Quali servizi sociali oggi? – Anna Corsi

Ore 12.25 di sabato mattina. Tra cinque minuti timbro il cartellino e rientro a casa dalla mia famiglia. Ore 12.30 si presenta la segretaria che mi dice esserci, nella sala d’aspetto, un barbone senzatetto che chiede la possibilità di essere collocato in albergo per qualche giorno dai Servizi Sociali territoriali. Durante il colloquio io e la mia collega capiamo che il signore non è residente nel comune per cui lavoriamo, è appena uscito di galera con un obbligo di dimora emesso direttamente dal Giudice, in un comune in cui non conosce nessuno, non ha un lavoro e nemmeno una casa. Il signore ci racconta di essere affetto da bipolarità e di assumere metadone da circa 20 anni per problemi inerenti la tossicodipendenza. Attualmente è anche alcool dipendente. Oggi non ha ancora preso le medicine al locale Centro di Salute Mentale. Minaccia di suicidarsi se non gli troviamo un poso in cui andare. Appare stanco, in scarse condizioni igieniche, profondamente avvilito, senza un soldo. Io provo sentimenti misti tra paura, angoscia, profonda pena umana.Io e la collega contattiamo i carabinieri, il medico psichiatra,il suo avvocato. Per il medico il signore ha un problema abitativo; ci dice che ci risentiremo qualora non si trovassero sistemazioni per la serata. Ci avvisa che il signore è manipolativo e antisociale. Per i Carabinieri può essere un problema di ordine pubblico qualora il signore minacci di suicidarsi e fare male a qualcuno. Ci dicono di richiamarli quando sapremo dove andrà poiché hanno l’obbligo di fare controlli. Per l’avvocato non è un suo problema in quanto si vedono solo alle cause in tribunale. Per il Giudice che ha emesso l’obbligo di dimora evidentemente non costituisce un problema che una persona il queste condizioni si trovi sprovvisto di tutto su un territorio che non conosce. Come prima soluzione cerchiamo di capire se ci potrebbe essere qualche posto nel dormitorio della Caritas, ma essendo fuori dal comune verrebbe meno l’obbligo di dimora che il signore deve rispettare. In più Caritas non accoglie nei dormitori persone con dipendenze. In queste condizioni potremmo optare per due soluzioni: la prima è dire che rimedi in un qualche modo da solo un posto per queste notti, in attesa di verifiche più approfondite che faremo da lunedì. Sono orami le 14.00 e la stanchezza inizia a farsi sentire. La seconda è usare un po’ di buon senso e di etica che ci spinge a cercare di trovare una sistemazione al signore per qualche giorno. Sarà anche manipolativo, ma appare anche piuttosto disperato e malato. Ci attacchiamo al telefono e, dopo aver sentito il Dirigente che ci autorizza a trovare una sistemazione per il week end, contattiamo tutti gli alberghi e i bad and breakfast della zona. Pare strano, ma nes- suno ha un posto libero per la serata. Il Comune non è grande e un evento nel week end ha riempito gli alberghi. Con grande rammarico diamo la comunicazione al signore che è stato presente durante tutta la ricerca. Non ci diamo per vinte e telefoniamo nuovamente al suo medico. Il signore continua a minacciare il suicidio. Noi gli diciamo che è bene che vada al pronto soccorso. Finalmente il medico gli parla per telefono e gli dice che nel giro di qualche ora verrà ricovero presso una struttura psichiatrica. Ora chi legge questa storia potrà pensare che le persone che lavorano negli enti pubblici non hanno voglia di lavorare e cercano di scaricare le situazioni su colleghi di servizi diversi. Questa però è una visione miope della situazione socio-sanitaria generale in cui oggi ci troviamo a vivere: personalmente penso che la difficoltà più grande è quella di riuscire a gestire continue situazioni di emergenza cui si fatica a dare risposte progettuali concrete, date dalla mancanza di risorse disponibili. Quando si è oberati di lavoro e si sta sempre sul fronte delle emergenze, non c’è tempo per costruire progetti differenti. Non saranno tre contributi economici all’anno per il pagamento di qualche fattura a rimettere in piedi una famiglia i cui membri hanno perso il lavoro e non sono in grado di pagare l’affitto. La mia percezione è che attualmente tutti i servizi si trovano molto spesso in situazioni di emergenza: lo sono i Centri di Salute Mentale, il cui carico di lavoro aumenta sempre più, con notevole aggravio di lavoro per i medici che ci lavorano e per i pazienti che non riescono a fruire di adeguate terapie. Lo sono i servizi per famiglie con minori che negli ultimi anni hanno visto notevolmente aumentare le situazioni gestite dal tribunale e le conflittualità familiari. Se non vi è una sinergia tra gli enti che prima di tutto deve essere politica, rispetto alla progettazione dei servizi territoriali, se non vi è una idea progettuale più ampia, noi operatori sociali ci ritroveremo a gestire sempre più emergenze con sempre meno risorse. D’altronde non c’è strategia migliore che delegittimare, mostrare che nel pubblico le cose non funzionano, per avviare politiche di privatizzazione dei servizi. Oggi sempre di più vige la logica che se un nucleo familiare è in grossa difficoltà tanto da avere raggiunto grandi debiti,avere perso il lavoro, avere sfratti in corso, il contributo pubblico di aiuto è così irrisorio da costituire una goccia nel mare. Sempre più mancanoprogettipubblicidiautoaiuto,di sostegno all’analisi del bilancio familiare, di sinergie con enti che potrebbero contrastare e ricontrattare per le famiglie i mutui contratti con le banche a prestiti quasi usurai. Mancano progetti di banche del tempo che funzionino, manca la possibilità per gli operatori di poter scoprire il territorio in modo più approfondito, troppo stanchi e concentrati sul lavoro quotidiano. Nel nostro territorio sono veramente poche le realtà che si occupano in modo approfondito di questi temi, anche in regioni avanzate come l’Emilia Romagna in cui la rete dei servizi e la realtà del terzo settore è molto attiva. Pare sempre più che alcuni uomini costituiscano materiale di scarto, come le ragazze che lavorano nelle fabbriche cinesi e a 30 anni, ormai ridotte a condizioni fisiche miserevoli, finiscono per fare le prostitute nei bordelli poiché non sono più in grado di produrre. Credo che questa sia la più grande perdita di lucidità che possa accadere ad una società: perdere di vista il valore dell’uomo in quanto uomo. A me pare che oggi una delle poche voci che si alzino in difesa dei fragili, di chi non ce la fa a stare al passo con un sistema che tende a schiacciarli, sia Papa Francesco. Apprezzo la sua forza quando denuncia così lo stato attuale del mondo. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della iniquità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è iniquità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

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