Come è, come ti rende il ritorno dalla guerra – Anna Corsi

Mia nonna mi raccontava che alla fine della seconda guerra mondiale i bambini che trovavano le bombe, le prendevano in mano e quelle scoppiavano lasciandoli mutilati. Così io, anche se la guerra era finita da 40 anni, stavo attenta a raccogliere le cose che trovavo nei campi.

Poi mia nonna diceva che da piccola i tedeschi avevano incendiato il suo paese, allora lei era andata a dormire a casa dei parenti in un paesino vicino. Di tutta quella catastrofe di macerie lei si ricordava la paura di cadere dal letto degli ospiti, perché ci dormivano in due ed era esposto alle scale.

Mio nonno era rientrato dalla campagna di Russia, con il reumatismo articolare, probabilmente dato dalla continua esposizione al freddo. Quando io chiedevo a mia nonna se mai le avesse raccontato della guerra, lei mi rispondeva che lui non voleva ammazzare nessuno e sparava solo in aria, oppure diceva che lui non ne voleva parlare mai. Nella mia mente bambina mi sono chiesta mille volte se si potesse fare una guerra come soldato senza mai ammazzare, se si potesse trovare un posto, nella catastrofe, che riparasse dall’andare al macello, come escogitare un piano per trovare un riparo. E poi perché chi tornava non aveva parole?

Un vecchio della montagna mi ha raccontato che dove abitava lui una sera i tedeschi fecero un attentato, ammazzarono i partigiani e attaccarono i cadaveri ad un albero. Lui era bambino, e mentre passava di lì l’indomani rimase così scosso nel vedere quegli Strani frutti, come canterebbe Billy Holiday, che ebbe incubi per anni. Ancora oggi che è nonno mi riferiva che per lui passare di lì “porta male”, quel posto ha una energia negativa che gli richiama alla mente quell’orrore.

Quando lavoravo come commessa, un signore mi ha accennato di essere stato da ragazzo in campo di concentramento, era addetto a raccogliere i cadaveri per portarli a bruciare. Mi sono proposta di intervistarlo ma lui ha risposto dicendo che non vuole più ricordare. Ha solo accennato che era diventato magrissimo e che una volta rientrato a casa per anni ha avuto incubi, che cercava di gestire la moglie svegliandolo nella notte. Nella mia famiglia e nella mia montagna reggiana, dove si è combattuta la resistenza e fame, miseria emigrazione e guerra erano una realtà per tanti, di storie come queste ne ho sentite tante.

In “Valzer con Baschir”, un fumetto poi diventato film che tratta della storia di un soldato israeliano durante la guerra in Libano e precisamente delle carneficine compiute dai soldati durante l’assalto ai campi profughi palestinesi di Sabra e Schantila nel 1982, il protagonista ha un sogno ricorrente e assieme ad un amico, che era stato compagno di guerra, inizia a rammentare cosa è realmente successo quella notte di massacri. La sua mente non ricordava perché alcuni avvenimenti troppo traumatici erano stati rimossi, per poi tornare vivi sotto forma di incubi. L’autore sostiene che questo atteggiamento di rimozione avviene spesso nei soldati che sono continuamente esposti a situazioni traumatiche.

Anche Nicolai Lilin, scrittore cresciuto in Trasnistria nella comunità dei così detti criminali onesti, nei suoi libri “caduta libera” e “il respiro del buio” racconta del suo arruolamento obbligato nell’esercito russo e della partecipazione alla seconda campagna in Cecenia, dove ha lavorato come cecchino per la durata di due anni, al fine di adempiere al servizio militare. Al suo ritorno racconta di come sia stato difficile riadattarsi ad una vita normale, poiché aveva i sintomi da disturbo post traumatico da stress, che lo portavano a vivere in stati di semi incoscienza. Lilin racconta che dormiva con le bombe accanto e senza rendersene conto di notte progettava la sua casa come fosse stato un campo di battaglia. E poi la difficoltà di riadattarsi alla cura di sé e ricominciare a lottare contro quel sentimento di odio che aveva dentro, perché i soldati rientrati dalla Cecenia non erano ben visti in Russia, pertanto non trovavano un lavoro, tanto che l’autore dice “credevo di avere abbandonato la guerra, e invece la guerra ero io”.

Anche in America pare che i reduci di guerra siano “un problema”: un articolo uscito qualche mese fa sull’internazionale riferiva la storia di alcuni soldati americani che lamentavano di non avere avuto alcun sostegno psicologico al rientro in patria. Un ragazzo raccontava che non solo la mancanza di assistenza, ma spesso anche quella di entrate economiche legata alla paura costante di fare qualsiasi cosa, anche un semplice giro in macchina, portava loro a cadere in uno stato depressivo. Spesso le associazioni di ex reduci sono l’unica forma di aiuto che questi giovani hanno.

Di fronte a queste storie spesso mi chiedo come sia possibile che uno stato, per mantenere e appropriarsi poteri economici, possa mandare in guerra un uomo, renderlo disumano e poi se riesce a tornare vivo, aspettarsi che se la cavi da solo? Il sacrificio non è già troppo grande così? Per chi si è carne da macello? Per chi si è una cosa da usare e poi gettare via quando non serve più?

Lilin scrive “il caos della guerra mi sembrava più ordinato e comprensibile della cosi detta moralità della società pacifica. Ripensavo a tutti quelli che avevo visto morire nel nome della pace, e mi convincevo sempre più che questo tipo di pace non meritava di esistere… Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente.”

Oggi al mondo sono in corso 31 conflitti armati: 6 in medio oriente, 12 in Asia, 10 in Africa, 1 in Europa, 2 in America latina.

Di fonte a queste storie e a ciò che la guerra crea nella popolazione civile, non solo in chi la vive ma anche nelle generazioni successive, costrette spesso a partire da niente, a crescere con chi è rimasto e a vivere anche di quei dolorosi ricordi disumanizzanti, mi chiedo se c’è ancora qualcuno che crede alla bufala delle guerre di etnia e religioni, che spesso camuffano altri interessi, ben diversi. Allora, penando alla storia della mia famiglia e ai racconti che ho nelle orecchie penso a quella poesia di Brecht che recita: “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.”

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