di merda, ma non si può aprire il telegiornale in questo modo, non si può far passare sempre e solo questo messaggio. La cosa più importante e sconvolgente era il fatto che un ragazzo era in ospedale colpito da un’arma da fuoco nei pressi dello stadio senza che si sapesse il perché.

Qualcosa non andava, si sentiva nell’aria e le notizie circolate il giorno dopo, quelle vere, stavolta lo dimostravano.
Due cose si erano dette quella sera, smentite poi ai primi telegiornali del mattino seguente.
Qualcuno durante la telecronaca aveva suggerito che la sparatoria nascondeva un regolamento di conti. Si tratta di un ragazzo di Napoli, ferito, di Scampia, è chiaro che si parla di camorra. Lo sanno tutti, ormai ce ne siamo convinti anche noi napoletani e quasi non ci meravigliamo più. Anche se tanti, troppi morti con la camorra non c’entrano niente; anche se tanti, troppi ragazzi erano solo lontani parenti di qualcuno; anche se tante, troppe lapidi appartengono a chi si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato ed è stato scambiato per qualcun altro.
E anche stavolta non è vero. Ciro non è morto per un regolamento di conti, non è morto perché lontano parente di chissà chi, non è morto perché al posto sbagliato al momento sbagliato.
Ciro è morto perché al posto giusto al momento giusto, Ciro è morto perché era chi doveva essere lì. Ciro è morto perché era un napoletano andato a vedere la finale di Coppa Italia.
Finale che comincia, con quasi un’ora di ritardo, quando si dice che Ciro è fuori pericolo, perché questa era la condizione posta dagli ultras. Non è vero ma non lo avremmo saputo fino alla domenica.
Da quel giorno 53 giorni di agonia.
Ma non si parla di Ciro, è quel grasso capo ultras, Genny a carogna, a diventare il protagonista, lo specchio per le allodole, l’emblema di un calcio malato e di una napoletanità delinquente per cui qualche responsabilità Ciro ce le aveva, ce le doveva avere, in fondo si dice che abbia reagito a una provocazione. Come se il reagire alle provocazione fosse più importante del fatto che è finito in fin di vita in ospedale, come se una pistola con la matricola abrasa e delle pallottole potessero passare in secondo piano.
E che Ciro abbia risposto a una provocazione, oggi non sembra neanche certo. Ciro si scaglia senza armi contro un gruppo di tifosi romanisti che stava attaccando un pullman di famiglie napoletane con lanci di bombe carta si becca una pallottola. A chiarire la dinamica ci sta pensando la Magistratura, ma da quel 3 maggio fiumi di parole sul capo ultras napoletano e la sua maglietta, sulle infiltrazioni camorristiche nelle tifoserie napoletane, senza interrogarsi sul perché la mentalità mafiosa sia connaturata a quasi tutti le curve d’Italia e come debellarla. Anche la campagna elettorale per le Europee a Napoli, si colora di calcio, ma le notizie sulle condizioni di Ciro non si sanno, quelle te le devi andare a cercare.

Almeno fino al 24 giugno quando comincia a circolare la notizia della morte di Ciro e si versano di nuovo fiumi di parole, senza rispetto per il dolore.
Poi però arriva la smentita. È il 24 giugno gioca l’Italia e, anche chi si era messo a urlare conto lo schifo di questo sport, si fa di nuovo prendere dal girone, com’è giusto che sia. Perché è estate, perché nonostante tutto quanto successo in Brasile per preparare questi mondiali, nonostante quanto sia malato e poco sportivo il mondo del calcio, un paio d’ore di distrazione ce le prendiamo tutti, perché il calcio è un collante sociale, col calcio si sta insieme, col calcio ci si diverte, col calcio si muore.

È alle 6 del mattino del 25 giugno che il cuore di Ciro si ferma. E con lui una città. Un giovane di Scampia di 29 anni, toglie i riflettori anche alla Napoli bene che sta festeggiando i 100 anni delle cravatte di Marinella.
Ma la morte di Ciro non basta affinché il Paese e i giornali restituiscano il rispetto che lui e la sua famiglia meritano.
Addirittura, il giorno dei funerali, qualcuno ha osato, senza pudore, scrivere articoli su chi era o non era presente alla camera ardente, da Genny a Carogna a Nino d’Angelo passando per il patron e i giocatori del Napoli.
Ciro è morto e attorno a lui si raccoglie la migliore Scampia, quella lavoratrice e con la faccia pulita che ancora una volta è lasciata sola da parte di uno Stato incomprensibilmente assente.
Tante sono le responsabilità da definire: perizie balistiche discordanti, falle nel piano di sicurezza pre-partita, infiltrazioni nelle tifoserie romane, ritardi nei soccorsi. Tanto, troppo fumo attorno a questa vicenda.
Ma sia lo Stato che lo sport guardano altrove.
Giancarlo Abete, presidente della FIGC, si dimette dopo che l’Italia esce dal mondiale ma nessuna reazione per i fatti del 3 maggio. La politica nazionale chiusa in un assordante silenzio.
Lo Stato che era presente a quella maledetta partita, gira la faccia dinanzi al dramma della famiglia di Ciro, alla lezione di dignità che sua madre ha dato all’intero Paese ogni volta che ha rilasciato dichiarazioni ai giornali e alla televisione.
“Nessuna violenza in nome di Ciro” ha continuato a ripetere, sforzando un sorriso sulle labbra e con gli occhi pieni di dolore che mettono i brividi solo a guardarli.

Ciro era un ragazzo, aveva 29 anni, era di Scampia e lavorava. Sognava di sposarsi, tifava Napoli, non c’è più.
Non serve farne un eroe. Fin quando non sarà fatta chiarezza e la madre non riceverà verità e giustizia, non Ciro, ma nessuno di noi potrà riposare in pace.

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