Niente razzismo contro Cécile Kyenge

Cécile Kyenge è “triste e amareggiata”, sottolinea che “non è una questione personale” e si dice delusa dal suo partito: “Vorrei proprio vedere se hanno il coraggio di guardarmi negli occhi”. Cécile Kyenge, oggi europarlamentare Pd, era il ministro dell’Integrazione che in una sera dell’estate 2013 Roberto Calderoli definì “un orango” davanti a una platea di militanti leghisti. Oggi, due anni dopo, continua ad essere convinta della giustezza del perdono, ma richiama tutti alla “responsabilità” di aver negato l’aggravante della discriminazione a quelle affermazioni.

Come si sente a pensare che un ramo del Parlamento ha stabilito che non c’era razzismo in quelle parole?
Sono triste e amareggiata. È incomprensibile come si possa ritenere che non ci sia discriminazione razziale in quelle parole: se non è razzista dare dell’orango a una donna nera… Ma non è tanto la questione personale fra me e Calderoli.
I magistrati, procedendo d’ufficio per effetto della legge Mancino e non come conseguenza di una mia querela, avevano già stabilito che le parole erano inequivocabilmente razziste e che varcavano il limite della dignità personale per come è definita: sembianze, colore della pelle… Insomma, hanno stabilito che c’è un confine tra il dibattito pubblico responsabile e l’uso pubblico irresponsabile di parole che lasciano un segno nella società.

Il Senato e anche molti suoi colleghi del Pd, però, la pensano diversamente…
Le parole di Calderoli e di chi dovrebbe rappresentare il Paese hanno fatto il giro del mondo. E chiunque ha votato per scagionarlo si trova davanti alle proprie responsabilità. Non mi lascio trascinare in polemiche personali che rischiano solo di sminuire la vicenda, che invece è di carattere generale. Non faccio dietrologie e tanto meno mi sento di attaccare il mio partito. Però chiedo a tutti senatori se hanno pensato alle conseguenze e al significato di questa decisione.

Il Pd che responsabilità ha?
Vorrei che riflettesse sul peso di questo voto. Questa vicenda potrà anche sparire dalle pagine dei giornali e dai mass media ma non uscirà dalla storia. È un messaggio che mandiamo alle generazioni future, dobbiamo essere lungimiranti, cercare di vedere dove stiamo andando, non guardare solo agli interessi del momento. Dobbiamo distinguerci dai populisti, specie in questo momento. E anche da chi fa un uso irresponsabile delle parole che non può caratterizzarci. Mi chiedo con quale coraggio pretenderemo di proteggere più deboli.

Il fatto che non abbia presentato querela e abbia perdonato Calderoli è divenuto il modo per affermare che la questione era finita…
Mi dispiace, perché è un errore che non si dovrebbe fare: una cosa è il fatto personale e umano, un altro è quello politico. Ripeto: è una questione che va al di là della mia persona. Chi usa quest’alibi forse dovrebbe tornare alla scuola dei diritti per capire che significa. La sensibilità umana è un conto, adempiere ai propri doveri istituzionali è altra cosa.

Dopo la proposta della Giunta delle immunità di rendere insindacabili le parole di Calderoli lei disse che era come se quell’insulto fosse stato fatto al Paese intero per la seconda volta. Ora siamo alla terza?
Sì, ed è la peggiore, perché viene dalle istituzioni. Mi chiedo con quale coraggio guarderemo in faccia i nostri figli quando li sentiremo dire la stessa cosa.

16 settembre 2015

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